Scrivere è un cazzotto in bocca

Uno comincia a scrivere – scrivere per essere letto: scrivere storie, scrivere racconti, romanzi, poesie, sceneggiature, recensioni, saggi, biografie, articoli, post su un blog, insomma scrivere altre cose oltre alla lista della spesa, che, almeno nelle intenzioni più comuni, uno scrive per sé o al massimo per qualcuno che va a fargliela – soprattutto a causa del fatto che dorme male la notte. Uno comincia a scrivere, insomma, perché non s’è risolto con la giornata (o con le giornate: allora scrive un’autobiografia). Poi perché, magari, ha letto qualche libro che gli è pure piaciuto e, a un certo punto, gli è capitato di dirsi: anch’io!, come quando un bambino, per strada, ne avvista un altro con un giocattolo che lui non ha e comincia a strattonare la mamma (o il papà, dipende da chi lo porta a spasso: non si capisce perché, in certe frasi fatte, la mamma continui a detenere questo primato mondiale delle maniche slabbrate. Forse perché certe frasi sono fatte, e non si possono rifare). Infine pure perché, anche se non lo ammetterebbe mai, ha un’elevata considerazione di sé, cioè delle sue belle pensate, con le quali, è chiaro, si identifica.

Allora succede che comincia a strattonare la sua intelligenza. Le dice: adesso io voglio fare questa cosa qui, scrivere, e tu mi devi aiutare, capito? Quella ha la reazione di chi viene bruscamente svegliato da un sonno paciosissimo, si rizza coi capelli arruffati e gli occhi stralunati, si guarda intorno come alla ricerca dello stronzo che le ha appena rifilato un manrovescio.
Mi viene in mente un racconto di mia madre, che un manrovescio se lo prese per davvero, mentre dormiva. Lo stronzo in questione era mio padre che, immerso nel sonno anche lui, sognava di fare a botte con uno. Solo che, mi raccontò mia madre ridendo (si ride sempre, dopo), sbracciando di qua e di là sopra le coperte, il cazzotto gli finì di là, cioè dove stava dormendo lei. Le fece parecchio male. Si rizzò sul letto e, preso qualche secondo per capire come erano andate le cose, non ci pensò un attimo: si avvicinò a mio padre, che continuava a smaniare e borbottare a occhi chiusi, e gli assestò una mappina in faccia che manco a me e mio fratello quando eravamo piccoli. Mio padre saltò come una molla. Accese la luce e si guardarono: era sconvolto. «Per la madonna, Marì! Ma che ti sei scemita?», le chiese con la mano premuta sulla faccia. «No, lu sceme si tu!», gli disse lei, premendosi la faccia a sua volta, e gli spiegò, e mio padre allora le chiese scusa, e mia madre pure, e si riaddormentarono tranquilli, con un occhio pesto ciascuno.

Non so bene che c’entra, questa storia.
Comunque, ecco. Bisognerebbe desistere, dal fare a pugni con la propria intelligenza. Lasciarla dormire in pace, se dorme in pace (le intelligenze medie dormono sempre in pace: sei tu che dormi male la notte, per darti un tono ombroso il giorno dopo, che fa tanto scrittore ispirato. Ma guarda che la tua intelligenza, ieri notte, dormiva benissimo e dei tuoi piagnistei s’è accorta a malapena). Oppure chiederle scusa per averla strattonata con certe lagne. Perché può succedere, altrimenti, di restare per giorni a fissare una pagina vuota, e poi di alzarsi con gli occhi pesti. Tutti e due tuoi.

 

Dopo: “Ma la storia dei cazzotti nel sonno fra tuo padre e tua madre è successa per davvero?!”. Sì, se una storia non è vera, non la so inventare. “Tua madre è troppo forte!”. Lo dice anche mio padre, da quella notte. “Si strattona la mamma per strada perché la mamma è sempre la mamma!”. Anche questa frase qui è fatta, non si può rifare (però mi piacerebbe tanto rifarla).

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