La bella principianza

Scavalcami.
Ti suggeriva, ti invitava, ti chiedeva? Sulla pista da ballo la sua gamba destra, inattesa, sbarrava il passo ancora incerto del tuo piede sinistro, mentre dentro a un bisbiglio lui ti diceva: scavalcami. Lo scavalcasti e, mentre lo facevi, il corpo memorizzava un’informazione nuova che non avresti più dovuto chiedere in seguito. Presto avresti imparato che, in quella sera da principiante, avevi messo in musica la tua prima parada. Ti pareva di avvertire una specie di nostalgia preventiva, la rivelazione del momento in cui non saresti stata più una principiante. Bella, la principianza. Il diritto indiscusso all’errore, lo spazio franco dell’azione sgravata dalla responsabilità dell’esperienza, il privilegio della giovinezza impreparata: la principianza legittimava nuovi debutti di vita.
Questo fu per te il tango argentino.

Molto tempo prima – quanti anni sono? – al tuo imene fu bisbigliato: cristo santo, sei stretto come una griglia! (ti venne in mente una rete di filo spinato, o forse la graticola del barbecue). Le maglie serrate della griglia vennero allentate con ostinazione maldestra di ragazzo. Sul cotone bianco della tua adolescenza, piccole chiazze come di arancia rossa. Non fece né male né bene, pensasti: tutto qui? Così le mani, così la bocca: tutto qui? I mesi successivi li passasti a chiederti se fosse possibile essere ricucita, tornare alla principianza per ricreare l’esordio, riformarlo. No, non si poteva. Si poteva solo avanzare. […]

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Agenzia Letteraria Vicolo Cannery, 13/06/2014

(come sempre, grazie a Tommaso Giagni, che scioglie i miei dubbi e me ne annoda altri)

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Fare le prove

Distribuisco a caso sul tavolo quello che capita: un posacenere colmo, accendini, un mazzo di chiavi, un cellulare, tre telecomandi, una manciata di penne e matite sparse, un paio di libri, due bicchieri e una tazzina vuoti. Stringo il pugno destro e inizio a calarlo sul tavolo, una, due, tre, quattro volte, variando la forza del colpo e la posizione della mano. Provo anche con la sinistra, ma non viene bene perché non sono mancina. Prendo appunti a ogni verifica, e ricomincio. La posizione, soprattutto, è importante: lavorare di nocche non è la stessa cosa che usare il lato esterno del pugno, tra polso e mignolo. Colpo ossuto e colpo carnoso producono suoni differenti, sonoro il primo, sordo il secondo, come una “b” (battere, botta, bastonare) e una “p” (picchiare, pugno, pestare).

– Oh, ma che ti sei ammattita? – mi chiede.
– No. Sì. Non lo so. Può essere. Sto facendo le prove.
– Prove di che?
– Prove di pugno sul tavolo. Ho bisogno di studiare il suono e il movimento degli oggetti che ci stanno sopra.
– Perché?
– Per scriverlo.
– E mi devi rovinare il tavolo per scriverlo?
– Sì.
– Sarebbe questo, scrivere? Io pensavo che uno si siede e si inventa una storia, non che si mette a spaccare le cose.
– Non le spacco, le uso. Mi lasci lavorare, per favore?
– Lavorare? Qualcuno ti paga per prendermi a cazzotti il tavolo buono della sala?

Adesso il pugno è sincero, decisivo, irrimediabile. M’è partito di lato, colpo carnoso. Mi faccio anche un po’ male. Perché la frase, la sua frase, ha colpito il centro esatto di un dolore muto, l’introvabile punto G della disperazione.
Prendere nota subito: per scrivere di un pugno vero, affondarsi le mani nella pancia, strapparsi dalle viscere una furia vera, scagliarla sul tavolo. Cercare rogne, sì, adesso ho proprio voglia di litigare, prendere a schiaffi qualcuno, perdio quanto sono incazzata.
Gli oggetti, poi: posacenere e accendini rimbalzano (“sobbalzano”); tre mozziconi di sigaretta saltano (“volano”) per aria, in un pulviscolo di cenere; bicchieri e tazzine cosa fanno? (“tintinnano” no, per carità, via subito; “trillano”, forse;  “tremano”, “vibrano”, “scampanellano”, “si crepano”); chiavi, cellulare, telecomandi, penne, matite, libri: è tutta una zuffa confusa di armi e moventi, questo è il giorno in cui i due personaggi provano ad ammazzarsi.

– No, non mi paga nessuno. Però tu mi hai appena aiutato a scrivere una pagina.
– Mi fa piacere. Mò rimetti a posto, e le altre prove te le vai a fare da un’altra parte.

C’è questo fatto un poco scomodo, nei rapporti tra chi prova a scrivere e chi no: chi no non comprende le attività di chi prova a scrivere, chi prova a scrivere non ha pietà di chi no. Però chi no offre quotidianamente materiali preziosi da saccheggiare, sbranare, spolpare, spremere, stuprare, dissanguare. Molta vita e poca scuola. Esercizio, ci vuole.
E tu sei vampiro della vita tua e di quella degli altri (i più finiscono col detestarti, ma questo non è un serio problema). Mi confermo una vecchia ipotesi che mi è ancora cara: scrivere è un cazzotto in bocca. Oggi sul tavolo.
Poi non lo so se funziona davvero così. Ma intanto una pagina è quasi fatta (duemila battute). Domani provo quella dello schiaffo.

Io voglio mangiare

Facci caso. Tua madre, quando guarda un film, vuole una storia, una storia comprensibile e verosimile, con un ritmo né troppo lento né troppo veloce. Guai se il finale non si capisce. La storia deve avere un capo e una coda, qua le cose devono essere chiare, ché già la vita è oscura. Lei, poi, preferisce le storie che finiscono bene, per lo stesso principio inevitabile dell’oscurità delle nostre esistenze.
L’altro giorno, dopo essere stata al cinema a vedere l’ultimo film di Ozpetek, le hai consigliato di andare a vederlo, che forse quello le poteva piacere.
– La storia si capisce bene.
– Eh, sarà uno di quei film noiosi che piacciono a te.
– No, non è uno di quei film noiosi che piacciono a me, giuro.
– Di che parla?
– Parla dell’amore tra una ragazza e un ragazzo.
– Finisce bene o finisce male?
– Ma che te ne importa come finisce?
– Mi importa eccome. Avanti: finisce bene o male?
– Mah… non saprei dirtelo, c’è del bene, c’è del male.
– Sempre le risposte tue. Muore qualcuno sì o no?
– Sì, muore qualcuno. Ma mica succede solo questo, la gente muore sempre.
– Ma fa più piangere o più ridere?
– Suppongo più piangere, comunque ognuno al cinema piange per le ragioni sue.
– E io perché dovrei andare a piangere al cinema quando posso piangere per le ragioni mie qua a casa, gratis?
Donna sempre coerente, è stata disposta a pagare un biglietto solo per andare a vedere l’ultimo di Verdone, perché con lui si ride sicuro e, anche se qui e là c’è un po’ di amaro, alla fine si aggiusta tutto. Gli altri film se li guarda sempre a casa, su Sky, così può cambiare subito canale se si corre il rischio di piangere o, peggio ancora, di annoiarsi.
Hai tentato un approccio a La grande bellezza, quando lo hanno dato in televisione. Questo te lo devi proprio vedere, le hai detto. Lei si fida sempre di te anche se sa che ti piacciono spesso i film noiosi, è straordinaria la cieca mansuetudine con cui ti si affida, oggi che non è più giovane e le vostre stature si sono invertite. Nemmeno mezz’ora dopo l’inizio del film ha urlato:
– Ma che mi rappresenta ‘sta storia qua?
Si è alzata dal divano e se n’è andata a letto con la Settimana Enigmistica sotto il braccio.
Le parole crociate senza schema sono quelle che le piacciono di più, ne risolve a decine con gli occhiali sul naso, né si fa spaventare dagli incroci obbligati sillabici, Ghilardi e Bartezzaghi la fanno dannare ma non prende sonno finché non ne viene a capo, per i rebus ci vogliono pochi minuti, le cornici concentriche giusto quando è stanca, il critto-incastro quando va in bagno, le parole crociate della copertina nemmeno le guarda ché quelle sono per i principianti (le lascia a te).
– Tutto ‘sto polverone intorno a La meravigliosa bellezza io non l’ho capito. – ti dice il giorno dopo mentre fate colazione.
Tu non riesci nemmeno a correggerle il titolo, non te la senti proprio, mangi biscotti. Gli sparuti, incostanti sprazzi di bellezza che emana tua madre, quando la mattina presto beve il caffè in cucina e con grazia semplice si sbarazza di uno dei film più discussi della storia del cinema, quasi fosse una ciocca di capelli finita sugli occhi: come si racconta, questa portentosa minuzia di un mattino in una casa qualunque?

Tua madre, di una storia, vuole un capo, una coda, e carne in mezzo. Ti racconta The Words.
– Quello con Geremì Àironz. Questo te lo devi proprio vedere! Allora: è la storia di uno scrittore che non riesce a diventare famoso perché nessuno gli pubblica il suo libro, e lui s’avvilisce, pover’uomo, la moglie gli sta vicino ma lui niente da fare, è sconfortato, poi un giorno trova un manoscritto dentro una valigetta, ma il resto non te lo racconto sennò che gusto c’è se sai già tutta la storia.
– Ma un film, o un libro, non è mica solo la storia.
– E no! – ti interrompe subito lei con fermezza, – Non mi scocciare con le tue solite teorie!
Le tue solite teorie te le disegna in aria con uno sfarfallio confuso di mani, prima di concludere:
– La storia è la cosa più importante.
La storia è la cosa più importante, dice, ma l’altro giorno tu stavi guardando quel film di Resnais e lei passava di lì con lo straccio in mano. Si è fermata per un momento, ha guardato sì e no un minuto, in piedi vicino alla porta.
– Questo è un film francese, vero?
– Da cosa lo noti? – le hai chiesto senza nascondere una punta di fastidio.
– I film francesi si riconoscono subito.
– Ah sì, e da che cosa? – Volevi metterla alla prova, ormai più indispettita che curiosa.
– Mah, da quei dialoghi fitti fitti, e poi quei silenzi interminabili, quell’umorismo che capiscono solo loro, quei colori scuri, e tutte quelle inquadrature pallose.
Oh, come ti sei sentita la gola secca, mentre tua madre si allontanava riprendendo a spolverare mobili.
Lo vedi? Tua madre che vuole una storia, tua madre che non ha finito di leggere nemmeno uno dei romanzi pallosi che le hai regalato, tua madre che se La grande bellezza fosse stato un libro lo avrebbe scaraventato contro il muro dopo le prime tre pagine, fiuta un odore di film francese in meno di un minuto. Tu no, non sempre. Lei sì, sempre. Il suo occhio ineducato, scampato al danno irrimediabile degli studi e al vizio erosivo delle frequentazioni colte, si è addestrato da solo per anni, è il più attento di tutti, il solo che un autore dovrebbe veramente considerare.
Non sai spiegarti come succede. A volte ci provi, a spiegartelo. Prendi tuo zio Gianni, per esempio, anche se non sai che c’entra adesso la storia di tuo zio Gianni.

Faceva il cuoco in un ristorante di quelli raffinati, e anche lui era un cuoco raffinato perché da giovane, partito con lo stomaco che gli traboccava di pane e cipolla, aveva studiato in una scuola prestigiosa, viaggiato, conosciuto, osservato, annusato, assaggiato, toccato. Era finito a preparare quei piatti dai nomi lunghissimi che avevano sopra una forchettata di tagliolini fatti a mano, adagiati su un letto di non so che cosa, accompagnati con un’emulsione di qualcos’altro e spolverati con una granella di qualcos’altro ancora. Il risultato era indiscutibilmente bello da guardare, buono da degustare. I clienti abituali di quel ristorante lo apprezzavano tanto da essere disposti a pagare regolarmente cifre ragguardevoli. Poi un giorno si presentò nel locale un cliente nuovo, che ordinò questo piatto di tagliolini di cui gli era giunta notizia. Quando si trovò sul suo tavolo l’opera di zio Gianni, tagliolini, letto, emulsione, granella, rimase a guardarla in silenzio. Non toccò il piatto, non sollevò neppure le posate. Chiese di poter parlare con lo chef. Zio Gianni, con il garbo che gli avevano insegnato, si affrettò a uscire dalla cucina per capire il problema e informarsi sulle preferenze del cliente. Quello gli disse: io voglio mangiare. Zio Gianni allora tornò in cucina e gli preparò un’abbondante porzione di rigatoni annegati in un ragù di carne come lo facevano al paese suo, e gliela servì personalmente. Finito di mangiare, il cliente si volle complimentare con lui. Zio Gianni uscì di nuovo dalla cucina, si pulì le mani nel grembiule, lo ringraziò per i complimenti e poi gli suggerì di non tornare mai più in quel ristorante. Gli indicò una trattoria verso il mare. Se vuole satollarsi, – gli disse pure – là fanno i piatti come li vuole lei. Zio Gianni venne licenziato in capo a una settimana. Pover’uomo, disse tua madre.

– Stasera cucina tu, sono stanca. Fammi quella zuppa buona che hai mangiato a Parigi.
– Va bene. Ma guarda che è un piatto francese, eh.
– Che? ‘Na zuppa di cipolle? È un piatto semplice per chi tiene fame, e tu sei andata a pagarlo quindici euro in un ristorante di Parigi.
Piangi in cucina, ed è perché affetti cipolle. Prepari la soupe à l’oignon per te e tua madre, e pensi: dentro ci stanno brodo di bestia, bulbo di terra, crosta di pane.
– Dopo cena guardiamo un film? – ti chiede lei dal soggiorno. Senti un frusciare di fogli spaginati, giusto il tempo di una cornice concentrica da risolvere sulla Settimana Enigmistica prima di apparecchiare la tavola.
– Sì. Stasera lo scegli tu.
– Meno male! Pensavo che mi toccava rivedere quel film coreano dove lui e lei vanno in giro a mangiare e dormire e farsi la doccia nelle case disabitate, e poi lui prende a mazzate il marito di lei con una mazza da golf, e alla fine non si sa come diventa una specie di uomo invisibile, e continua a vivere con lei senza che nessuno lo vede più, e quella lì con una faccia da madonna sofferente non dice mai una parola per tutto il film. Ma che mi rappresenta ‘sta storia qua?

Mangia

“L’hai vista?”.
Me lo chiede senza riuscire più a contenere un’emozione di cui non m’ero accorta fino a quel momento, quando mi ha chiesto “L’hai vista?”.
“Che?”, dico io, versandomi un altro bicchiere di vino.
“Ma come che? Sempre sulla luna vivi tu? La macchina! Sta parcheggiata sotto”. Adesso la voce è un po’ delusa e un po’ stizzita, come tutte le volte che lui mi vuole mostrare qualcosa e io non manifesto l’entusiasmo sperato: succede da che siamo al mondo insieme. “Io ho visto una Audi A3 parcheggiata sotto”, sono sincera, è quello che ho visto, ma non riesco ancora a capire che cosa avrei dovuto guardare. “Eh, quella”, dice lui, e mi guarda aspettando una reazione, forse una domanda carica di attesa, per esempio “E quindi?”. Invece dico “Quella sta sempre parcheggiata sotto, e sempre a cazzo di cane”, e mi infilo mezza seppia in bocca. Lui non si perde d’animo, è un poco scontento che la conversazione non stia andando come voleva, glielo vedo negli occhi, però l’eccitazione è più grande, non lo abbandona, ed è con visibile sforzo che cerca di arginarla quando finalmente afferma con tono solenne: “Sì, ma adesso è nostra. Mia e di tua madre. Ma pure vostra, quando tornate qua, che magari la volete usare”. Si riferisce a me e a mio fratello, suppongo.
“Ti sei comprato la macchina dell’avvocato?”.
“Non ho comprato la macchina dell’avvocato. Ho comprato la macchina di mio cugino”.

A questo punto mia madre mi chiede se voglio un altro po’ di carciofi e me li mette nel piatto senza aspettare la risposta (“Mangia”, diceva quando avevo sedici anni e una divergenza di opinioni con mio padre. “Mangia”, dice oggi quando torno al paese a trovarli per Pasqua e vedo una Audi A3 parcheggiata in cortile).
“Un affare, un vero affare”, continua lui. Mi racconta la storia, che suo cugino voleva vendere questa macchina, che la teneva sempre buttata in garage (un po’ nel suo, un po’ nel nostro che è anche suo, perché lo studio legale sta al piano sotto al nostro), che la Porsche pure quella la usava poco, che adesso, da quando Elena si è sposata ed è andata via di casa, non è che gli servano tutte queste macchine, e insomma preferisco darla a uno di famiglia, mi sento più contento, Svè. Svevo, mio padre, gli ha detto va bene, Abbrà, ma tu lo sai come stiamo messi, e lui gli ha risposto Svè, con te non ci stanno problemi, me la puoi pagare pure un poco alla volta, a me che me ne frega?, e Svevo gliel’ha pagata tutta e subito, perché il prezzo era proprio un prezzo da cugino, uno di famiglia, e noi mica siamo così morti di fame.
Alla fine, mi chiede: “Che ne pensi?”.

Io, quando uno mi chiede ne penso, mi viene voglia di accendermi una sigaretta. Quando ero più giovane fumavo una decina di sigarette al giorno, poi, da un certo momento in avanti, la gente ha iniziato a chiedermi sempre più spesso che ne pensavo, io ho cominciato a fumare di più e oggi fumo un pacchetto al giorno, a volte nemmeno mi basta.
Una persona chiede “Che ne pensi?”, però non vuole sapere davvero che ne pensi, vuole sapere se lei ha avuto una bella pensata, e tu le devi dire di sì, non trascurando di calcare la gioia, oppure devi capire se vuole che tu le dica di no e allora le devi dire di no, però con delicatezza, perché lei in realtà voleva un sì ma capisce che dev’essere no, però dillo con garbo, dillo bene, se puoi mettici un po’ di rammarico. Io non ci ho mai capito un cazzo, e a furia di sbagliare la risposta anno dopo anno, ho perso amici al bar e un sacco di soldi in tabaccheria. Di solito non me la cavo bene con questa storia di dire quello che ne penso, perché dico quello che ne penso.
“Penso che noi non siamo gente da Audi”, dico dopo essermi accesa una sigaretta (“Ma non le vuoi altre due seppioline?”, mi chiede mia madre, e non aspetta la risposta, e io fumo, e mangio seppie e carciofi).
Penso anche che sono passati tanti anni, decenni, da quando mia madre a tavola mi diceva “Mangia”, e però le cose sono ancora le stesse, e quasi mi sento sollevata: c’è almeno un posto, in tutto il mondo, dove certe sicurezze restano incrollabili. Solo questo non dico di quello che penso, ma soltanto perché quello che ho appena detto è sufficiente a cambiare agilmente il turno di parola.
Andiamo avanti per un po’, e infine mio padre mi dice: “Comunisti di merda. Questi sono i tipici discorsi da comunista di merda”. Poi si alza e va a fare il caffè. Torna a tavola, ha fatto il caffè anche per me, mi dice: “Comunque, la macchina sta giù sotto. Se la vuoi usare quelle poche volte che torni qua, usala. Sennò fai come cazzo ti pare”. “Ho comprato un uovo di cioccolata da un chilo, stava in offerta!”, esclama mia madre, “Diceva che dentro ci sta una collanina d’argento. Ma sarà d’argento per davvero?”.
Io guardo mio padre, lo amo moltissimo. Gli vorrei regalare tutte le Audi del mondo, e pure lui le regalerebbe a me, se io le volessi.
Mangiamo tutti insieme il cioccolato, ci giriamo tra le mani la collanina, per capire se è d’argento per davvero, poi decidiamo che no, è ‘na fregatura sicuro, però si può mettere lo stesso.

Alétheia, o “lu vere”

Da bambina mi divertivo a memorizzare le targhe delle macchine. A dire il vero non lo so se mi divertivo, certamente però mi tranquillizzavo. Ne avevo imparate centinaia, nella testa mi stava un archivio di sequenze alfanumeriche.
Oggi non mi ricordo a memoria nemmeno il numero di cellulare di Le Sanglier. Dopo il mio, ricordo solo quelli di Svevo e di Maria, perché le schede del loro cellulare sono state mie, prima quella che ho rifilato a Maria quando in famiglia c’è stato bisogno di un telefonino e poi quella che ho rifilato a Svevo quando in famiglia c’è stato bisogno di un secondo telefonino. In famiglia non si butta via niente.

A proposito di Svevo, bisogna dire che questa mania di memorizzare le targhe delle macchine ce l’aveva anche lui da bambino. Ma sarebbe meglio dire che lui aveva questa mania da bambino e che poi ce l’ho avuta anch’io da bambina.
Però della mia lui non è responsabile: non mi aveva mai detto di aver passato l’infanzia a memorizzare targhe, finché un giorno non mi ha visto annotarle su un quadernetto (col tempo mi ero organizzata, me le appuntavo di giorno e me le ripassavo la sera. Dev’essere stato quando ho cominciato a dubitare della mia memoria. Avevo bisogno di una nota scritta, una prova, un verbale, per verificare di averle dette bene). Insomma, quel giorno Svevo scoprì che mi ero data lo stesso passatempo. Non saprei dire se fosse contento o turbato, ma certamente ne fu sorpreso. Mia madre, invece, restò senz’altro scossa, incolpò il marito delle mie stranezze. “Ma i’ gne so’ mai ditt’ nind’!”, si difese lui. “È genetico!”, ribatté lei (mia madre ricorreva all’italiano quando voleva dichiarare solennemente la propria estraneità ai fatti).
Ad ogni modo, continuai a memorizzare targhe fino ai dodici o tredici anni. Quando cominciai il ginnasio, imparare l’alfabeto greco, gli accenti, gli spiriti dolci e aspri, e poi le declinazioni del nome e le coniugazioni del verbo, fu il gioco di un mezzo pomeriggio. Imparavo il greco come avevo imparato le targhe, e il quadernetto di sequenze alfanumeriche dell’infanzia fu sostituito da quello delle liste di parole. Il nuovo quaderno cominciava con “alétheia”, “verità”. O “rivelazione”, chi lo sa, non aveva importanza. “alétheia” per me era quando Svevo, per invitarmi a non contraddirlo su quanto aveva appena detto durante una discussione, chiedeva infine: “È lu vere o n’è lu vere?”. Naturalmente era sempre lu vere. Poi, studiando l’inglese, mi parve di notare che mio padre usava questa domanda, “È lu vere o n’è lu vere?”, come una specie di question tag, perciò mi suonava: “It’s true, isn’t it?”. Mi capitava quindi di rispondergli in inglese e lui s’incazzava perché pensava che lo stessi prendendo in giro. Lui solo l’italiano sapeva, ma soprattutto l’abruzzese, e in particolare eccelleva in quello della costa teramana, suo idioma materno, lievemente ibridato con quello delle prime cittadine marchigiane che s’incontrano dopo il fiume Tronto.
Comunque, per la storia dei quadernetti di greco – ce ne fu più d’uno nei primi due anni di scuola – mia madre incolpò di nuovo mio padre, che pure lui aveva fatto il liceo classico. Ma sarebbe meglio dire che lui aveva fatto il liceo classico e che dopo lo feci anch’io. Andai in quella che una trentina d’anni prima era stata la sua scuola, che si chiamava Liceo Giacomo Leopardi e stava in Viale De Gasperi. Lui ne andava fiero, perché avevamo una scuola in comune, custodivamo un segreto, diceva “N’a sta a sentì mamm’t” e, al primo colloquio con i professori, volle andarsene in giro con me per l’edificio, voleva vedere com’era cambiato (non era molto cambiato).

Dopo le targhe e il greco, e dopo aver intuito, non senza provare delusione, che era pur necessario avere relazioni sociali per stare al mondo, è venuta la lista della spesa. Con gli amici dell’adolescenza giocavo a “Oggi sono andata al mercato e ho comprato…”. Si cominciava da una parola, che so, “arance”, e il compagno a sinistra la ripeteva aggiungendo un’altra parola, tipo “uova”, e così via. Ognuno ripeteva da capo tutta la lista e in coda aggiungeva una cosa sua, le arance, le uova, il formaggio, le zucchine, una grattugia, un tappeto… la lista poteva diventare molto lunga, secondo l’abilità dei giocatori. Una volta, in campeggio, io e tre amici miei comprammo al mercato centosettantaquattro cose senza fare mai errori. Il risultato ci sembrò così soddisfacente che fu perfino festeggiato con un brindisi.

Adesso quelle centosettantaquattro cose non me le ricordo più. Quando vado a fare la spesa, dimentico sempre qualcosa pure con la lista in mano. Arrivo a casa, me ne accorgo e mi arrabbio più di quel che sembra necessario.
Non mi ricordo neanche le targhe, nemmeno una, e non so che fine abbia fatto il quadernetto. Non ho memorizzato neppure quella della mia macchina, quando ce l’avevo.
Del greco, qualche parola, una manciata di espressioni e certi versi isolati della poesia omerica, che di tanto in tanto ripeto ad alta voce, così, di punto in bianco. Per esempio, quando al mattino mi sveglio presto e guardo fuori dalla finestra, dico “rododàktulos èos”, “l’aurora dalle rosee dita”, e quando sento una tensione che ingravida l’aria dico “Mènin àeide, theà, Peliàdeo Achilèos oyloménen” , “L’ira funesta cantami, o dea, del Pelide Achille” (però gli accenti suonano leggermente diversi, cioè molto meglio, se si dicono in esametro. E poi non ho mai saputo trovare una traduzione giusta, giusta nel senso che rende giustizia, o che opera secondo il vero, insomma una traduzione che non faccia torto a quelle due parole del verso greco, “ira” in principio e “funesta” alla fine. Perciò ha senso soltanto dirlo in greco).
Naturalmente mi ricordo “alétheia”, “verità”. O “rivelazione”, chi lo sa, non ha importanza nemmeno oggi.
Ricordo soprattutto mio padre. Mi ricordo di lui in quegli anni, quando ai colloqui con i professori mi portava in giro per i corridoi del Liceo Giacomo Leopardi in Viale De Gasperi, e mi raccontava di quando era stato rimandato a settembre, s’era ubriacato per la disperazione e, cantando, era finito dentro un canneto con tutta la bicicletta. Poi mi raccontava anche di quando, dopo il liceo, s’era iscritto a medicina a Bologna. Aveva preso una stanza in affitto insieme a Giampaolo, l’amico suo, e intanto però aveva conosciuto mia madre in Abruzzo. Quando tornava con Giampaolo da Bologna, si faceva accompagnare subito da mia madre, perché lui la macchina non ce l’aveva ancora. Giampaolo lo accompagnava, aspettava fumando sigarette e poi lo riportava a casa. Ah, comunque all’università aveva fatto sì e no un paio di esami e poi aveva lasciato perdere, medicina non era roba per lui, poteva approfittarne per fare un po’ di bella vita a Bologna, sì, ma non era mica figlio di papà, quella stanza in affitto costava tutta la paga da sarta di mia nonna. Giampaolo invece no, lui aveva finito (questo, mentre ascoltavo i suoi racconti, lo immaginavo anch’io, perché Giampaolo era il nostro medico di famiglia).
Oggi Svevo sospira molto al telefono e mi dice spesso “Ti rraggiò”. Lui non lo immagina, ma io, ogni volta che mi dà ragione invece di chiedermi se è lu vere o n’è lu vere quello che ha detto lui, dimentico un po’ di più quel che resta del gioco dei numeri, delle liste della spesa e del greco.

Il quaderno di scuola

Il giorno in cui persi il quaderno di scuola ero in seconda elementare. Forse in terza, non mi ricordo, certi dettagli stanno fuori fuoco e, se stanno fuori fuoco, decido che è perché non contano.
Alle elementari avevo un maestro molto efficace. Ci educava soprattutto con raffiche di schiaffi, ma qualche volta anche di calci, secondo la necessità. Poi, riservava trattamenti più personalizzati a momenti particolari. Un giorno afferrò la testa di Giada, che non si ricordava quanto fa sei per sette, e la fece rimbalzare quarantadue volte contro il muro mentre lei, nel frattempo, doveva contare. Furono però dei colpetti leggeri, una specie di palleggio di riscaldamento, forse per consentire alla testa di Giada di arrivare cosciente fino a quarantadue, e memorizzare il risultato. Immagino che se Giada non si fosse ricordata quanto fa sei per due, ci sarebbero stati dodici colpi più energici (ma non troppo, perché anche dodici sono tanti da ricordare). Ad ogni modo, non ho mai più visto Giada negli anni successivi e sono rimasta con la curiosità di sapere se, dopo quel giorno, la tabellina del sei le si fosse ben piantata nella testa o l’avesse lasciata sul muro della scuola.
Io venivo punita di rado. Non ero figlia di gente importante del paesello, però lo stesso venivo punita di rado. Suppongo fosse perché le tabelline facevo in modo di ricordarmele, non lo so. Una volta, però, ho ricevuto una sberla in testa, mentre ero in piedi vicino alla cattedra e il maestro, seduto, stava correggendo i miei compiti. Avevo sbagliato qualcosa e lui, per farmelo capire bene, mi colpì sulla nuca. Mi fece un po’ male, ma di più mi confuse sentire il cerchietto che avevo in testa sollevarsi e prendere il volo, vederlo improvvisamente comparire nel mio campo visivo, dall’alto, e atterrare sulla cattedra, sopra il mio quaderno aperto. Questo mi ricordo, tutto il resto è fuori fuoco, pure l’errore che avevo fatto nei compiti, perciò decido che non conta (di sicuro, però, non era una tabellina): il cerchietto davanti a me, cioè in un posto diverso da dove stava di solito; ero abituata a sentirlo più che a vederlo. Era un cerchietto foderato di raso giallo, con stelline blu e rosa. A furia di metterlo, il raso si era un po’ scucito, me ne accorsi solo a guardarlo da quella prospettiva, mentre il cerchietto mi compariva davanti, giallo a stelle blu e rosa sulla cattedra.

Il giorno in cui persi il quaderno, che non so se era lo stesso quaderno del giorno del cerchietto – sta fuori fuoco, e quindi decido che non conta – era un mattino presto, mentre mi preparavo per andare a scuola (grembiule nero pulito e stirato, fiocco rosa). Mia madre si arrabbiò moltissimo. Lo cercammo per tutta la casa, mentre lei mi andava rimproverando. Faceva sempre così, mia madre: quando si arrabbiava, le veniva meglio se nel frattempo ci faceva insieme un’altra cosa, cucinare, lavare i piatti, passare lo straccio sul pavimento e, quel giorno, cercare il mio quaderno per tutta la casa. Perciò lei, quando si arrabbiava, parlava con me, però quasi sempre da un’altra stanza, secondo quello che stava facendo, allora mi sentivo autorizzata pure io a fare un’altra cosa e me ne andavo in camera mia, che stava in fondo, lontano dalle stanze del giorno, e allora no, non andava bene perché così non potevo sentirla, quindi mi raggiungeva con lo straccio in mano, o le dita sporche di macinato.
Il quaderno però, quel mattino presto, non si trovò. Supplicai mia madre di non mandarmi a scuola, almeno per quel giorno. Mi feci venire il mal di pancia, il mal di testa, il mal di denti, il mal di cuore. Lei disse: “Tu oggi a scuola ci vai. Ci vai e dici al maestro che hai perso il quaderno, che per oggi è andata così, che ti scusi e che domani ce l’avrai”. Mentre me lo diceva, era altissima. Dovevo alzare la testa per guardarla.
Io, oggi che per guardare mia madre la testa la devo abbassare e quando l’abbraccio mi devo piegare e se mi piego mi fa male la schiena e quindi abbracciarla è doloroso, penso che dev’essere stato allora, un mattino presto, che ho sentito uno specie di strappo.
A scuola ci andai. Non mi ricordo se avevo il cerchietto in testa ma, se ce l’avevo, è possibile che me lo fossi tolta per istintiva prudenza. Quel giorno il maestro non mi punì. Solo molto tempo dopo ho saputo che mia madre aveva provveduto ad avvisarlo in anticipo di come erano andate le cose, chiedendogli di non prendersela con me, che ero molto preoccupata. L’ho saputo perché, è chiaro, io questa storia a mia madre gliel’ho ricordata per anni, finché un giorno lei s’è stufata e mi ha detto: “Oh senti, mo basta! Guarda che col maestro ci ho parlato prima di mandarti a scuola”. Però non lo so mica se è vero, o se è stato solo un caso.

Comunque io, oggi, quando perdo qualche cosa, non mi agito molto, se non è un quaderno. Ho dimenticato anelli e bracciali sul lavandino di tutti i cessi pubblici di tutte le città d’Italia e d’Europa in cui sono stata (perché, quando mi lavo le mani, me li tolgo e li poso sul lavandino, poi me li scordo lì), ho perso ombrelli, orologi, chiavi, borse, vestiti, un cellulare. Ho perso pure un bellissimo accendino d’argento ricevuto in regalo da una classe di studenti tedeschi alla fine di un corso, e sto ancora a chiedermi se per caso qualcuno di loro l’ha poi ritrovato in aula, dato che stava lì l’ultima volta che l’ho visto – cioè, l’ho perso praticamente subito – ma mi preoccupo più per i miei studenti, per l’idea che pensino che faccio finta che m’importa di loro e che invece non m’importa, piuttosto che per le conseguenze della mia perdita (per me, a dirla tutta, un accendino vale l’altro, mi basta trovarne subito uno in tasca quando mi voglio accendere una sigaretta), e penso a quanto sarebbe complicato stare a spiegare che il loro regalo è stato tanto, tanto gradito, che nessuno di loro è fuori fuoco nei miei ricordi, nomi, pure cognomi (tedeschi, e quindi impronunciabili), facce, voci, sorrisi, gesti, ma che, scusatemi, mi riesce tanto, tanto difficile non perdere oggetti che non siano quaderni, taccuini, libri, foto stampate e qualunque altra cosa che sia fatta di carta.

Mia madre, che è oggi è bassissima e non si sforza più di parlare in italiano con me perché pensa che io l’abbia imparato e che quindi adesso possiamo finalmente parlare nella nostra lingua, mi dice: “Ma ‘ndo la tì la coccia? Ie n’capisce ‘nda fì a perdert’ cirt’ cus’. A tte, se nn’è rrobba d’ scola, ‘n te ne freche nind’!”.

Ora, ci sono due livelli di lettura: il primo è quello vostro, dei lettori, che non conoscono né me né mia madre. È l’unico concreto, vero, l’unico a cui attenersi. Voi leggete un racconto, vi piace o non vi piace, e casomai pensate pure: ma sarà successo proprio così? Racconta i fatti suoi? Inventa? Tutti pensieri legittimi, che però alla fine lasciano il tempo che trovano. Il racconto vi piace, e può bastare. Il racconto non vi piace, e può bastare. […] Se chi scrive non fosse sfacciato, impudico, e in nome di un racconto capace di calpestare un sacco di cose, sarebbe piuttosto castrante. Insomma, quando scrivo e mi avvicino alla mia famiglia, non ci devo pensare che sto mettendo in piedi, forse addirittura sto inventando, la verità storica – un documento”.
(Francesco Piccolo, Postfazione a Storie di primogeniti e figli unici, Einaudi 2012, pp. 127-128)

Domani era ieri. Cinque appunti per una storia all’imperfetto, e un finale da scegliere

L’estate del 1990. Il campeggio in Valle d’Aosta.
Mio padre che ferma la macchina sul bordo di una strada a strapiombo su una vallata e ci costringe a scendere tutti per ammirare una cascata. Mia madre paziente, io ammusonita. Il filmino di mezz’ora che lui gira lì, sul bordo della strada a strapiombo sulla vallata. Quindici minuti di inquadrature sul profilo delle montagne. Lui che, telecamera in spalla, ci chiede a bassa voce di fare silenzio. Mio fratello che ha tre anni e i ricci biondi, e gli dice: “Papà, io sono stanco mortino”.
La Base Segreta che avevo stabilito in una radura, insieme a tre fratelli conosciuti al campeggio, di cui non ho saputo più nulla dopo quella vacanza.

Le estati degli anni ’90, tutte. Still got the blues, di Gary Moore. Avere un attacco di panico e dare di stomaco sui cavi degli amplificatori, durante un concerto, dietro il palco, pochi minuti prima di cantarla. Gli anni in tasca.

L’esame di Letteratura latina I, all’università. Lo schema dei metri impiegati nelle Odi di Orazio, attaccato al frigorifero in cucina. Tre mesi di colazioni acide, tra luglio e settembre.

L’estate del 2006. I mondiali di calcio. La piccola mansarda nel centro storico di L’Aquila, in via S. Martino, dove vivevo allora. Leggere in una giornata Chiedi alla polvere, con la febbre a trentotto, e poi tutti gli altri romanzi e i racconti di John Fante, uno dietro l’altro a letto. Non riuscire ad accettare, poi, che fossero finiti, i suoi libri e la mia febbre. Comunque, non rileggerli più, non per intero, non in un giorno.
Alla fine dell’estate, l’Inghilterra. Lasciare la gioventù a Wolverhampton, e non saperlo. Al ritorno, alcuni mesi dopo, intuire che non si è più giovani quando si comincia a ricordare (provare a dirlo meglio). Dover accettarlo.
Il fatto di finire, sempre, col tornare all’estate del 2006 e dire “Ecco, è stato allora. Mi ricordo che”, come fanno i vecchi.
(Mia nonna s’incanutì tutta a trent’anni, perché aveva perso qualcosa per strada e aveva cominciato a ricordare. Dover accettarlo. Eventualmente, approfondire)
Il fatto di non essere mai più tornata a L’Aquila, aver a malapena avuto la voglia (o che altro? Pensarci, ma non troppo) di vederla distrutta nelle foto e in televisione.

L’arrivo a Roma. Il lavoro, le persone. Le estati a Trastevere, di sera.
Cominciare ad avvicinarsi al punto in cui l’imbuto si restringe, e non è cono e non è collo. Accorgersene.

Quest’estate liquefatta, immobile. Pensare che “ha forma smisurata di donna seduta in terra, di volto mezzo tra bello e terribile”. Saperlo. Fare i conti con l’idea di non saperlo dire.

Stanno tutti bene

(Paesello, 22 giugno e vento che viene dal mare)

Siamo riuniti intorno al tavolo del soggiorno, io, Svevo, Maria, il fratello Houston e il cane. Sono tutti contenti del mio inatteso ritorno, addirittura il quarto dall’inizio di quest’anno, e ciascuno me lo dice a modo suo.
Maria e Houston vanno discutendo su non so che cosa, quasi certamente sull’esame di Ricerca operativa che lui avrà il mese prossimo, e per il quale sta studiando meticolosamente un giorno alla settimana (che bel nome, “ricerca operativa”, penso. Chissà di che parla. Lo chiedo a lui ma non me lo sa dire). Il cane boccheggia sul divano. Svevo mangia pomodori e mozzarelle, a Danzica, sguardo torvo rivolto al televisore.
Stanno tutti bene.
“Che la guardi a fare?”, lo tormenta Maria, “Tanto si sa chi vince”. Lui si fa ancora più torvo, rimane in silenzio per qualche istante e poi, continuando a fissare lo schermo, sentenzia con solennità sciamanica: “Lu pallò è rutunn'”. “In che senso?”, intervengo. Lo so in che senso, ma mi piace sentirlo rielaborare in abruzzese e a lui piace che io glielo chieda. “Nel senso che è rutunn'”, mi spiega più chiaramente. “Sì, ma che vuoi dire? È rotondo e quindi?”, insisto, non voglio perdermelo. “È rotondo e quindi ‘npù mai sapè”. Eccolo, il suo gol. Questo volevo sentire, perché se non lo sento almeno una volta nelle quarantotto ore del mio soggiorno, è come se al paesello non ci fossi venuta. Mio padre, a modo suo, è un agnostico e stasera si aggrappa ai suoi principi con particolare ostinazione. Lo stuzzico ancora un po’, “Va bene, ma qua non ci sono dubbi”. “E chi l’à ditt’? Npù mai sapè ‘nda s’ va r’ciummichenn'”, e con le braccia e le mani fa il gesto di rotolarsi.
Stanno tutti bene.
Comunque è un quattro a due. La Germania segna a ripetizione. La Grecia si sgonfia, il pareggio era una bolla speculativa e le tocca fare i conti con la realtà (così, il mattino dopo, ne avrebbe parlato un giornale). Mio padre non dice una parola al riguardo. Ha i gomiti piantati nel tavolo, il mento affondato in tutte e due le mani. Poi rompe il silenzio e dice: “Vuoi vedere le foto di quando eravate piccoli, che le ho passate tutte sul computer?”.

Mia madre sta imparando a usare internet. La sua collega di una vita va in pensione, ci sarà una festa d’addio, lei ha preparato un video per l’occasione. Le canzoni le ha trovate su YouTube. Mi fa vedere come ha imparato a salvare le ricerche fra i segnalibri, “qua dove sta la stelletta”.
“Ti va di imparare anche a salvarti una playlist su YouTube?”, le chiedo. Aspetto la reazione, che arriva quasi immediata, appena il tempo di processare il mio input. “E che è?”, domanda. “È come una cartella, dove ti ci metti tutti i video che ti piacciono e poi li trovi sempre lì”. Gli occhi verdi le si accendono come due abbaglianti nuovi di zecca. Cominciamo a creare un account su Google. Ci vuole un indirizzo e-mail. “È inutile, tanto poi non me lo ricordo, né quello né la password”. “Nemmeno se scegliamo delle parole particolari? Per esempio, adesso hai imparato a usare un po’ internet. Che ne dici di mariatecnologica, ti piace?”. Ride, “Vabbè”. Come password scegliamo il nome del cane e l’anno in cui è nato, una data importante quanto quelle della nascita mia e di mio fratello.
“Ok, fatto. Allora, ricapitoliamo: il tuo indirizzo e-mail è mariatecnologica, chiocciola e poi?”. Silenzio. Mi guarda un po’ intimidita, poi comincia a riciummicarsi tutta di risate. “Ma l’abbiamo visto trenta secondi fa…”, le dico simulando stupore e disappunto. Non provo né l’uno né l’altro, ma così lei si diverte ancora di più e può dirmi, come infatti mi dice, “E n’a m’arcord, k’ vù?”. Lo ripetiamo di nuovo, e infine creiamo il nostro canale su YouTube. Rimane davanti al computer fino a mezzanotte, lei che entro le dieci stramazza, e io penso che in effetti certi palloni sono rotondi.

Quando tutti se ne sono andati a letto, passeggio al buio sul balcone, con un bicchiere di passito per prendere sonno.
Giro intorno alla casa che Svevo e Maria hanno costruito un pezzo alla volta in trent’anni. Un lato dell’edificio si affaccia su un campo incolto. Sta lì da quando sono nata, a nessuno è mai venuta voglia di farne qualcos’altro, un campo coltivato, un campo da calcio, o anche solo un campo. Non vedo niente, non mi va di accendere la luce, mi piace stare al buio su questo balcone nelle notti d’estate. Poi pesto la merda del cane. Non accendo la luce nemmeno allora. La certezza di essere a casa, qualche volta, mi tranquillizza.
Riparto la domenica pomeriggio subito dopo pranzo, col fresco delle due. La sera, prima di Italia-Inghilterra, mio padre mi manda su DropBox duecentocinquanta megabyte di foto, quelle di quando eravamo tutti piccoli. Stavamo tutti bene.

Le rose del deserto [Appunti abruzzesi 2]

Ieri Maria mi ha fatto assaggiare una rosa del deserto.
Un biscotto piuttosto grande, burroso come piace a me, squisito. Della rosa non aveva l’aspetto, perché Maria, che è un’insospettabile sperimentatrice estrema, si era messa alla prova per la prima volta con questa creazione, dopo aver avuto la ricetta da un’amica. Ci vuole un forno elettrico ventilato per ottenere una rosa perfetta, si è giustificata quando me l’ha messa sotto gli occhi e prima ancora che l’addentassi. In questo modo, infatti, puoi evitare di girare i biscotti durante la cottura e ti assicuri di non sciupare i petali della rosa. Se ne hai uno a gas come quello di Maria, invece, i biscotti devi girarli per impedire che si brucino da un lato e così finisce che il forno gioca a “M’ama o non m’ama?” coi petali e la rosa si spampana.
Le prime rose del deserto di Maria erano tutte spampanate, ma deliziose. I petali, comunque, c’erano. Guardandoli, ho riconosciuto fiocchi di cereali. In effetti, di piccoli petali hanno tutto l’aspetto. “Sono buoni e belli!”, ho esclamato. In realtà i biscotti erano solo buoni, ma lei ci aveva messo tutta la cura possibile, perciò erano buoni e belli. Allora ha disteso le rughe in un largo sorriso e il verde degli occhi è diventato più chiaro. Saltellando per la cucina, è balzata vicino alla credenza, ne ha tirato fuori qualcosa e, con altri due salti, mi ha messo sotto il naso il foglio della ricetta, scritta a mano dall’amica.
Leggo delle uova, della farina, dello zucchero e del burro, poi vengo a sapere della dose di lievito, dell’anice o altro liquore q.b., dell’uvetta e delle mandorle che si possono sostituire ai pinoli. Infine vengo a sapere dei petali, che sono fatti di “Korn Flex”. Questi, gli ingredienti. Poi, il procedimento: “Sbattere uova e zucchero poi unire tutto il resto, se l’impasto è troppo molle aggiungere farina, formare delle palline ovali e passarle nel Korn Flex”.
Al solito, la mia faccia infedele tradisce qualunque natura del mio silenzio. Lei se ne accorge subito e mi dice ridacchiando tutta maliziosa e birichina: “Je lu sacce ca ns’ scriv’ cuscì, ma essa no! Si scrive Corn Flakes, ci o erre enne effe elle a kappa e esse. È lu ver’?”. Mia madre fa le rose del deserto e lo Spelling Bee. I suoi biscotti sono buonissimi e bellissimi, malgrado le nostre decennali, insolubili divergenze.

Stamattina presto, entrando in cucina a godermi la quiete e il caffè delle otto, ho trovato sul tavolo un vassoio di rose del deserto ancora tiepide, incartato con cura per il mio viaggio di rientro a Roma. L’ho scartato appena, per sbirciare dentro: c’erano venti rose del deserto appena fiorite.

Non puoi mai sapere [Appunti abruzzesi 1]

Come Maria ci ha tenuto a ricordarmi l’altro giorno, il mio ultimo ritorno al paesello risaliva a un paio di mesi fa ed era l’unico finora registrato nel 2012. Quello di stamattina è il secondo. Una visita di poco più di ventiquattro ore, poco meno di quelle necessarie a un paio di chiacchierate con lei e Svevo a tavola – compreso un briefing sui compaesani candidati al voto (continuo a non sentirmela di dire alcunché in proposito), a un pranzo domenicale a base di gnocchi della nonna Agnese, e a un pernottamento nella mia vecchia camera. Forse a una birra con due amici, forse.

Qui, di mio, è rimasto poco.
Nella vecchia camera c’è ancora una mezza parete di libri che non ho mai trasferito nel mio appartamento a Roma, perché di stare a ragionare sull’acquisto di una terza libreria Ikea, che poi dovrei imballare al successivo trasloco in un altro appartamento a Roma o chissà dove, non ho voglia. Perciò il resto dei libri sta qui, nella mia vecchia camera. Ci stanno anche tutti i diplomi e i diplomini incorniciati, con i quali il fiero Svevo ha tappezzato l’altra mezza parete. Io gliel’ho detto, che potrebbe tenerli da parte per l’inverno, che le pergamene bruciano meglio dei giornali quando deve accendere il fuoco nel camino in soggiorno, che la legna costa, ma lui non ne vuole sapere. In effetti, tutti quei diplomi e diplomini sono costati più di dieci inverni di legna. Poi ci stanno ancora vecchi vestiti nell’armadio: maglioni di lana infeltriti, jeans colpiti dalla furia devastatrice dell’adolescenza, magliette che portavo verso i sedici anni, quando me ne andavo spesso in giro con l’ombelico all’aria, e che a portarle oggi mi tornerebbe la sera stessa una delle mie coliche renali, o una congestione, o il raffreddore, o qualcos’altro. Tutta roba che Maria conserva. Io gliel’ho detto, che potrebbe darla a qualcuno, che potrebbe ricavarne vestiti nuovi o farne comunque quel che vuole. In effetti, lei ne fa quel che vuole e la conserva, perché non puoi mai sapere.

Questa camera è bianca e gialla. Bianchi i mobili, gialli l’intonaco delle pareti e le tende. Li trovo ancora colori molto belli, luminosi, soprattutto nelle giornate di sole. In mezzo a questo candore ci sono stata per i primi vent’anni. Oggi, a volte, ci stanno gli ospiti: la nonna Agnese, la cugina Chicca, chiunque si fermi per una o più notti in casa Bandini. Io gliel’ho detto, a Svevo e a Maria, che potrebbero affittare la stanza, magari solo in estate, a qualche giovane di passaggio. Che so, a uno studente straniero che cerca alloggio a casa di famiglie italiane, per praticare un po’ la lingua durante una vacanza. Magari a uno dei miei ex studenti che vorrebbero tornare volentieri in Italia. Sarei felice di dargli la mia vecchia stanza. Svevo ha detto di no, Maria ci ha pensato un momento, poi ha detto che eventualmente preferirebbe una studentessa, allora Svevo ha detto che sarebbe d’accordo, allora Maria ha detto che no, sarebbe un’assurdità, che stiamo dicendo? In effetti, ho detto io, potrebbe essere un’assurdità, perché forse la studentessa straniera, ma anche lo studente straniero, non passerebbero l’estate al paesello, potendo scegliere fra tutti i posti d’Italia. Ma magari mi sbaglio, perché non puoi mai sapere.

In ogni caso, questa stanza bianca e gialla è un bel posto. È un bel posto anche la cucina, al mattino, quando ti fai il caffè con la macchina dell’espresso, quella con le cialde. È un bel posto anche il frigorifero, che dentro è tutto colorato di pomodori, carote, zucchine, formaggi, olive verdi, salamini, yogurt, di solito quelli in vasi da mezzo chilo, perché Svevo, quando Maria lo manda a fare la spesa, stocca i viveri di scorta, perché non puoi mai sapere quello che succederà domani. In effetti no, non lo possiamo sapere. Possiamo eventualmente solo intuire che, se non finisci lo stoccaggio di yogurt entro una certa data, scade e che, se mangi uno yogurt scaduto, non puoi mai sapere quello che succederà dopo. Ma, in fondo, neanche questo è certo: una volta, nel mio appartamento a Roma, ne ho mangiato uno ai frutti di bosco scaduti – lo yogurt e i frutti – da trentuno giorni e non è successo niente, mi pare.

Comunque sia, questo posto è un bel posto, soprattutto al mattino presto di domenica, quando gli altri in casa dormono ancora e pure il paese, almeno finché non suonano le campane della chiesa. Ho l’impressione di aver messo una distanza di sicurezza, anni fa, tra me e quello che poteva succedere nel resto del giorno, perché in effetti non puoi mai sapere. Negli anni passati a non sapere mai, però, qualcosa è successo: quando torno, mi viene la febbre. Ma non saprei dire perché, è chiaro che non si può sapere. Al massimo puoi fare ipotesi. La mia è che tornare è da recidivi.