Visite familiari e trapani a percussione

L’ultima visita del parentado risaliva più o meno un mese e mezzo fa.
Io torno abbastanza raramente al mio paesello natale, grosso modo tre o quattro volte all’anno, di cui una prende una parte della mia pausa natalizia e un’altra una parte della mia pausa estiva, per un totale di circa una quindicina o al massimo una ventina di giorni, distribuiti sui trecentosessantacinque con una perizia maturata negli anni. Normalmente vengono più spesso i miei genitori a trovarmi a Roma, forse cinque o sei volte all’anno. In questo modo arriviamo complessivamente alla nostra decina di incontri annuali, mantenendo a un livello accettabile la frequenza di interazioni previste tra consanguinei, perlomeno di quelle in presenza. Quelle telefoniche, volte principalmente a scambi di informazioni su condizioni atmosferiche e stati di salute, recuperano una generale impressione di regolarità di contatti.
Loro, però, vengono solo se c’è qualche lavoro da fare in casa mia, e possibilmente estenuante: ripitturare le pareti, montare mobili, picconare muri, trapanare superfici. Dicono che li rilassa e li diverte. Partire dalla costa abruzzese e farsi un paio di ore di macchina solo per venire a pranzo la domenica e fermarsi un pomeriggio a conversare deve evidentemente sembrar loro un’insensatezza, e in effetti su questo ci troviamo spesso d’accordo.
Ogni volta che li vedo, finisco sempre col pensare a Svevo e Maria di “Aspetta primavera, Bandini”, uno dei romanzi di John Fante che hanno energicamente portato in spalla la mia prima gioventù. Fatta eccezione per la professione svolta e per l’attaccamento al vino, mio padre in particolare incarna perfettamente il personaggio, peraltro sanguigno abruzzese come lui.

L’ultima volta che io e i Bandini ci siamo visti, dicevo, sono arrivati armati dell’ostinata dedizione che solo un padre e una madre, e un padre e una madre entrambi abruzzesi, possono vantare quando si tratta di aiutare una figlia a completare un trasloco. Alla fine della mia ennesima migrazione da un quartiere a un comune di Roma, iniziata prima di Natale e compiuta grosso modo a metà gennaio, restavano infatti da praticare due fori nel muro per fissare la staffa dello scolapiatti in cucina.
Svevo è entrato spavaldo nella mia cucina alle 9.30 di un sabato d’inverno, impugnando fieramente il proprio fedele trapano a percussione, schioccando la lingua e assicurandomi che avremmo fatto in un attimo. Alle 10 aveva trapanato i tubi dell’acqua dietro la parete del lavello e la cucina era inondata di acqua romana e bestemmie abruzzesi. Alle 12, in attesa dell’idraulico che non era potuto correre subito in nostro soccorso, aveva perforato la protezione di un cavo elettrico dietro una parete del mio studio, con l’intenzione di aiutarmi a montare l’asta della tenda. L’idraulico, quando è arrivato strappandogli il trapano dalle mani, ha dovuto chiaramente sfondare un pezzo di muro in cucina, ridipinto di fresco una settimana prima, per riparare il tubo flagellato.
L’ampio buco nella parete non è stato mai ricoperto, per varie ragioni. La più lucida addotta da Svevo è stata: “Non sai mai”.
Attualmente sopra lo scolapiatti è appeso un grazioso quadretto Ikea, con la consueta trilogia fotografica di frutta, che assolve evidentemente alla sua preliminare funzione ornamentale se la gente, entrando, cinguetta: “Che carine quelle foto!”. Ma se si presta attenzione allo spazio tra il quadretto e lo scolapiatti sottostante si noterà una curiosa sezione bianca, di una tonalità più marcata di quella del resto delle pareti, e due sottili rilievi verticali simili a un bordo. Distinguo i miei visitatori tra osservatori di alto profilo e osservatori di basso profilo in base all’abilità nell’individuare in quella sezione i bordi di un comune foglio di carta bianca in formato A4. Me ne accorgo dal movimento degli occhi che, dal grazioso quadretto, si spostano lentamente verso il basso e improvvisamente si arrestano, indugiando sull’insolito biancore. Una volta rilevata la presenza del foglio, indipendentemente dal proprio profilo si può facilmente immaginare che non sia stato collocato sopra lo scolapiatti, a oltre due metri da terra, per annotare la lista della spesa.

Domenica scorsa i miei sono tornati, a pranzo. Il saggio Svevo, ammonito al telefono nei giorni precedenti sulla condotta da osservare, è venuto opportunamente sprovvisto di trapani, chiodi, cacciaviti e seghe elettriche. La sua attenzione è stata catalizzata quasi tutto il giorno dal mio personale armadietto degli attrezzi, allestito dopo la sua ultima visita. Seduto per terra davanti a tali giocattoli sparpagliati sul pavimento, Svevo è caduto in uno stato di rapimento estatico quando ha avvistato il trapano Black & Decker da me recentemente acquistato, senza riuscire a nascondere al contempo una punta di invidia per il modello, migliore del suo. Promesso di non usarlo contro muri e cavi elettrici, si è limitato a metterlo in funzione per fare piccoli fori ad innocue ante di legno, emettendo di tanto in tanto gridolini di gioia. La premurosa Maria non ha invece rinunciato a un chilo di carne di Nazario, il loro macellaio di fronte casa, a un chilo e mezzo di pane fresco proveniente dal forno due metri più in là, a una generosa scorta di melanzane e peperoni arrosto di mia nonna, ad una teglia di timballo precedentemente preparato e congelato per l’occasione, e ad un paio di cassette di frutta. Perché qui a Roma non sai mai cosa mangi.

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