La bella principianza

Scavalcami.
Ti suggeriva, ti invitava, ti chiedeva? Sulla pista da ballo la sua gamba destra, inattesa, sbarrava il passo ancora incerto del tuo piede sinistro, mentre dentro a un bisbiglio lui ti diceva: scavalcami. Lo scavalcasti e, mentre lo facevi, il corpo memorizzava un’informazione nuova che non avresti più dovuto chiedere in seguito. Presto avresti imparato che, in quella sera da principiante, avevi messo in musica la tua prima parada. Ti pareva di avvertire una specie di nostalgia preventiva, la rivelazione del momento in cui non saresti stata più una principiante. Bella, la principianza. Il diritto indiscusso all’errore, lo spazio franco dell’azione sgravata dalla responsabilità dell’esperienza, il privilegio della giovinezza impreparata: la principianza legittimava nuovi debutti di vita.
Questo fu per te il tango argentino.

Molto tempo prima – quanti anni sono? – al tuo imene fu bisbigliato: cristo santo, sei stretto come una griglia! (ti venne in mente una rete di filo spinato, o forse la graticola del barbecue). Le maglie serrate della griglia vennero allentate con ostinazione maldestra di ragazzo. Sul cotone bianco della tua adolescenza, piccole chiazze come di arancia rossa. Non fece né male né bene, pensasti: tutto qui? Così le mani, così la bocca: tutto qui? I mesi successivi li passasti a chiederti se fosse possibile essere ricucita, tornare alla principianza per ricreare l’esordio, riformarlo. No, non si poteva. Si poteva solo avanzare. […]

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Agenzia Letteraria Vicolo Cannery, 13/06/2014

(come sempre, grazie a Tommaso Giagni, che scioglie i miei dubbi e me ne annoda altri)

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Il ritorno a casa di Morelle #3. Sulle tracce di abruzzesi illustri

Alcuni degli individui divenuti più o meno famosi per cui ho nutrito stima o ammirazione negli anni sono di origine abruzzese e ciò, sebbene parrà forse irragionevole, mi sorprende un po’.
Si tratta perlopiù di scrittori, perché è capitato che leggere libri mi fosse più familiare di altri passatempi, ma c’è anche un musicista, Ivan Graziani, teramano come me, come i miei amici Double e Nosferatu e come i miei primi diciannove anni.
Abruzzesi erano anche Flaiano e Silone, si sa. Non è necessario poi tornare indietro nel tempo fino a individui abbastanza noti da essere inseriti nei programmi ministeriali a scuola, anche perché mi interessano soprattutto quelli che sono ancora in vita e quelli scomparsi non più di trent’anni fa.
Abruzzese di seconda generazione era John Fante, sebbene si dubiti che John abbia mai messo piede nella terra paterna durante la sua vita negli Stati Uniti. Il suo biografo Stephen Cooper, annebbiato dall’affetto e dalla foga, cade spesso in contraddizione e racconta di come John, nel 1960, avesse intrapreso un viaggio a Torricella Peligna, tra le montagne del chietino, per scoprire la terra che diede i natali al padre e di come però fosse presto fuggito da un posto così “miserabile, invivibile, familiare ed estraneo, proprio come un brutto sogno” (sic, a p. 17 di Una vita piena. Biografia di John Fante, traduzione di Francesca Giannetto e Ilaria Molineri, edizioni Marcos y Marcos). Pare che in un’intervista lo stesso Cooper abbia dichiarato, invece, che John gli avrebbe confidato di non essere mai stato in Abruzzo per paura di trovare gente che gli somigliasse. Poco importa scoprire la verità su John, infatti non sono nemmeno riuscita a finire di leggere la biografia di Cooper, che pure vorrebbe chiaramente essere letta come un romanzo. In ogni caso, potrei credere senza sforzo all’una e all’altra versione.
I chietini oggi si mostrano fieri di annoverare Fante tra i propri conterranei, vuoi per la riscoperta dei suoi romanzi in Italia – quella già fatta all’epoca da Vittorini non fu evidentemente abbastanza clamorosa per gli italiani, vuoi per la nota operazione cinematografica (in)evitabilmente americana che ha portato Ask the dust ad essere uno di quei libri in vendita con la fascetta promozionale del film e Fante ad essere un autore di culto internazionale, di quelli che ormai conoscono tutti, o tutti quelli che ogni tanto hanno un libro per mano. Fatto sta che, dal 2006, il comune di Torricella Peligna organizza e promuove ogni estate, nel mese di agosto, un festival dedicato a lui. Io sono andata solo alla prima edizione. Avevo 25 anni e i libri di John sul comodino come una bibbia, per cui mi sembrò a priori una grande iniziativa e il festival bellissimo prima ancora di andarci. Pur non avendo partecipato alle edizioni successive, non me la sentirei di mettere in discussione il ricordo e, anzi, medito di tornare a quella prevista per quest’anno – negli altri anni ero alle prese con certi affari da sistemare, adesso ce la posso fare. L’edizione di quell’estate durò tre o quattro giorni, vennero Virzì e Capossela e un paio di professori universitari (Francesco Durante e Robert Viscusi) a pareggiare i conti e dare un tocco di convegno accademico. C’erano anche i figli di Fante venuti dagli Stati Uniti – ho una foto di me in posa con Victoria e le sue parole vergate a mano sul frontespizio di Chiedi alla polvere: “I hope you enjoy my fathers works”; allora ci tenevo parecchio a certe cose, sembrerebbe.
Ho letto tutti i libri di Fante nell’estate del 2006, che ho buone ragioni per considerare l’ultima della mia gioventù. Credo di non averli più riletti per il timore di trovarli cambiati, meno vigorosi e sanguigni, come un ricordo sbiadito. Ma un’estate o l’altra, di quelle che verranno, mi rintanerò da qualche parte con John e un bicchiere di vino.
Abruzzese è anche Claudio Piersanti, uno scrittore di cui ho apprezzato due libri, Luisa e il silenzio e Il ritorno a casa di Enrico Metz, il quale ha chiaramente suggerito il titolo di questa serie di post. Piersanti, se le informazioni che possiedo sono esatte, è nato a Canzano, un paesello di circa duemila cristiani in provincia di Teramo famoso per il tacchino. Arrivando all’ingresso del paese si può leggere sul cartello di benvenuto “città del merletto e del tacchino”. Di merletti non m’intendo, ma il tacchino alla canzanese è una leccornia irrinunciabile per gli abruzzesi e li fa fessi tutti, anche quelli che avvertano il proprio dato anagrafico come una cianfrusaglia ingombrante.
Negli anni dell’università ero fidanzata con un canzanese al quale volevo molto bene e di cui qui si dirà sempre poco e trasversalmente, perché in questo blog perlopiù si sorride, si ride e si ridacchia, e ciò lo rende un blog serio. Lo chiameremo Sampei, per via della sua simpatia di allora per il personaggio del cartone animato giapponese. Fu lui a segnalarmi la lettura del suo conterraneo, come del resto anche di John Fante, al cui suddetto festival andammo insieme. Testardo come dicono siano i migliori abruzzesi, si mise in capo di contattare il signor Piersanti per un’intervista, incoraggiata dall’allora nostro professore di letterature comparate. Non se ne fece mai nulla e non si capì se fu perché Sampei, contattando il signor Piersanti, aveva fatto orgogliosamente leva sulla loro comune origine, un dato che lui aveva considerato come un punto di forza della sua accattivante proposta.

Sarei dovuta rientrare a Roma ieri pomeriggio ma oggi mi trovo ancora al paesello, trattenuta da una febbre recidiva e ridotta al silenzio da una bruciante faringite. Il mio rientro è dunque rimandato di un paio di giorni. Sono stata visitata dal medico di famiglia, che dopo avermi ricordato: “T’ so vist’ cresce”, ha dichiarato che è ormai arrivato il momento del famigerato intervento al mio setto nasale, principale responsabile, dopo la nicotina, delle mie pene respiratorie. Ieri sera ho cenato con Svevo e Maria – Houston se l’è data a gambe già sabato sera, dopo i festeggiamenti del compleanno di Svevo.
Nell’arco della domenica ho assunto una compressa dispersibile di antibiotico Unixime, una bustina effervescente di Fluimucil gusto limone e una fiala di Clenil via aerosol, mi sentivo poco lucida e ho scritto questo post. Ero assillata da una sola domanda: perché mai i pochi abruzzesi che mi stanno simpatici tendono ad andarsene a gambe levate dall’Abruzzo come ho fatto io?
Se qualcuno volesse segnalarmi casi opposti di profondo attaccamento, fornendo le prove, gliene sarei grata.