Il blocco (Svevo va in pensione)

Due amici mi hanno regalato il blocco dello scrittore. Intendo, me lo hanno regalato insieme, quindi ho un blocco solo. Questo qui, al contrario di altri che ho, è fatto di carta. Una bella carta, fra l’altro, che ha un buon odore. Sulla copertina c’è scritto proprio così, “Il blocco dello scrittore”; i miei amici mi fanno sempre regali pensati su misura per l’occasione, li chiamano “regali parlanti”. Questo regalo parlante lo tengo sulla scrivania, quella bianca, ché così il giallo paglierino della carta risalta di più sulla superficie, ci sta proprio bene. Ogni tanto lo apro e sfoglio le pagine numerate. Mi piace molto che siano già numerate.

Volevo scrivere di Svevo che è andato in pensione. È tanto che non scrivo di Svevo. È tanto che non scrivi di nulla e di nessuno, mi hanno fatto notare gli amici che mi hanno regalato il blocco. È vero, dico io, però non scrivere di Svevo, questa sì che è una mancanza da parte mia, soprattutto da quando lui è andato in pensione, il 16 dicembre 2014. Svevo ama la precisione, dunque bisogna precisare che il 16 dicembre 2014 non è andato in pensione, è andato in ferie, le sue ultime ferie. “Sulla carta” – Svevo dice sempre così, perché lui ai fatti sulla carta ci tiene, – andrà in pensione dal 1° gennaio 2015. Sta di fatto che da due settimane ha il tempo libero di un pensionato, e non scrivere di questo mi pare una grave inadempienza. Dico, che diamine, almeno usare questo bel blocco per prendere uno straccio di appunto!

Ci provo un attimo.

Da quando è andato in pensione, Svevo trapana muri. È sempre stata la sua passione. Ora, finalmente, può dedicarsi con tutte le sue energie a ciò che gli procura piacere. All’occorrenza, anche, imbianca pareti, spacca legna, ramazza giardini, stura lavandini, sega travi, vernicia porte, monta mobili nuovi e ne smonta di vecchi (li mette da parte, possono sempre servire). Si offre volontario per qualunque lavoro di riparazione domestica; qualche tempo fa si è candidato pure per riverniciare non so quale trabiccolo a casa dei miei amici, gli stessi che mi hanno regalato il blocco dello scrittore.

Una volta Svevo era fonte di innumerevoli materiali narrativi.

Di un uomo che va in pensione, c’è tanto da raccontare, soprattutto se è tuo padre. Volevo scrivere un racconto e intitolarlo “Il crivellatore”. Che so, un racconto alla John Cheever. Aveva fatto una scoperta, aveva dato un contributo alla geografia moderna. Potrei cominciare così, con una citazione. Del resto, da quando è andato in pensione, a suo modo Svevo dà un contributo alla geografia moderna ogni giorno.

Rileggo vecchie pagine, alla ricerca di parole da spremere. Osservo Svevo, mio padre, mentre fa avanti e indietro. In questi giorni compie frequenti pellegrinaggi a Brico. Si sta appassionando a tasselli, ancoranti e sistemi di fissaggio per l’edilizia. Ha molto da fare, e bestemmia la madonna quando sbaglia l’acquisto delle viti, si rimette addosso il cappotto e il cappello ed esce di nuovo. Quando non sappiamo dov’è e non risponde al telefono, non ci preoccupiamo, siamo sicuri di incontrarlo prima o poi sulla statale 16 che porta a Brico.

Una volta le pagine su Svevo scorrevano con facilità. Qualcuno le leggeva pure.

La mattina presto lo trovo già in cucina. Gli chiedo: “Papà, che fai di bello oggi?”. Lui mi risponde: “Me lo chiedi ogni mattina, quasi quasi me ne torno a lavorare”. Si veste con cura e va a fare la spesa, torna a casa con buste cariche di cibo e ne sistema ogni contenuto al suo posto. Lascia fuori il lievito, la caciotta e lo yogurt, poi dice spiccio a mia madre “Tò, ecco il lievito”, a mio fratello “Tò, ecco la caciotta”, a me “Tò, ecco lo yogurt”, e rivolto a tutti e tre aggiunge: “Venticinque minuti di fila alla cassa”. A volte sono di più, dipende dal giorno.
Ha comprato una lavagnetta nuova e l’ha appesa al posto della vecchia in cucina, ci scrive sopra le cose da fare, con la sua grafia precisa. Durante il giorno le cancella via via che i compiti vengono portati a termine, la sera prima di andare a letto ci scrive quelle del giorno dopo. Adesso c’è scritto: “Omeprazen 20”, che è per mia madre, “panettone senza canditi”, che è per mio fratello, “cestino più grande”, che è per il cane, “Mauro”, che non so chi sia. Ieri sera, per fare una prova, ci ho scritto io “vestito sarta ore 10”, che è per me, e alle 11 era stato cancellato.

Da quando è andato in pensione, Svevo non mi parla.

Il blocco ha duecentoquindici pagine. A pagina 25 c’è scritto un consiglio (credo che sia un consiglio, per scrittori in erba): “Non spiegare, mostra”.

Mangia

“L’hai vista?”.
Me lo chiede senza riuscire più a contenere un’emozione di cui non m’ero accorta fino a quel momento, quando mi ha chiesto “L’hai vista?”.
“Che?”, dico io, versandomi un altro bicchiere di vino.
“Ma come che? Sempre sulla luna vivi tu? La macchina! Sta parcheggiata sotto”. Adesso la voce è un po’ delusa e un po’ stizzita, come tutte le volte che lui mi vuole mostrare qualcosa e io non manifesto l’entusiasmo sperato: succede da che siamo al mondo insieme. “Io ho visto una Audi A3 parcheggiata sotto”, sono sincera, è quello che ho visto, ma non riesco ancora a capire che cosa avrei dovuto guardare. “Eh, quella”, dice lui, e mi guarda aspettando una reazione, forse una domanda carica di attesa, per esempio “E quindi?”. Invece dico “Quella sta sempre parcheggiata sotto, e sempre a cazzo di cane”, e mi infilo mezza seppia in bocca. Lui non si perde d’animo, è un poco scontento che la conversazione non stia andando come voleva, glielo vedo negli occhi, però l’eccitazione è più grande, non lo abbandona, ed è con visibile sforzo che cerca di arginarla quando finalmente afferma con tono solenne: “Sì, ma adesso è nostra. Mia e di tua madre. Ma pure vostra, quando tornate qua, che magari la volete usare”. Si riferisce a me e a mio fratello, suppongo.
“Ti sei comprato la macchina dell’avvocato?”.
“Non ho comprato la macchina dell’avvocato. Ho comprato la macchina di mio cugino”.

A questo punto mia madre mi chiede se voglio un altro po’ di carciofi e me li mette nel piatto senza aspettare la risposta (“Mangia”, diceva quando avevo sedici anni e una divergenza di opinioni con mio padre. “Mangia”, dice oggi quando torno al paese a trovarli per Pasqua e vedo una Audi A3 parcheggiata in cortile).
“Un affare, un vero affare”, continua lui. Mi racconta la storia, che suo cugino voleva vendere questa macchina, che la teneva sempre buttata in garage (un po’ nel suo, un po’ nel nostro che è anche suo, perché lo studio legale sta al piano sotto al nostro), che la Porsche pure quella la usava poco, che adesso, da quando Elena si è sposata ed è andata via di casa, non è che gli servano tutte queste macchine, e insomma preferisco darla a uno di famiglia, mi sento più contento, Svè. Svevo, mio padre, gli ha detto va bene, Abbrà, ma tu lo sai come stiamo messi, e lui gli ha risposto Svè, con te non ci stanno problemi, me la puoi pagare pure un poco alla volta, a me che me ne frega?, e Svevo gliel’ha pagata tutta e subito, perché il prezzo era proprio un prezzo da cugino, uno di famiglia, e noi mica siamo così morti di fame.
Alla fine, mi chiede: “Che ne pensi?”.

Io, quando uno mi chiede ne penso, mi viene voglia di accendermi una sigaretta. Quando ero più giovane fumavo una decina di sigarette al giorno, poi, da un certo momento in avanti, la gente ha iniziato a chiedermi sempre più spesso che ne pensavo, io ho cominciato a fumare di più e oggi fumo un pacchetto al giorno, a volte nemmeno mi basta.
Una persona chiede “Che ne pensi?”, però non vuole sapere davvero che ne pensi, vuole sapere se lei ha avuto una bella pensata, e tu le devi dire di sì, non trascurando di calcare la gioia, oppure devi capire se vuole che tu le dica di no e allora le devi dire di no, però con delicatezza, perché lei in realtà voleva un sì ma capisce che dev’essere no, però dillo con garbo, dillo bene, se puoi mettici un po’ di rammarico. Io non ci ho mai capito un cazzo, e a furia di sbagliare la risposta anno dopo anno, ho perso amici al bar e un sacco di soldi in tabaccheria. Di solito non me la cavo bene con questa storia di dire quello che ne penso, perché dico quello che ne penso.
“Penso che noi non siamo gente da Audi”, dico dopo essermi accesa una sigaretta (“Ma non le vuoi altre due seppioline?”, mi chiede mia madre, e non aspetta la risposta, e io fumo, e mangio seppie e carciofi).
Penso anche che sono passati tanti anni, decenni, da quando mia madre a tavola mi diceva “Mangia”, e però le cose sono ancora le stesse, e quasi mi sento sollevata: c’è almeno un posto, in tutto il mondo, dove certe sicurezze restano incrollabili. Solo questo non dico di quello che penso, ma soltanto perché quello che ho appena detto è sufficiente a cambiare agilmente il turno di parola.
Andiamo avanti per un po’, e infine mio padre mi dice: “Comunisti di merda. Questi sono i tipici discorsi da comunista di merda”. Poi si alza e va a fare il caffè. Torna a tavola, ha fatto il caffè anche per me, mi dice: “Comunque, la macchina sta giù sotto. Se la vuoi usare quelle poche volte che torni qua, usala. Sennò fai come cazzo ti pare”. “Ho comprato un uovo di cioccolata da un chilo, stava in offerta!”, esclama mia madre, “Diceva che dentro ci sta una collanina d’argento. Ma sarà d’argento per davvero?”.
Io guardo mio padre, lo amo moltissimo. Gli vorrei regalare tutte le Audi del mondo, e pure lui le regalerebbe a me, se io le volessi.
Mangiamo tutti insieme il cioccolato, ci giriamo tra le mani la collanina, per capire se è d’argento per davvero, poi decidiamo che no, è ‘na fregatura sicuro, però si può mettere lo stesso.

Alétheia, o “lu vere”

Da bambina mi divertivo a memorizzare le targhe delle macchine. A dire il vero non lo so se mi divertivo, certamente però mi tranquillizzavo. Ne avevo imparate centinaia, nella testa mi stava un archivio di sequenze alfanumeriche.
Oggi non mi ricordo a memoria nemmeno il numero di cellulare di Le Sanglier. Dopo il mio, ricordo solo quelli di Svevo e di Maria, perché le schede del loro cellulare sono state mie, prima quella che ho rifilato a Maria quando in famiglia c’è stato bisogno di un telefonino e poi quella che ho rifilato a Svevo quando in famiglia c’è stato bisogno di un secondo telefonino. In famiglia non si butta via niente.

A proposito di Svevo, bisogna dire che questa mania di memorizzare le targhe delle macchine ce l’aveva anche lui da bambino. Ma sarebbe meglio dire che lui aveva questa mania da bambino e che poi ce l’ho avuta anch’io da bambina.
Però della mia lui non è responsabile: non mi aveva mai detto di aver passato l’infanzia a memorizzare targhe, finché un giorno non mi ha visto annotarle su un quadernetto (col tempo mi ero organizzata, me le appuntavo di giorno e me le ripassavo la sera. Dev’essere stato quando ho cominciato a dubitare della mia memoria. Avevo bisogno di una nota scritta, una prova, un verbale, per verificare di averle dette bene). Insomma, quel giorno Svevo scoprì che mi ero data lo stesso passatempo. Non saprei dire se fosse contento o turbato, ma certamente ne fu sorpreso. Mia madre, invece, restò senz’altro scossa, incolpò il marito delle mie stranezze. “Ma i’ gne so’ mai ditt’ nind’!”, si difese lui. “È genetico!”, ribatté lei (mia madre ricorreva all’italiano quando voleva dichiarare solennemente la propria estraneità ai fatti).
Ad ogni modo, continuai a memorizzare targhe fino ai dodici o tredici anni. Quando cominciai il ginnasio, imparare l’alfabeto greco, gli accenti, gli spiriti dolci e aspri, e poi le declinazioni del nome e le coniugazioni del verbo, fu il gioco di un mezzo pomeriggio. Imparavo il greco come avevo imparato le targhe, e il quadernetto di sequenze alfanumeriche dell’infanzia fu sostituito da quello delle liste di parole. Il nuovo quaderno cominciava con “alétheia”, “verità”. O “rivelazione”, chi lo sa, non aveva importanza. “alétheia” per me era quando Svevo, per invitarmi a non contraddirlo su quanto aveva appena detto durante una discussione, chiedeva infine: “È lu vere o n’è lu vere?”. Naturalmente era sempre lu vere. Poi, studiando l’inglese, mi parve di notare che mio padre usava questa domanda, “È lu vere o n’è lu vere?”, come una specie di question tag, perciò mi suonava: “It’s true, isn’t it?”. Mi capitava quindi di rispondergli in inglese e lui s’incazzava perché pensava che lo stessi prendendo in giro. Lui solo l’italiano sapeva, ma soprattutto l’abruzzese, e in particolare eccelleva in quello della costa teramana, suo idioma materno, lievemente ibridato con quello delle prime cittadine marchigiane che s’incontrano dopo il fiume Tronto.
Comunque, per la storia dei quadernetti di greco – ce ne fu più d’uno nei primi due anni di scuola – mia madre incolpò di nuovo mio padre, che pure lui aveva fatto il liceo classico. Ma sarebbe meglio dire che lui aveva fatto il liceo classico e che dopo lo feci anch’io. Andai in quella che una trentina d’anni prima era stata la sua scuola, che si chiamava Liceo Giacomo Leopardi e stava in Viale De Gasperi. Lui ne andava fiero, perché avevamo una scuola in comune, custodivamo un segreto, diceva “N’a sta a sentì mamm’t” e, al primo colloquio con i professori, volle andarsene in giro con me per l’edificio, voleva vedere com’era cambiato (non era molto cambiato).

Dopo le targhe e il greco, e dopo aver intuito, non senza provare delusione, che era pur necessario avere relazioni sociali per stare al mondo, è venuta la lista della spesa. Con gli amici dell’adolescenza giocavo a “Oggi sono andata al mercato e ho comprato…”. Si cominciava da una parola, che so, “arance”, e il compagno a sinistra la ripeteva aggiungendo un’altra parola, tipo “uova”, e così via. Ognuno ripeteva da capo tutta la lista e in coda aggiungeva una cosa sua, le arance, le uova, il formaggio, le zucchine, una grattugia, un tappeto… la lista poteva diventare molto lunga, secondo l’abilità dei giocatori. Una volta, in campeggio, io e tre amici miei comprammo al mercato centosettantaquattro cose senza fare mai errori. Il risultato ci sembrò così soddisfacente che fu perfino festeggiato con un brindisi.

Adesso quelle centosettantaquattro cose non me le ricordo più. Quando vado a fare la spesa, dimentico sempre qualcosa pure con la lista in mano. Arrivo a casa, me ne accorgo e mi arrabbio più di quel che sembra necessario.
Non mi ricordo neanche le targhe, nemmeno una, e non so che fine abbia fatto il quadernetto. Non ho memorizzato neppure quella della mia macchina, quando ce l’avevo.
Del greco, qualche parola, una manciata di espressioni e certi versi isolati della poesia omerica, che di tanto in tanto ripeto ad alta voce, così, di punto in bianco. Per esempio, quando al mattino mi sveglio presto e guardo fuori dalla finestra, dico “rododàktulos èos”, “l’aurora dalle rosee dita”, e quando sento una tensione che ingravida l’aria dico “Mènin àeide, theà, Peliàdeo Achilèos oyloménen” , “L’ira funesta cantami, o dea, del Pelide Achille” (però gli accenti suonano leggermente diversi, cioè molto meglio, se si dicono in esametro. E poi non ho mai saputo trovare una traduzione giusta, giusta nel senso che rende giustizia, o che opera secondo il vero, insomma una traduzione che non faccia torto a quelle due parole del verso greco, “ira” in principio e “funesta” alla fine. Perciò ha senso soltanto dirlo in greco).
Naturalmente mi ricordo “alétheia”, “verità”. O “rivelazione”, chi lo sa, non ha importanza nemmeno oggi.
Ricordo soprattutto mio padre. Mi ricordo di lui in quegli anni, quando ai colloqui con i professori mi portava in giro per i corridoi del Liceo Giacomo Leopardi in Viale De Gasperi, e mi raccontava di quando era stato rimandato a settembre, s’era ubriacato per la disperazione e, cantando, era finito dentro un canneto con tutta la bicicletta. Poi mi raccontava anche di quando, dopo il liceo, s’era iscritto a medicina a Bologna. Aveva preso una stanza in affitto insieme a Giampaolo, l’amico suo, e intanto però aveva conosciuto mia madre in Abruzzo. Quando tornava con Giampaolo da Bologna, si faceva accompagnare subito da mia madre, perché lui la macchina non ce l’aveva ancora. Giampaolo lo accompagnava, aspettava fumando sigarette e poi lo riportava a casa. Ah, comunque all’università aveva fatto sì e no un paio di esami e poi aveva lasciato perdere, medicina non era roba per lui, poteva approfittarne per fare un po’ di bella vita a Bologna, sì, ma non era mica figlio di papà, quella stanza in affitto costava tutta la paga da sarta di mia nonna. Giampaolo invece no, lui aveva finito (questo, mentre ascoltavo i suoi racconti, lo immaginavo anch’io, perché Giampaolo era il nostro medico di famiglia).
Oggi Svevo sospira molto al telefono e mi dice spesso “Ti rraggiò”. Lui non lo immagina, ma io, ogni volta che mi dà ragione invece di chiedermi se è lu vere o n’è lu vere quello che ha detto lui, dimentico un po’ di più quel che resta del gioco dei numeri, delle liste della spesa e del greco.

Il diavolo e la pazienza

C’è un trionfo di serotonina
dove termina il dolore
(Ivano Fossati, L’angelo e la pazienza, rivisto e corretto)

Volevo scrivere delle rosticcerie, delle tavole calde, dei ristoranti, delle pizzerie e dei caffè di Roma nella pausa pranzo di un lavoratore co.co.pro.
Volevo scrivere, per esempio, di come i luoghi frequentati da un lavoratore co.co.pro. nella sua pausa pranzo, se ce l’ha, non siano mai gli stessi durante l’anno. Volevo dunque scrivere qualcosa sulle ragioni dell’espunzione dell’avverbio “abitualmente” tra “luoghi” e “frequentati”. Volevo perciò scrivere dell’abitudine, avevo tanto da dire sull’abitudine, su come – dicono – ci si abitui a tutto, ma veri scrittori l’hanno già fatto sapientemente, e non c’è più niente da scrivere, né da dire, e anche questo, cioè che non c’è più niente da scrivere né da dire, l’avevo già scritto.
Volevo scrivere, pure, di come il lavoratore co.co.pro. che presti il suo servizio in qualità di “esperto di Qualcosa” in tre o più posti durante l’anno sia capace di realizzare un’accuratissima mappatura dei luoghi di ristorazione presenti nella città dove va collezionando il maggior numero di contratti.
Volevo provare a fare il ritratto dei clienti (“abituali”? Non saprei dirlo) di tutti i posti in cui un lavoratore co.co.pro. trangugia colazioni e pranzi durante l’anno.
Volevo scrivere, insomma, un post ilare, brioso, eventualmente brillante.
Volevo scriverlo, ma non lo farò, credo, perché quello che mi viene da scrivere in proposito è pari a quello che mi viene da dire ogni due o tre mesi dell’anno quando, nella pausa pranzo alla tavola calda Volpini di fronte alla fermata della metro B Policlinico, o nella pausa pranzo alla caffetteria Il Baretto di Piazza San Bernardo, o nella pausa pranzo in una paninoteca di Garbatella, o nella pausa pranzo in un bar della stazione Anagnina, il barista mi sorride e mi dice “Come mai di nuovo da queste parti? Non t’ho più visto”: niente.
A ben vedere, quasi niente. Posso dire, infatti, che i cornetti al pistacchio di Volpini sanno un po’ di cartone, o di quello che immagino sia il sapore del cartone, e che la rucola dentro i tramezzini del Baretto lascia pensare alle alghe che si vedono in riva al mare dalle parti mie. In compenso, però, le fettuccine al salmone del primo e il caffè del secondo sono lodevoli.

Volevo scrivere, poi, dei traslochi. Qui, però, mi è mancato un paragone, e un po’ di coraggio. Mi sono venute in mente certe poesie della Szymborska che volevo rileggere, ma non avevo a portata di mano i libri, perché stanno già imballati negli scatoloni per detersivi Nelsen e Dash, accatastati all’ingresso delle stanze a mo’ di fermaporte, vicino ai sacchi della spazzatura da buttare.

Volevo scrivere una lettera a mio padre.
Poiché nemmeno questo mi riusciva, volevo allora spedirgli una copia delle poesie di Sbarbaro, e mettere un segnalibro nella pagina famosa dove scrive

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.

ma non me la sento. E comunque Svevo Bandini non legge poesie.

Volevo anche andare al mare, a mangiare le cozze. O in Finlandia, a spalare la neve.
Volevo fermare qualcuno per strada, o mettermi a parlare con uno sconosciuto sul treno regionale delle 8.04 per Roma Tiburtina (arriverà con un ritardo previsto di dieci minuti), e chiedergli:
“Non pare anche a te che le estati siano sempre più calde e gli inverni sempre più freddi?”.

Invece ho fatto un’altra cosa.

Domani era ieri. Cinque appunti per una storia all’imperfetto, e un finale da scegliere

L’estate del 1990. Il campeggio in Valle d’Aosta.
Mio padre che ferma la macchina sul bordo di una strada a strapiombo su una vallata e ci costringe a scendere tutti per ammirare una cascata. Mia madre paziente, io ammusonita. Il filmino di mezz’ora che lui gira lì, sul bordo della strada a strapiombo sulla vallata. Quindici minuti di inquadrature sul profilo delle montagne. Lui che, telecamera in spalla, ci chiede a bassa voce di fare silenzio. Mio fratello che ha tre anni e i ricci biondi, e gli dice: “Papà, io sono stanco mortino”.
La Base Segreta che avevo stabilito in una radura, insieme a tre fratelli conosciuti al campeggio, di cui non ho saputo più nulla dopo quella vacanza.

Le estati degli anni ’90, tutte. Still got the blues, di Gary Moore. Avere un attacco di panico e dare di stomaco sui cavi degli amplificatori, durante un concerto, dietro il palco, pochi minuti prima di cantarla. Gli anni in tasca.

L’esame di Letteratura latina I, all’università. Lo schema dei metri impiegati nelle Odi di Orazio, attaccato al frigorifero in cucina. Tre mesi di colazioni acide, tra luglio e settembre.

L’estate del 2006. I mondiali di calcio. La piccola mansarda nel centro storico di L’Aquila, in via S. Martino, dove vivevo allora. Leggere in una giornata Chiedi alla polvere, con la febbre a trentotto, e poi tutti gli altri romanzi e i racconti di John Fante, uno dietro l’altro a letto. Non riuscire ad accettare, poi, che fossero finiti, i suoi libri e la mia febbre. Comunque, non rileggerli più, non per intero, non in un giorno.
Alla fine dell’estate, l’Inghilterra. Lasciare la gioventù a Wolverhampton, e non saperlo. Al ritorno, alcuni mesi dopo, intuire che non si è più giovani quando si comincia a ricordare (provare a dirlo meglio). Dover accettarlo.
Il fatto di finire, sempre, col tornare all’estate del 2006 e dire “Ecco, è stato allora. Mi ricordo che”, come fanno i vecchi.
(Mia nonna s’incanutì tutta a trent’anni, perché aveva perso qualcosa per strada e aveva cominciato a ricordare. Dover accettarlo. Eventualmente, approfondire)
Il fatto di non essere mai più tornata a L’Aquila, aver a malapena avuto la voglia (o che altro? Pensarci, ma non troppo) di vederla distrutta nelle foto e in televisione.

L’arrivo a Roma. Il lavoro, le persone. Le estati a Trastevere, di sera.
Cominciare ad avvicinarsi al punto in cui l’imbuto si restringe, e non è cono e non è collo. Accorgersene.

Quest’estate liquefatta, immobile. Pensare che “ha forma smisurata di donna seduta in terra, di volto mezzo tra bello e terribile”. Saperlo. Fare i conti con l’idea di non saperlo dire.

Stanno tutti bene

(Paesello, 22 giugno e vento che viene dal mare)

Siamo riuniti intorno al tavolo del soggiorno, io, Svevo, Maria, il fratello Houston e il cane. Sono tutti contenti del mio inatteso ritorno, addirittura il quarto dall’inizio di quest’anno, e ciascuno me lo dice a modo suo.
Maria e Houston vanno discutendo su non so che cosa, quasi certamente sull’esame di Ricerca operativa che lui avrà il mese prossimo, e per il quale sta studiando meticolosamente un giorno alla settimana (che bel nome, “ricerca operativa”, penso. Chissà di che parla. Lo chiedo a lui ma non me lo sa dire). Il cane boccheggia sul divano. Svevo mangia pomodori e mozzarelle, a Danzica, sguardo torvo rivolto al televisore.
Stanno tutti bene.
“Che la guardi a fare?”, lo tormenta Maria, “Tanto si sa chi vince”. Lui si fa ancora più torvo, rimane in silenzio per qualche istante e poi, continuando a fissare lo schermo, sentenzia con solennità sciamanica: “Lu pallò è rutunn'”. “In che senso?”, intervengo. Lo so in che senso, ma mi piace sentirlo rielaborare in abruzzese e a lui piace che io glielo chieda. “Nel senso che è rutunn'”, mi spiega più chiaramente. “Sì, ma che vuoi dire? È rotondo e quindi?”, insisto, non voglio perdermelo. “È rotondo e quindi ‘npù mai sapè”. Eccolo, il suo gol. Questo volevo sentire, perché se non lo sento almeno una volta nelle quarantotto ore del mio soggiorno, è come se al paesello non ci fossi venuta. Mio padre, a modo suo, è un agnostico e stasera si aggrappa ai suoi principi con particolare ostinazione. Lo stuzzico ancora un po’, “Va bene, ma qua non ci sono dubbi”. “E chi l’à ditt’? Npù mai sapè ‘nda s’ va r’ciummichenn'”, e con le braccia e le mani fa il gesto di rotolarsi.
Stanno tutti bene.
Comunque è un quattro a due. La Germania segna a ripetizione. La Grecia si sgonfia, il pareggio era una bolla speculativa e le tocca fare i conti con la realtà (così, il mattino dopo, ne avrebbe parlato un giornale). Mio padre non dice una parola al riguardo. Ha i gomiti piantati nel tavolo, il mento affondato in tutte e due le mani. Poi rompe il silenzio e dice: “Vuoi vedere le foto di quando eravate piccoli, che le ho passate tutte sul computer?”.

Mia madre sta imparando a usare internet. La sua collega di una vita va in pensione, ci sarà una festa d’addio, lei ha preparato un video per l’occasione. Le canzoni le ha trovate su YouTube. Mi fa vedere come ha imparato a salvare le ricerche fra i segnalibri, “qua dove sta la stelletta”.
“Ti va di imparare anche a salvarti una playlist su YouTube?”, le chiedo. Aspetto la reazione, che arriva quasi immediata, appena il tempo di processare il mio input. “E che è?”, domanda. “È come una cartella, dove ti ci metti tutti i video che ti piacciono e poi li trovi sempre lì”. Gli occhi verdi le si accendono come due abbaglianti nuovi di zecca. Cominciamo a creare un account su Google. Ci vuole un indirizzo e-mail. “È inutile, tanto poi non me lo ricordo, né quello né la password”. “Nemmeno se scegliamo delle parole particolari? Per esempio, adesso hai imparato a usare un po’ internet. Che ne dici di mariatecnologica, ti piace?”. Ride, “Vabbè”. Come password scegliamo il nome del cane e l’anno in cui è nato, una data importante quanto quelle della nascita mia e di mio fratello.
“Ok, fatto. Allora, ricapitoliamo: il tuo indirizzo e-mail è mariatecnologica, chiocciola e poi?”. Silenzio. Mi guarda un po’ intimidita, poi comincia a riciummicarsi tutta di risate. “Ma l’abbiamo visto trenta secondi fa…”, le dico simulando stupore e disappunto. Non provo né l’uno né l’altro, ma così lei si diverte ancora di più e può dirmi, come infatti mi dice, “E n’a m’arcord, k’ vù?”. Lo ripetiamo di nuovo, e infine creiamo il nostro canale su YouTube. Rimane davanti al computer fino a mezzanotte, lei che entro le dieci stramazza, e io penso che in effetti certi palloni sono rotondi.

Quando tutti se ne sono andati a letto, passeggio al buio sul balcone, con un bicchiere di passito per prendere sonno.
Giro intorno alla casa che Svevo e Maria hanno costruito un pezzo alla volta in trent’anni. Un lato dell’edificio si affaccia su un campo incolto. Sta lì da quando sono nata, a nessuno è mai venuta voglia di farne qualcos’altro, un campo coltivato, un campo da calcio, o anche solo un campo. Non vedo niente, non mi va di accendere la luce, mi piace stare al buio su questo balcone nelle notti d’estate. Poi pesto la merda del cane. Non accendo la luce nemmeno allora. La certezza di essere a casa, qualche volta, mi tranquillizza.
Riparto la domenica pomeriggio subito dopo pranzo, col fresco delle due. La sera, prima di Italia-Inghilterra, mio padre mi manda su DropBox duecentocinquanta megabyte di foto, quelle di quando eravamo tutti piccoli. Stavamo tutti bene.

[senza titolo]

“Tu i bbone sole pe li libbr’!”.
È lessico famigliare, ci sono affezionata. Sono cresciuta sentendomelo ripetere ad ogni buona occasione.
Le buone occasioni in famiglia erano molte, perché Svevo, in quanto a lessico famigliare, è un uomo sincero e abruzzese. La frase veniva pronunciata, ora con ironia, ora con sarcasmo, ora con stizza, ora con affetto, ora con un po’ di tutto, quando dimostravo certe mie incapacità pratiche. Collegare i cavi del videoregistratore quando volevo registrare un programma alla televisione, per esempio. Rientrare nel vialetto di casa a diciotto anni freschi di patente, lasciando intatta la fiancata della macchina.
Però che significherà mai, mi chiedevo allora, essere buoni solo per i libri? Doveva essere certamente una brutta cosa, come quando comunemente si dice “Tu sei buono solo a criticare”, o “Tu sei buono solo a…” fare questo o quell’altro. Quell’avverbio, poi, incastonato in mezzo alla frase, quasi al centro, a suturare predicato e limitazione, significa che tu eccelli senz’altro in qualche cosa, che però non è una cosa importante, o apprezzabile, o utile, o la cosa di cui ci stiamo occupando ora mentre parlo con te, che purtroppo sei buono a qualcosa che non è la cosa di cui ci stiamo occupando ora mentre parlo con te.
Al contempo doveva essere pure un bell’affare, perché Svevo pagava volentieri tutti i miei libri. A undici, dodici anni c’era un rito al quale mi ero legata. Mi facevo accompagnare in una piccola libreria nel paesello vicino, e stavo lì a scegliere il libro che mi avrebbe comprato. Nel frattempo lui parlava con la libraia, una signora sulla cinquantina che insieme ai libri vendeva anche palette, secchielli e formine per la sabbia – la spiaggia stava lì di fronte. Oggi mi chiedo, se allora avessi desiderato solo palette, secchielli e formine, cosa sarei stata buona a fare? Secondo me a collegare i cavi del videoregistratore e a rientrare in macchina nel vialetto di casa prendendo bene le misure.

Questa storia dell’essere buona solo per i libri è andata avanti negli anni.
Svevo, a un certo punto, deve aver accettato il mio limite, come si fa coi figli scemi, perché ha cominciato a dire la stessa frase con un tono più serenamente rassegnato.
“Va bene… Parliamo un attimo di cose pratiche”, mi dice oggi al telefono, nel bel mezzo di una conversazione in cui gli sto raccontando qualche cosa che ha a che fare con il mio lavoro, che non ha a che fare direttamente con i libri, ma certo è passato a lungo, e passa ancora, in mezzo a libri, carte da spaginare, saperi in cellulosa – mio padre, probabilmente, come del resto anche qualche mio amico della mia stessa generazione, mi immagina intenta a correggere compiti con quella matita per metà blu e per metà rossa con cui si segnavano errori gravi ed errori meno gravi a scuola (si usa ancora? Nelle versioni di greco e di latino al liceo, tre segni rossi equivalevano a un segno blu, quindi a un voto in meno. Io non l’ho mai capita, la distinzione cromatica della gravità).
“Va bene… Parliamo un attimo di cose pratiche”, mi dice, e mi ricorda che devo pagare la revisione della macchina, che lui la sua l’ha già pagata. Io rischio di scordarmene. È vero, due anni fa ho dimenticato di esporre il tagliando dell’assicurazione e ho pagato una multa, al prezzo di due edizioni tascabili Einaudi, o tre Feltrinelli. Sarà stato sicuramente perché mi sono istupidita sui libri.
A furia di leggere, poi, può succedere che ti viene voglia anche di scrivere ogni tanto, (ma di scrivere viene voglia comunque a tutti, e) questo dev’essere assai più molesto, perché diventa potenzialmente dannoso anche per gli altri, un po’ come le sigarette, quando scrivono sul pacchetto che fumare nuoce a te e a chi ti sta intorno; mi pare che ci sia scritto anche “gravemente”, non me lo ricordo malgrado ne compri uno al giorno, però mi ricordo che la scritta non è né rossa né blu. Dovrebbero scriverci “Sei buono solo a fumare!”, secondo me ha il pregio di creare più dubbio sulla reazione che uno dovrebbe avere.

L’anno scorso, mentre tentavo senza risultato di montare da sola un divano-letto appena comprato, un’amica ha commentato alla maniera sveviana. Non mi ricordo cosa ho risposto, ma sono sicura di aver detto una frase diversa da quella che avrei voluto. Perché essere buoni solo per i libri significa pure educarsi a dire verità alternative (non falsità: verità alternative). Anche questo, però, non lo so se sia buono. Ero un po’ arrabbiata con lei, ma non per la frase. Per il plagio. Quella era una frase di mio padre, solamente da lui la potevo sentire.

Comunque hanno ragione loro. Essere buoni solo per i libri è una grande, grandissima fregatura. Anche se non ho capito bene che significa. Infatti non mi viene nemmeno il titolo giusto per questo post. Magari c’è qualcuno che è buono solo a mettere titoli.

Non puoi mai sapere [Appunti abruzzesi 1]

Come Maria ci ha tenuto a ricordarmi l’altro giorno, il mio ultimo ritorno al paesello risaliva a un paio di mesi fa ed era l’unico finora registrato nel 2012. Quello di stamattina è il secondo. Una visita di poco più di ventiquattro ore, poco meno di quelle necessarie a un paio di chiacchierate con lei e Svevo a tavola – compreso un briefing sui compaesani candidati al voto (continuo a non sentirmela di dire alcunché in proposito), a un pranzo domenicale a base di gnocchi della nonna Agnese, e a un pernottamento nella mia vecchia camera. Forse a una birra con due amici, forse.

Qui, di mio, è rimasto poco.
Nella vecchia camera c’è ancora una mezza parete di libri che non ho mai trasferito nel mio appartamento a Roma, perché di stare a ragionare sull’acquisto di una terza libreria Ikea, che poi dovrei imballare al successivo trasloco in un altro appartamento a Roma o chissà dove, non ho voglia. Perciò il resto dei libri sta qui, nella mia vecchia camera. Ci stanno anche tutti i diplomi e i diplomini incorniciati, con i quali il fiero Svevo ha tappezzato l’altra mezza parete. Io gliel’ho detto, che potrebbe tenerli da parte per l’inverno, che le pergamene bruciano meglio dei giornali quando deve accendere il fuoco nel camino in soggiorno, che la legna costa, ma lui non ne vuole sapere. In effetti, tutti quei diplomi e diplomini sono costati più di dieci inverni di legna. Poi ci stanno ancora vecchi vestiti nell’armadio: maglioni di lana infeltriti, jeans colpiti dalla furia devastatrice dell’adolescenza, magliette che portavo verso i sedici anni, quando me ne andavo spesso in giro con l’ombelico all’aria, e che a portarle oggi mi tornerebbe la sera stessa una delle mie coliche renali, o una congestione, o il raffreddore, o qualcos’altro. Tutta roba che Maria conserva. Io gliel’ho detto, che potrebbe darla a qualcuno, che potrebbe ricavarne vestiti nuovi o farne comunque quel che vuole. In effetti, lei ne fa quel che vuole e la conserva, perché non puoi mai sapere.

Questa camera è bianca e gialla. Bianchi i mobili, gialli l’intonaco delle pareti e le tende. Li trovo ancora colori molto belli, luminosi, soprattutto nelle giornate di sole. In mezzo a questo candore ci sono stata per i primi vent’anni. Oggi, a volte, ci stanno gli ospiti: la nonna Agnese, la cugina Chicca, chiunque si fermi per una o più notti in casa Bandini. Io gliel’ho detto, a Svevo e a Maria, che potrebbero affittare la stanza, magari solo in estate, a qualche giovane di passaggio. Che so, a uno studente straniero che cerca alloggio a casa di famiglie italiane, per praticare un po’ la lingua durante una vacanza. Magari a uno dei miei ex studenti che vorrebbero tornare volentieri in Italia. Sarei felice di dargli la mia vecchia stanza. Svevo ha detto di no, Maria ci ha pensato un momento, poi ha detto che eventualmente preferirebbe una studentessa, allora Svevo ha detto che sarebbe d’accordo, allora Maria ha detto che no, sarebbe un’assurdità, che stiamo dicendo? In effetti, ho detto io, potrebbe essere un’assurdità, perché forse la studentessa straniera, ma anche lo studente straniero, non passerebbero l’estate al paesello, potendo scegliere fra tutti i posti d’Italia. Ma magari mi sbaglio, perché non puoi mai sapere.

In ogni caso, questa stanza bianca e gialla è un bel posto. È un bel posto anche la cucina, al mattino, quando ti fai il caffè con la macchina dell’espresso, quella con le cialde. È un bel posto anche il frigorifero, che dentro è tutto colorato di pomodori, carote, zucchine, formaggi, olive verdi, salamini, yogurt, di solito quelli in vasi da mezzo chilo, perché Svevo, quando Maria lo manda a fare la spesa, stocca i viveri di scorta, perché non puoi mai sapere quello che succederà domani. In effetti no, non lo possiamo sapere. Possiamo eventualmente solo intuire che, se non finisci lo stoccaggio di yogurt entro una certa data, scade e che, se mangi uno yogurt scaduto, non puoi mai sapere quello che succederà dopo. Ma, in fondo, neanche questo è certo: una volta, nel mio appartamento a Roma, ne ho mangiato uno ai frutti di bosco scaduti – lo yogurt e i frutti – da trentuno giorni e non è successo niente, mi pare.

Comunque sia, questo posto è un bel posto, soprattutto al mattino presto di domenica, quando gli altri in casa dormono ancora e pure il paese, almeno finché non suonano le campane della chiesa. Ho l’impressione di aver messo una distanza di sicurezza, anni fa, tra me e quello che poteva succedere nel resto del giorno, perché in effetti non puoi mai sapere. Negli anni passati a non sapere mai, però, qualcosa è successo: quando torno, mi viene la febbre. Ma non saprei dire perché, è chiaro che non si può sapere. Al massimo puoi fare ipotesi. La mia è che tornare è da recidivi.

Il ritorno a casa di Morelle #2. La lingua ritrovata

Sono arrivata ieri sera al paesello insieme a Nosferatu, anche lui di ritorno nella nostra terra natìa per il fine settimana. L’arrivo era previsto per le 21.10, o “21.12 se non mi funziona il telepass”. Siccome il telepass non ha funzionato, Nosferatu mi ha depositato davanti a Casa Bandini alle 21.12, con la mia valigetta rossa e la faccia emaciata, appena reduce dalle febbri virali e pronta alla consueta otite di chiusura.

Come prestabilito, al citofono mi ha risposto Houston, arrivato da Ancona prima di me. Pare che in quel momento Svevo, nella delicatissima fase digestiva della cena, fosse immerso nella soporifera oscurità del soggiorno, accoccolato sul divano insieme al Pupo, il cagnetto bianco e peloso, a guardare un film con Bruce Willis. Houston mi ha riferito inoltre che, al trillo infernale del campanello, cui fa tradizionalmente seguito l’impossessamento demoniaco del Pupo, Svevo ha guardato l’orologio e, senza cambiare posizione, ha borbottato infastidito: “E mmo chi cazz’ è?”. Maria, nostra complice nella sorpresa, si trovava opportunamente in bagno, perché le sarebbe venuto da ridere un momento prima del mio ingresso in casa.
Mi sono dunque introdotta nel soggiorno dando una sonora pacca all’interruttore della luce e, sovrastando la voce di Bruce Willis e al contempo l’ululato del Pupo, ho recitato una delle formule di saluto del codice Bandini: “Oh, eccheccazz’, manc’ vì ad aprì a fìjet’?” (“Orsù, per amor del cielo, non vieni nemmeno ad aprire la porta alla tua figliola?”).
Il mento di Svevo ha iniziato a molleggiare e così è rimasto per un po’. Poi gli occhi hanno guardato la consorte, sopraggiunta saltellando dal bagno per non perdersi la scena. Poi hanno guardato il secondogenito, mio fratello Houston, il quale torna regolarmente quasi ogni fine settimana al paesello ed è più di casa perciò, al contrario di me, non fa notizia. Poi gli occhi, appena appannati, hanno guardato di nuovo me e infine Svevo ha detto:
“Ma tu n’ stiv’ mal’?”
(“Figlia, mi avevano detto che eri malata, non è dunque così?”).

Questo sabato mattina, giorno del compleanno di Svevo, mi sveglio presto tra gli odori familiari del pollo in casseruola con i sottaceti, i quali sono tradizionalmente in grado di attraversare un lungo corridoio, un salone e tre porte in successione chiuse.
Trovo Maria in cucina, già intenta a fare la torta. Nella nebbia del sonno intravedo del mascarpone sul tavolo, e dei biscotti. “Tiramisù”, penso.
– Che torta fai?
Lu ciskèik.
– E quando hai assaggiato un cheesecake?
– Un po’ di giorni fa. Una signora che conosco me ne ha portato un pezzo insieme alla ricetta. Qui però c’è scritto che si chiama “sbriciolata”. Ma tant’ è la stess’ cus’, cagn’ sol’ lu nom’.

La confessione di Svevo e la lingua salvata

Questo sabato sarà il compleanno di Svevo.
Come ho detto quando abbiamo fatto la conoscenza di questo personaggio chiave, io torno raramente al mio paesello d’origine. L’ultima volta è stata in occasione di Natale, quando mi sono fermata per un ciclo di settantadue ore a base di cagg’nitt’ e parenti. Li cagg’nitt’ sono un dolce abruzzese tipicamente natalizio, di forma simile a un raviolo, ripieno di cioccolato, castagne, miele e frutta secca, fritto in abbondante olio e spolverato infine di zucchero a velo. Hanno la principale funzione di bilanciare il retrogusto amaro lasciato in bocca dai numerosi momenti conviviali coi parenti, che avvengono a distanza ravvicinata, fino quasi ad unirsi, tra la fine del pranzo e l’inizio dei preparativi per la cena. Per questo, mentri senti l’acciottolìo di piatti proveniente dalla cucina fin dalle prime ore del mattino, ne mangi fino a stordirti. Li mangi anche a colazione, nel tentativo di opporre resistenza all’odore dei fegatini che ti raggiunge alle narici.
Ad ogni Natale, torno a vedermi dentro quella scena del film di Monicelli, ambientato proprio in Abruzzo. Ecco, noi siamo tutti a quella tavola.
All’ultimo ritorno al paesello ho fatto opportunamente seguire altre settantadue ore di cure termali a Chianciano, per recuperare la tonicità muscolare prima di rientrare a Roma.

Qualche giorno fa ho ricevuto una telefonata di mio fratello Houston, il quale mi ha riferito che, una domenica in cui era di passaggio nella casa di famiglia, si è trovato ad origliare una conversazione tra Svevo e la sua consorte Maria,
Svevo è stato dunque colto alla luce di un’intima confessione, che più sotto trascriveremo fedelmente, integrando il testo con una grossolana traduzione a beneficio dei parlanti di altri idiomi nazionali.
Il teramano costiero, esposto da un lato alle influenze del teramano montano e dall’altro a quelle del vicino ascolano, è infatti una varietà linguistica di non immediata comprensione al pari di molte altre della Penisola, soprattutto a livello fonetico, difficile anche da riprodurre per un non nativo, per via del largo uso che fa di una vocale turbata, chiamata dagli esperti di glottopipponica “schwa” e corrispondente a un suono indistinto, misto tra la “a” e la “e”, il quale solleva incertezze nella trascrizione grafica, dove per comodità è rappresentato da un apostrofo.

Ecc’, mo arvè n’addr’ cumpleann’ mi. M’ sent’ nu ciutt’. Lu si qual’ fusce’ nu bill’ regal’? Ca quill’ s’ dec’dess’ c’ cazz’ vo fa d’lla vita su e cca nvic’ Morell’ m’ facess’ ‘na surpres’ e arveness’ ieccaiò lu jurn’ d’ lu cumpleann’ mi e macar’ mar’p’rtess’ pur’ Le Sangliè, ca iecc’ ncià mai v’nut’.

[Ecco, sta per arrivare un altro mio compleanno. Mi sento un rottame. Lo sai quale sarebbe un bel regalo? Che quello (“quello” è Houston, il secondogenito di Svevo e Maria, NdT) decidesse cosa diamine vuole fare della sua vita e che invece Morelle mi facesse una sorpresa e tornasse quaggiù (per Svevo, il paesello è “quaggiù” sebbene questo si trovi più a nord di Roma, dove la sua primogenita vive, NdT) il giorno del mio compleanno e magari mi portasse anche Le Sanglier, che in questa casa non è mai venuto]

Questa settimana, dunque, mi preparo a una nuova visita in terra alto-abruzzese.
Riguardo al Sanglier, non me la sento di contribuire ad esaudire il segreto desiderio di Svevo. Riguardo a “quello”, Houston non se la sente di prendere una decisione del genere. Ci siamo perciò accordati per un regalo meno oneroso, ma certamente offerto secondo le nostre possibilità, e ci riuniremo a tavola per celebrare il compleanno di Svevo Bandini.
Da un paio di giorni accuso mal di testa, forti dolori alle ossa e inspiegabili disturbi dell’umore.