Rileggere Caos calmo, e non trovare il caos

Allora, mi è capitato di rileggere Caos calmo, di Sandro Veronesi.
Le riletture, si sa, hanno sempre delle insidie che le prime letture non hanno (ne hanno altre, forse): quando rileggi, può essere dopo anni o dopo mesi o anche dopo poche settimane – conosco alcuni nevrotici che ricominciano subito da capo, io non mi ricordo di averlo mai fatto, ma solo perché ho altre nevrosi, – è già passato del tempo, hai letto altre cose, ti è successa un’altra porzione di vita, sei cresciuto, sei invecchiato, sei tornato bambino, insomma: sei poco o molto cambiato, ma sei senz’altro cambiato. Ed è cambiato anche il tuo essere lettore. Allora può succedere che certi libri che avevi letto e dei quali ti eri perdutamente innamorato, un giorno non ti rapiscono più, oppure può succedere che certi libri che avevi letto e ai quali non ti eri particolarmente interessato, un giorno ti lasciano senza fiato e ti fanno dire: come ho potuto non accorgermene prima?
Qualcosa di simile accade col via vai di persone nella nostra vita, amori soprattutto, ma anche amicizie (la famiglia no, quella sai che è una e non va, viene e basta, perciò, se non ti piace da subito, a un certo punto trovi il modo di fartela piacere, sennò avrai una vita difficile).
Una delle ragioni per cui, almeno fino a questo momento, non ho mai trovato il coraggio di rileggere John Fante, che è stato per me come sono gli amori giovanili: travolgenti, sanguigni, acuminati, feroci, e anche vagamente deliranti, è che ho paura della prima possibilità, che è una possibilità sempre valida anche per gli amori giovanili (soprattutto per gli amori giovanili). Perciò l’ho conservato come certe memorie che non hai animo di rivisitare.

Caos calmo, invece, l’ho letto la prima volta nel marzo del 2007. Lo so con questa precisione perché per un lungo periodo ho avuto l’abitudine di annotare a matita sulla prima pagina dei libri il mese e l’anno in cui li leggevo; è un altro tipo di nevrosi, ma pare che se ne sia andata da sé. Mi era piaciuto, Caos calmo, ma non moltissimo. Intendo: non avrei detto di Caos calmo “Questo è tra i libri che hanno cambiato la mia vita” (che i libri possano cambiare la vita di chi li legge, è forse da mettere in discussione? Se sì, non in questo blog). L’ho riletto sulla spinta irrefrenabile di una tentazione squallida e farabutta: quella di spiare la scrittura di Veronesi in questo libro di 451 pagine, la stessa tentazione che, parallelamente, mi ha portato a rileggere, ma solo qui e là, pagine di altri libri che ho a casa, De Luca, Lodoli, Piccolo, De Silva, Piersanti, Pascale, Kristof, Szabó, Roth, Auster (gli ultimi quattro, però, in traduzione italiana). Cioè ho fatto una cosa molto brutta: ho riletto per farmi i fatti dello scrittore, non per godermi il mio tempo di lettrice, che secondo me è un tempo da privilegiati, il migliore che uno possa avere oltre a pochi altri.
Comunque, nonostante la rilettura inquinata dalla bassezza delle mie voglie e della mia curiosità torbida, mi sono goduta lo stesso Caos calmo, al punto di dire alla fine “Questo è tra i libri che hanno cambiato la mia vita” (con l’aggiunta a voce più bassa “Ma non subito. Non è stato un colpo di fulmine”).

Solo che, e qui sta il succo della faccenda, non l’ha cambiata per la storia – un uomo, come si dice, “di successo”, affermato nel proprio lavoro, benestante, padre di una bambina e compagno di una donna che lo ama, un giorno si ritrova vedovo – né l’ha cambiata per la scrittura di Veronesi che, a dirla tutta, in questo libro mi risulta qui e là un poco indigesta, diversamente da quella di alcuni suoi racconti in Baci scagliati altrove che ho amato moltissimo. Una scrittura, quella di Caos calmo, che in alcuni punti mi appare, come dire, troppo drappeggiata, anzi vistosamente “stilista”, che è la parola che lo stesso personaggio protagonista usa per definire subito, già nella prima pagina, il suo approccio alla vita, e la usa in coppia con “prudente”. Senz’altro una scelta attenta di Veronesi, che è uno scrittore serio: personaggio stilista, scrittura stilista. D’altra parte, se il tuo personaggio è un uomo istruito, fa il direttore di un’importante pay-tv, vive in bel quartiere di Milano, viaggia molto ed è abituato ai linguaggi sostenuti di certi ambienti, non puoi farlo esordire come un pescivendolo dei mercati rionali, se non in alcuni momenti, quando resta da solo con se stesso, si innervosisce o litiga con il fratello, o quando si sbottona anima e pantaloni. Magari questo puoi farglielo fare più avanti, appena poche pagine dopo, per esempio mentre si ritrova ad avere un’inattesa erezione durante il salvataggio disperato, «a gran colpi di cazzo sul culo», di una donna sconosciuta che sta annegando: un’esca preparatoria, questa scena formidabile, per il capitolo 32, più di trecento pagine dopo, dove lui si inchiappetterà (letteralmente) la stessa donna sul prato di casa. Ma non prima, non subito. Prima ci si presenta bene, composti, poi, quando si è creata intimità, quando la familiarità è scoccata, possiamo fare i rutti insieme. Va benissimo così, è come deve essere.

Non tanto la storia, dunque, e non tanto lo stile – che poi sono tutt’uno, – che cosa allora? Il piano di lavoro. Perché dietro queste 451 pagine c’è un lavoro di pianificazione immenso, e mica perché, banalmente, sono 451 pagine, no: perché per mantenere sospesa ad altezze elevate un’ispirazione quasi costante, ci vuole un’idea chiarissima di quello che stai facendo, uno stato di grazia del pensiero unito a metodo e tenacia.
Nei ringraziamenti finali, Veronesi dice che per scrivere questo libro, capitolo dopo capitolo, ci ha messo quattro anni e mezzo. Quando ho letto questa cosa la prima volta, mi ricordo che ho pensato: addirittura? Stavolta, invece: solo? Non posso fare a meno di considerare, comunque, che, in quei quattro anni e mezzo di lavoro, Veronesi era già Veronesi, cioè uno che – immagino, suppongo – per scrivere un libro può prendersi tutto il tempo che vuole e che gli serve, senza morire di fame, senza urgenze, con calma, e intanto l’editore aspetta con pazienza (così ha fatto Elisabetta Sgarbi, dice lui nei ringraziamenti): perché i lettori aspettano un libro di Veronesi, e fanno bene ad aspettare. Tuttavia, resta lo stupore: solo quattro anni e mezzo? No, perché, voglio dire: per concepire una storia, che copre grosso modo una sola stagione, dalla fine dell’estate agli inizi dell’inverno, in cui un uomo perde la propria compagna nello stesso giorno in cui sta salvando una sconosciuta in mare, e da quel momento in poi si piazza tutti i giorni davanti alla scuola della figlia aspettandone l’uscita, e i colleghi di lavoro, i familiari, gli amici cominciano ad andare a fargli visita alla panchina dove passa la maggior parte del tempo, che è un tempo lento, dilatato, centellinato, molto pensato e poco agito, spesso monologato e poi di colpo magistralmente dialogato, ci vuole un sacco di tempo. E, comunque, nemmeno il tempo è tutto (se il tempo a disposizione fosse tutto, con la disoccupazione che c’è in giro oggi, sai quanti bravi romanzieri a ogni angolo della strada a scrivere con una mano e chiedere l’elemosina con l’altra, tutti poderosi, tutti imperdibili, tutti necessari?). Ci vogliono lucidità, resistenza, concentrazione, e tensione verso un punto all’orizzonte. Poca scuola, molta vita vissuta. Oh, poi, detto proprio di sfuggita, appena accennato: ci vuole pure talento. Qualunque cosa esso sia.

[Mi pare chiaro che questo post non è una recensione: è un post. E, se ho detto qualche cosa che è stato già detto, non sarebbe nemmeno la prima volta: arrivo sempre un poco in ritardo sulle cose, e pazienza]

Agnese. Il segno della croce

«Tua nonna ha espresso un desiderio. – mi dice al telefono mia madre, sua figlia – Ha chiesto di essere accompagnata a San Pietro, per poterlo vedere coi suoi occhi una volta soltanto. Dice che non le è rimasto tanto tempo per farlo, che s’è stufata di farsi il segno della croce davanti alla televisione. Allora ho pensato: magari un sacrificio per tua nonna lo puoi fare, e per un sabato, o una domenica, fai finta che la roba di chiesa non ti crea problemi. Quando possiamo venire a Roma, che così a San Pietro ci porti tu?».
Ieri mattina, alle nove di sabato, mio padre, mia madre e mia nonna sono arrivati dall’Abruzzo con una borsa carica di venti enormi panini all’olio, imbottiti di prosciutto, stracchino, insalata e pomodoro («Ma cinque sono con la pancetta, l’ho presa fresca ieri!», specifica mia nonna tutta contenta). A me è tornata in mente quella pagina di John Fante in Full of life, quando il padre Svevo si porta sul treno una sacca con due pagnotte di pane casereccio, una forma di formaggio di capra, un salame intero (“lungo un piede“), e una gran quantità di mele e arance. Dovrei smetterla di farmi venire sempre in mente una pagina di John Fante quando la mia famiglia viene a trovarmi, penso, e un momento dopo che l’ho pensato, mio padre aggiunge: «E poi tua madre ha fatto pure la torta di mele, e io ho portato le arance, quelle buone».

Ieri mattina, dunque, ho fatto finta che la roba di chiesa non mi crea problemi, e nemmeno il traffico di Roma intorno a Via della Conciliazione, e le code, e le attese, e i gruppi di pellegrini coi cartelli sollevati per aria: “Comunità Il Cenacolo”, “Comunità di San Gabriele”, “I giovani di Rimini”, e quelle inquietanti ciabatte in stile francescano che indossano tutti i cattolici di ogni età ai primi caldi di stagione, ma pure d’inverno con le calze di lana, quando vanno ai raduni spirituali: ho portato mia nonna a San Pietro.
Agnese, così si chiama mia nonna, teneva bene in vista il suo medaglione sul petto vestito di nero, con l’immaginetta di mio nonno morto a trentacinque anni. Credo se ne separi solo per farsi la doccia e, se è così, lo fa soltanto per timore di sciuparlo. Mia nonna indossa lutto e medaglione da quarant’anni, indifferente a ogni cambio di stagione. Nella sua lunga vita di vedova che vive sola in un minuscolo appartamento, ha rinunciato al nero solo in alcune grandi occasioni – matrimoni dei figli, battesimi, comunioni e cresime dei nipoti, – dando l’impressione di sentirsi a disagio per l’audace cambio di colore, anzi direi in colpa, per tutto il tempo dei festeggiamenti. E comunque l’audace cambio di colore era sempre un blu notte che pareva quasi nero e, altre volte, un grigio scuro, di cui lei sembrava vergognarsi assai (infatti nelle foto di famiglia si nascondeva).
«Stamattina mi sono alzata alle cinque», mi sussurra nell’orecchio, eccitata come una bambina, e questa confessione me la fa mentre stiamo attraversando a piedi una strada, e ci dobbiamo pure sbrigare perché il verde per i pedoni dura sempre troppo poco, e soprattutto non tiene conto dell’emozione di una vecchia che non ha mai abbandonato il suo paese abruzzese di quattro anime, e che per la prima, e forse ultima volta nella sua vita, viene a San Pietro, con suo marito defunto appeso al collo. Allora io la prendo delicatamente sotto braccio e la porto in salvo, dall’altro lato della strada, prima che le macchine di tutta Roma ci travolgano davanti a quell’ammissione sussurrata piano: lei, che al paese suo attraversa la strada quando le pare e piace, non s’è nemmeno resa conto di essersi piantata in mezzo alla strisce pedonali, perfettamente equidistante da due file contrapposte di motori surriscaldati che attendono soltanto di poter passare sopra di noi. La macchina l’abbiamo parcheggiata in Via Boezio, a un paio di chilometri di distanza dalla nostra destinazione, dopo mezz’ora buona di circumnavigazioni: praticamente, per uno che si abitui a vivere a Roma, l’abbiamo lasciata sotto la finestra dove si affaccia il papa. “Che botta di culo pazzesca”, continuavo a pensare mentre raggiungevamo a piedi San Pietro. Lei invece, guardandosi indietro, ha esclamato incredula: «Oh Madre Mia Santissima! Ma dopo, tutta questa strada qua ce la dobbiamo rifare a piedi un’altra volta?». E io, se lei non fosse stata mia nonna, le avrei risposto “Sì, vuoi pregare a San Pietro? Allora cammina”. Invece no, mia nonna – mia nonna – si rigirava tra le mani piccole e nodose il suo medaglione, e io le ho detto: «Dopo magari tu resti tranquilla tranquilla là insieme a mamma e papà, e io vado a riprendere la macchina e cerco di avvicinarmi il più possibile», e ho imprecato in silenzio, per conto mio.

E all’improvviso mia nonna, davanti alla Pietà di Michelangelo. Io l’ho sempre vista solo nei libri di storia dell’arte, ma lei nemmeno quello. E mentre siamo accerchiate, strette, soffocate dalla folla di gente con le macchine fotografiche e i cellulari e gli ipad, lei, alta un soldo di cacio, piccola, incurvata, assediata, lei si fa il segno della croce davanti alla Pietà. Bellissime: mia nonna, e pure la madonna, e una pietà tutta femminile. Ripete il segno della croce a ogni stazione: statue, dipinti, affreschi, cappelle, crocifissi, altare, perfino i marmi di ciascuna colonna. Un segno della croce per ogni singola pietra della basilica, un mulinare operoso di mano destra dalla fronte al petto, dal petto alle spalle, e infine dalle spalle alla bocca, perché mia nonna il segno della croce lo completa sempre con un piccolo bacio.
La visita alla cupola non è possibile, ci dicono, e nemmeno alle tombe, da nessun’altra parte, e anzi tra dieci minuti dobbiamo andare via tutti, perché la chiesa tra dieci minuti verrà chiusa al pubblico: ci sono i preparativi per la messa che il papa celebrerà stasera alle sei, alla quale mia nonna non potrà partecipare perché a quell’ora sarà ripartita per tornare a casa. Allora dobbiamo uscire tutti, e in fretta. «Va bene. – mi dice mia nonna sorridendo, con quel tono di voce remissivo, paziente, mansueto, avvezzo alla rinuncia, che le sento da che ho memoria – Qualcosa ho visto prima che mi muoio».
E no, cazzo: ma come? Mia nonna si fa coraggio, si alza alle cinque del mattino, prepara i panini con la pancetta fresca, lascia la sua casa, il suo paese e ogni sua sicurezza, si mette in viaggio con la forza di una Giovanna d’Arco, viene a Roma, decisa a compiere il suo pellegrinaggio santo nella culla della cristianità insieme a suo marito appeso al collo, e voi, brutti stronzi, che fate? Le sbattete la porta in faccia?
Mi sento furiosa. Devo provare a inventarmi qualcosa.
«Senti. – le dico – Lo so che non è lo stesso, però, visto che abbiamo ancora un sacco di tempo, visto che ormai a Roma ci stai, ti va di andare in un’altra chiesa importantissima, una chiesa che una volta, in passato, per i cristiani era ancora più importante di San Pietro?». Si illumina. Allora affondo: «Andiamo a San Giovanni in Laterano, ti va?».
E siamo andati a San Giovanni in Laterano.

Ed è stato, daccapo, tutto un segno della croce. Poi, a un certo punto, mio padre ha proposto di prendere l’ipad con l’audioguida, uno ciascuno. Quando l’hanno messo in mano a mia nonna, una donna che non ha mai visto un ipad, le ho intercettato nel verde-azzurro acquoso degli occhi un lampo di terrore. Ci ha guardato intimidita, disorientata, aliena, e ogni muscolo della faccia rugosa ha detto chiaramente: «E questo mò che cazzo è?», e sono certa che lo avrebbe detto anche lei, con la sua voce, se mia nonna fosse abituata a certo linguaggio e a dire “cazzo”, e lo avrebbe detto benissimo: vero, tonante, possente, meglio di come lo dico io, che ne dico uno ogni tre parole, senza peso, senza valore. «Questa è una macchinetta – le ho sussurrato nell’orecchio – che ha una voce registrata dentro che ti spiega tutte le cose che stai vedendo qui, in questa bella chiesa. Tu col dito schiacci il numeretto e quella attacca a chiacchierare e ti racconta una storia bellissima. Per esempio, se tu stai davanti a questa statua qua, la macchinetta ti dice chi è il signore della statua, chi l’ha costruita e quando l’ha costruita. Così almeno tu puoi sapere sempre chi stai pregando». Lei ci ha pensato un po’ e poi ha detto, ma non del tutto convinta: «È giusto, sì. Che alle volte in chiesa mi inginocchio davanti a una pittura e mi faccio il segno della croce, e però non lo so chi sono tutte le persone nella pittura. Mò però io ‘sta macchinetta non lo so come si usa, mi aiuti tu?». E io l’ho aiutata, e le ho schiacciato tutti i numeretti, e abbiamo ascoltato insieme l’audioguida, io la mia e lei la sua. Lei però non guardava più le statue e le pitture che le stavano davanti, guardava l’ipad, che si teneva stretto in mano nonostante ci fosse una cordicella da potersi appendere al collo; forse aveva paura di farlo cadere per terra, allora io premurosa ho cercato di farle infilare la testa nella cordicella dell’ipad, ma lei mi ha fermato con un gesto della mano, che non era mai stato tanto secco e perentorio. Allora ho capito, io, povera idiota senza speranza, ho capito in ritardo: non se ne parla nemmeno, al collo soltanto suo marito. E le ho lasciato l’ipad tra le mani, mortificata dalla mia stupidità.

Non so quanto abbia compreso delle parole dell’audioguida, che erano parole di storia, di arte e di politica (sempre insieme, loro: una trinità indissolubile da che siamo al mondo, ma questo, per un credente come mia nonna, è del tutto irrilevante). Però ascoltava, mentre fissava l’ipad tra le mani invece di guardare quello che aveva davanti agli occhi mentre la voce registrata le spiegava. Mia madre si è avvicinata e ha cominciato a parlarle vicino all’orecchio, sopra le cuffie, per raccontarle mano a mano la stessa storia in un’altra lingua, semplificata, e certi passaggi li saltava. Lei l’ha lasciata fare per un paio di volte, poi si è stranita e a bassa voce ha detto a sua figlia con tono severo: «Ma ti vuoi stare zitta che stiamo in chiesa?». E subito dopo si è tolta le cuffie, dal lato sbagliato, si è incastrata per un momento nel filo che le collegava all’ipad, si è districata, ha messo l’ipad in mano a mio padre e gli ha detto: «Toh, riportaglielo. Non lo so come si spegne, si può riportare anche se sta ancora parlando?». E ha ricominciato a farsi il segno della croce davanti a qualunque cosa, senza sapere cosa, ed era di nuovo felice, e noi non le abbiamo dato più il tormento fino alla fine della visita.
Allora ho pensato, che bella fede, che bella religiosità, questa qua di mia nonna, quant’è forte, mia nonna, che per resistere alle pene della vita, e alle minuzie di ogni giorno, per essere felice, le occorrono solo un crocifisso, un santo e un’immagine della madonna, e chi se ne frega chi l’ha messo lì e perché sta lì, e statevi zitti, zitti e mosca, che stiamo in chiesa, ignoranti, in chiesa non si parla, se non per pregare.

Prima di andare via da San Giovanni in Laterano, uscendo, le faccio scegliere una cartolina da portarsi a casa, per ricordo. «Quale ti piace?», le chiedo. «Non lo so… Questa qua col crocifisso mi sembra la più bella, tu che dici?», mi consulta dubbiosa: è una decisione importantissima. Ce le guardiamo tutte, una per una, e infine sì, le dico, questa qua col crocifisso è senza dubbio – senza dubbio – la più bella, e gliela compro come un gelato. Lei se la porta alla bocca, la bacia, con l’altra mano si fa l’ultimo segno della croce della giornata, e poi si ficca la cartolina nella borsetta.
E torniamo a casa.

Sogno

Dino Buzzati, L'urlo (1967)

Dino Buzzati, L’urlo (1967)

 

Stanotte ho sognato mio fratello. Aveva gli anni che ha per davvero, adesso: venticinque, beato lui.
Stavamo seduti al tavolo di un bar, o di un ristorante, l’uno di fronte all’altra, e all’improvviso mi diceva: «Oh, guarda cosa ho imparato a fare». E subito cominciava ad allungarsi e stringersi in smorfie orribili, la faccia gli si deformava tutta: la fronte si dilatava e si contraeva, la bocca gli si spalancava in un urlo muto come in quel disegno là di Buzzati, che vedi una caverna rossa che quasi ci cadi dentro. Il bianco degli occhi gli si spandeva tanto da sembrare un uovo sodo, appena sgusciato. Pareva uno di quei fotomontaggi che alle volte, per davvero, adesso, mi manda sul telefonino per farmi ridere (come si chiama quell’effetto che distorce i lineamenti del viso? Mi serve questa parola, è importante: non la trovo). Però nel sogno era vero, e non faceva ridere per niente, io inorridivo e stavo per chiamare aiuto, ma non c’era nessuno intorno a noi, e comunque la voce non mi veniva. Era una visione insopportabile alla vista. Ma dopo, rapidamente in quella mutazione prodigiosa, cominciavo a riconoscere le sembianze di lui ragazzino, a ritroso: quindici anni, dieci anni, cinque anni, e poi eccolo, lo riconoscevo: tornato bambino, a tre anni, coi riccioli biondi e il viso di creatura fresca, liscia, lo sguardo curioso e colmo di fiducia, identico a una foto che ho nel portafoglio. Anzi: era proprio quello della foto che ho nel portafoglio. Bellissimo, come era per davvero allora, e come sono tutti i bambini. E mio fratello di tre anni adesso mi sorrideva, lì al tavolo di quel bar, o ristorante. Allora, finalmente, mi calmavo. Però aveva tre anni solo in faccia: tutto il resto era rimasto com’era, uguale a quando mi aveva detto oh, guarda cosa ho imparato a fare. Perciò era piccolo e grande nello stesso momento, sembrava che qualcuno gli avesse staccato la testa e ce ne avesse attaccata un’altra, quella coi riccioli biondi.
Poi, in pochi istanti, di nuovo la mutazione mostruosa, e le smorfie e l’urlo muto, e in un baleno tornava a com’è, agli anni che ha per davvero, adesso (venticinque, beato lui). Io restavo di nuovo senza parole, sbalordita, però – e questa era la parte più importante del sogno – anche un poco immalinconita, ad averlo rivisto bambino, reale, consistente davanti a me, quando eravamo piccoli e lui aveva tre anni e io dieci, e stavamo tutti bene, ma proprio bene. E, nel sogno, pensavo: beato lui che ha imparato a fare una cosa così, a riprendersi il tempo quando gli va, per gioco.

E poi mi sono svegliata.

(annotare, prima di dimenticare)

Scrivere è un cazzotto in bocca

Uno comincia a scrivere – scrivere per essere letto: scrivere storie, scrivere racconti, romanzi, poesie, sceneggiature, recensioni, saggi, biografie, articoli, post su un blog, insomma scrivere altre cose oltre alla lista della spesa, che, almeno nelle intenzioni più comuni, uno scrive per sé o al massimo per qualcuno che va a fargliela – soprattutto a causa del fatto che dorme male la notte. Uno comincia a scrivere, insomma, perché non s’è risolto con la giornata (o con le giornate: allora scrive un’autobiografia). Poi perché, magari, ha letto qualche libro che gli è pure piaciuto e, a un certo punto, gli è capitato di dirsi: anch’io!, come quando un bambino, per strada, ne avvista un altro con un giocattolo che lui non ha e comincia a strattonare la mamma (o il papà, dipende da chi lo porta a spasso: non si capisce perché, in certe frasi fatte, la mamma continui a detenere questo primato mondiale delle maniche slabbrate. Forse perché certe frasi sono fatte, e non si possono rifare). Infine pure perché, anche se non lo ammetterebbe mai, ha un’elevata considerazione di sé, cioè delle sue belle pensate, con le quali, è chiaro, si identifica.

Allora succede che comincia a strattonare la sua intelligenza. Le dice: adesso io voglio fare questa cosa qui, scrivere, e tu mi devi aiutare, capito? Quella ha la reazione di chi viene bruscamente svegliato da un sonno paciosissimo, si rizza coi capelli arruffati e gli occhi stralunati, si guarda intorno come alla ricerca dello stronzo che le ha appena rifilato un manrovescio.
Mi viene in mente un racconto di mia madre, che un manrovescio se lo prese per davvero, mentre dormiva. Lo stronzo in questione era mio padre che, immerso nel sonno anche lui, sognava di fare a botte con uno. Solo che, mi raccontò mia madre ridendo (si ride sempre, dopo), sbracciando di qua e di là sopra le coperte, il cazzotto gli finì di là, cioè dove stava dormendo lei. Le fece parecchio male. Si rizzò sul letto e, preso qualche secondo per capire come erano andate le cose, non ci pensò un attimo: si avvicinò a mio padre, che continuava a smaniare e borbottare a occhi chiusi, e gli assestò una mappina in faccia che manco a me e mio fratello quando eravamo piccoli. Mio padre saltò come una molla. Accese la luce e si guardarono: era sconvolto. «Per la madonna, Marì! Ma che ti sei scemita?», le chiese con la mano premuta sulla faccia. «No, lu sceme si tu!», gli disse lei, premendosi la faccia a sua volta, e gli spiegò, e mio padre allora le chiese scusa, e mia madre pure, e si riaddormentarono tranquilli, con un occhio pesto ciascuno.

Non so bene che c’entra, questa storia.
Comunque, ecco. Bisognerebbe desistere, dal fare a pugni con la propria intelligenza. Lasciarla dormire in pace, se dorme in pace (le intelligenze medie dormono sempre in pace: sei tu che dormi male la notte, per darti un tono ombroso il giorno dopo, che fa tanto scrittore ispirato. Ma guarda che la tua intelligenza, ieri notte, dormiva benissimo e dei tuoi piagnistei s’è accorta a malapena). Oppure chiederle scusa per averla strattonata con certe lagne. Perché può succedere, altrimenti, di restare per giorni a fissare una pagina vuota, e poi di alzarsi con gli occhi pesti. Tutti e due tuoi.

 

Dopo: “Ma la storia dei cazzotti nel sonno fra tuo padre e tua madre è successa per davvero?!”. Sì, se una storia non è vera, non la so inventare. “Tua madre è troppo forte!”. Lo dice anche mio padre, da quella notte. “Si strattona la mamma per strada perché la mamma è sempre la mamma!”. Anche questa frase qui è fatta, non si può rifare (però mi piacerebbe tanto rifarla).

Non l’amore, non i soldi, non la fede, non la fama, non la giustizia, e nemmeno la verità

Io, quando le cose vanno a puttane, mi viene voglia di un prosecco (perché mai si usa dire che le cose “vanno a puttane” quando vanno male, poi). Cioè, non che quando le cose vanno bene non mi venga voglia del prosecco, intendiamoci: se vanno a puttane, diciamo, mi viene voglia di più.
Per questo ordino un prosecco quando, al tavolo di un bar a San Lorenzo, Le Sanglier mi dice che entro un anno, «grosso modo» (anche “grosso modo”, non l’ho mai capito), dobbiamo trovarci un’altra casa, perché quella dove stiamo, che non è nostra, sarà messa in vendita.
Sono almeno dieci anni che faccio traslochi (e bevo prosecchi).
Comunque, evitando di considerare la pena dei traslochi, sulle prime mi sento sollevata: torniamo a Roma, penso, e già vedo il cartello tutto sgarrupato di Bagni di Tivoli farsi piccolo piccolo, finalmente lontano, alle mie spalle. Solo che, dice lui, a questo punto bisogna valutare le possibilità in gioco. Le Sanglier somministra le notizie a piccole dosi. Non soltanto lui: è una strategia comunicativa, questa, alla quale fa spesso ricorso il maschio in coppia e che procede secondo un metodo preciso fatto di stadi, dal vago al chiaro, dove il chiaro arriva solo quando – non “solo se” – la femmina ne impone la richiesta, «Vai al punto», generalmente accompagnata da un irrigidimento della mascella. Ma, finché questa richiesta non viene verbalizzata, il maschio avanza in punta di piedi, sonda il terreno dell’umore e della disponibilità di lei, nel tentativo di capire con sufficiente anticipo se l’interazione assumerà l’aspetto di una conversazione o di una lite: poiché il maschio in coppia desidera evitare la seconda possibilità, il suo livello di vigilanza sulla mascella di lei è altissimo, come in pochi altri casi (mi è appena venuto in mente un caso divertente, ma se lo scrivo non finisco più quello che stavo dicendo, e quindi). Il primo apparire della contrattura sulla faccia di lei in uno scambio comunicativo di questo tipo rappresenta, infatti, una grave minaccia alla quiete di quel giorno, forse anche dei giorni successivi (dipende dal grado della contrattura), e il maschio lo sa. Perciò fa tutto quanto è nelle sue possibilità per aggirare un simile rischio. Il fatto è che, quando un maschio e una femmina stanno in coppia, il rischio delle contratture della mascella non è aggirabile. Punto e basta. È come quando uno nasce: il rischio di morire, se mai è un rischio, non è più aggirabile.

Le Sanglier, che è un uomo un poco più intelligente di altri uomini, e per giunta pieno di premure nei riguardi della mia mascella già gravemente compromessa dal bruxismo, un funzionamento difettoso della mandibola che mi tormenta da parecchi anni (non saprei dire se c’entrano i fidanzati che ho avuto), va al punto e mi spiega meglio la faccenda un attimo prima che la mia dentatura vada in frantumi dentro il bicchiere di prosecco. Credo che, comunque, finirei di berlo lo stesso.
Perché, fidatevi, un prosecco alle volte ti può salvare la giornata. E, in effetti, la mia è salva, malgrado la faccenda della giornata non mi piaccia neanche un po’. Perché la faccenda è sempre la stessa: al mondo ci stanno quelli che hanno una casa, o due case, o tre case, o quattro, e quelli che invece non ce l’hanno. Dipende dal denaro. Non l’amore, non la fede, non la fama, non la giustizia: datemi il denaro! (o almeno un prosecco, perdio), perché è la sola cosa che cambia le faccende sulla terra (c’era pure quella storia della verità che mi piaceva tanto, ma adesso francamente non me la ricordo più, e comunque mi pare una cazzata: la verità, ma per piacere! Datemi un bonifico, bello grosso, e dopo ne riparliamo, della verità). E non venite a menarmela che non è vero. Se ce l’hai, il denaro, o se sai come farne in fretta, bene. Se no, cazzi tuoi. Punto e basta.
Però, il fatto che la mia giornata è salva, non credo sia merito solo del prosecco. Nemmeno di Le Sanglier, brav’uomo. È una questione di allenamento coi temporali. I temporali, sì. Guardi il cielo, vedi un fulmine. Da bambina stavo ad aspettare col fiato sospeso il tuono, che seguiva un secondo, due secondi dopo, e, anche se lo sapevo che sarebbe arrivato, il tuono mi faceva sobbalzare lo stesso, gelandomi di terrore. Io stavo in balìa del tuono. Col tempo, molto tempo, ho cominciato a spostare lo sguardo. Così, quando il tuono arriva (perché arriva), mi coglie indaffarata su un libro, un foglio, una lampada, un piatto di bucatini (un prosecco). Sobbalzo, ma di meno. Alle cose bisogna stargli un poco di lato. La frontalità perfetta scombina i punti di fuga; l’unico rischio realmente grave è di fare torto alla prospettiva, ignorare le grandezze. Questo sì, si può aggirare.

Così: fulmine, prosecco, tuono, fine del temporale. Dieci minuti dopo andiamo al cinema a vedere Treno di notte per Lisbona, a lui piace tantissimo, a me insomma direi di no, e i dialoghi?, bah i dialoghi un po’ cretini, sì però Jeremy Irons è sempre bravo, sì ma che storia scontata, a me invece la storia è piaciuta un sacco, domani sera andiamo a teatro che abbiamo ancora quattro ingressi gratis, gratis una sega quello era il mio regalo di compleanno per te se ti ricordi, sì mi ricordo infatti per me sono gratis grazie amore mio che me li hai regalati, prego amore mio, te ne cedo uno così andiamo insieme, grazie che mi regali un pezzo del regalo.
La giornata la porti a casa. Non è che, se t’impunti a non volerla portare a casa, i tuoni e i fulmini la pianteranno di riversarsi sulla terra. E allora tu goditelo, questo prosecco.

La seconda volta (pt. 1)

«Ndà se fa se sbaje!».
Così diceva sempre, e mentre lo diceva fissava negli occhi il suo interlocutore, scuoteva la testa e non era per dire no: quella sua testa pelata gli si avvitava sul collo come un trapano a scavare il muro, per assicurare dentro le spalle la sola verità sugli uomini, un fatto non discutibile, non rimediabile, come a dire ecco, signori miei, le cose stanno così e sarà il caso che vi mettiate l’anima in pace su questa faccenda: come si fa, si sbaglia. Qualunque cosa uno fa, la sbaglia e la sbaglia sempre, l’unica cosa che può fare quando la fa, è sbagliarla. Diceva questo nella sua lingua madre, così pure le barzellette, gli affanni e le bestemmie – il dialetto è buono per ridere, per piangere i morti, per bestemmiare i santi, e per dire la verità.
La faccia, quando diceva dell’errore inevitabile, era seria, altre volte invece sorrideva appena, e queste volte era una faccia più bella da guardare, ambasciatrice di sentenze più lievi da sopportare, per noi che le ascoltavamo.
Però, quando sorrideva, faceva il possibile per evitare di mostrare i denti, diceva che ce li aveva brutti, tutti storti, buttati lì a casaccio, e quando gli veniva da ridere molto si copriva la bocca con la mano, come per nascondere un colpo di tosse o un gorgoglìo che gli veniva dallo stomaco. In effetti, si intravedevano dei denti lunghi lunghi che dentro la bocca se ne stavano larghi alla rinfusa, tra l’uno e l’altro c’era abbastanza spazio da potersi mettere comodi perciò ciascuno se ne andava dove gli pareva. Sembravano i denti di un rastrello arrugginito.
Noi li amavamo. Noi eravamo mia madre ed io. Io gli volevo bene, ai denti di mio padre. Da giovane ce li aveva come i rebbi di quelle forchette che mio zio si divertiva a curvare quando veniva a mangiare da noi, per farci uno scherzo. Mia madre, sparecchiando la tavola, si ritrovava le forchette sbilenche fra le mani e a volte si metteva a ridere, altre volte, invece, si arrabbiava perché avevamo finito tutte le posate buone (un giorno mio zio, per variare il gioco ma anche perché erano finite tutte le forchette da storcere, tolse il quadrante a un orologio che lei teneva sul comò all’ingresso e al suo posto ci lasciò un biglietto con sopra scritto: “So’ andato dall’orefice. Me so’ rotto”).
I denti di mio padre biancheggiavano dietro la sua mano come mandorle sbucciate male, quando diceva «Ndà se fa se sbaje!» e scuoteva la testa, e non era per dire no. Qualche volta accadeva che alla frase avesse voglia di aggiungere un corollario, una sorta di appendice, ed era: «Li cuse se tenesse da fa’ sempre ddo vodd». Lo diceva soprattutto dopo un acquisto sbagliato – la macchina, il frigorifero nuovo, o quando raccontava a tutti i parenti di come avevano rifatto da capo la casa, che i muratori quel giorno là lo avevano consigliato male e vuoi l’inesperienza della prima volta, vuoi che lui di mestiere mica fa il muratore, vuoi che mica si nasce imparati?, insomma era stato tutto molto difficile e uno come fa sbaglia, alla fine però ce l’abbiamo fatta, sì sì, ma le cose si dovrebbero fare sempre due volte, almeno.
Io mi confondevo. Se l’errore era un fenomeno ineluttabile, il suggerimento che ne seguiva – le cose si dovrebbero fare sempre due volte – lasciava al contempo liberi di considerare l’ipotesi che, alla seconda volta, uno ci azzeccasse a fare le cose e che quindi non era sempre vero che come si fa si sbaglia, ma era vero che uno sbaglia la prima volta, perché è la prima volta, e mica si nasce imparati, ma dopo può fare un secondo tentativo e quello può andare anche a buon fine (la casa non si poteva rifare un’altra volta, della macchina mia madre aveva detto a mio padre «Svè, non mi scocciare, mo ci teniamo questa finché non ci lascia a piedi», ma il secondo frigorifero, quello era stato un buon acquisto). Allora, mi dicevo, se le cose stanno così, la seconda volta serve a cercare di rimediare alla prima.
Non feci in tempo a chiedere una conferma al mio ragionare. La nascita di mio fratello, sette anni dopo di me, mi precipitò in una confusione nuova di primogenita. Era gennaio e, in piedi davanti a quella seconda volta infagottata in una coperta di lana, mi inabissai in un orrore muto.

Di lato

Stavamo guardando un film in televisione, uno scelto a caso. È riposante guardare un film scelto a caso, la sera (sospendere la volontà, il pensiero, le convinzioni, le preferenze, le speranze. Stare inebetiti, scordarsi).
In una scena c’era un regista, parlava di un film che avrebbe voluto fare una volta, diceva che era stato il sogno della sua vita, che per tanto tempo non aveva pensato ad altro in ogni momento del giorno, che adesso, invece, s’era ridotto a girare qualunque cosa, anche quella fiction televisiva in venti puntate ambientata in un ospedale – lo diceva con una quieta rassegnazione nella voce. Però, affermava il regista, quel film mai realizzato era stato proprio un desiderio grande.

Allora lui, in quel momento, mentre l’attore in televisione raccontava di questo desiderio, ha cambiato posizione sul divano, si è aggiustato sui cuscini. Io, che gli stavo seduta vicino, l’ho guardato. Stava fissando il pavimento. Poi si è girato verso di me e mi ha detto: “Sai, mi sono accorto che io non ce l’ho più un desiderio di quel tipo, come quello lì… cioè, un progetto di lavoro che voglio realizzare, una cosa che sto lì e ci penso tutti i giorni e ci rimango sveglio la notte, che anche se non viene bene o anche se non ce la faccio a raggiungerla, comunque la inseguo, ci corro dietro. Un desiderio, insomma. È un po’ che non mi capita”. Si è aggiustato un’altra volta sui cuscini, come se non riuscisse a trovare un posto comodo. Io ho osservato il pavimento, nel punto dove lo stava osservando lui. Ho detto: “Nemmeno io ce l’ho più”. Siamo rimasti per qualche minuto a fissare il pavimento tutti e due.
Avevamo fatto la stessa considerazione, per questo abbiamo ricominciato a guardare in silenzio il film: perché non ci potevamo aiutare.

Dopo ci siamo guardati un altro film, scelto ancora con quel torpore che alle volte fa bene, un poco intontiti, un poco assenti, come quando uno dice che fa una cosa “tanto per” (a volte mi viene la voglia, o una tentazione, di trovare un verbo nuovo a reggere quella preposizione a metà tra il fine e la causa, un verbo che non sia “farla”). Raccontava, questo film, di un uomo in giacca e cravatta, un assicuratore mi pare, a cui una banda di teppisti ammazza tutta la famiglia, uno dopo l’altro, e lui diventa come quelli che gli hanno ammazzato la famiglia, cioè comincia ad ammazzare pure lui tutta la banda, uno dopo l’altro, per vendetta. Il film si riassume così: prima l’uomo perde la famiglia, poi il sorriso, poi il senno, poi la giacca e la cravatta, poi il lavoro e la casa, poi la libertà, infine la dignità. O forse la dignità la perde prima, dopo aver perso la famiglia, oppure se la perde tra il senno e la giacca, o forse la dignità stava proprio in principio, non lo so, non l’ho capito bene. Qualunque sia l’ordine delle perdite, comunque, il capo della banda che gli ha fatto perdere tutto se lo conserva da ammazzare per ultimo. Dopo una lunga lotta, si ritrovano fianco a fianco seduti su una panca, tutti e due ricoperti di sangue e con l’ultimo fiato a disposizione. L’uomo che ha perso tutto gli chiede: “Sei pronto?”. Il capo della banda gli dice: “Guàrdati. Adesso sembri uno di noi”.
A me è venuta in mente la storia di Giobbe raccontata da Joseph Roth nel romanzo (“Romanzo di un uomo semplice” è il resto del titolo). Mi è venuta in mente come mi vengono in mente le cose quando sto davanti a un fatto e dovrei, suppongo, pensarne cose pertinenti, più appropriate al fatto, rimanendogli di fronte, e invece le penso in un altro modo: di lato.

Di lato, mentre continuavo a guardare il film sull’uomo che aveva perso tutto, pensavo pure che quella cosa che avevamo detto prima sull’assenza di desideri, a trentun’anni a testa, era immorale. Allora, alla fine del film (l’uomo che aveva perso tutto viene arrestato mentre sta guardando un vecchio filmino della sua famiglia, quando stavano tutti insieme allegri), gliel’ho detto, a lui che si era appena aggiustato sui cuscini un’altra volta. Proprio così gli ho detto: “È immorale”, senza spiegargli che mi riferivo a quello che avevamo detto due ore prima, mentre guardavamo quell’altro film del regista che aveva avuto un desiderio grande. Lui ha annuito e poi siamo andati a dormire.

Mangia

“L’hai vista?”.
Me lo chiede senza riuscire più a contenere un’emozione di cui non m’ero accorta fino a quel momento, quando mi ha chiesto “L’hai vista?”.
“Che?”, dico io, versandomi un altro bicchiere di vino.
“Ma come che? Sempre sulla luna vivi tu? La macchina! Sta parcheggiata sotto”. Adesso la voce è un po’ delusa e un po’ stizzita, come tutte le volte che lui mi vuole mostrare qualcosa e io non manifesto l’entusiasmo sperato: succede da che siamo al mondo insieme. “Io ho visto una Audi A3 parcheggiata sotto”, sono sincera, è quello che ho visto, ma non riesco ancora a capire che cosa avrei dovuto guardare. “Eh, quella”, dice lui, e mi guarda aspettando una reazione, forse una domanda carica di attesa, per esempio “E quindi?”. Invece dico “Quella sta sempre parcheggiata sotto, e sempre a cazzo di cane”, e mi infilo mezza seppia in bocca. Lui non si perde d’animo, è un poco scontento che la conversazione non stia andando come voleva, glielo vedo negli occhi, però l’eccitazione è più grande, non lo abbandona, ed è con visibile sforzo che cerca di arginarla quando finalmente afferma con tono solenne: “Sì, ma adesso è nostra. Mia e di tua madre. Ma pure vostra, quando tornate qua, che magari la volete usare”. Si riferisce a me e a mio fratello, suppongo.
“Ti sei comprato la macchina dell’avvocato?”.
“Non ho comprato la macchina dell’avvocato. Ho comprato la macchina di mio cugino”.

A questo punto mia madre mi chiede se voglio un altro po’ di carciofi e me li mette nel piatto senza aspettare la risposta (“Mangia”, diceva quando avevo sedici anni e una divergenza di opinioni con mio padre. “Mangia”, dice oggi quando torno al paese a trovarli per Pasqua e vedo una Audi A3 parcheggiata in cortile).
“Un affare, un vero affare”, continua lui. Mi racconta la storia, che suo cugino voleva vendere questa macchina, che la teneva sempre buttata in garage (un po’ nel suo, un po’ nel nostro che è anche suo, perché lo studio legale sta al piano sotto al nostro), che la Porsche pure quella la usava poco, che adesso, da quando Elena si è sposata ed è andata via di casa, non è che gli servano tutte queste macchine, e insomma preferisco darla a uno di famiglia, mi sento più contento, Svè. Svevo, mio padre, gli ha detto va bene, Abbrà, ma tu lo sai come stiamo messi, e lui gli ha risposto Svè, con te non ci stanno problemi, me la puoi pagare pure un poco alla volta, a me che me ne frega?, e Svevo gliel’ha pagata tutta e subito, perché il prezzo era proprio un prezzo da cugino, uno di famiglia, e noi mica siamo così morti di fame.
Alla fine, mi chiede: “Che ne pensi?”.

Io, quando uno mi chiede ne penso, mi viene voglia di accendermi una sigaretta. Quando ero più giovane fumavo una decina di sigarette al giorno, poi, da un certo momento in avanti, la gente ha iniziato a chiedermi sempre più spesso che ne pensavo, io ho cominciato a fumare di più e oggi fumo un pacchetto al giorno, a volte nemmeno mi basta.
Una persona chiede “Che ne pensi?”, però non vuole sapere davvero che ne pensi, vuole sapere se lei ha avuto una bella pensata, e tu le devi dire di sì, non trascurando di calcare la gioia, oppure devi capire se vuole che tu le dica di no e allora le devi dire di no, però con delicatezza, perché lei in realtà voleva un sì ma capisce che dev’essere no, però dillo con garbo, dillo bene, se puoi mettici un po’ di rammarico. Io non ci ho mai capito un cazzo, e a furia di sbagliare la risposta anno dopo anno, ho perso amici al bar e un sacco di soldi in tabaccheria. Di solito non me la cavo bene con questa storia di dire quello che ne penso, perché dico quello che ne penso.
“Penso che noi non siamo gente da Audi”, dico dopo essermi accesa una sigaretta (“Ma non le vuoi altre due seppioline?”, mi chiede mia madre, e non aspetta la risposta, e io fumo, e mangio seppie e carciofi).
Penso anche che sono passati tanti anni, decenni, da quando mia madre a tavola mi diceva “Mangia”, e però le cose sono ancora le stesse, e quasi mi sento sollevata: c’è almeno un posto, in tutto il mondo, dove certe sicurezze restano incrollabili. Solo questo non dico di quello che penso, ma soltanto perché quello che ho appena detto è sufficiente a cambiare agilmente il turno di parola.
Andiamo avanti per un po’, e infine mio padre mi dice: “Comunisti di merda. Questi sono i tipici discorsi da comunista di merda”. Poi si alza e va a fare il caffè. Torna a tavola, ha fatto il caffè anche per me, mi dice: “Comunque, la macchina sta giù sotto. Se la vuoi usare quelle poche volte che torni qua, usala. Sennò fai come cazzo ti pare”. “Ho comprato un uovo di cioccolata da un chilo, stava in offerta!”, esclama mia madre, “Diceva che dentro ci sta una collanina d’argento. Ma sarà d’argento per davvero?”.
Io guardo mio padre, lo amo moltissimo. Gli vorrei regalare tutte le Audi del mondo, e pure lui le regalerebbe a me, se io le volessi.
Mangiamo tutti insieme il cioccolato, ci giriamo tra le mani la collanina, per capire se è d’argento per davvero, poi decidiamo che no, è ‘na fregatura sicuro, però si può mettere lo stesso.

Caro Gigi, pt. 4 (Ciao Gigi, ciao)

I carried the book a hundred yards into the desolation, towards the southeast. With all my might I threw it far out in the direction she had gone. Then I got into the car, started the engine, and drove back to Los Angeles.”
John Fante, Ask the dust *

 

Carissimo Gigi,

di due cose resta ormai da dire: dei libri e dei baci.
Quelli in via Cimino, quegli altri al Forte Spagnolo.
Quattro giorni sono passati da quando ci sono tornata, quattro lettere ti ho scritto, una al giorno, nella fretta di annotare le cose prima che se ne andassero. I libri e i baci volevo lasciarli per ultimi, per ultimi li ho lasciati pure nel mio itinerario a piedi per la città: mi sono scoperta ad andare a ritroso, dalla fine all’inizio dei luoghi.

Quando sono arrivata in piazza del Duomo, non sono riuscita ad entrare subito in via Cimino: come via San Martino e molte altre vie nelle zone rosse, era chiusa da una transenna di metallo. Ero delusa. In quel momento ho visto uscire da lì due turisti giapponesi e furtivi – ma forse non erano solo turisti, portavano un abito scuro con un curioso colletto bianco, – ritiravano le pance per poter sgattaiolare nello spazio fra la transenna e il muro di un edificio. Io la pancia non ce l’ho, lo sai, ci potevo passare senza sforzo, ma la via subito dopo era accessibile, allora mi sono detta “Questi due col colletto bianco sono proprio scemi” e mi sono infilata nel groviglio di vicoli e muri rotti (Gigi, io non ho capito una cosa: se una zona rossa è inaccessibile da una via e accessibile da un’altra, che zona rossa è?).
In via Cimino mi è accaduto un fatto che mi è dispiaciuto: non riuscivo a trovare la libreria di Nicoletta e Beatrice. Tutte le porte dei palazzi erano sbarrate da assi di legno, identiche le une alle altre, che le coprivano quasi interamente, insegne comprese. Perciò tutte le porte mi sembravano uguali, sentivo la mia confusione e alla confusione seguiva un sentimento di colpa: non riconoscevo più la porta. Ci ho messo un po’ per capire qual era, poi mi sono accorta di un’insegna che dietro un’asse di legno rosseggiava ancora, e sopra il rosso era un sembrare di piume di struzzo.
Gigi, quanti pomeriggi abbiamo passato nella libreria? Ci sedevamo sui pacchi di libri appena arrivati, e parlavamo con Nicoletta e Beatrice fino a sera. Di cosa, però, non mi ricordo più. I libri pure fanno così, entrano ed escono come quello che mangi, addosso ti restano un sapore e un giorno in più da vivere. Io le storie dei libri che ho letto non me le ricordo proprio bene bene, uno mi chiede “Ma l’hai letto o no?”, io dico “Sì, l’ho letto, ma adesso ce l’ho dentro, non lo posso vedere da fuori”. Allora che conservo a fare tutti i libri che compro, non lo so. Non lo so, ma non so liberarmene.
Comunque, la libreria di Nicoletta e Beatrice è come quasi tutti gli altri posti del centro storico della città: non c’è più. Però è come i libri: ne resta un odore buono nelle narici.

Infine i baci.
Gigi, il Forte Spagnolo è quasi completamente intatto, solido da lasciare increduli, almeno da una certa prospettiva esterna. Si vede che nel XVI secolo gli spagnoli con le pietre ci sapevano fare. Il portale invece no, quello si è afflosciato un poco. In ogni caso, il castello è stato dichiarato inagibile, pare che all’interno sia gravemente danneggiato. Ma questo, arrivando dalla piazza della Fontana Luminosa, a nessuno verrebbe di sospettarlo, non subito, non da quella parte: il Forte sta lì fiero, grosso come un mammut che nasconda una ferita mortale nella pancia. Fuori sembra come allora, e c’è la gente che ci va a correre tutto intorno come un tempo. Un tempo anche tu ci andavi a correre.
L’altro giorno, mentre me ne stavo lì a guardare, c’erano due giovani che si baciavano, avranno avuto vent’anni. Due quando si baciano a vent’anni si abbracciano in un modo che dopo mai più. Intenerisce vederli, pensi che sono un po’ goffi e molto sinceri, e pare che le braccia di lui, se potessero, farebbero due, tre, quattro volte il giro intorno alle spalle di lei, per dire “Io a te mi ti rubo e mi ti porto via”.
I baci che ci siamo dati lungo queste mura, da un bastione all’altro, chi li può contare?
Comunque, Gigi caro, l’ultima cosa che ho ricordato lasciando il Forte Spagnolo è stata quella che fu la prima, e fu un bacio di ventenne un po’ goffo e molto sincero, e io pensai che la tua lingua era ruvida e questo non mi sembrò un bel pensiero per cominciare, ma poi vennero baci più levigati e una pazienza lunga sei anni.

C’è una foto di te al Forte Spagnolo, scattata dal lato dove il mammut con la pancia ferita sembra più vigoroso. Tieni i riccioli neri che ti coprono gli occhi, un impermeabile blu scuro più grande di te e una borsa a tracolla. Fai lo sguardo da mammut vigoroso che nasconde la pancia ferita, e questa immagine fu la prima ed è l’ultima.

E questo è tutto.
Ti saluto da dove sto adesso, che è molto lontano da dove stai adesso.
Ciao Gigi, ciao.

Lisa

*[John Fante, Ask the dust, Canongate 2002, p. 198]

Caro Gigi (pt. 3)

Le cose con lei sotterrate
poesie non finite
speriamo che in aprile diventino
delle margherite.”
Vivian Lamarque, Post Scriptum *

Buon Gigi,

non so se ti ricordi di una foto che mi hai scattato un giorno di tanto tempo fa, mentre stavo uscendo di casa, in via San Martino. C’era uno scalino da fare, per entrare e quindi pure per uscire, non tutti se lo ricordavano. Io spesso non me lo ricordavo. C’è questa foto, dicevo, un poco sfocata perché io ero in movimento, e il movimento era in caduta: stavo ancora sul gradino quando il portone si è richiuso dietro di me toccandomi, una specie di pacca sulle spalle un po’ troppo energica che mi ha spinto in avanti, allora ho perso l’equilibrio e tu, che stavi in strada lì davanti a me, hai scattato la foto proprio in quell’istante. Il ritratto lo chiamammo “Portone con Lisa che casca”: ci sto io che casco come una pera matura davanti al portone di casa, la nostra piccola casa in via San Martino, una mansarda con le travi di legno a vista e il soffitto in discesa dove abbiamo sbattuto la testa tante volte.
Il portone oggi c’è ancora, Gigi, ma è un po’ malandato. Io, dopo aver trovato un varco per entrare nella via, stavo lì davanti a guardarlo e pensavo “Lisa con portone che casca”.
Ho alzato lo sguardo verso il tetto, dove abitavamo noi. A parte i mattoni rotti e le assi di metallo e di legno che coprivano quasi tutto l’edificio, finestre comprese, non si vedeva più niente.

Qua ci abbiamo abitato per un anno, l’ultimo dell’università. “Che botta di culo” dicevamo, perché la casa stava a duecento metri dalla Facoltà, ma era una botta di culo più per me, che al mattino mi potevo svegliare venti minuti prima di andare a lezione (tu stavi sveglio dall’alba, avevi già fatto un quarto di giornata. Pensa: adesso mi sveglio all’alba pure io, l’avresti mai detto allora, quando all’alba mi ci svegliavo solo la mattina di un esame, per l’agitazione?).
E che c’era, che c’era in casa? Un minuscolo armadio di legno. Una piccola libreria. La locandina di quel film che ci piaceva, “Berlinguer ti voglio bene”, attaccata con le puntine a una parete, l’unica poco più alta di noi. Un orologio rosso fatto a mano da mia madre. Il tuo vocabolario Rocci, greco-italiano. Le tue edizioni critiche dei lirici greci, non so più quali. Le mie storie della lingua italiana. Un piccolissimo Doraemon di plastica colorata: ce lo mettevamo sul tavolo davanti ai libri aperti come una statua divina, dicevi che ti aiutava a studiare meglio, che Doraemon era stato uno dei tuoi cartoni animati preferiti. Un giorno me lo lasciasti in custodia e da allora è rimasto con me: ce l’ho ancora. Me lo sono messa davanti ai libri aperti anche dopo l’università, durante la scuola di specializzazione; quando studiavo insieme a qualche collega, lo cacciavo dalla tasca e lo mettevo sul tavolo senza dire niente, qualcuno di loro mi chiedeva il senso, io dicevo “Una vecchia abitudine di quand’ero all’università” e finiva lì. C’era pure un’altra abitudine di quand’ero all’università, una specie di rito scaramantico tutto mio che poi era diventato anche tuo: la sera prima di un esame io dovevo mangiare patate al forno. Te lo ricordi? Per anni ed esami ho mangiato regolarmente patate al forno, e le ho fatte mangiare pure a te. Se in una sessione avevamo da fare due esami ciascuno, in quattro giorni consecutivi, per quattro sere noi mangiavamo patate, ed era importante che fossero al forno, non fritte o lesse. Quando mio padre mi telefonava alla sera mi chiedeva “Che hai mangiato a cena?” e io “Patate al forno” e lui “Allora domani tieni un esame. O lo tiene Gigi?”. Pure la sera prima dell’esame finale della scuola di specializzazione ho mangiato patate al forno, anche se ormai quel rito non aveva più tanto senso.
Adesso non le mangio tanto spesso. Però è solo perché non ho più esami da fare, penso. Doraemon, invece, qualche volta lo tiro fuori lo stesso.

Tra la pena che provavo a guardare e la preoccupazione di essere entrata in una zona rossa passando sopra a una transenna trovata sfondata, sono andata via dopo pochi minuti: Gigi, che ci stavo a fare lì, davanti a quel portone?
Ma sono felice, in qualche modo, di aver trovato il coraggio di tornarci. Mi è sembrato, soltanto in quel momento e mai prima, di essere guarita da una malattia alla quale non avevo saputo dare un nome (“depressione” la chiamò la dottoressa che mi seguì per un anno, a quei tempi. Io non ero d’accordo, però, d’altra parte, una proposta mia non ce l’avevo, perciò di che mi potevo lamentare?). Però non ne sono sicura.

Mio fratello stava qua, in questa città, la notte in cui è crollata.
Aveva cominciato l’università da pochi mesi, ingegneria informatica. La Facoltà di Ingegneria non sta nel centro storico come quella di Lettere, e lui pure stava fuori, abitava in un palazzo al Torrione. Il Torrione non è crollato. Meno male, meno male, meno male che stavi al Torrione, gli dice mia madre da quattro anni torcendosi le mani. Certo però lui quella notte, che era una notte in cui aveva ventun’anni, morì di paura. Se ne scappò in mezzo alla strada, ci restò in pigiama e ciabatte fino al mattino. Telefonò ai miei in piena notte, mia madre accese la tv e si dovette sedere, mio padre voleva partire, ma non si poteva andare, non si capiva bene se si poteva entrare, fino a dove. Mio fratello arrivò a casa al mattino, su un autobus e con gli occhi pesti. Di quella notte non volle parlare molto (disse solo: “La porta si spostava, non ce la facevo ad aprirla per uscire”), però per tutte le notti dei tre mesi seguenti dormì poco e male, rimaneva vestito e saltava giù dal letto ogni volta che passavano i treni sulla ferrovia dietro casa dei miei. Io lo so perché qualche volta, quando tornavo al paesello, dormivo in camera con lui, per fargli compagnia. Là ci tornò solo una volta per prendere tutte le sue cose, poi si trasferì ad Ancona e ricominciò l’università da capo (in seguito ci fu qualche scossa pure ad Ancona e, anche se non successe nulla di altrettanto grave, lui disse: “Mi perseguita”. Però si forzò a restare e adesso l’università la sta per finire. Ne siamo tutti contenti).
Comunque lui là, fino a quella notte, non aveva avuto tempo di mettere insieme tanti affetti, tante memorie, ci aveva vissuto solo per sette mesi: io e te sei anni.
Sono tanti, sei anni. Sono tantissimi, quando sei giovane. Non è vero, Gigi?

Mi resta da raccontarti del Forte Spagnolo dove andavamo a pomiciare quando ci siamo conosciuti a vent’anni, e della libreria di Nicoletta e Beatrice in via Cimino. Ma te ne scrivo un’altra volta, a furia di ricordare mi è venuto il mal di testa. Si dovrebbe cercare di vivere ricordando il meno possibile, e mai troppo a lungo.

Buon tutto, sempre.
Lisa

 

* [Vivian Lamarque, Poesie dedicate. Post Scriptum, in Poesie 1972-2002, Mondadori 2002, p. 243]