Bridge Over Troubled Water

I.
Si chiama gefirofobia, ti è capitata in sorte. Significa che hai paura dei ponti. Di attraversarli, tieni a precisare con chi semplifica e riduce. Di attraversarli, sì: se non devi attraversarli tu, i ponti stanno benissimo dove stanno. Se ti ci ritrovi sopra, però, ci vuole un attimo per ammollarti dentro certi sudori ghiacciati che solo un gefirofobico come te può immaginare. Ti prende qualcosa tra lo sterno e lo stomaco, come una randellata, e pensi che stai per morire; sei sicuro che stai per morire. Ti capita in macchina, ma solo se la guidi tu, in bicicletta, o anche a piedi. In autobus no, non ti capita, ma ti capiterebbe di sicuro se facessi l’autista, lavoro che infatti non faresti mai e al quale preferiresti la tua attuale disoccupazione. Quei ponticelli di poco conto alla periferia di Roma, dove sei cresciuto, sono gli unici che non temi. Quelli li attraverso da quand’ero pupo, – dici – è sempre andato tutto bene, ma con gli altri, cristo, con gli altri è una tragedia. […]

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L’Inquieto, numero 03/Luglio 2014, pp. 8-27
illustrazioni di Sara Flori

[Grazie a Martin Hofer, L’Inquieto]

Om Shanti. La pace del perineo

Da quando io e Le Sanglier, a seguito della sua proposta, abbiamo cominciato a frequentare regolarmente e con grande impegno una scuola di tango argentino, sei o sette mesi fa, e da quando il targo argentino è sopraggiunto con inattesa e inaudita violenza a devastare a passo di milonga la mia tranquillità, o quel che ne restava, lui, quel mio mite mammifero da compagnia che al mattino presto ballava e cantava in pigiama al centro del soggiorno, con l’elastico dei pantaloni allentato, sulle note di “Io sono allegro perché sono un cretino”, ha deciso di attuare un radicale rinnovamento del suo stile di vita.
Del mio, pure.

Dopo i primi mesi di tango, ci eravamo resi conto di essere entrati in un vortice di relazioni sociali – due parole, queste, che mi turbano sempre non poco – il quale ruota, prevedibilmente, intorno all’interesse comune per il ballo. Non solo, però, per il tango, ma anche per la chacarera, la salsa, la zumba e pure la danza classica: molti dei nostri compagni, infatti, erano sì principianti come noi nel tango, ma, a differenza di noi, esperti e appassionati di altri balli, delle cui interferenze positive parevano beneficiare nell’esperienza di apprendimento del tango, non foss’altro che per una familiarità già matura con il movimento del proprio corpo in musica.
Le Sanglier, che è un entusiasta, ha cominciato a entusiasmarsi.
Rilevato senza eccessivo sforzo d’osservazione che lo spessore del suo addome non era compatibile con il suo entusiasmo, ha stabilito preliminarmente di mettersi a dieta.
Dopo i primi tre mesi di colazioni e spuntini a base di merda crusca e di sguardi carichi di astio verso di me e i miei cornetti al cioccolato, si è comprato una bilancia allo scopo di monitorare i suoi progressi con frequenza quotidiana, invece di andare a pesarsi a casa dei suoi una volta al mese, come usava fare per ridurre al minimo la frustrazione. Alla dieta ha affiancato un serrato programma di esercizi di ginnastica, svolti con ferrea determinazione in casa, sul tappeto al centro del soggiorno, che hanno progressivamente sostituito le magistrali interpretazioni di “Io sono allegro perché sono un cretino” – solo l’elastico allentato dei pantaloni del pigiama è stato conservato, probabilmente allo scopo di garantire continuità fra tradizione e innovazione.
Per settimane, e poi mesi, abbiamo minuziosamente registrato le variazioni di peso, esultando incontenibilmente per due etti in meno e, più spesso, addolorandoci inconsolabilmente per due chili in più, finché il peso è parso assestarsi sul valore di settantasette chili e cinquecento grammi (cinquecento, amore mio bellissimo, non trecento come tu vorresti che scrivessi).
Io ero sì un po’ spazientita dai calcoli, tuttavia si sa che l’annebbiamento amoroso è anche partecipazione alla vita dell’amato, perciò partecipavo e, mentre lui trangugiava mestamente le sue pappe ipocaloriche, io gli tenevo compagnia ingoiandomi rapidamente bignè alla crema e premurandomi di mangiare anche i suoi (così partecipando, speravo inoltre che la sua improvvisa meticolosità finisse con l’estendersi ad altre attività per me irrinunciabili quali, ad esempio, la raccolta differenziata dei calzini – quelli sporchi nel cesto della biancheria, quelli puliti nei cassetti, che non è un fatto così ovvio come può sembrare).

Un giorno, però, Le Sanglier ha detto: “Il tango è bellissimo, il tango per me è mille volte più bello della salsa, e io voglio ballare soprattutto tango, però un po’ di salsa ci darà la scioltezza che ci manca, che ne dici?”. Lottando con la tentazione di somministrargli sedativi a sua insaputa, mi sono avvalsa dell’arma potentissima del nostro precariato, “Non abbiamo soldi per iscriverci a un altro corso, – ho detto – magari più in là”.
Più in là Le Sanglier ha detto: “La salsa me la guardo un po’ sui tutorial di You Tube, almeno il passo base. Perché non ci iscriviamo a un corso di yoga? Ne ho scoperto uno vicino casa, è pure economico! Lo yoga aiuta il rilassamento muscolare”. A quel punto tutte le mie perplessità, gli interrogativi pazientemente stoccati in questi mesi di partecipazione, si sono coagulati in un embolo cerebrale dal quale solo un sincero atto linguistico avrebbe potuto mettermi in salvo evitandomi un ictus sicuro, ed era chiaro che l’atto linguistico sarebbe stato un quesito, semplice, onesto, assai intimo e perciò appassionatissimo, ma irrimediabilmente poco sorvegliato nella cura della sua formulazione: “Ma io e te non si chiava abbastanza?”. “No, vanno benissimo quanto e come. – ha risposto lui con agio – È che ci tengo proprio a sentirmi in forma, un po’ più bellino. Tu non lo puoi capire ‘sto fatto qua perché stai in forma e bellina da quando sei nata, pure se ti mangi quattro bignè alla crema ogni mattina. Eddài, aiutami, ho bisogno della tua collaborazione”.

Io ho collaborato, ma adesso non me la sento di ripensare alla mia lezione introduttiva di yoga.
Mi limiterò a dire che le esalazioni di incenso mi stordiscono e che non mi flettevo ad abbracciare le mie caviglie da quando ho dodici anni e che il mio corpo ha provveduto a ricordarmelo sussultando e scricchiolando e gemendo e bestemmiando divinità impronunciabili, e che io ne ho avuto pena profondissima per circa un’ora e mezza, durante la quale l’insegnante ci ha ripetutamente invitato a rilassare il perineo e dopo la quale, tornando a casa, Le Sanglier ha detto: “Io ho capito dove sta più o meno il mio perineo solo quando mi è scappata una scorreggia dall’orifizio anale. Mica si sarà sentita?”.

Non aprite quella porta, se c’è Le Sanglier

Una cosa bella che a me e Le Sanglier piace fare la sera a casa, quando non ci va di fare le altre cose belle, è accoccolarci sul divano e guardare film finché non ci viene sonno, cioè finché Le Sanglier non mi porta di peso a letto dopo che mi sono addormentata un paio d’ore prima di lui che, conseguentemente, vede almeno un film in più di me.
La scelta del film o dei film da guardare insieme è generalmente un momento assai delicato, sia quando si tratta di guardarli a casa in un groviglio di gambe e braccia spalmate su tutta la superficie disponibile tra il divano e il tappeto, sia – ma di più – quando si tratta di andare al cinema e, dunque, di pagare un biglietto (in questo secondo caso, riuscivo, fino a poco tempo fa, a convincere l’amico Nosferatu a venire con me. Adesso invece mi dice: “I tuoi film spaccapalle te li guardi da sola”. Dev’essere successo quando gli ho proposto un cinema d’essai, forse suggerendogli tutto il Decalogo di Kieślowski. A lui non piace Kieślowski, e nemmeno a Le Sanglier, che quando ha visto Film blu mi ha detto: “Secondo te uno che fa un Film blu e ci mette dentro tutte cose di colore blu è originale?”. I due, Le Sanglier e Nosferatu, accarezzano da tempo il progetto di sottopormi a una visione forzata e ripetuta de Il grande Lebowski, che sono concordi nel ritenere uno dei migliori film mai apparsi su questa terra. Io che Il grande Lebowski sia un bel film me lo posso immaginare facilmente, non è che non lo voglio guardare, anzi, lo vorrei proprio guardare tutto, dall’inizio alla fine, invece di lasciar perdere dopo i primi dieci minuti come finora ho fatto: è che, per principio, non lo guardo finché loro non guardano tutto il Decalogo di Kieślowski, muti).

La visione serale di un film in modalità “addivanamento domestico” con Le Sanglier, di solito, si può tradurre in attività di piluccamento sfizioso di scene qui e là, arraffate dalle pile dei nostri dvd allineati nello scaffale sotto il televisore (i miei in prima fila, i suoi in seconda, fatta ragionata eccezione per alcuni che ho decretato meritare un posto nella selezione di quelli a portata di mano e di vista). Oppure può consistere nell’analisi integrale, attenta e profonda di un solo film (il secondo, come ho detto, succede spesso che Le Sanglier se lo guardi da solo mentre io godo di un sonno imperturbabile). In questo caso, per mettersi d’accordo sulla scelta bisogna proprio essere tanto innamorati. Noi, per il momento, lo siamo ancora e credo sia questa l’unica motivazione grazie alla quale, qualche volta, riusciamo a metterci d’accordo su quale dvd sdoganare nel lettore, ottenendo risultati inaspettati per entrambi (ma solo qualche volta delle volte che riusciamo a metterci d’accordo, quindi raramente). Altre volte, invece, malgrado la disponibilità alla mediazione di cui solo l’annebbiamento amoroso può rendere capaci, non se ne viene a capo fin dall’inizio e finisce che passiamo la serata a visionare i primi minuti di ogni film che ciascuno propone all’altro, senza riuscire a trovare quello che fa contenti tutti e due; in questo caso, infatti, succede spesso che, se il film proposto viene presentato da chi lo propone come “un film imperdibile”, l’altro cominci a valutarne svogliatamente i primi minuti con la preliminare e lucida consapevolezza di volerselo perdere. Credo possa dipendere dal fatto che non ci piacciono quasi mai le stesse cose, oppure dal gusto irrinunciabile di far incazzare l’altro, e questo piace a tutti e due.
Spesso, soprattutto a tarda notte, succede che riceviamo beneficio dallo zapping televisivo, di cui Le Sanglier è fervente praticante e sostiene le proprietà rilassanti.

Proprio durante uno di questi momenti, ieri sera, Le Sanglier si è imbattuto nel prequel di Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre), che stava cominciando in quell’istante su MTV. “Non ho mai visto questo film. Sai, – mi ha detto incuriosito mentre scorrevano i titoli di testa – la cultura del cinema horror mi manca completamente”. “È un film imperdibile nel suo genere”, gli ho detto io, nella speranza di conquistare subito il telecomando, o di passare alla scelta del dvd tornando addirittura a insistere sulla mia proposta de Il posto delle fragole, che avrei voluto rivedere per la nona volta. Però ieri sera Le Sanglier era seriamente motivato a iniziarsi al cinema horror, perciò ci siamo guardati tutto il prequel di Non aprite quella porta. Immaginando che lui, il candido, non avrebbe retto a lungo la visione di tanta violenza, dopo un po’ ho cominciato a dirgli: “Oh, stai bene? Guarda che possiamo pure cambiare”, mostrandomi premurosa verso la sua sensibilità, mentre tenevo pronto sotto il cuscino il dvd de Il posto delle fragole. “No no, ormai ci sto, lo voglio finire”, ha detto con la vocetta di un bambino deciso a mascherare di essersela appena fatta nei pantaloni.
Quando l’abbiamo finito, Le Sanglier era bianco come un sudario ed è rimasto in silenzio per alcuni minuti, con lo sguardo fisso sul televisore. Poi si è girato lentamente verso di me. Io mi sono preoccupata e ho istintivamente indietreggiato, pensando che, perso il senno ma sprovvisto di una motosega, stesse per afferrare il vaso di fiori rossi finti sul tavolino rosso finto Ikea e pure il tavolino rosso finto Ikea per spaccarmeli tutti e due in testa (bisogna dire che Le Sanglier manifesta da sempre la sua disapprovazione riguardo alla collocazione del vaso di fiori rossi finti sul tavolino rosso finto Ikea e che io, invece, ne sostengo l’armonia di tinte con i cuscini rossi, le candele rosse e il tappeto rosso del nostro soggiorno rosso).
Invece mi ha detto: “Ma non era meglio se ci guardavamo un bel porno, che lì si vogliono tutti bene?”. Io allora mi sono rasserenata, perché ho capito che lui era ancora lui, il mio mite mammifero da compagnia, e soprattutto che il vaso di fiori rossi finti e il tavolino rosso finto Ikea erano ancora salvi.
Purtroppo, però, nemmeno la camomilla che si è fatto alle due di notte è servita a restituirgli la pace, soprattutto quando ha appreso da Wikipedia che il capostipite della saga di Non aprite quella porta, quello del ’74, fu realizzato grazie agli incassi di Gola profonda, uno dei suoi film preferiti. Temo che non si riprenderà mai dalla scoperta del felice sodalizio tra horror e porno.

“Der Liebenden Schlaf”. Considerazioni inopportune

Leggendo un articolo di oggi sul Post, vengo a sapere del fotografo Paul Schneggenburger e del suo progetto di tesi, Der Liebenden Schlaf  (Il sonno degli amanti).

Poiché non ho niente da fare – voglio dire, poiché non ho niente di meglio da fare che andare sul sito di Paul Schneggenburger, vado sul sito di Paul Schneggenburger.
Il sito è disponibile in tedesco e in inglese. Seleziono l’inglese, perché la mia competenza in tedesco non sarà sufficiente, lo sento, a comprendere il progetto di tesi di Paul Schneggenburger. Clicco su “concept”, che è in effetti quello su cui m’interrogo, e che comincia come deve cominciare quando uno vuole portare un altro a interrogarsi, cioè con una domanda:

What happens to lovers while they are sleeping?

Però la domanda di Paul Schneggenburger mi lascia subita confusa. Mi prendo una pausa prima di proseguire la lettura. Cosa succede agli amanti mentre dormono? Le prime idee si basano solo sulla mia sciatta esperienza, perciò mi chiedo banalmente: russano? Espettorano? Liberano ignari i peti dolorosamente repressi durante la veglia? Non posso fare a meno di chiedermi, poi, cosa avranno fatto gli amanti prima di dormire. Perché, mi dico, quello che gli accade mentre dormono dipenderà pure da questo, no?
Torno alla lettura, sono sicura che Paul mi condurrà alla domanda giusta. Me ne pone tre, una dietro l’altra, le quali si rivelano – è l’unica cosa che mi pare di comprendere subito – una sola importante domanda, confezionata con tre punti interrogativi di modo che i quesiti incalzanti risultino tre:

Is it a sleeping just next to each other, each on his own, or is there a sharing of certain places and emotions? Is it a nocturnal lover’s dance, maybe a kind of unaware performed tenderness, or does one turn the back on each other? Is there a conjunction with the other, with one’s self?

Il tema è serio, ho ormai bisogno di un modello epistemico di riferimento.
A questo punto mi viene in soccorso, provvidenziale come sempre quando la realtà mi diviene incomprensibile, un detto abruzzese, mio idioma nativo, che illustra con efficacia senza pari gli stadi evolutivi della vita notturna di una coppia di amanti, mostrando di sposare una fede di tipo degenerazionista rispetto al tema delle unioni di letto:

Lu prim’ ann’ panz’ a ppanz’, lu seconn’ panz’ a ccul’, lu terz’ vaffangùl’.

Perciò, mi dico, il sonno degli amanti, e il suo risultato visivo, dipende forse dall’età della loro relazione. Tuttavia non ho ancora capito che cosa vuole propormi Paul Schneggenburger. Finalmente, sciogliendo il nodo alla gola e, come capirò poi, producendone un altro, lui mi spiega:

The sleep of the beloved was born as my diploma in 2010 at the university of applied arts Vienna and has become an ongoing long-time project.

Cioè lui, Paul Schneggenburger, da tre anni scatta foto alla gente che dorme, e ci ha scritto pure una tesi. Ci dice anche come ha fatto:

Each picture of the sleep of the lovers is one long-time exposure. The exposing time is 6 hours, from midnight until 6 am. The room with the bed is in my studio-apartment, I am at no time of the exposure inside the room myself. I just light the candles, set up the stage.

Insomma, da tre anni Paul Schneggenburger fa andare la gente a dormire da lui, acchitta lo studio con tutti i trabiccoli del mestiere e le luci giuste, poi dà la buonanotte ai due e li lascia lì a prendere sonno.
Sul momento non so cosa pensare di questo progetto, perciò penso subito una cosa meschina da mentecatti e, siccome sono ancora un po’ stordita, mi scopro a pensarla in forma di domanda: se si volesse fare un salto a Vienna, che è una bella città, evitando di pagare il pernottamento in un bed & breakfast, io e Le Sanglier potremmo scrivere a Paul Schneggenburger proponendoci come sue cavie? O forse si dice “modelli”? Che poi, vuoi che una colazione al mattino non ce la faccia trovare?
Questo fotografo sa il fatto suo. La presentazione del progetto finisce com’era cominciata, e com’era proseguita, cioè con una domanda, e questa volta la domanda è un invito a osare:

How might “your beloved sleep” look like?

Mi sento tentata. Lui insiste, chiede ancora:

Interested sleeping in this bed?

e ci piazza infine una foto del letto, un indirizzo e-mail e un numero di telefono.
Paul Schneggenburger ha vinto. La sua eloquenza mi ha persuaso come quella di Lisia nell’orazione da lui stesso pronunciata contro Eratostene, di cui fui obbligata a leggere qualche passo al liceo. Le sue foto un po’ meno, ma la mia cultura fotografica è rudimentale, le mie frequentazioni di mostre fotografiche sporadiche, il mio occhio ineducato, il mio gusto neofita, e il mio portafoglio umile: voglio andare a Vienna. Cioè, voglio andare nello studio di Paul Schneggenburger a Vienna, insieme al mio dormiente. Sono sicura che siamo due soggetti interessanti (ecco, probabilmente la parola era “soggetti”).

Torno alla lettura dell’articolo sul Post che, forse in onore di Paul Schneggenburger, comincia con ben quattro domande: “Che cosa succede mentre dormiamo? Ci muoviamo? Restiamo fermi? Ci agitiamo?”. E però segue subito un’affermazione coraggiosa, e dunque la possibilità, per l’autore dell’articolo, di cadere in errore: “Quando ci svegliamo, di tutto questo non c’è più traccia”.
Errore.
Quelli del Post non hanno mai dormito insieme a Le Sanglier, né con un suo simile. Io sì.
Il giaciglio del mammifero, al mattino, mostra con chiarezza il tramestìo del suo sonno selvatico. Non importa quello che abbiamo fatto, né come e quante volte l’abbiamo fatto prima di metterci a dormire: in tutti i casi, i trottoi dei suoi movimenti notturni – da un lato all’altro e da un capo all’altro del letto, accanto a me, lontano da me, sopra di me, sotto di me, sotto le lenzuola, sopra le lenzuola, sopra il piumone, sotto il piumone, tra il piumone e la sottocoperta, tra il bordo del letto e il comodino, tra il comodino e il pavimento, sopra il suo cuscino, sopra il mio cuscino, al di sopra e al di sotto dei nostri cuscini, fuori dal suo pigiama e dentro, dentro il mio pigiama, dentro e fuori la misura entropica dell’universo – potrebbero lasciar supporre che io di notte dorma con almeno cinque maschi alfa nel letto (e ciò incontrerebbe il mio giubilo), mentre in realtà fanno sì che in pieno inverno io mi svegli al mattino con le membra gelate, il raffreddore, la tosse, un’eventuale linea di febbre, e un cinghiale completamente avvolto in un sudario di tessuti misti come un salame nel suo budello suino. Lo iato tra i due scenari, uno ottimisticamente possibile e l’altro drammaticamente reale, è notevole. E va studiato.

Allora, mi sono detta, devo scrivere un post che approfondisca il tema. Poi devo mettere alla prova il genio artistico del fotografo Paul Schneggenburger. Gli chiederò di installare una delle sue macchine fotografiche sopra il letto del suo studio a Vienna, durante una nostra notte di sonno gratuito, quando andremo a fargli visita. Gli saranno sufficienti non più di due ore di esposizione, invece di sei, per ottenere un materiale straordinario. Vi troverà tracce tali da richiedergli almeno altri due anni di lavoro per il suo progetto e un altro ancora per una nuova stesura della tesi.

[Non pare del tutto inutile precisare che questo post non intende in alcun modo, e per nessuna ragione, offendere il lavoro di Paul Schneggenburger e quello di tutti i fotografi, né svilire i contenuti del Post e l’intelligenza di chi ci lavora. Se il contenuto di questo post reca danno a qualcuno, questi è certamente Le Sanglier. Il quale, tuttavia, ci è abituato e si mostra anzi compiaciuto della mia onestà]

Essere d’accordo (amore mio bellissimo)

Ore 3.10

– Domani è domenica. Anzi, è già domenica. Adesso andiamo a dormire?
– Sì, andiamo a dormire. Fai colazione con me dopo?
– Mi piacerebbe. Ma facciamo che quando ti svegli fai quello che ti pare, tranne svegliarmi.
– Ci sto.
– Però, a una certa ora, se vedi che non mi sveglio…
– A quale certa ora vuoi che venga a sentirti il polso?
– Boh. Diciamo alle undici?
– Va bene, diciamolo.
– Però rilevami solo il polso radiale. Su quello carotideo, lo sai, sono più sensibile. Se fossi vivo, rischierei di svegliarmi.
– Sì, me lo ricordo. Buonanotte, amore mio bellissimo.
– ‘notte, amore mio bellissimo.

Ore 12.15

– Buongiorno, amore mio bellissimo! È mezzogiorno e un quarto. Stamattina ho bevuto tre caffè. Poi ho corretto venticinque test e ho risposto alle e-mail. Alle undici ho rilevato il tuo polso radiale e ho deciso di tornare in cucina a leggere i giornali di oggi. Poi ho ascoltato i programmi del mattino di Radio Tre.
– Non ho capito.
– Buongiorno, amore mio bellissimo! È mezzogiorno e un quarto. Hai utilizzato uno dei tuoi bonus dell’Intercomprensione, del valore di settantacinque minuti di ineguagliabile pace. Se non hai ancora deciso come riguadagnarne di nuovi, posso suggerirti che in cucina ci sono i piatti sporchi dello spuntino di ieri notte, quando siamo rientrati dalla milonga.
– Non ho capito.
– Ci facciamo un caffè e ne riparliamo dopo?
– Ci facciamo un caffè e ne riparliamo adesso. Buongiorno, amore mio bellissimo! È mezzogiorno e un quarto. E tu non c’eri quando ho aperto gli occhi.
– Sì, è possibile. Dev’essere stato più o meno quando ero in cucina ad ascoltare i programmi del mattino di Radio Tre.
– Questo potrebbe essere un problema.
– Che ero in cucina ad ascoltare i programmi del mattino di Radio Tre?
– No, che non ho ricevuto il tuo bacio del buongiorno a letto. Questo non mi piace.
– Amore mio bellissimo, vediamo per un momento come stanno veramente le cose, ti va?
– Non lo so.
– Pensaci un momento.
– Non sono sicuro di riuscirci. Perciò ti ascolto.
– Ecco, dunque, ho pensato che le cose stanno quasi sempre in un modo più semplice di quello che sembra a prima vista. Intendo: o ti svegli quando cazzo pare a te, facendo a meno del mio bacio del buongiorno a letto, o ricevi il mio bacio del buongiorno a letto e in quel caso ti svegli quando cazzo pare a me. Che ne pensi?
– Che non sono pronto per una scelta così difficile.
– Ti capisco, non sai quanto. E sono d’accordo con te. Non sarei pronta nemmeno io al tuo posto.
– Adesso mi sento sollevato.
– Anch’io, tanto. Magari ci becchiamo nel tardo pomeriggio, o a cena. Oppure domani.
– Sì, volentieri. Mi piace tanto essere d’accordo con te, amore mio bellissimo.

Yo soy la milonga brava

Una milonga è un posto dove si balla tango argentino, una discoteca del tango (ma è anche un tipo di ballo, diciamo un tango più veloce).
Un principiante assoluto, al quarto mese di lezione come siamo ormai io e Le Sanglier, non dovrebbe andare in una milonga. Non un principiante assoluto dotato di prudenza, serietà e buonsenso. A Buenos Aires, ci ripete la nostra insegnante ogni mercoledì sera dalle otto alle nove e mezza, si sconsiglia ai principianti, quando addirittura non si faccia divieto, di andare in milonga per tutto il primo anno di studi. Se proprio non può fare a meno di andare a disturbare, cioè se non è dotato di prudenza, serietà e buonsenso, deve attenersi strettamente a un rigido codice comportamentale (talvolta stampato e affisso all’ingresso della sala), il quale prevede, tra le altre cose, che il principiante si tenga al centro della pista, lasciando il bordo esterno ai ballerini più esperti, che sanno governare il proprio passo all’interno del flusso umano in movimento, un movimento sapiente e, non lo si dimentichi mai, antiorario.

Entrando in una milonga, anche un osservatore poco attento e completamente estraneo al mondo del tango argentino può riconoscere i principianti assoluti, e distinguerli facilmente dai ballerini di livello intermedio e avanzato. Questi ultimi, infatti, si muovono con variabile ma pur sempre percettibile grado di eleganza e grazia, mostrando, nei casi migliori, di non limitarsi a incedere, ma di saper creare figure mirabili nei momenti di crisi, risolvendo la pista quando questa risulti congestionata. Ne consegue un notevole risultato visivo, che è quello di uno sciabordìo di piedi e gonne e svolazzi in movimento perenne, inarrestabile.
I primi, al contrario, sono quelli che, nei momenti di crisi, inchiodano bruscamente e restano fermi, ad aspettare ansiosi di poter ripartire. Si riconoscono perché sono quelli che, non fosse per i colori che portano addosso, si confonderebbero con le colonne e gli altri eventuali ostacoli immobili della sala. Se però l’osservatore si avvicinasse di più a costoro (ma non può, perché non è permesso attraversare il diametro della sala, né è consentito accedere alla pista se non si ha intenzione di ballare seriamente), potrebbe sorprendersi nel notarne anche lo sguardo, che ulteriormente lo distingue dai colleghi con maggiore esperienza. Quello di questi ultimi, infatti, esprime in maniera inequivocabile il godimento: si stanno divertendo, si stanno divertendo come bambini, e soprattutto si divertono all’unisono, lui che deve guidare il passo e lei che lo deve sentire (così si dice, nel gergo del tango: l’uomo guida, la donna sente. Ne deriva che la buona riuscita di un tango si deve, soprattutto, al ballerino. Ma per capire cosa significhi realmente, bisogna cominciare a ballare il tango, cioè pestare e farsi pestare i piedi un buon numero di volte). Lo sguardo dei principianti, invece, è una maschera di sofferenza: in lui, che deve guidare il passo, dominano frustrazione e senso di smarrimento; in lei, che deve sentire il passo, irritazione e profondissimo tedio (la prima quando lui la pesta, il secondo quando lui rimane fermo fino alla fine della musica).
Uno, anche uno estraneo al mondo del tango argentino, potrebbe andare in una milonga, sedersi a un tavolo con un bicchiere di vino e passare una piacevolissima serata solo osservando la scena che si svolge in pista.

Ieri sera io e Le Sanglier eravamo in una milonga. Fermi, al centro della pista.
Le Sanglier sta prendendo molto seriamente questa storia del tango. Non accetta l’idea di essere un principiante assoluto al quarto mese di studio. Credo sia per questa ragione che, alla fine di ogni ballo, ha bisogno di una tempestiva seduta di fisioterapia a bordo pista, necessaria a riabilitare il collo e i muscoli della spalla, che durante il ballo sono tesi per l’agitazione e il terrore di lanciarmi contro le altre coppie. Chi fosse completamente digiuno delle leggi del tango argentino dovrebbe sapere che, se la donna commette errore o si fa male, o peggio ancora ferisce qualcun altro con il proprio pericolosissimo tacco durante una sequenza, la responsabilità è interamente del suo compagno che ne ha guidato il passo (dovrà infatti essere lui a scusarsi con la coppia coinvolta). Se ciò consente alla donna di godere di uno stato di beatitudine e riposo mentale altrimenti rari fuori dalla pista, allo stesso tempo rende l’uomo principiante, di qualunque età e profilo, preda di inesprimibile angoscia.
Ad ogni modo, io e il mio prode compagno abbiamo fatto il nostro debutto in milonga. Siamo andati diverse volte contromano, ma lui non mi ha fatto dare calci a nessuno, né mi sono ritrovata a pendere all’improvviso su uno dei lampadari della sala, e questo è un grande risultato.

Tuttavia, verso la fine della serata, e dopo che ero stata invitata a ballare da esperti e aggraziati ballerini di livello avanzato, Le Sanglier giaceva accasciato su una sedia, la camicia sbottonata sul petto, i capelli arruffati, e la frustrazione, dolorosissima per me a vedersi, dipinta su almeno metà della faccia (quella inferiore, poiché quella superiore era imperlata di fatica sudata).
“Non sono portato per il tango”, ha borbottato infine, prima di abbassare la testa, verso le scarpe consumate. Ho l’impressione che gli sia pure venuta la tentazione di fare uno sgambetto al tizio che gli stava passando davanti in quel momento, così, per dispetto.
Poi ha alzato lo sguardo verso di me, e mi ha trovato in piedi accanto a lui, con le mani sui fianchi come un’anziana femmina abruzzese che stia per richiamare all’ordine i membri della famiglia.
Il mio sguardo gli ha risposto ed era uno sguardo che voleva ricordare i fatti, e i fatti sono che io questo hobby del tango non ce lo volevo avere (non mi piacciono, gli hobby), e che ci sono voluti dodici mesi prima che lui, il mio compagno, riuscisse a convincermi, e che devo premurarmi di controllare lo stadio di crescita del piumaggio sulle mie gambe ogni cazzo di mercoledì sera prima di andare a lezione e ogni cazzo di domenica sera prima di andare alla pratica, che ho speso novanta dei miei euro per un paio di scarpe da tango che non pensavo avrei mai potuto comprare, che io novanta dei miei euro non li spendo nemmeno in libri in un mese. Con la coda dell’occhio credo di aver comunicato anche le solite cose che si dicono, tipo “Ci vuole tempo”, o “Ci vuole pazienza”, o “Coraggio”.
Lui ha annuito e poi ha detto: “Ma forse sono solo stanco. Ci dormo su stanotte e domani sera andiamo alla pratica. Oh, senti che bella questa Milonga brava!”.

 

Altri post di omaggio al tango argentino:
Lezione di tango numero uno
Lezione di tango numero due
La “principianza”

Lezione di tango numero due

Dopo la nostra prima lezione dimostrativa di tango, io e Le Sanglier abbiamo convenuto che il Tango è certamente un’attività eleggibile a hobby settimanale, pur non avendo io completamente chiarito a me stessa la nozione di hobby (ma, si sa, non possiamo capire tutto). Allo stesso tempo, abbiamo notato che il tango, come numerosi hobby, comporta spese mensili non detraibili e su ciò avevamo entrambi idee limpide. Non è stato difficile, inoltre, rilevare che la scuola che avevamo scelto per il nostro primo incontro di prova si trova a quarantacinque chilometri da casa, situazione non così inusuale per chi viva e agisca a Roma e dintorni, ma intuitivamente migliorabile.
Pertanto abbiamo risolto di compiere un’indagine sistematica e realizzare un’accurata mappatura delle scuole di tango romane, annotando e comparando distanze, tempi di percorrenza, millilitri di benzina necessari, nonché, naturalmente, i costi di iscrizione al corso.
Durante la nostra minuziosa analisi di mercato, coordinata dall’amica Maruska, tanguera ormai alle soglie del livello intermedio nell’arte dell’abbraccio argentino, ci siamo accorti che questo è il periodo delle lezioni dimostrative gratuite. Cioè tutte le scuole, tra settembre e ottobre, offrono una lezione a principianti assoluti allo scopo di motivarli a iscriversi al loro corso piuttosto che a un altro. “Tutte le scuole” a Roma significa che quasi ogni sera, tra settembre e ottobre, un principiante assoluto può trovare un posto dove andare a fare figure barbine gratis, mentre nel frattempo cerca il baricentro del suo movimento e della sua motivazione.
Da quando abbiamo intuito ciò, io e Le Sanglier abbiamo un’agenda serale fittissima e ricca di nuove prospettive, e la nostra motivazione a ballare il Tango cresce di giorno in giorno.

La nostra seconda prima lezione di prova è avvenuta domenica sera, tre giorni dopo la prima prima lezione di prova, in una scuola a venti chilometri da casa, requisito, questo, che sembrava favorirla come la candidata ideale. Tuttavia le cose non sono andate come speravamo.
Dopo i primi dieci minuti scarsi, infatti, abbiamo capito che non tutti i partecipanti si trovavano alla loro prima prima lezione di prova, e nemmeno alla loro seconda prima lezione di prova, ma che il corso per principianti assoluti era già cominciato da tre o quattro settimane. La scuola, evidentemente generosa nel suo desiderio di motivare quante più persone possibili, continuava fino alla fine del mese ad ammettere al corso nuovi principianti, aventi diritto a una lezione di prova gratuita. Consultandoci rapidamente con i nostri occasionali compagni di ballo, tra una strattonata e un calcio negli stinchi, io e Le Sanglier abbiamo dunque realizzato che la classe era costituita da alcuni principianti imbarazzati alla loro prima prima prova gratuita, molti principianti determinati alla loro terza o quarta lezione pagata e due pericolosi imbecilli alla loro seconda prima prova gratuita.
Che però la lezione fosse principalmente rivolta al gruppo più numeroso, cioè a quelli che avevano cominciato a ballare più seriamente il Tango da almeno tre o quattro settimane dedicandogli una porzione del loro tempo e del loro stipendio, ce lo ha chiarito l’azione didattica dei due maestri. In un’ora e mezza, infatti, io e Le Sanglier siamo stati chiamati a confrontarci con una proposta di apprendimento di tipo deduttivo, piuttosto lontano dagli approcci umanistico-affettivi che avevano chiaramente caratterizzato la nostra prima prima lezione di prova e da quell’induttivismo grammaticale che tanto mi è caro. In un’ora e mezza, insomma, io e Le Sanglier abbiamo dovuto eseguire ripetutamente la Salida basica prima (otto passi con cruzada femminile), la Salida basica seconda (sei passi, o cinque – non mi ricordo – senza cruzada femminile) e il cambio fronte (mezza luna sul cinque, o sul sei, anche questo non me lo ricordo), curando al contempo l’eleganza del movimento e prestando la dovuta attenzione alla flessione delle ginocchia, all’inclinazione del proprio asse, alla posizione e alla distanza dei nostri rispettivi malleoli.

Confesso di non aver mai pensato al mio malleolo.
Mi rendo conto, però, che tutti dovremmo averne consapevolezza. Se io avessi consapevolezza di dove metto il malleolo, infatti, domenica non gli avrei fatto passare una brutta serata, soprattutto nei momenti in cui l’ho incruzado col malleolo del Sanglier. Il malleolo, in effetti, è importante perché ha avuto un ruolo determinante nel calo della motivazione che, com’è o dovrebbe essere noto, è alla base di ogni apprendimento di successo.
Tuttavia io non mollo e il mio malleolo neanche. Pure Le Sanglier e il suo malleolo sembrano determinati a trovare un accordo con noi. Domani sera, perciò, avremo la nostra terza prima lezione di prova in un’altra scuola, che è quella frequentata dall’amica Maruska.
L’amica Maruska ha provveduto a informarsi per noi presso i maestri e ci ha infine tranquillizzati: il corso per principianti assoluti è sì già iniziato anche da loro, i partecipanti sono sì alla terza o quarta lezione pagata (ma gratuita per i nuovi arrivati), però hanno imparato solo l’ocho e la cruzada, che si possono apprendere rapidamente, in base al noto principio di imitazione, guardando qualche video su You Tube. Purché si faccia attenzione ai malleoli.

Lezione di tango numero uno

Non ho mai capito la gente che balla. Intendo, non ho mai capito la gente che balla “per hobby”.
In effetti, ho sempre fatto fatica ad avere un hobby. Che cos’è un hobby? Un’attività che si svolge nel tempo libero, a un livello presumibilmente amatoriale (se presumo male, allora non è un hobby, ma una professione, o che altro?). Cos’è, poi, il tempo libero? Il precario è perlopiù confuso su questo argomento, tuttavia, vivendo in società, intuisce che viene comunemente definito tempo libero quella porzione della giornata non dedicata ad attività di lavoro, o di studio. Ad ogni modo, la sua piramide dei bisogni resta pericolosamente instabile e sgraziata.
Dicevo, ho sempre fatto fatica ad avere un hobby, anche nei periodi in cui le attività di studio e di lavoro mi chiarivano il concetto di tempo libero – in periodi simili il tempo libero equivale grosso modo, anche oggi, al tempo dedicato al sonno, all’alimentazione e a necessarie operazioni di espletamento, venendo in tal modo a riconfermare la necessità di rivedere le teorie di Maslow sulla piramide dei bisogni.
C’è chi dichiara la lettura tra i propri hobby, per esempio. Io mi sento tanto perplessa al riguardo, perché faccio fatica a vedere un hobby nella lettura e faccio fatica perché mi pare che, tendenzialmente, si assimili l’hobby allo svago e la lettura non è uno svago [esclamazione espunta, omissis], o non è solo uno svago. Altri, invece, dichiarano la scrittura, e io mi sento perplessa per la stessa ragione. Altri ancora indicano il giardinaggio, il calcio, il tennis, il nuoto, il cucito, gli scacchi, il bridge, il bricolage, il découpage, la nail art. Attività, queste, che si possono svolgere a livello professionale, ma che invece si sceglie di svolgere a livello presumibilmente amatoriale nel tempo libero, divenendo in tal modo un hobby. Io faccio fatica.
Ma ho già detto, mi pare, che faccio fatica ad avere un hobby, per via della mia perplessità riguardo alla sua definizione. Forse ho tanti hobby e non lo so. Confesso di avere le idee poco chiare su questo fatto.

Nel settembre del 2011 Le Sanglier ha proposto di iniziare a ballare insieme il tango. “Così, per hobby”, ha detto col suo candore di sempre. Io, dopo essermi mostrata perplessa, sono entrata in una spirale di angoscia.
Giovedì 27 settembre 2012 alle ore 20 mi trovavo al Teatro di San Pancrazio, sulla Gianicolense, dove i maestri di una delle decine di scuole romane di tango offrivano una lezione di prova gratuita a circa ottanta principianti assoluti di età compresa tra i venticinque e i settant’anni.
Per scegliermi un hobby, ho pensato allora, io ho bisogno dell’impressione di imparare a fare una cosa che non so fare e che, a un primo grossolano esame, non mi serve. Ho bisogno, cioè, di ribaltare la piramide dei bisogni e porre alla base l’apprendimento, anteponendolo ai bisogni primari della sopravvivenza (mangiare, per esempio).
Io non so ballare il tango. Meglio, io non so ballare, né ho mai avuto interesse a imparare, o a provare ad imparare. Il tango, inoltre, non mi serve. Soprattutto, il tango sta nella mia vita come un bidet sta in una sala da pranzo. Il tango è l’intruso individuabile con una certa facilità nel mio insieme di elementi contestualmente e funzionalmente affini. Il tango, con me, non c’entra un cazzo.
Questa deve essere certamente la ragione per la quale, la sera di giovedì 27 settembre 2012, io e il tango ci siamo abbracciati.
Ho pure abbracciato un sacco di uomini, tra cui, incidentalmente, Le Sanglier.

“Il tango – avevano scritto i maestri sui volantini pubblicitari della loro scuola – è molto lontano dai luoghi comuni e dai cliché che nel tempo gli sono stati attribuiti: una danza aggressiva espressione di una sensualità da operetta fatta di calze a rete e rose tra i denti. Fosse davvero questo, il tango Argentino non sarebbe mai uscito dalle ‘milonghe’ di fine ‘800 di Buenos Aires per diventare un fenomeno internazionale, una danza la cui dimensione interiore e intimista è di gran lunga superiore a quella coreografica più conosciuta. Il Tango è un Abbraccio” (sic, compresa l’assenza di altra eventuale punteggiatura, però, scusa, ti pare il momento di notarlo? Siamo qui a ballare il tango argentino, o il tango Argentino, o il Tango, non ho capito bene dove e quando ci va la maiuscola e dove e quando non ci va, forse dipende dall’intensità imprevedibile del sentimiento, perciò d’ora in poi mi riservo di variare anch’io).
Il Tango, prima di tutto, è un’esperienza di apprendimento della relazione sociale. Lo ha capito subito Le Sanglier quando, su richiesta del maestro, si è trovato ad abbracciare con variabile motivazione la sua compagna, giovani donne languide e incipriate signore dall’ampio girovita. L’ho capito io quando, ad occhi chiusi come la maestra suggeriva di fare, mi sono abbandonata con ponderata fiducia all’abbraccio del mio compagno, di giovani avvenenti uomini in assetto da guerra e di signori flatulenti dalle mani sudaticce.
Il tango, poi, è un’esperienza di apprendimento della relazione spaziale tra gli oggetti, animati e inanimati. Lo ha capito prima di me Le Sanglier mentre attraversava la pista col suo passo morbido e aggraziato di cinghiale, contravvenendo a tutte le leggi non scritte (o forse le hanno scritte, ma noi non le abbiamo ancora studiate) delle milonghe.
Le Sanglier non ha ballato il Tango: ha giocato all’autoscontro, quindi si è divertito. Io non ho ballato il Tango: ho trovato un hobby, quindi mi sono tranquillizzata.

C’è stata una lezione numero due, ma devo ancora capire se è stata di Tango.

E tu che con gli occhi d’un altro colore

Torna a casa da una trasferta di lavoro, intorno alle otto di sera. Io ho lavorato tutto il pomeriggio a una mini-supercazzola accademica di glottopipponica, sono in uno stato di incoscienza e a malapena lo riconosco quando entra. Sto con i pantalonacci larghi e scuri che mi metto sempre quando mi chiudo in casa, i capelli attorcigliati intorno a uno di quei mollettoni che si vedono spesso sulle teste stanche delle inservienti, gli occhi vitrei e quattro o cinque caffè che mi vanno corrodendo lo stomaco e le mascelle dalla mattina presto. Lui non mi vede da tre giorni e mi dice che sono bella. Io voglio solo guardare la partita e allungare il brandy col ghiaccio finché dura (il brandy, per il ghiaccio non c’è problema). Però gli sono grata, per la sua miopia e per il suo innamoramento, che poi sono la stessa cosa. Gli sono grata anche quando mi apre lo sportello della macchina per far salire prima me, che è una cosa che fa sempre e quando non lo fa è perché ha parcheggiato a destra e, nel sottile spazio tra lo sportello e il muro, ci passano solo i miei pochi centimetri di spessore. Lui un po’ se ne rammarica, prova a passarci lo stesso ma s’incastra e quindi torna indietro. Quando mi ha aperto lo sportello la prima volta che siamo usciti insieme, ho sorriso, e nel sorriso ci stava dentro un po’ tutto, gratitudine, contentezza, stupore, perplessità, canzonatura. Comunque prima o poi smetterà di aprirmi lo sportello della macchina, questo è quello che penso, e quando lo penso mi viene sempre in mente Amore che vieni, amore che vai, nella versione originale di De André, che resta la migliore, e la più vera. Gli amici sono vent’anni che mi dicono che non c’è rimedio al mio pessimismo. Mio padre e mia madre sono trent’anni che mi dicono “Tu sti bbe’ da sola”, e questa affermazione di Svevo e Maria ha per loro un valore certamente connotativo, mentre a me pare solo denotativo. Altre volte mi dicono, sia gli amici che Svevo e Maria, che sono “nu crastò”, cioè un caprone, che da noi si dice a uno che sta ammusonito tutto il tempo, oppure che è taciturno, che sta sempre per conto suo. Insomma non è un complimento, perché voler stare da soli pare che sia proprio una brutta cosa.

Lui, paziente, comprensivo sempre, si acciambella sui cuscini per terra, davanti alla partita, e solo ogni tanto sussurra: “Oh, l’intervista che ho fatto è andata bene”. Io sorrido annuendo, o il contrario, oppure dico “Uhm uhm”, o “Sì, me l’hai detto oggi al telefono”.
Alla fine del primo tempo mi dice contento: “Dai che, se tutto va bene, stasera riusciamo a dormire”. Nello sguardo gli rivedo lo sconforto della sera di Italia-Germania, quando i caroselli sulla Tiburtina ci hanno dato il tormento tutta la notte e da qualche parte qualcuno s’è fatto pure male. Io gli avevo detto: “È perché abbiamo vinto” e lui, rigirandosi nel letto, aveva bofonchiato: “Hanno vinto, non abbiamo. Si chiama identificazione proiettiva, ed è una vecchia storia”.
Le Sanglier non è un uomo che segue il calcio. Cioè non gliene frega proprio un cazzo e io, dopotutto, lo amo anche per questo. Però la partita la voglio guardare. A me piace guardare le partite per ascoltare il commento. Potrei ascoltarlo per ore. Mi affascina l’uso della parola “fraseggio”, per esempio, riferita a un’azione in campo, di cui a malapena mi accorgo. Comunque pure io riesco a capire che stasera il fraseggio italiano è una lallazione stanca, lo intuisco fin dai primi minuti e la maggior parte dei fraseggi li vedo rotolarsi sull’erba, forse perché lì ci fa più fresco.

“Ma perché non fai un’altra cosa, che a te non piace guardare la partita?”. “Per farti compagnia”, mi risponde.
Dev’essere difficile, stare accanto a una caprona che sta bene da sola. Prima o poi, in qualunque relazione a due, finisco sempre col pensarlo. Ad ogni modo, per il momento stiamo ancora ai giorni perduti a rincorrere il vento, a chiederci un bacio e volerne altri cento. Poi quel che sarà, sarà in novembre o col vento d’estate. Meglio a novembre, però, ché questi trentotto gradi sono più di quanto posso sopportare. E poi vento qua non ce n’è.

Alla fine ha ragione lui. Stasera riusciamo a dormire tranquilli, sulla Tiburtina regna un silenzio cimiteriale.
Il mattino dopo mi porta il caffè a letto. Anche questa è una cosa che fa sempre, e quando non lo fa è perché lo faccio prima io. È un rito che ci piace molto. Me lo porta, e io ho sempre quel sorriso addosso, dove ci sta un po’ di tutto, e poi penso che certe canzoni le devo ascoltare il meno possibile e che sono proprio nu crastò.

L’ottavo vizio

Si chiama Malm.
Favorisce le piaghe da decubito, l’insufficienza venosa, l’artrite, l’aumento di colesterolo e trigliceridi nel sangue, l’invecchiamento cellulare e la catatonia.
A parte simili spiacevoli inconvenienti, Malm è la chiave della felicità domestica.

“Facile da spostare: rotelle incluse. Permette di leggere, mangiare o lavorare comodamente a letto”. Così ci fu presentata. Centonovantuno centimetri di larghezza per trentasei di profondità per settantatré e mezzo di altezza per innumerevoli momenti di quiete nell’intimità della tua casa, la svedese Malm è una sorta di tavola itinerante – la chiamano però “console”, che, s’intuisce, vende di più – la quale, di giorno, viene trascinata lungo il letto fino all’altezza dei cuscini e, di notte, viene accantonata ai piedi.
La portammo a casa in un giorno d’inverno. Voglio dire, la portò a casa Le Sanglier. Io tornai con i mezzi pubblici, perché in tre dentro la mia Smeralda Deluxe non ci stavamo.
“La useremo la sera per guardare un film o lavorare al computer, e la domenica mattina per concederci il vizio della colazione a letto”, giurammo. Mentivamo. Ci inginocchiammo al suo altare, consegnandoci a lei intontiti e ammaliati.
Malm è divenuta la nostra scrivania, il nostro tavolo da pranzo, da cena, da colazione e da spuntino, il nostro mobile tv, la nostra libreria, la nostra mensola, il nostro poggiapiedi, il nostro poggiabraccia, poggiacervello, poggia-qui-che-poi-lo-sposto.
Col supporto di Malm io e Le Sanglier abbiamo avuto buone idee; non posso dire le nostre migliori pensate, perché nessuna Malm potrà mai soppiantare l’angolo più intimo, più accogliente e più ameno d’ogni dimora, dove, fra le altre cose e prima di tirare lo sciacquone, ho concepito molti dei post apparsi su questo blog.

Ma c’è di più. Malm è il vero banco di prova della salute di coppia, dell’allineamento d’intenti e della disponibilità alla mediazione. Per districarsi da questo catafalco, infatti, bisogna essere affiatati. Può accadere che, mentre si sta lavorando in stato di grazia, chini sulla superficie piatta e levigata di Malm, uno dei due venga colto dall’urgenza di liberarsi le viscere. Sospendere la beatitudine della concentrazione per consentire all’altro di spostare Malm ai piedi del giaciglio e correre in bagno richiede tutta l’irragionevole pazienza dell’innamorato. A tale proposito va aggiunto che, per l’inusuale disposizione dei mobili nella stanza, il lato del letto prescelto da Le Sanglier si trova a ventinove centimetri da un armadio, al netto di quelli occupati da una gamba di Malm. Questo significa che, per riguadagnare la postazione, lui deve avanzare con cautela lungo la sottile striscia di pavimento disponibile, muovendosi orizzontalmente, schiena rivolta all’armadio, addome rivolto alla tavola itinerante. Ciò gli comporta almeno due rischi: tranciarsi le dita dei piedi sotto le ruote di Malm che io, calcolando male i tempi, sposto nel momento esatto in cui lui sta passando (giuro, giuro di non farlo apposta), oppure mortificare il perno della sua carnale virilità contro lo spigolo crudele della tavola itinerante. In entrambi i casi, ma più nel secondo, Le Sanglier si piega su se stesso, sbianca e inizia a salmodiare una nenia di imprecazioni romane che progressivamente aumenta di volume e impeto man mano che viene recuperando voce e colorito.

Come il talamo dell’astuto Odisseo e della saggia Penelope, scolpito nel tronco d’olivo dalle ricche fronde, fu il centro della loro segreta intimità, così Malm è il fulcro della nostra unione.
E quando l’aurora dalle rosee dita sorge nella nostra stanza, ci trova sepolti sotto Malm. Sopra di lei, la prima luce del mattino splende su due pc, una decina di libri, un paio di agende, penne, matite, due o quattro piatti, due o quattro bicchieri, due o quattro tazzine col fondo di caffè incrostato, una bottiglia di vino (vuota), una bottiglia d’acqua (piena), fazzoletti di carta, tre cellulari e un cordless, un pacchetto di Lucky Strike Blu, un pacchetto di tabacco Pueblo, cartine OCB e filtri Rizla in quantità variabili secondo il momento, due posaceneri, una discreta collezione di accendini, una cassetta di due chili di ciliegie (o d’altra frutta, secondo la stagione), candele, fermacapelli, fermacarte, fermaporte, fermàteci.