La bella principianza

Scavalcami.
Ti suggeriva, ti invitava, ti chiedeva? Sulla pista da ballo la sua gamba destra, inattesa, sbarrava il passo ancora incerto del tuo piede sinistro, mentre dentro a un bisbiglio lui ti diceva: scavalcami. Lo scavalcasti e, mentre lo facevi, il corpo memorizzava un’informazione nuova che non avresti più dovuto chiedere in seguito. Presto avresti imparato che, in quella sera da principiante, avevi messo in musica la tua prima parada. Ti pareva di avvertire una specie di nostalgia preventiva, la rivelazione del momento in cui non saresti stata più una principiante. Bella, la principianza. Il diritto indiscusso all’errore, lo spazio franco dell’azione sgravata dalla responsabilità dell’esperienza, il privilegio della giovinezza impreparata: la principianza legittimava nuovi debutti di vita.
Questo fu per te il tango argentino.

Molto tempo prima – quanti anni sono? – al tuo imene fu bisbigliato: cristo santo, sei stretto come una griglia! (ti venne in mente una rete di filo spinato, o forse la graticola del barbecue). Le maglie serrate della griglia vennero allentate con ostinazione maldestra di ragazzo. Sul cotone bianco della tua adolescenza, piccole chiazze come di arancia rossa. Non fece né male né bene, pensasti: tutto qui? Così le mani, così la bocca: tutto qui? I mesi successivi li passasti a chiederti se fosse possibile essere ricucita, tornare alla principianza per ricreare l’esordio, riformarlo. No, non si poteva. Si poteva solo avanzare. […]

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Agenzia Letteraria Vicolo Cannery, 13/06/2014

(come sempre, grazie a Tommaso Giagni, che scioglie i miei dubbi e me ne annoda altri)

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La “principianza”

Da poco più di un mese io e Le Sanglier abbiamo cominciato a ballare il tango.
Frequentiamo assiduamente le lezioni per principianti assoluti del mercoledì sera dalle otto alle nove e mezza, andiamo tutte le domeniche alla pratica serale delle sette e mezza, io vado pure alle lezioni aggiuntive di tecnica femminile del sabato pomeriggio.
Nella borsa che mi porto in giro per Roma il mercoledì, insieme ai libri, alle fotocopie, al registro, all’agenda, alle forbici, alle pedine e ai dadi – tutta roba che mi serve a lavoro durante il giorno – ci stanno pure un paio di scarpe con il tacco simile a un rompighiaccio, una confezione di cerotti trasparenti Amuchina, un cambio di vestiti e un deodorante anti-traspirante. Il mercoledì infatti, dopo il lavoro, prendo la metro A fino a Termini e poi la B fino a Basilica di San Paolo, vado a scuola, mi cambio, m’incerotto i mignoli già coperti di vesciche, salgo sulle scarpe e divento principiante assoluta.
A me piace un sacco, essere principiante assoluta. Mi piaceva un paio di anni fa, quando mi sono iscritta a un corso di tedesco (per principianti assoluti, per l’appunto), e mi piace adesso che mi sono iscritta a una scuola di tango.
Non trovo faticoso essere principianti. È riposante, è liberatorio essere principianti. Lo era meno allora, credo, per la mia insegnante di tedesco e lo è meno adesso, ne sono certa, per la mia insegnante di tango (ma – mi dico con illuminante chiarezza e l’animo satollo di fatica alla fine della giornata, mentre percorro il corridoio dagli spogliatoi alla sala da ballo – questi adesso sono cazzi suoi: io voglio essere una principiante, io devo partire dal principio, io a questo principiamento ho diritto, io questo stato di principianza me lo godo tutto, io sono la principessa delle principianti, io ho bisogno di sprincipiare tutti i passi più semplici per capirli, perché io non ho capito, scusa, non ho capito come devo appoggiare il peso della mia gamba sinistra dopo averla incrociata con la mia gamba destra, me lo puoi ripetere, per favore?).
Il diritto indiscusso all’errore, lo spazio franco della mia azione sgravata dalla responsabilità dell’esperienza, mi mette addosso un che di irragionevole eccitazione.

La prima cosa che io, principiante assoluta, ho amato subito del tango è il silenzio. E, se uno ama il silenzio ma non ama i monasteri, il tango può essere una valida soluzione. C’è la musica, sì, quindi non c’è completo silenzio, ma c’è un fondamentale, provvidenziale silenzio di voci: non ci si parla nel tango, né mentre si balla, né quando si decide di ballare insieme. Non ci si rivolge la parola, non si sa nulla della persona con cui si sta ballando quasi incollati dal busto in su – chi è, che lavoro fa, che studi ha fatto, dove vive, come vive, in cosa crede, cosa pensa, cosa le piace, cosa non le piace. Si può al massimo intuire che nel tango è un principiante assoluto, o un falso principiante, o un intermedio, o un avanzato, o un nativo, cioè forse argentino. A lato di questa intuizione, che arriva a seguito di uno stimolo totalmente fisico, si può eventualmente fare un’ipotesi anche su come la persona si muove nel mondo, quindi su come comunica. Per esempio, come fa l’amore. Avviene così che, abdicando con ritrovato e insperato sollievo a ogni contraddittorio e inaffidabile accessorio verbale, si sa tutto quello che si deve sapere di una persona. Per questa ragione, sconsiglierei il tango a chi è avvezzo allo sperpero di emissioni di fiato nelle relazioni di ogni sorta, e a chi ritiene indispensabili quei tappeti di chiacchiericcio incessante sui quali, spesso, ci piace camminare per attutire e felpare quello che sarebbe il nostro passo colto in flagranza, rivelato nel suo peso netto, se qualcuno ci sfilasse all’improvviso il tappeto da sotto i piedi, facendoci rovinare per terra e sbattere il muso sulle nostre lordure che avevamo, più o meno maldestramente, buttato alla rinfusa là sotto.

Il cabeceo, ci spiega un giorno l’insegnante, è il cenno con la testa che l’uomo, dopo la mirada della sala, rivolge ritualmente alla donna prescelta per invitarla a ballare (ce lo mostra: un leggero scatto del capo all’indietro che mi fa pensare a un rifiuto siciliano, ma senza schiocco di lingua. Oppure una leggera inclinazione del capo in avanti, che può voler dire tante cose). Nient’altro. Questo però, ci ricorda subito dopo, si fa perlopiù nelle milinghe di Buenos Aires. Qui in Italia, e soprattutto nei momenti di pratica, che sono momenti di studio per tutti i ballerini di ogni livello, l’uomo può rivolgersi alla donna anche verbalmente, consuetudine che sarebbe inammissibile nelle milonghe vere e proprie (io mi scopro a pensare che in effetti certe tradizioni andrebbero conservate ovunque). La donna, dal canto suo, segnala agli uomini la sua disponibilità a ballare, e quindi a essere eventualmente invitata, con il linguaggio del corpo, che dalla sedia è interamente proteso verso la pista, occhi vigili, pronti a cogliere il cenno d’intesa. Qui mi sorge il primo dubbio idiota della principiante assoluta: e se non ci capiamo? Cioè, metti che lui ha un tic, che ogni tanto gli scatta la testa, e io lo prendo per un cabeceo? Oppure: e se mi invita con un’inequivocabile richiesta verbale e però io, seduta con gli occhi casualmente rivolti alla pista, non voglio ballare ma sono solo in un misero stato confusionale? “Generalmente non si rifiuta un tango, almeno non il primo, ma si può farlo in maniera cortese”, dice l’insegnante.

La mia prima domenica di pratica serale non so dove guardare. Qui ci sono tutti i corsisti della scuola: principianti assoluti (pochissimi), falsi principianti (pochi), intermedi (moltissimi), avanzati (molti), nativi, cioè forse argentini (alcuni). Ballo con Le Sanglier, principiante assoluto come me. Mi pesta i piedi un numero di volte che basterebbe a decidere di cambiarci le scarpe e andare via, ma non andiamo via. Io voglio guardare, soprattutto guardare. Lo invito dunque a invitare altre donne e mi faccio da parte per osservare in pace il movimento dei ballerini in pista, ma devo stare attenta a non imbattermi in un cabeceo. Finisce che ricevo, uno dopo l’altro nell’arco della serata, tre cabecei e quattro richieste verbali. Cinque dei sette inviti complessivi provengono da ballerini intermedi, avanzati e nativi, cioè forse argentini – li ho già osservati ballare, allibita. “Sono principiante, principiante assoluta”, dichiaro con un po’ di esitazione e un po’ di fierezza insieme, mentre prendo la prima mano gentile che mi viene incontro. All’altro angolo della pista ormai affollata scorgo Le Sanglier che, visibilmente preoccupato, avanza con una certa titubanza tra coppie che sfoggiano passi precisi ed eleganti: lui va trascinando davanti a sé una donna come un carrello della spesa, mezzo sguardo alla ricerca disperata di una traiettoria libera. I miei occhi incrociano uno dei suoi, a lui viene un po’ da ridere e mi fa un cabeceo, poi riporta l’occhio mobile sulla pista, mentre continua a tenere l’altro fisso sul suo carrello, forse nel timore di lanciarlo contro una vetrata della sala. Lo strabismo che gliene consegue è notevole, io ho un rigurgito di ilarità che finisce sulla spalla del mio ballerino, il quale però non se ne accorge perché è concentrato a guidarmi con salda presa tanguera. Poi, all’improvviso, il mio ballerino mette un piede in mezzo ai miei e io non capisco come dovrei reagire  (dalle mie parti, quando eravamo piccoli, questo gesto si chiamava “cianghètt’” e aveva il mero scopo di far rovinare a terra il malcapitato), dunque infrango tutte le leggi del tango e, con quella che spero sia la più aggraziata delle mie facce da culo, gli rivolgo la parola e glielo chiedo. Lui mi dice a bassa voce: “Scavalcami”. Io ho un mancamento e per un attimo vorrei chiedere: “In che senso?”, ma chiedo: “Eh?”. Lui ripete: “Scavalcami”. A questo punto abbiamo parlato abbastanza e sento che devo letteralmente passargli sopra con la mia gamba. Lo faccio e, mentre lo faccio, acquisisco con il corpo un’informazione nuova che non dovrò più chiedere in seguito, e così facendo mi pare di avvertire una specie di nostalgia preventiva, una rivelazione del momento in cui non sarò più una principiante. Allora ci si aspetterà che io sappia cosa fare. Gli errori dell’inizio, quelli che si fanno nella principianza, saranno meno tollerati. Si dirà: “Questa cosa ormai dovresti saperla”, come quando ci stizziamo davanti agli articoli sbagliati di uno straniero che viva nel nostro Paese da un po’ di tempo, o come quando diciamo ai bambini quella frase tanto penosa: “Ormai sei grande”, cacciandoli per sempre dal paradiso della bambinità e decidendo che sono ormai pronti per la sofferenza. Accadrà, così, che lo spazio libero della mia azione confusa e irresponsabile si assottiglierà ancora.
A quel punto, penso, se mi restano altri soldi da buttare mi iscriverò anche a un corso di arabo, o di cinese. O di parapendio, o che ne so io. Oppure continuerò, come faccio ora di tanto in tanto, a cacciarmi dalla tasca e tenere un po’ in mano il ricordo di un giorno già lontano, quando una persona a cui ho voluto molto bene mi disse: “Io voglio tornà bambino” (gli risposi canticchiando: “Supercalifragilistichespiralidoso, anche se ti sembra che abbia un tono spaventoso, se lo dici forte avrai un successo strepitoso” e non dissi altro, però la verità era che mi trovavo d’accordo con lui).

Lezione di tango numero due

Dopo la nostra prima lezione dimostrativa di tango, io e Le Sanglier abbiamo convenuto che il Tango è certamente un’attività eleggibile a hobby settimanale, pur non avendo io completamente chiarito a me stessa la nozione di hobby (ma, si sa, non possiamo capire tutto). Allo stesso tempo, abbiamo notato che il tango, come numerosi hobby, comporta spese mensili non detraibili e su ciò avevamo entrambi idee limpide. Non è stato difficile, inoltre, rilevare che la scuola che avevamo scelto per il nostro primo incontro di prova si trova a quarantacinque chilometri da casa, situazione non così inusuale per chi viva e agisca a Roma e dintorni, ma intuitivamente migliorabile.
Pertanto abbiamo risolto di compiere un’indagine sistematica e realizzare un’accurata mappatura delle scuole di tango romane, annotando e comparando distanze, tempi di percorrenza, millilitri di benzina necessari, nonché, naturalmente, i costi di iscrizione al corso.
Durante la nostra minuziosa analisi di mercato, coordinata dall’amica Maruska, tanguera ormai alle soglie del livello intermedio nell’arte dell’abbraccio argentino, ci siamo accorti che questo è il periodo delle lezioni dimostrative gratuite. Cioè tutte le scuole, tra settembre e ottobre, offrono una lezione a principianti assoluti allo scopo di motivarli a iscriversi al loro corso piuttosto che a un altro. “Tutte le scuole” a Roma significa che quasi ogni sera, tra settembre e ottobre, un principiante assoluto può trovare un posto dove andare a fare figure barbine gratis, mentre nel frattempo cerca il baricentro del suo movimento e della sua motivazione.
Da quando abbiamo intuito ciò, io e Le Sanglier abbiamo un’agenda serale fittissima e ricca di nuove prospettive, e la nostra motivazione a ballare il Tango cresce di giorno in giorno.

La nostra seconda prima lezione di prova è avvenuta domenica sera, tre giorni dopo la prima prima lezione di prova, in una scuola a venti chilometri da casa, requisito, questo, che sembrava favorirla come la candidata ideale. Tuttavia le cose non sono andate come speravamo.
Dopo i primi dieci minuti scarsi, infatti, abbiamo capito che non tutti i partecipanti si trovavano alla loro prima prima lezione di prova, e nemmeno alla loro seconda prima lezione di prova, ma che il corso per principianti assoluti era già cominciato da tre o quattro settimane. La scuola, evidentemente generosa nel suo desiderio di motivare quante più persone possibili, continuava fino alla fine del mese ad ammettere al corso nuovi principianti, aventi diritto a una lezione di prova gratuita. Consultandoci rapidamente con i nostri occasionali compagni di ballo, tra una strattonata e un calcio negli stinchi, io e Le Sanglier abbiamo dunque realizzato che la classe era costituita da alcuni principianti imbarazzati alla loro prima prima prova gratuita, molti principianti determinati alla loro terza o quarta lezione pagata e due pericolosi imbecilli alla loro seconda prima prova gratuita.
Che però la lezione fosse principalmente rivolta al gruppo più numeroso, cioè a quelli che avevano cominciato a ballare più seriamente il Tango da almeno tre o quattro settimane dedicandogli una porzione del loro tempo e del loro stipendio, ce lo ha chiarito l’azione didattica dei due maestri. In un’ora e mezza, infatti, io e Le Sanglier siamo stati chiamati a confrontarci con una proposta di apprendimento di tipo deduttivo, piuttosto lontano dagli approcci umanistico-affettivi che avevano chiaramente caratterizzato la nostra prima prima lezione di prova e da quell’induttivismo grammaticale che tanto mi è caro. In un’ora e mezza, insomma, io e Le Sanglier abbiamo dovuto eseguire ripetutamente la Salida basica prima (otto passi con cruzada femminile), la Salida basica seconda (sei passi, o cinque – non mi ricordo – senza cruzada femminile) e il cambio fronte (mezza luna sul cinque, o sul sei, anche questo non me lo ricordo), curando al contempo l’eleganza del movimento e prestando la dovuta attenzione alla flessione delle ginocchia, all’inclinazione del proprio asse, alla posizione e alla distanza dei nostri rispettivi malleoli.

Confesso di non aver mai pensato al mio malleolo.
Mi rendo conto, però, che tutti dovremmo averne consapevolezza. Se io avessi consapevolezza di dove metto il malleolo, infatti, domenica non gli avrei fatto passare una brutta serata, soprattutto nei momenti in cui l’ho incruzado col malleolo del Sanglier. Il malleolo, in effetti, è importante perché ha avuto un ruolo determinante nel calo della motivazione che, com’è o dovrebbe essere noto, è alla base di ogni apprendimento di successo.
Tuttavia io non mollo e il mio malleolo neanche. Pure Le Sanglier e il suo malleolo sembrano determinati a trovare un accordo con noi. Domani sera, perciò, avremo la nostra terza prima lezione di prova in un’altra scuola, che è quella frequentata dall’amica Maruska.
L’amica Maruska ha provveduto a informarsi per noi presso i maestri e ci ha infine tranquillizzati: il corso per principianti assoluti è sì già iniziato anche da loro, i partecipanti sono sì alla terza o quarta lezione pagata (ma gratuita per i nuovi arrivati), però hanno imparato solo l’ocho e la cruzada, che si possono apprendere rapidamente, in base al noto principio di imitazione, guardando qualche video su You Tube. Purché si faccia attenzione ai malleoli.

Lezione di tango numero uno

Non ho mai capito la gente che balla. Intendo, non ho mai capito la gente che balla “per hobby”.
In effetti, ho sempre fatto fatica ad avere un hobby. Che cos’è un hobby? Un’attività che si svolge nel tempo libero, a un livello presumibilmente amatoriale (se presumo male, allora non è un hobby, ma una professione, o che altro?). Cos’è, poi, il tempo libero? Il precario è perlopiù confuso su questo argomento, tuttavia, vivendo in società, intuisce che viene comunemente definito tempo libero quella porzione della giornata non dedicata ad attività di lavoro, o di studio. Ad ogni modo, la sua piramide dei bisogni resta pericolosamente instabile e sgraziata.
Dicevo, ho sempre fatto fatica ad avere un hobby, anche nei periodi in cui le attività di studio e di lavoro mi chiarivano il concetto di tempo libero – in periodi simili il tempo libero equivale grosso modo, anche oggi, al tempo dedicato al sonno, all’alimentazione e a necessarie operazioni di espletamento, venendo in tal modo a riconfermare la necessità di rivedere le teorie di Maslow sulla piramide dei bisogni.
C’è chi dichiara la lettura tra i propri hobby, per esempio. Io mi sento tanto perplessa al riguardo, perché faccio fatica a vedere un hobby nella lettura e faccio fatica perché mi pare che, tendenzialmente, si assimili l’hobby allo svago e la lettura non è uno svago [esclamazione espunta, omissis], o non è solo uno svago. Altri, invece, dichiarano la scrittura, e io mi sento perplessa per la stessa ragione. Altri ancora indicano il giardinaggio, il calcio, il tennis, il nuoto, il cucito, gli scacchi, il bridge, il bricolage, il découpage, la nail art. Attività, queste, che si possono svolgere a livello professionale, ma che invece si sceglie di svolgere a livello presumibilmente amatoriale nel tempo libero, divenendo in tal modo un hobby. Io faccio fatica.
Ma ho già detto, mi pare, che faccio fatica ad avere un hobby, per via della mia perplessità riguardo alla sua definizione. Forse ho tanti hobby e non lo so. Confesso di avere le idee poco chiare su questo fatto.

Nel settembre del 2011 Le Sanglier ha proposto di iniziare a ballare insieme il tango. “Così, per hobby”, ha detto col suo candore di sempre. Io, dopo essermi mostrata perplessa, sono entrata in una spirale di angoscia.
Giovedì 27 settembre 2012 alle ore 20 mi trovavo al Teatro di San Pancrazio, sulla Gianicolense, dove i maestri di una delle decine di scuole romane di tango offrivano una lezione di prova gratuita a circa ottanta principianti assoluti di età compresa tra i venticinque e i settant’anni.
Per scegliermi un hobby, ho pensato allora, io ho bisogno dell’impressione di imparare a fare una cosa che non so fare e che, a un primo grossolano esame, non mi serve. Ho bisogno, cioè, di ribaltare la piramide dei bisogni e porre alla base l’apprendimento, anteponendolo ai bisogni primari della sopravvivenza (mangiare, per esempio).
Io non so ballare il tango. Meglio, io non so ballare, né ho mai avuto interesse a imparare, o a provare ad imparare. Il tango, inoltre, non mi serve. Soprattutto, il tango sta nella mia vita come un bidet sta in una sala da pranzo. Il tango è l’intruso individuabile con una certa facilità nel mio insieme di elementi contestualmente e funzionalmente affini. Il tango, con me, non c’entra un cazzo.
Questa deve essere certamente la ragione per la quale, la sera di giovedì 27 settembre 2012, io e il tango ci siamo abbracciati.
Ho pure abbracciato un sacco di uomini, tra cui, incidentalmente, Le Sanglier.

“Il tango – avevano scritto i maestri sui volantini pubblicitari della loro scuola – è molto lontano dai luoghi comuni e dai cliché che nel tempo gli sono stati attribuiti: una danza aggressiva espressione di una sensualità da operetta fatta di calze a rete e rose tra i denti. Fosse davvero questo, il tango Argentino non sarebbe mai uscito dalle ‘milonghe’ di fine ‘800 di Buenos Aires per diventare un fenomeno internazionale, una danza la cui dimensione interiore e intimista è di gran lunga superiore a quella coreografica più conosciuta. Il Tango è un Abbraccio” (sic, compresa l’assenza di altra eventuale punteggiatura, però, scusa, ti pare il momento di notarlo? Siamo qui a ballare il tango argentino, o il tango Argentino, o il Tango, non ho capito bene dove e quando ci va la maiuscola e dove e quando non ci va, forse dipende dall’intensità imprevedibile del sentimiento, perciò d’ora in poi mi riservo di variare anch’io).
Il Tango, prima di tutto, è un’esperienza di apprendimento della relazione sociale. Lo ha capito subito Le Sanglier quando, su richiesta del maestro, si è trovato ad abbracciare con variabile motivazione la sua compagna, giovani donne languide e incipriate signore dall’ampio girovita. L’ho capito io quando, ad occhi chiusi come la maestra suggeriva di fare, mi sono abbandonata con ponderata fiducia all’abbraccio del mio compagno, di giovani avvenenti uomini in assetto da guerra e di signori flatulenti dalle mani sudaticce.
Il tango, poi, è un’esperienza di apprendimento della relazione spaziale tra gli oggetti, animati e inanimati. Lo ha capito prima di me Le Sanglier mentre attraversava la pista col suo passo morbido e aggraziato di cinghiale, contravvenendo a tutte le leggi non scritte (o forse le hanno scritte, ma noi non le abbiamo ancora studiate) delle milonghe.
Le Sanglier non ha ballato il Tango: ha giocato all’autoscontro, quindi si è divertito. Io non ho ballato il Tango: ho trovato un hobby, quindi mi sono tranquillizzata.

C’è stata una lezione numero due, ma devo ancora capire se è stata di Tango.