Svevo liberato

I

Da quando Svevo è andato in pensione, più di quattro anni fa, le storie di Morelle Rouge si sono fermate.

Di Svevo raccontava l’ultimo capitolo, che allora nemmeno l’autrice immaginava potesse diventare l’ultimo. Potrebbe, quello, essere l’ultima pagina di un’opera incompiuta, o il colpo di tosse di chi ha parole incastrate in gola, e troppo da lamentarsi per compiere la benedetta azione di portare a termine un impegno, uno.

Potrebbe essere, quella di Svevo che va in pensione, l’ultima voce di un inventario, il post di un blog che a un certo punto se ne va a puttane, che è il punto in cui i blog più modesti e incostanti di altri se ne vanno a puttane.

Non vi sarebbe, in qualsiasi caso, alcun danno. Le storie finiscono, non ci si può fare nulla.

II

Papà è andato in pensione più di quattro anni fa e io da allora non scritto più niente. Nemmeno una parola, di quelle che volevo scrivere. I miei amici scrittori di un tempo fanno quello che fanno gli scrittori: hanno continuato a scrivere. Io ho continuato a leggere.

Una sera di due anni fa ero a cena da una mia amica, la stessa che allora mi regalò “Il blocco dello scrittore”. Dopo qualche bicchiere di vino e una canna ben assestata, lei ha scelto una fra le molte, imprevedibili, azioni che potrebbe compiere chi si è fatto qualche bicchiere di vino e una canna: ha preso le storie di Morelle Rouge e ha letto ad alta voce “Svevo va in pensione“. Dopo, ha letto anche “La bella principianza” e forse qualcos’altro che non mi ricordo più.

Eravamo io, lei e Gus. Avevamo mangiato un piatto di spaghetti con una salsa precotta a base di radicchio e non so cosa, ma buonissima, e tanti grissini col salame. A bere vino loro avevano iniziato prima di me, mentre preparavano la cena. Io, da quando ho un ufficio, arrivo tardi la sera, sempre, a qualunque cena, anche a casa mia. Da quando ho un ufficio, arrivo tardi un po’ su tutto. Ma manca poco, ancora qualche mese, e poi me li levo di torno, questo ufficio, questo lavoro, questa gente malsana e queste frasi fatte che mi hanno tolto la grazia del pensiero.

La prima cosa che ho pensato, mentre ascoltavo la mia amica che leggeva le mie storie, è stata: “Ma come cazzo fa a leggere con tutto quello che si è calata?”. In effetti, pur incespicando qui e là in qualche passaggio, – fatto che perdonerei anche a un lettore sobrio alle prese con certi miei sbocchi di sintassi nevrotica, – lei, l’amica mia, leggeva le parole mie dando corpo alle battute, come se in passato le avesse imparate a memoria a seguito di uno studio accurato, da attrice che conosce la parte e può recitarla anche con mezza salute. Riusciva pure a fumare e tossire nelle pause, a scrollare la cenere nel posto giusto; a tratti l’attenzione oculare virava verso il posacenere mentre seguitava la narrazione con la voce.

Gus non lo so che faceva, però era lì.

La seconda cosa che ho pensato, mentre Enrica leggeva e fumava, e io ascoltavo e fumavo, è stata: “Oh, comunque scrivevo bene”. Me lo sono concesso bello grosso, questo pensiero, perché alla fine pure la mia sobrietà di quella sera era discutibile. Che goduria, lodarsi in silenzio tra fumi e vapori di una serata familiare, tanto non lo saprà nessuno che mi sono fatta i complimenti da sola.

III

Poi non ho pensato più a niente. Ho ascoltato Enrica che leggeva i miei racconti.

Quando muoio, se muoio un po’ presto, ma anche più tardi, qualcuno – qualcuno che li abbia letti e abbia passato un bel tempo leggendoli, – me li metta da parte e ne abbia qualche cura.

L’Editore mi disse: che belli, li ho trovati e li ho letti. Ma ci voleva un romanzo. Una raccolta di racconti, scritti da un’autrice esordiente e nati per essere letti in un blog, sono in tutto tre difetti (forse quattro, pensai io allora). Messi così, no, non funzionano, ché già i racconti non hanno buona sorte in Italia. L’opera prima, poi, non può essere una raccolta di racconti tirati fuori dai frammenti di un blog. Non è cosa.

Io dico che anche postuma va bene.

Svevo, almeno lui, non lo vedete? Sta in piedi da solo sulla pagina. Tre bestemmie ed è romanzo, mio padre. Non perché è mio padre, si capisce: che c’entra la biologia con la narrazione? La scrittura tutto divora, succhia il sangue di chiunque e i padri, poi, i padri li fa a pezzi!

Perché è un personaggio, Svevo, e fa quello che gli pare. Da solo, basta a fare una storia. Mio padre invece no, da quando è andato in pensione non gli trovo addosso uno straccio di storia da raccontare.

Perciò, io credo, Svevo è libero e, per suo conto, compiuto.

Mio padre viene a trovarmi quasi tutti i giorni nella casa dove abito oggi, al paese. Sono tornata al paese più di cinque anni fa, e sono rimasta. Papà è in pensione, mia mamma ci va a giugno. Forse lei, Maria, la donna che ha sopportato tutto, anche me, scioglierà i nodi.

IV

Questa è una domenica mattina di febbraio. C’è il sole ed è l’anno 2019. Vivo al paese dal 25 ottobre 2013 e in questa mia casa da una decina di mesi. Mi torna una voglia, forse mezza.

Svevo si rifarà vivo. Verrà a farmi visita senza appuntamento, come fa mio padre quando mi porta le medicine, o il minestrone ancora caldo che ha fatto Maria. Suona al portone, sotto; io dal mio soggiorno lo vedo prima che lui mi veda, nel videocitofono che svela le facce e le intenzioni. Ha il berretto calato sulla testa calva. Ciao, mi dice, passavo di qua. Io apro la porta e lo aspetto sul pianerottolo mentre sale le scale. Mi piace vederlo spuntare all’ultima rampa, con la luce del giorno che gli arriva alle spalle, dal finestrone del palazzo. È un profilo scuro, solo il passo gli riconosco.

Sono sicura che Svevo si ricorda di me. Sarà suo il profilo scuro contro il fascio di luce, a giganteggiare nel pulviscolo di questi anni. Io gli dirò: maledetto, dove sei stato. Lui nemmeno mi risponderà, farà un gesto, uno dei suoi, come per dire: non hai mai capito niente, tu vivi sulla luna.

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Il blocco (Svevo va in pensione)

Due amici mi hanno regalato il blocco dello scrittore. Intendo, me lo hanno regalato insieme, quindi ho un blocco solo. Questo qui, al contrario di altri che ho, è fatto di carta. Una bella carta, fra l’altro, che ha un buon odore. Sulla copertina c’è scritto proprio così, “Il blocco dello scrittore”; i miei amici mi fanno sempre regali pensati su misura per l’occasione, li chiamano “regali parlanti”. Questo regalo parlante lo tengo sulla scrivania, quella bianca, ché così il giallo paglierino della carta risalta di più sulla superficie, ci sta proprio bene. Ogni tanto lo apro e sfoglio le pagine numerate. Mi piace molto che siano già numerate.

Volevo scrivere di Svevo che è andato in pensione. È tanto che non scrivo di Svevo. È tanto che non scrivi di nulla e di nessuno, mi hanno fatto notare gli amici che mi hanno regalato il blocco. È vero, dico io, però non scrivere di Svevo, questa sì che è una mancanza da parte mia, soprattutto da quando lui è andato in pensione, il 16 dicembre 2014. Svevo ama la precisione, dunque bisogna precisare che il 16 dicembre 2014 non è andato in pensione, è andato in ferie, le sue ultime ferie. “Sulla carta” – Svevo dice sempre così, perché lui ai fatti sulla carta ci tiene, – andrà in pensione dal 1° gennaio 2015. Sta di fatto che da due settimane ha il tempo libero di un pensionato, e non scrivere di questo mi pare una grave inadempienza. Dico, che diamine, almeno usare questo bel blocco per prendere uno straccio di appunto!

Ci provo un attimo.

Da quando è andato in pensione, Svevo trapana muri. È sempre stata la sua passione. Ora, finalmente, può dedicarsi con tutte le sue energie a ciò che gli procura piacere. All’occorrenza, anche, imbianca pareti, spacca legna, ramazza giardini, stura lavandini, sega travi, vernicia porte, monta mobili nuovi e ne smonta di vecchi (li mette da parte, possono sempre servire). Si offre volontario per qualunque lavoro di riparazione domestica; qualche tempo fa si è candidato pure per riverniciare non so quale trabiccolo a casa dei miei amici, gli stessi che mi hanno regalato il blocco dello scrittore.

Una volta Svevo era fonte di innumerevoli materiali narrativi.

Di un uomo che va in pensione, c’è tanto da raccontare, soprattutto se è tuo padre. Volevo scrivere un racconto e intitolarlo “Il crivellatore”. Che so, un racconto alla John Cheever. Aveva fatto una scoperta, aveva dato un contributo alla geografia moderna. Potrei cominciare così, con una citazione. Del resto, da quando è andato in pensione, a suo modo Svevo dà un contributo alla geografia moderna ogni giorno.

Rileggo vecchie pagine, alla ricerca di parole da spremere. Osservo Svevo, mio padre, mentre fa avanti e indietro. In questi giorni compie frequenti pellegrinaggi a Brico. Si sta appassionando a tasselli, ancoranti e sistemi di fissaggio per l’edilizia. Ha molto da fare, e bestemmia la madonna quando sbaglia l’acquisto delle viti, si rimette addosso il cappotto e il cappello ed esce di nuovo. Quando non sappiamo dov’è e non risponde al telefono, non ci preoccupiamo, siamo sicuri di incontrarlo prima o poi sulla statale 16 che porta a Brico.

Una volta le pagine su Svevo scorrevano con facilità. Qualcuno le leggeva pure.

La mattina presto lo trovo già in cucina. Gli chiedo: “Papà, che fai di bello oggi?”. Lui mi risponde: “Me lo chiedi ogni mattina, quasi quasi me ne torno a lavorare”. Si veste con cura e va a fare la spesa, torna a casa con buste cariche di cibo e ne sistema ogni contenuto al suo posto. Lascia fuori il lievito, la caciotta e lo yogurt, poi dice spiccio a mia madre “Tò, ecco il lievito”, a mio fratello “Tò, ecco la caciotta”, a me “Tò, ecco lo yogurt”, e rivolto a tutti e tre aggiunge: “Venticinque minuti di fila alla cassa”. A volte sono di più, dipende dal giorno.
Ha comprato una lavagnetta nuova e l’ha appesa al posto della vecchia in cucina, ci scrive sopra le cose da fare, con la sua grafia precisa. Durante il giorno le cancella via via che i compiti vengono portati a termine, la sera prima di andare a letto ci scrive quelle del giorno dopo. Adesso c’è scritto: “Omeprazen 20”, che è per mia madre, “panettone senza canditi”, che è per mio fratello, “cestino più grande”, che è per il cane, “Mauro”, che non so chi sia. Ieri sera, per fare una prova, ci ho scritto io “vestito sarta ore 10”, che è per me, e alle 11 era stato cancellato.

Da quando è andato in pensione, Svevo non mi parla.

Il blocco ha duecentoquindici pagine. A pagina 25 c’è scritto un consiglio (credo che sia un consiglio, per scrittori in erba): “Non spiegare, mostra”.

Roma, diavolo santo. Appunti per una serenata a dispetto

Io, quando ti vedo, incrocio per strada un amore finito. Vorrei sapere, non vorrei sapere; ti vengo incontro, faccio finta di niente. Mezza bocca sorride (un ricordo mi scola sempre dall’angolo destro), mezza me la spaccano gli incisivi.
Quando arrivo, puzzo di autobus. Durante il viaggio cerco sempre di non posare la testa sul cuscino, odora di capelli sporchi degli altri. Lungo la A24 mi addormento con la fronte schiacciata sul finestrino grasso di lordura. Così, quando arrivo da te, sono già infetta.

Faccio sempre così: una sigaretta, un caffè e un dolce alla stazione, un’altra sigaretta, due giornali e un giornaliero in edicola, ti fiuto mentre vado alla fermata della metro B. Tiburtina, cinque inverni di arrivi e partenze, di giorni sfigurati, ore sformate. Treno per Laurentina in arrivo tra due minuti, aspetto – una volta mi sono seduta ad aspettare sul piscio di qualcuno, me ne sono accorta alla fermata Policlinico. Ti ho aspettato ovunque, a tutte le ore. Sui tram, soprattutto (il 5, il 14), e mentre ti aspettavo mi stavi già di fronte, di qua, di là, alle spalle. Io, invece, cercavo la tua faccia bella.

Il sabato mattina, al mercato rionale davanti a Villa Gordiani, compravo l’orata, le patate, la frutta fresca. Studiavo la tua lingua e provavo a mettermela in bocca: «Aò, che me sta’ a cojonà?».
La sera, a Trastevere, andavo ad ascoltare quei tre musicisti che mi piacevano tanto. Cantavano le storie tue, raccontavano che nell’amore te po ddì bbene o te po ddì mmale (provavo a scriverlo, ma non era la lingua mia). A Roma s’è sempre cantato, sia ner primo che ner secondo caso. Certo, quanno tutto va bbene, vai sotto ‘e finestre de casa sua e je canti ‘na bbella serenata strappacore. Se te dice male, vai sempre sotto ‘e finestre de casa sua, ma je canti n’artro ggenere de serenata, che è la cosiddetta serenata a dispetto:

… si ddormi e ssogni, diavolo santo,
che nun te pozzi più risvejà.
Ma si stai svejo mentre te canto,
fa’ presto affàcciate, nun t’affaccià
cor paraparapò parapò parapò parapà.
E scapicòllate pe scegne ggiù,
fa’ presto affàcciate, nun venì ppiù,
si vvoi che canto, te fo cuccù
si (?), canto de ppiù.

Non capivo tutte le parole, non sapevo trascriverle, mi spazientivo. Però la mattina seguente, in classe, ai miei studenti tedeschi che non capivano le canzoni italiane dicevo che non è importante capire tutte le parole. Non è importante. Quando ascoltavo la serenata a dispetto ridevo nei momenti giusti, poteva bastare. Dopo, mi è sembrato che il dispetto fosse la nostra storia.

Pigneto, Magliana, Centocelle, San Lorenzo, Tor Pignattara, Monteverde, sono venuta a cercarti nelle case degli altri perché mi parlassero di te – Ah! I romani che il mondo è Roma; i romani che Roma negli ultimi anni si è imbarbarita; i romani che io al paese tuo ci vengo d’estate al mare; i romani che questo una volta era un quartiere popolare; i romani tutti artisti (al Pigneto un po’ di più); i romani delle milonghe; i romani che ho trent’anni, sono comunista, il lavoro in banca me l’ha trovato mio padre e la casa me l’ha comprata mia madre; i romani dei Parioli, i romani di Spinaceto, i romani con le buste della spesa seduti nella metro, quelli in piedi che si annusano la giacca prima di scendere a Barberini. I romani del GRA, lo scontento che trasudano di prima mattina (i più belli di tutti, siete). Ti ho preso a calci nel fetore dei tuoi bus, ho cercato ristoro nei tuoi parchi, ho abitato nella tua Quaresima, ho lavorato fra le tue Rovine, per te ho tradito parenti e amici (Ma quando torni? Non torno. Non hai paura a dormire sola di notte? No, ho paura a vivere in mezzo a tre milioni di persone di giorno).

Orrenda puttana malata. Così ti chiamo adesso, per residuo di intimità. Mezza giornata mi basta per guastarmi quando vengo a trovarti; due giorni ci metto a guarire quando torno a casa mia.
Ma sei bella, Roma, la tua bellezza è grande. Nun te sto a cojonà, mai potrei farlo: të sting’ pienn’ pë cculë.

***

[«Roma di Quaresima», «Roma delle Rovine», le ho rubate a Tommaso Giagni, che è romano e di Roma ne sa da romano: «… e tutto sta nell’essere figlio di questa o quella. Certe strade non sono altro che mura. Poi ci sono io, figlio di entrambe e di nessuna – il che è esattamente lo stesso. Io sono estraneo: sono tutto e sono niente» – Tommaso Giagni, L’estraneo, Einaudi 2012]

Fare le prove

Distribuisco a caso sul tavolo quello che capita: un posacenere colmo, accendini, un mazzo di chiavi, un cellulare, tre telecomandi, una manciata di penne e matite sparse, un paio di libri, due bicchieri e una tazzina vuoti. Stringo il pugno destro e inizio a calarlo sul tavolo, una, due, tre, quattro volte, variando la forza del colpo e la posizione della mano. Provo anche con la sinistra, ma non viene bene perché non sono mancina. Prendo appunti a ogni verifica, e ricomincio. La posizione, soprattutto, è importante: lavorare di nocche non è la stessa cosa che usare il lato esterno del pugno, tra polso e mignolo. Colpo ossuto e colpo carnoso producono suoni differenti, sonoro il primo, sordo il secondo, come una “b” (battere, botta, bastonare) e una “p” (picchiare, pugno, pestare).

– Oh, ma che ti sei ammattita? – mi chiede.
– No. Sì. Non lo so. Può essere. Sto facendo le prove.
– Prove di che?
– Prove di pugno sul tavolo. Ho bisogno di studiare il suono e il movimento degli oggetti che ci stanno sopra.
– Perché?
– Per scriverlo.
– E mi devi rovinare il tavolo per scriverlo?
– Sì.
– Sarebbe questo, scrivere? Io pensavo che uno si siede e si inventa una storia, non che si mette a spaccare le cose.
– Non le spacco, le uso. Mi lasci lavorare, per favore?
– Lavorare? Qualcuno ti paga per prendermi a cazzotti il tavolo buono della sala?

Adesso il pugno è sincero, decisivo, irrimediabile. M’è partito di lato, colpo carnoso. Mi faccio anche un po’ male. Perché la frase, la sua frase, ha colpito il centro esatto di un dolore muto, l’introvabile punto G della disperazione.
Prendere nota subito: per scrivere di un pugno vero, affondarsi le mani nella pancia, strapparsi dalle viscere una furia vera, scagliarla sul tavolo. Cercare rogne, sì, adesso ho proprio voglia di litigare, prendere a schiaffi qualcuno, perdio quanto sono incazzata.
Gli oggetti, poi: posacenere e accendini rimbalzano (“sobbalzano”); tre mozziconi di sigaretta saltano (“volano”) per aria, in un pulviscolo di cenere; bicchieri e tazzine cosa fanno? (“tintinnano” no, per carità, via subito; “trillano”, forse;  “tremano”, “vibrano”, “scampanellano”, “si crepano”); chiavi, cellulare, telecomandi, penne, matite, libri: è tutta una zuffa confusa di armi e moventi, questo è il giorno in cui i due personaggi provano ad ammazzarsi.

– No, non mi paga nessuno. Però tu mi hai appena aiutato a scrivere una pagina.
– Mi fa piacere. Mò rimetti a posto, e le altre prove te le vai a fare da un’altra parte.

C’è questo fatto un poco scomodo, nei rapporti tra chi prova a scrivere e chi no: chi no non comprende le attività di chi prova a scrivere, chi prova a scrivere non ha pietà di chi no. Però chi no offre quotidianamente materiali preziosi da saccheggiare, sbranare, spolpare, spremere, stuprare, dissanguare. Molta vita e poca scuola. Esercizio, ci vuole.
E tu sei vampiro della vita tua e di quella degli altri (i più finiscono col detestarti, ma questo non è un serio problema). Mi confermo una vecchia ipotesi che mi è ancora cara: scrivere è un cazzotto in bocca. Oggi sul tavolo.
Poi non lo so se funziona davvero così. Ma intanto una pagina è quasi fatta (duemila battute). Domani provo quella dello schiaffo.

Appunti per un inventario delle perdite (A-Tisket, A-Tasket)

Questo è mio, questo è tuo. Non all’inizio, lo sappiamo (tu, io, tutti quanti), ma non ci stanchiamo, non ci stanchiamo mai di raccontarci la storia daccapo, un’altra volta, un’altra volta. All’inizio, ti dicevo: scompiglio liquido, frullo di stomaco, una nebbia necessaria, travaso di fluidi, e coi fluidi vengono pure gli oggetti. Ecco gli oggetti, segni palpabili di familiarità. Su, scompaginiamoci un po’, cointestiamoci questo amore normale: ti affido le mie cose, mi affidi le tue cose. Guarda come sorridiamo in quella foto attaccata al frigorifero, come stiamo bene in questa domenica mattina impastata di sonno e di sudore, come siamo quieti in mezzo alle cose nostre, metti a fare un caffè, alla radio dicono che oggi sarà tutto sole, si potrebbe andare al roseto comunale.

Sì, però. È onerosa la manutenzione degli affetti, guarda come s’incista nelle minuzie del quotidiano. Può capitare di domenica mattina, ma pure un martedì sul treno delle 7:58. Cominciamo a fare come due compagni di scuola alle elementari, quando litigano e separano i loro banchi, allestiscono una muraglia provvisoria e con la mano tracciano la linea di confine, questo è mio, questo è tuo, qua ci sto io, qua ci stai tu, capito?

La negoziazione finale, quando è il momento, ha le sue complicanze: che ne facciamo, adesso, di questa lanterna a manovella da tre watt? E questo libro, di chi è? Lascia lì ché poi ci pensiamo. Un disaccordo, un trasloco rabbioso, una fuga sragionata, una dimenticanza, certe prevedibili trascuratezze in mezzo al parapiglia, tra i fiaccanti chiacchiericci del distacco. Le cose si ritrovano mesi, anni dopo, o non si ritrovano più.
Si potrebbe, allora, cedere alla malinconia – trovare una lingua per dirlo, coprircisi come con una coperta.
Ma compilare elenchi, invece, aggiornarli a ogni congedo, di sottrazione in sottrazione, preferendo alla cupezza il gusto per gli inventari: che te ne pare, di questo stratagemma? Con buona memoria, si potranno catalogare gli sprechi adottando il criterio cronologico della scomparsa. Bisognerà cominciare, prima o poi. Lo chiameremo: Inventario delle perdite.

Per esempio, dov’è quella canzone che non ho più? (ce l’hai tu). La rivoglio, quella mia, nel punto esatto in cui il disco col tempo si è sciupato, lì dove lei dice

I dropped it, I dropped it
Yes, on the way I dropped it

Piccolo repertorio di malignità #4

[Segue da Piccolo repertorio di malignità #1, #2, #3]

10
L’impianto citofonico di un edificio può sembrare un sistema complesso. Tuttavia, suonare il campanello giusto non è impossibile se la pulsantiera collegata alle unità interne dello stabile è adeguatamente dotata delle apposite targhette, ciascuna provvista di un’accurata incisione dei nominativi.
Dunque, se voi, nel torbido corso di separazioni, divorzi e altre cause legali senz’altro spiacevoli e assai penose, vi state recando da un avvocato, e vi trovate davanti a un citofono con due soli pulsanti, su uno dei quali c’è scritto “Studio Legale [titolo, nome, cognome]”, io vi chiedo: perché da vent’anni, a tutte le ore di tutti i giorni feriali e festivi, suonate l’altro campanello, quello dove c’è scritto solo “Famiglia [cognome]”, e senza nemmeno presentarvi e salutare ci dite «Cerchiamo l’avvocato»?
Qui da noi non ci stanno avvocati. No, la casa dell’avvocato sta da un’altra parte, vicino alla spiaggia, avete presente là dove ci stanno tutte le villette con la piscina? Esatto, in questo edificio ci sono solo il suo studio legale e la nostra abitazione privata. Abbiamo lo stesso cognome dell’avvocato, sì, però solo il cognome. Siamo imparentati, sì, però non tantissimo, un poco. Se all’altro campanello non vi risponde nessuno, significa che lo studio legale a quest’ora è chiuso. È chiuso, sì, li avete letti gli orari di apertura scritti sulla targhetta dello “Studio Legale [titolo, nome, cognome]”? Sì, sta proprio sotto la targhetta della “Famiglia [cognome]”. Sì, sono state entrambe incise e dipinte da un artigiano, le ha fatte uguali perché l’avvocato gradiva un’omogeneità stilistica, però sono diverse, una è dello “Studio Legale [titolo, nome, cognome]” e l’altra è della “Famiglia [cognome]”. Molto raffinate, comunque, sì sì. Belle grandi, anche. L’artigiano, fra l’altro, abita proprio qua dove voi avete suonato. No, non è il fratello dell’avvocato. Sì, la Porsche che vedete parcheggiata nel cortile è dell’avvocato, ma lui adesso non c’è, la tiene qui perché dice che è più sicuro, le altre macchine ce le ha nel garage di casa sua. No, noi non possiamo darvi quel numero di telefono lì. Siamo imparentati, sì (non tantissimo, un poco), però questa gentilezza non ve la possiamo proprio fare perché non siamo autorizzati, indipendentemente dall’urgenza del caso. Avete provato a chiamarlo sul cellulare? Eh, se è spento, è possibile che ci sia una ragione, o anche più di una. No, non possiamo telefonare noi a casa dell’avvocato, perché a quest’ora l’avvocato sta pranzando con la sua famiglia, e anche noi. Noi? Noi siamo quelli del piano di sopra, quello da dove sentite il cane abbaiare, una voce di donna che cerca di esorcizzare il cane indemoniato, due voci di uomo che bestemmiano uno la madonna e l’altro i santi, e la mia che sto masticando il timballo di maccheroni mentre sono al citofono con voi. Vi pare uno studio legale, questo? Mò ci affacciamo tutti e cinque sul balcone e ve lo facciamo capire meglio dove e quando dovete suonare, va bene?

La camera verde

ma vince il peso degli oggetti, capitolo due

È inservibile, la nostalgia. Che ci fai, a chi giova? Te la posi addosso, sul petto, come un ninnolo pesante, nemmeno ti facesse più bello. Sei ridicolo, con quel gingillo pacchiano che ti ciondola al collo giovane. Cedilo ai colli grinzosi, quelli slabbrati da memoria consistente, usurati dal tempo – è sì penoso vederglielo appeso, però ci trovi un senno: quel collo lì ha settant’anni, gli capita di indossare la nostalgia e cosa vuoi, ha pur diritto a pretenderla.
È uno sfasciacarrozze, la nostalgia. Fracassa, demolisce, recupera schegge di vita, te le rivende per buone, ci mette insieme la tua carretta, e tu ci vai a spasso. Non ci fai per niente una bella figura, qualcuno te lo deve pur dire.
È sguaiata, la nostalgia, è sconcia, non ha la compostezza di cui ti piace ammantarti.
È pure idiota, a frequentarla t’istupidisci (di stupidità non sei ancora sazio?).
E il rimorso, poi, la cattiva compagnia del pentimento, il rammarico insulso per una circostanza da cui tu – tu, non altri, non il caso, – te la sei data a gambe levate di proposito, un proposito urgente che allora ti sembrava perfino indispensabile. Che è stato? Tedio, fiacca, distrazione, trascuratezza, inasprimento, pasticcio di malori, frana d’animo? Non sai, tuttavia è stato.

Condizionale passato, avrei voluto, avrei potuto, sarebbe stato, avremmo fatto, che sperpero imbecille di verbi del rimpianto, ausiliare e participio accostati per concessione alla malinconia: sbarazziamocene. Via dalla lingua, fuori dall’uso, alla larga dal vivere quotidiano. Meglio, facciamo così: via tutto il periodo ipotetico dell’impossibilità. Che modo ottuso è mai quello di dire «se avessi capito in tempo questo o quell’altro, avrei fatto diversamente», «se avessi fatto così, sarebbe andata cosà», «se fossi andato quel giorno, sarebbe finita in un altro modo»? Non hai capito, non hai fatto, non sei andato. Tieni forse in cucina il calendario di tutti gli anni passati e prendi nota dei tuoi atti mancati?
E quell’altare dei morti, là, in fondo al corridoio della vecchia casa, l’angolo prediletto di tua madre, virtuosa della necrologia: non l’hai sempre canzonata per una tal parata, per come se la spolvera e se la prega, non le hai forse detto più di una volta che è assai stramba quella galleria di ritratti incorniciati, archivio di feticci mediatori per stare con chi c’è stato e non c’è? E quel medaglione che tua nonna nera porta addosso da quarant’anni e tutte le sere bacia? Così è la tua nostalgia, una raccapricciante gramaglia – orpello di famiglia, – spossante da calzare, stucchevole da osservare.

Eppure non patisci l’assenza di ciliegie in inverno, sbucci arance e bevi spremute; non t’impunti a infilare scarpe a misura di bambino, metti il tuo quaranta ed esci di casa. Non ti rammarichi di arance buone e scarpe comode; non te ne occupi, della tua archeologia del presente.

François Truffaut, La camera verde (1978)

François Truffaut, La camera verde (1978)

[Gli estimatori del cinema di François Truffaut avranno subito riconosciuto che il titolo è preso in prestito da un suo capolavoro. Di conseguenza, qui e là una disseminata nostalgia pure di certi racconti di Henry James, francamente inevitabile. Poi uno può anche pensare a quella canzone canaglia là, se preferisce; a me non è venuta in mente in tempo. Peccato. Avrei potuto scrivere tutta un’altra cosa]

ma vince il peso degli oggetti

Tutto conservo. Vecchi: libri di scuola, quaderni, diari, agende, giornali, riviste, ritagli di carta, lettere, cartoline, foto, fototessere, documenti scaduti, maglioni, magliette, mutande, scatole, cestini di vimini, scontrini, biglietti di auguri, biglietti dell’autobus, di mostre, di concerti, moccoli di candela, gingilli sbeccati, chincaglierie.
A volte per cedimento alla trascuratezza – più spesso per organica incapacità di liberarmi, – trattengo, serbo, ammucchio, non disperdo, non lascio, non tronco.
Dagli oggetti mi separo solo nelle grandi occasioni. Le grandi occasioni accadono quando il caso chiede di allestire scatole di cartone, raccogliere, imballare, distinguere l’essenziale dal superfluo, ripensare il necessario (il bisogno, riconoscere il bisogno: di cosa hai bisogno, tu?).
Stanze piene, dopo vuote, ma prima di “piene” c’era “vuote”, vuote le trovo e le riempio e poi le sgombro, e vado e torno e ancora vado.
Torno.

Sono tornata, amici miei, pochi che siete rimasti, sono tornata al paesello nostro, dove ci sta il mare tutto il giorno, la notte pure, odore e sciabordio non se vanno. Qua per vedere l’ultimo film dei Coen dobbiamo aspettare qualche giorno – la pellicola, chissà, se la caricano sotto il braccio e la portano in bicicletta come Salvatore di Nuovo Cinema Paradiso, – o ci tocca andare verso nord e oltrepassare il confine del fiume, ma che importa se c’è il mare e se ci siete voi, amici miei che mi dite eh? Antani, come se fosse Antani, anche per il direttore, la supercazzola con scappellamento!

Ho scaraventato nei bidoni le cianfrusaglie di una stanza disabitata a lungo, via questo via quest’altro, per fare spazio al mio ritorno. Sono felice del tuo ritorno, mi ha detto una vecchia compagna di scuola, sono un po’ egoista, vorrei che non ripartissi più.
Di tanto in tanto mi inabisso nello scantinato e porto su uno scatolone alla volta, sono tanti. Non c’è fretta, non c’è più. Paro a festa la stanza, questa vecchia stanza che era mia, poi mia e di mio fratello, poi mia, poi di nessuno, magari ci ospitiamo qualcuno, adesso è tornata mia.
Faccio le cose per bene, riconosco almeno un bisogno: abitare. Abitare nei libri tenuti a soffocare nel cartone – adesso respirano, dal pavimento al soffitto, e no, Céline non può stare vicino a Proust, uno di qua l’altro di là, e John Fante, John Fante ha un posto tutto per sé, ma non troppo lontano da Knut Hamsun, ché tra loro s’intendono. Abitare nelle lampade rosse e in quella arancione comprata a Trastevere quanti anni sono; abitare nel tavolino basso da sette euro rosso pure lui che ancora mi piace; abitare nei mobili bianchi, quelli costruiti dal falegname quanti anni sono; abitare nel color crema Chantilly delle pareti, ma che ne diresti se in primavera se le ridipingessimo di albicocca, che coi mobili bianchi ci cantano? E magari stacchiamo quelle greche decorative che si vanno scollando. Abitare nelle tende nuove, voglio dire nuove per la stanza, mica per me che le ho prese al mercato di Porta Portese quanti anni sono e hanno viaggiato, per case e quartieri di metropoli estranea; abitare nella luce un po’ bianca e un po’ gialla, dipende dall’ora del giorno; abitare nelle foto incorniciate (ex studenti che ridono con le loro facce tedesche, inglesi, cinesi, giapponesi, il corso di italiano è finito!, foto di gruppo e rido anch’io, abruzzese).

Le stanze vuote, ho provato ad abitarci, per fare prima, tanto poi bisogna andare via un’altra volta, che ti sistemi a fare, che t’aggiusti, e che ci fai con quella mensola che ti tocca bucare un muro in affitto, e con quel divanetto che è pure brutto, e tutti quei dannati libri che hanno fatto il giro del mondo (no, dico io, solo il giro del Grande Raccordo Anulare), è tutto peso per quando dovrai svuotare. Un letto, un computer, qualcosa da mangiare, un tavolo se è proprio necessario, e basta, non serve altro. È vero, sì, però le cose, dove sono le mie cose, le cose che ho amato, le cose, mannaggia alle cose. E ciò che hai amato anche un solo mattino, tenertelo stretto fino alla morte. Tenere, tenere, tenere…

Adesso abito. Ho comprato due bulbi di giacinto e li ho messi sul davanzale, esposti a nord, o forse è nord est. Dicono che fanno grossi fiori profumati, bianchi, gialli, rossi o blu, non so di che colore saranno i miei, non m’intendo di piante, troppa acqua poca acqua, confido in una familiarità da maturare, ma non traboccante.
Intanto la domenica mattina prendo il caffè alla pasticceria, quella che sta lì da sempre e mai mi ricordo il nome, poi vado al mare, quant’era che non vedevo il mare a febbraio? E ci stanno sempre i sessantenni avviliti che vanno in macchina su e giù per il lungomare in cerca di un po’ di amore giovane a un prezzo ragionevole? Sì sì, dipende dall’ora, ma d’inverno non ci andare al mattino presto da sola. No, io ci vado verso le undici. Allora va bene, alle undici escono le madri dalle case, le vecchie dalla chiesa, gli uomini dai bar; si comprano i giornali, le pastarelle per il pranzo della domenica, i ravioli quelli freschi, ché mica in tutte le case ci sono le nonne che li fanno ancora a mano, che ti credi.
Sto nel posto che per trent’anni ho scansato, accusato di cafoneria, di piccineria; gente di paese, io non sono come voi, io vado in America, io in mare aperto. Invece no, andata e ritorno, io io io m’ero scordata di liberare l’àncora e la barca è rimbalzata indietro, fionda usata con imperizia che mi ha spaccato la testa, qualche danno pure al molo ma si aggiusta, testa e molo, qui si aggiusta sempre tutto.

Quanto ti fermi, che fai, resterai qua. Non lo so, rispondo, non lo so, intanto aspettiamo che fioriscano i giacinti e poi si vede. Adesso abito nelle mie cose, ma vince il peso degli oggetti.

Giacinto

[Il titolo è un furto ai danni di Amelia Rosselli, C’è come un dolore nella stanza, da Documento, in Poeti italiani del Novecento, a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Mondadori 1990, p. 1003. La citazione in corsivo nel testo è da Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi 2009, p. 14. Nel testo c’è anche una citazione da un film, che non serve precisare. La foto è mia, si può intuire dalla qualità]

Primo Principio della Scrittura Creativa, o Principio dell’Evitabilità

Il Primo Principio della Scrittura Creativa, detto anche Principio dell’Evitabilità, è stato elaborato dall’autrice per uso personale. Tuttavia non è da escludere che la sua applicazione possa risultare valida anche per altri individui interessati al tema e produrre vantaggi per coloro che li frequentano deliberatamente. Non va sottovalutato, dunque, che il Primo Principio della Scrittura Creativa, o Principio dell’Evitabilità, se correttamente applicato, potrebbe addirittura e insperabilmente contribuire a migliorare la qualità della vita umana.

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Prima di metterti a scrivere con il proposito di essere letto – si intende: prima di inspirare rumorosamente e dirti “Oggi potrei scrivere davvero una bella pagina piaciona di uno dei miei progetti e poi farla leggere in giro”, –  assicurati sempre che oggi:

1. Tu sia in grado di riconoscere e valutare l’eventuale divario tra intenzione e risorse a te disponibili.

2. Tu non abbia piuttosto altre incombenze cui potresti dedicare il tuo irragionevole e incontenibile entusiasmo, per esempio un bucato da stendere.

3. Tu non stia erroneamente attribuendo il tuo fermento creativo a potenzialità personali, invece che all’episodio maniacale di un disturbo bipolare.

4. Tu non abbia subìto una prolungata esposizione a personalità creative e/o bipolari disinteressate al Principio e/o soggiornanti nel quartiere Pigneto a Roma.

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Giustificazione del Primo Principio della Scrittura Creativa, o Principio dell’Evitabilità
È meglio concludere la giornata con una pagina rimasta vuota, il bucato accuratamente steso ad asciugare e un certo numero di lettori ancora fiduciosi nei tuoi confronti, piuttosto che concludere la giornata con una pagina scritta male, il bucato che ammuffisce nell’umidità fetida della lavatrice, e un certo numero di lettori che ti prenderebbero volentieri a legnate per la porcata che hai scritto.

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Compendio del Primo Principio della Scrittura Creativa, o Principio dell’Evitabilità
Prima di scrivere per essere letto, assicurati sempre di non poterne proprio fare a meno. E vai a farti una camminata.

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Bibliografia essenziale
Morelle Rouge, Scrivere è un cazzotto in bocca, in «Tornasole», 06.05.2013.

Bromazepam

Ha fatto di tutto, lei, per farmi campare, è il nascere che non ci voleva.
(Louis-Ferdinand Céline, Morte a credito, traduzione di Giorgio Caproni, Garzanti 2013, p. 40)

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La tua ironia, mi dicono, la tua ironia, che pregio la tua ironia.
Certo che alle volte, aggiungono per prudenza, alle volte esageri, il tuo è anche un umorismo di pessimo gusto, sai: non c’è un aspetto comico in ogni cosa. No?, chiedo. No, mi rispondono, e con la testa tirano una linea sotto la parola e poi ci passano sopra più volte – questo, lo facciamo quando non ci fidiamo che la parola basti.

Le tue risorse, mi dicono, le tue risorse, quante sono le tue risorse. Mi caccio allora le mani nelle tasche, ne rovescio il contenuto, si rivelano una moneta da un euro, un fazzoletto di carta appallottolato, un accendino. Queste risorse qua?, chiedo, e intanto cerco il pacchetto di sigarette, così che una delle tre risorse che mi trovo addosso si renda pur utile all’occorrenza. Ecco, lo vedi, lo vedi, te ne tiene sempre di pazziàre.

Di notte il mio pregio non vuole dormire, tiene sveglia pure me. Fa, il mio pregio, quello che io facevo di sera con mia madre, nel tempo in cui le madri sono altissime: mi arrampicavo in cima a lei, le toglievo il sonno. Arrivavo alle sue palpebre chiuse, con due dita ne sollevavo una. Scoprivo il verde giovane di un occhio vigile. Dormi?, chiedevo. Sì dormo, diceva. E mica rimanevo convinta, a guardare quel verde vivo. Passavo dunque a lavorare l’altro occhio, e di qua dormi pure? Lei finalmente diceva: senti un po’, ma tu che intenzioni hai stasera? Sventolavo allora il mio fermo proposito, a bocca larga: giocare, era chiaro. O anche cantare una canzone. O una storia, raccontami una storia. Negoziavamo. Qualche volta era gioco, qualche volta canzone, qualche volta storia, qualche volta urlo spazientito per sedarmi. Finivo dentro un lettino con le sbarre, accostato al letto grande. Di notte l’evasione messa a punto con metodo, un piede qui, un braccio là, un salto neppure pericoloso, e le stavo di nuovo al collo con un grido di conquista (Arriva il folletto!). Una volta sola il piano non riuscì: dormendo non mi ero accorta che lei, la donna che voleva riposare, aveva allontanato il lettino dal lettone. Il grido di conquista abbracciò una fetta di pavimento. Che era piastrella di marmo e non collo di madre, mi fu chiaro per consistenza e temperatura. Cominciai a starmene sveglia per i fatti miei, in compagnia del mio pregio.

Oh l’ironia, dammi un po’ della tua ironia, mi dicono. E poi tu sai raccontare le cose, mi dicono, io leggo sempre quello che scrivi, tu t’inventi bene le storie. Io non m’invento niente, senti questa:
Adesso che ho gli anni buoni per infliggere ad altri la vita (e me ne guardo), ho ricevuto la visita improvvisa di una vecchia amica – abbiamo fatto il liceo insieme, ci smezzavamo la versione di greco, io la prima metà, lei la seconda. Mentre preparavo una tisana per due, mi ha detto «Fai uscire il cane in balcone perché ho paura della toxoplasmosi». Stavo per replicare che non so cos’è la toxoplasmosi però lei lo sa che il cane è vaccinato e poi da quand’è che le è venuta la paura delle malattie? Ma lei non aveva ancora finito di dire. Infatti subito dopo ha dichiarato «So’ incinta». Sono rimasta ferma sotto la luce bianca della cucina, con le tazze bollenti in mano, e lì per lì non mi è venuto da dirle nulla di quello che si dice più spesso a una donna incinta, con quei trilli sovracuti da soprano leggero che sanno fare tante femmine. Il fatto, a dirla tutta, è che lei non sembrava felice, come pure si adoperava per essere. Sollevata, sembrava, sgravidata di un compito, come di una mezza versione di greco. Questo sembrare si è chiarito più tardi, credo, quando mia madre ha commentato la notizia così: «Il suo compagno non mi piace, però sono contenta lo stesso per lei, perché almeno si è assicurata una discendenza». Mi sono accesa una sigaretta con la risorsa che ho sempre in tasca, e ho guardato il fuoco nel camino. Mi è venuto da pensare allo sguardo un po’ spaesato e un po’ scocciato del discendente, quando discende.
Comunque, mi è venuta la curiosità, sono andata a documentarmi: la toxoplasmosi, dice, la possono trasmettere i gatti. I gatti, non i cani.

Oh l’ironia, che pregio irrimediabile l’ironia.
Di sera, adesso, per imbambolarla le canto così: basta un poco di Bromazepam e la palpebra va giù.
Ma ho detto: è un pregio irrimediabile.