Virus

Amalia ha cambiato passo. Se ne accorge anche lei, perché perde il treno. Prima, invece, arrivava in anticipo, piede svelto, andatura decisa: le toccava aspettare. Non saprebbe dire con chiarezza prima di cosa, dice prima e basta. Adesso le gambe pare le diano retta solo per sorsi lenti di passeggiata, quasi che a lei sia estranea l’esperienza della smania, la fretta di raggiungere una strada, una persona, un ufficio, una casa, una frittata. Le gambe di Amalia erano due elastici lunghi e asciutti; a vederle, le avresti dette gambe di atleta, scatti di molla, o solo frenesia di femmina. I piedi solleticavano la terra con una sequenza di colpetti ravvicinati, piccoli rimbalzi come di sasso sul pelo dell’acqua, prima di arrendersi all’attrito. Quando camminava in compagnia, le dicevano oh ma dove vai, stiamo passeggiando, che hai da correre? Non sto correndo, diceva lei, sorpresa o contrariata secondo il caso, e rallentava. Alle volte succedeva pure che si ritrovasse a parlare da sola, perché quell’altro era rimasto indietro. Allora si voltava e lo trovava fermo: mi aspetti o no?, le chiedeva un poco scocciato. E lei aspettava. Tornando a casa insieme, aspettava che lui coprisse il tratto di strada dalla macchina al palazzo – lei l’aveva ingoiato in pochi secondi, poi si era fermata davanti al cancello ad aspettare (qualche volta era anche bello, stare a guardarlo mentre si avvicinava con quel passo suo quieto, di bestia mansueta). Aspettava davanti all’ingresso di cinema e teatri che arrivassero gli amici, aspettava alla cassa del supermercato che la raggiungessero con calma, aspettava agli appuntamenti, aspettava a tavola, aspettava a scuola, aspettava a lavoro, aspettava a letto, aspettava alla stazione, aspettava al telefono, aspettava e ad aspettare stava sola. […]

Continua a leggere “Virus” su Vicolo Cannery, 24/02/2014

(un sempiterno ringraziamento a Tommaso Giagni e agli altri del Vicolo)

La camera verde

ma vince il peso degli oggetti, capitolo due

È inservibile, la nostalgia. Che ci fai, a chi giova? Te la posi addosso, sul petto, come un ninnolo pesante, nemmeno ti facesse più bello. Sei ridicolo, con quel gingillo pacchiano che ti ciondola al collo giovane. Cedilo ai colli grinzosi, quelli slabbrati da memoria consistente, usurati dal tempo – è sì penoso vederglielo appeso, però ci trovi un senno: quel collo lì ha settant’anni, gli capita di indossare la nostalgia e cosa vuoi, ha pur diritto a pretenderla.
È uno sfasciacarrozze, la nostalgia. Fracassa, demolisce, recupera schegge di vita, te le rivende per buone, ci mette insieme la tua carretta, e tu ci vai a spasso. Non ci fai per niente una bella figura, qualcuno te lo deve pur dire.
È sguaiata, la nostalgia, è sconcia, non ha la compostezza di cui ti piace ammantarti.
È pure idiota, a frequentarla t’istupidisci (di stupidità non sei ancora sazio?).
E il rimorso, poi, la cattiva compagnia del pentimento, il rammarico insulso per una circostanza da cui tu – tu, non altri, non il caso, – te la sei data a gambe levate di proposito, un proposito urgente che allora ti sembrava perfino indispensabile. Che è stato? Tedio, fiacca, distrazione, trascuratezza, inasprimento, pasticcio di malori, frana d’animo? Non sai, tuttavia è stato.

Condizionale passato, avrei voluto, avrei potuto, sarebbe stato, avremmo fatto, che sperpero imbecille di verbi del rimpianto, ausiliare e participio accostati per concessione alla malinconia: sbarazziamocene. Via dalla lingua, fuori dall’uso, alla larga dal vivere quotidiano. Meglio, facciamo così: via tutto il periodo ipotetico dell’impossibilità. Che modo ottuso è mai quello di dire «se avessi capito in tempo questo o quell’altro, avrei fatto diversamente», «se avessi fatto così, sarebbe andata cosà», «se fossi andato quel giorno, sarebbe finita in un altro modo»? Non hai capito, non hai fatto, non sei andato. Tieni forse in cucina il calendario di tutti gli anni passati e prendi nota dei tuoi atti mancati?
E quell’altare dei morti, là, in fondo al corridoio della vecchia casa, l’angolo prediletto di tua madre, virtuosa della necrologia: non l’hai sempre canzonata per una tal parata, per come se la spolvera e se la prega, non le hai forse detto più di una volta che è assai stramba quella galleria di ritratti incorniciati, archivio di feticci mediatori per stare con chi c’è stato e non c’è? E quel medaglione che tua nonna nera porta addosso da quarant’anni e tutte le sere bacia? Così è la tua nostalgia, una raccapricciante gramaglia – orpello di famiglia, – spossante da calzare, stucchevole da osservare.

Eppure non patisci l’assenza di ciliegie in inverno, sbucci arance e bevi spremute; non t’impunti a infilare scarpe a misura di bambino, metti il tuo quaranta ed esci di casa. Non ti rammarichi di arance buone e scarpe comode; non te ne occupi, della tua archeologia del presente.

François Truffaut, La camera verde (1978)

François Truffaut, La camera verde (1978)

[Gli estimatori del cinema di François Truffaut avranno subito riconosciuto che il titolo è preso in prestito da un suo capolavoro. Di conseguenza, qui e là una disseminata nostalgia pure di certi racconti di Henry James, francamente inevitabile. Poi uno può anche pensare a quella canzone canaglia là, se preferisce; a me non è venuta in mente in tempo. Peccato. Avrei potuto scrivere tutta un’altra cosa]

ma vince il peso degli oggetti

Tutto conservo. Vecchi: libri di scuola, quaderni, diari, agende, giornali, riviste, ritagli di carta, lettere, cartoline, foto, fototessere, documenti scaduti, maglioni, magliette, mutande, scatole, cestini di vimini, scontrini, biglietti di auguri, biglietti dell’autobus, di mostre, di concerti, moccoli di candela, gingilli sbeccati, chincaglierie.
A volte per cedimento alla trascuratezza – più spesso per organica incapacità di liberarmi, – trattengo, serbo, ammucchio, non disperdo, non lascio, non tronco.
Dagli oggetti mi separo solo nelle grandi occasioni. Le grandi occasioni accadono quando il caso chiede di allestire scatole di cartone, raccogliere, imballare, distinguere l’essenziale dal superfluo, ripensare il necessario (il bisogno, riconoscere il bisogno: di cosa hai bisogno, tu?).
Stanze piene, dopo vuote, ma prima di “piene” c’era “vuote”, vuote le trovo e le riempio e poi le sgombro, e vado e torno e ancora vado.
Torno.

Sono tornata, amici miei, pochi che siete rimasti, sono tornata al paesello nostro, dove ci sta il mare tutto il giorno, la notte pure, odore e sciabordio non se vanno. Qua per vedere l’ultimo film dei Coen dobbiamo aspettare qualche giorno – la pellicola, chissà, se la caricano sotto il braccio e la portano in bicicletta come Salvatore di Nuovo Cinema Paradiso, – o ci tocca andare verso nord e oltrepassare il confine del fiume, ma che importa se c’è il mare e se ci siete voi, amici miei che mi dite eh? Antani, come se fosse Antani, anche per il direttore, la supercazzola con scappellamento!

Ho scaraventato nei bidoni le cianfrusaglie di una stanza disabitata a lungo, via questo via quest’altro, per fare spazio al mio ritorno. Sono felice del tuo ritorno, mi ha detto una vecchia compagna di scuola, sono un po’ egoista, vorrei che non ripartissi più.
Di tanto in tanto mi inabisso nello scantinato e porto su uno scatolone alla volta, sono tanti. Non c’è fretta, non c’è più. Paro a festa la stanza, questa vecchia stanza che era mia, poi mia e di mio fratello, poi mia, poi di nessuno, magari ci ospitiamo qualcuno, adesso è tornata mia.
Faccio le cose per bene, riconosco almeno un bisogno: abitare. Abitare nei libri tenuti a soffocare nel cartone – adesso respirano, dal pavimento al soffitto, e no, Céline non può stare vicino a Proust, uno di qua l’altro di là, e John Fante, John Fante ha un posto tutto per sé, ma non troppo lontano da Knut Hamsun, ché tra loro s’intendono. Abitare nelle lampade rosse e in quella arancione comprata a Trastevere quanti anni sono; abitare nel tavolino basso da sette euro rosso pure lui che ancora mi piace; abitare nei mobili bianchi, quelli costruiti dal falegname quanti anni sono; abitare nel color crema Chantilly delle pareti, ma che ne diresti se in primavera se le ridipingessimo di albicocca, che coi mobili bianchi ci cantano? E magari stacchiamo quelle greche decorative che si vanno scollando. Abitare nelle tende nuove, voglio dire nuove per la stanza, mica per me che le ho prese al mercato di Porta Portese quanti anni sono e hanno viaggiato, per case e quartieri di metropoli estranea; abitare nella luce un po’ bianca e un po’ gialla, dipende dall’ora del giorno; abitare nelle foto incorniciate (ex studenti che ridono con le loro facce tedesche, inglesi, cinesi, giapponesi, il corso di italiano è finito!, foto di gruppo e rido anch’io, abruzzese).

Le stanze vuote, ho provato ad abitarci, per fare prima, tanto poi bisogna andare via un’altra volta, che ti sistemi a fare, che t’aggiusti, e che ci fai con quella mensola che ti tocca bucare un muro in affitto, e con quel divanetto che è pure brutto, e tutti quei dannati libri che hanno fatto il giro del mondo (no, dico io, solo il giro del Grande Raccordo Anulare), è tutto peso per quando dovrai svuotare. Un letto, un computer, qualcosa da mangiare, un tavolo se è proprio necessario, e basta, non serve altro. È vero, sì, però le cose, dove sono le mie cose, le cose che ho amato, le cose, mannaggia alle cose. E ciò che hai amato anche un solo mattino, tenertelo stretto fino alla morte. Tenere, tenere, tenere…

Adesso abito. Ho comprato due bulbi di giacinto e li ho messi sul davanzale, esposti a nord, o forse è nord est. Dicono che fanno grossi fiori profumati, bianchi, gialli, rossi o blu, non so di che colore saranno i miei, non m’intendo di piante, troppa acqua poca acqua, confido in una familiarità da maturare, ma non traboccante.
Intanto la domenica mattina prendo il caffè alla pasticceria, quella che sta lì da sempre e mai mi ricordo il nome, poi vado al mare, quant’era che non vedevo il mare a febbraio? E ci stanno sempre i sessantenni avviliti che vanno in macchina su e giù per il lungomare in cerca di un po’ di amore giovane a un prezzo ragionevole? Sì sì, dipende dall’ora, ma d’inverno non ci andare al mattino presto da sola. No, io ci vado verso le undici. Allora va bene, alle undici escono le madri dalle case, le vecchie dalla chiesa, gli uomini dai bar; si comprano i giornali, le pastarelle per il pranzo della domenica, i ravioli quelli freschi, ché mica in tutte le case ci sono le nonne che li fanno ancora a mano, che ti credi.
Sto nel posto che per trent’anni ho scansato, accusato di cafoneria, di piccineria; gente di paese, io non sono come voi, io vado in America, io in mare aperto. Invece no, andata e ritorno, io io io m’ero scordata di liberare l’àncora e la barca è rimbalzata indietro, fionda usata con imperizia che mi ha spaccato la testa, qualche danno pure al molo ma si aggiusta, testa e molo, qui si aggiusta sempre tutto.

Quanto ti fermi, che fai, resterai qua. Non lo so, rispondo, non lo so, intanto aspettiamo che fioriscano i giacinti e poi si vede. Adesso abito nelle mie cose, ma vince il peso degli oggetti.

Giacinto

[Il titolo è un furto ai danni di Amelia Rosselli, C’è come un dolore nella stanza, da Documento, in Poeti italiani del Novecento, a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Mondadori 1990, p. 1003. La citazione in corsivo nel testo è da Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi 2009, p. 14. Nel testo c’è anche una citazione da un film, che non serve precisare. La foto è mia, si può intuire dalla qualità]

Permesso

«Signorina, se aspetta un altro po’, je diventa ‘n carciofo!».
Una non si aspetterebbe mai di ritrovarsi a gambe spalancate nello studio di un ginecologo per sentir esclamare di carciofi. Eppure fu bravo. Fu bravo perché ebbe l’intuizione che, per farmi decidere di avere più a cuore la mia salute di giovane femmina, era necessario servirsi di una minaccia vegetale. Peraltro i carciofi mi fanno pure schifo, ma questo lui non poteva saperlo, si era affidato a un’idea semplice e buona: tra le gambe non ci stanno carciofi, se ce ne trovi uno sei di fronte a un adynaton, una cosa impossibile, una presenza inumana, una moderna elephant woman. Dal momento in cui la voce medica mi iniettò questa idea semplice e buona, mi risolsi di non poter più ignorare il problema, spuntato già da un paio di settimane, forse di più. […]

Continua a leggere “Permesso” su Abbiamo le Prove, 20/01/2014

(Ripubblicato su Vicolo Cannery, 24/01/2014)

Primo Principio della Scrittura Creativa, o Principio dell’Evitabilità

Il Primo Principio della Scrittura Creativa, detto anche Principio dell’Evitabilità, è stato elaborato dall’autrice per uso personale. Tuttavia non è da escludere che la sua applicazione possa risultare valida anche per altri individui interessati al tema e produrre vantaggi per coloro che li frequentano deliberatamente. Non va sottovalutato, dunque, che il Primo Principio della Scrittura Creativa, o Principio dell’Evitabilità, se correttamente applicato, potrebbe addirittura e insperabilmente contribuire a migliorare la qualità della vita umana.

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Prima di metterti a scrivere con il proposito di essere letto – si intende: prima di inspirare rumorosamente e dirti “Oggi potrei scrivere davvero una bella pagina piaciona di uno dei miei progetti e poi farla leggere in giro”, –  assicurati sempre che oggi:

1. Tu sia in grado di riconoscere e valutare l’eventuale divario tra intenzione e risorse a te disponibili.

2. Tu non abbia piuttosto altre incombenze cui potresti dedicare il tuo irragionevole e incontenibile entusiasmo, per esempio un bucato da stendere.

3. Tu non stia erroneamente attribuendo il tuo fermento creativo a potenzialità personali, invece che all’episodio maniacale di un disturbo bipolare.

4. Tu non abbia subìto una prolungata esposizione a personalità creative e/o bipolari disinteressate al Principio e/o soggiornanti nel quartiere Pigneto a Roma.

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Giustificazione del Primo Principio della Scrittura Creativa, o Principio dell’Evitabilità
È meglio concludere la giornata con una pagina rimasta vuota, il bucato accuratamente steso ad asciugare e un certo numero di lettori ancora fiduciosi nei tuoi confronti, piuttosto che concludere la giornata con una pagina scritta male, il bucato che ammuffisce nell’umidità fetida della lavatrice, e un certo numero di lettori che ti prenderebbero volentieri a legnate per la porcata che hai scritto.

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Compendio del Primo Principio della Scrittura Creativa, o Principio dell’Evitabilità
Prima di scrivere per essere letto, assicurati sempre di non poterne proprio fare a meno. E vai a farti una camminata.

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Bibliografia essenziale
Morelle Rouge, Scrivere è un cazzotto in bocca, in «Tornasole», 06.05.2013.

Bromazepam

Ha fatto di tutto, lei, per farmi campare, è il nascere che non ci voleva.
(Louis-Ferdinand Céline, Morte a credito, traduzione di Giorgio Caproni, Garzanti 2013, p. 40)

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La tua ironia, mi dicono, la tua ironia, che pregio la tua ironia.
Certo che alle volte, aggiungono per prudenza, alle volte esageri, il tuo è anche un umorismo di pessimo gusto, sai: non c’è un aspetto comico in ogni cosa. No?, chiedo. No, mi rispondono, e con la testa tirano una linea sotto la parola e poi ci passano sopra più volte – questo, lo facciamo quando non ci fidiamo che la parola basti.

Le tue risorse, mi dicono, le tue risorse, quante sono le tue risorse. Mi caccio allora le mani nelle tasche, ne rovescio il contenuto, si rivelano una moneta da un euro, un fazzoletto di carta appallottolato, un accendino. Queste risorse qua?, chiedo, e intanto cerco il pacchetto di sigarette, così che una delle tre risorse che mi trovo addosso si renda pur utile all’occorrenza. Ecco, lo vedi, lo vedi, te ne tiene sempre di pazziàre.

Di notte il mio pregio non vuole dormire, tiene sveglia pure me. Fa, il mio pregio, quello che io facevo di sera con mia madre, nel tempo in cui le madri sono altissime: mi arrampicavo in cima a lei, le toglievo il sonno. Arrivavo alle sue palpebre chiuse, con due dita ne sollevavo una. Scoprivo il verde giovane di un occhio vigile. Dormi?, chiedevo. Sì dormo, diceva. E mica rimanevo convinta, a guardare quel verde vivo. Passavo dunque a lavorare l’altro occhio, e di qua dormi pure? Lei finalmente diceva: senti un po’, ma tu che intenzioni hai stasera? Sventolavo allora il mio fermo proposito, a bocca larga: giocare, era chiaro. O anche cantare una canzone. O una storia, raccontami una storia. Negoziavamo. Qualche volta era gioco, qualche volta canzone, qualche volta storia, qualche volta urlo spazientito per sedarmi. Finivo dentro un lettino con le sbarre, accostato al letto grande. Di notte l’evasione messa a punto con metodo, un piede qui, un braccio là, un salto neppure pericoloso, e le stavo di nuovo al collo con un grido di conquista (Arriva il folletto!). Una volta sola il piano non riuscì: dormendo non mi ero accorta che lei, la donna che voleva riposare, aveva allontanato il lettino dal lettone. Il grido di conquista abbracciò una fetta di pavimento. Che era piastrella di marmo e non collo di madre, mi fu chiaro per consistenza e temperatura. Cominciai a starmene sveglia per i fatti miei, in compagnia del mio pregio.

Oh l’ironia, dammi un po’ della tua ironia, mi dicono. E poi tu sai raccontare le cose, mi dicono, io leggo sempre quello che scrivi, tu t’inventi bene le storie. Io non m’invento niente, senti questa:
Adesso che ho gli anni buoni per infliggere ad altri la vita (e me ne guardo), ho ricevuto la visita improvvisa di una vecchia amica – abbiamo fatto il liceo insieme, ci smezzavamo la versione di greco, io la prima metà, lei la seconda. Mentre preparavo una tisana per due, mi ha detto «Fai uscire il cane in balcone perché ho paura della toxoplasmosi». Stavo per replicare che non so cos’è la toxoplasmosi però lei lo sa che il cane è vaccinato e poi da quand’è che le è venuta la paura delle malattie? Ma lei non aveva ancora finito di dire. Infatti subito dopo ha dichiarato «So’ incinta». Sono rimasta ferma sotto la luce bianca della cucina, con le tazze bollenti in mano, e lì per lì non mi è venuto da dirle nulla di quello che si dice più spesso a una donna incinta, con quei trilli sovracuti da soprano leggero che sanno fare tante femmine. Il fatto, a dirla tutta, è che lei non sembrava felice, come pure si adoperava per essere. Sollevata, sembrava, sgravidata di un compito, come di una mezza versione di greco. Questo sembrare si è chiarito più tardi, credo, quando mia madre ha commentato la notizia così: «Il suo compagno non mi piace, però sono contenta lo stesso per lei, perché almeno si è assicurata una discendenza». Mi sono accesa una sigaretta con la risorsa che ho sempre in tasca, e ho guardato il fuoco nel camino. Mi è venuto da pensare allo sguardo un po’ spaesato e un po’ scocciato del discendente, quando discende.
Comunque, mi è venuta la curiosità, sono andata a documentarmi: la toxoplasmosi, dice, la possono trasmettere i gatti. I gatti, non i cani.

Oh l’ironia, che pregio irrimediabile l’ironia.
Di sera, adesso, per imbambolarla le canto così: basta un poco di Bromazepam e la palpebra va giù.
Ma ho detto: è un pregio irrimediabile.

La vida es una milonga. Appunti per una storia di tango

Allora, c’è una sala da ballo. Si chiama milonga ed è il posto dove la gente va a ballare il tango argentino. La pista può avere forma circolare o rettangolare, come ti pare, quello che importa è che ci siano sedie lungo i bordi. Se ci sono anche tavoli, va bene pure. È possibile che sui tavoli ci siano dei cestini pieni di caramelle alla menta o alla liquirizia, più improbabile che siano alla frutta. Non avere fretta di chiedere perché il gusto delle caramelle è importante, tieni gli occhi sulla sala. Le luci sono fioche. Non ti piace “fioche”? Nemmeno a me, ci pensiamo un’altra volta, tieni gli occhi sulla sala. Ci sono molti uomini e molte donne di età compresa fra i venti e i settant’anni, ma le persone fra i trenta e i cinquanta sono la maggioranza delle facce che riusciamo a cogliere. Se ci accordiamo di trovarci in una milonga di Roma, allora ci sono molti romani, sì, però lo sai quanta gente si raccoglie a Roma, no? Ci sono anche altri italiani e diversi stranieri, in questo caso argentini, perché è un caso di milonga e gli argentini che passano a Roma vengono qui. È possibile che la distribuzione delle persone in sala appaia così: le donne siedono lungo un lato, gli uomini stanno di fronte, sul lato opposto. È possibile, ho detto. Potrebbe anche essere che donne e uomini siano sparsi in modo casuale. Ma, se vogliamo provare a immaginarci una milonga del tipo più tradizionale, cioè che segua la tradizione delle milonghe di Buenos Aires, allora dovremo fare una sforzo per figurarci una divisione degli spazi basata sul sesso, i maschi di qua, le femmine di là. Non mi andare troppo per il sottile: chi si sente maschio si mette di qua, chi si sente femmina si mette di là, basta che stiamo tutti sereni.

Ci sei? Sì? Bene, mettiti comodo. Queste persone sono qui per ballare il tango. Lo faranno probabilmente fino all’alba o, poiché la milonga apre intorno alle dieci e mezza, almeno fino a mezzanotte, per non buttare i soldi dell’ingresso (in questa milonga, dieci euro). A Roma ci sono anche milonghe pomeridiane, ma sono più frequenti quelle serali, per cui decidiamo che ci troviamo in una situazione ad alta frequenza, e allora è sera. Facciamo che sono passate da poco le undici, la milonga ha aperto le porte da poco, sei d’accordo? Le persone si vanno distribuendo lungo i lati della sala, diverse coppie sono già in pista. Hanno già cenato, e anche chi di sera non beve caffè ne ha preso uno prima di venire o lo sta prendendo adesso al piccolo bar là in fondo, perché la serata sarà lunga. Non importa se non sei ancora in grado di sentire la musica, la metteremo dopo. Dicevamo, queste persone sono qui per ballare il tango. Potresti essere tentato di pensare con ironia: sì, proprio. Ti dirò: sì, proprio. D’accordo, ci sono anche molte persone che sono qui per trovare moglie o marito, o per procurarsi una compagnia gentile che a casa non hanno e che gli manca, o per rimediare un poco di sesso per la settimana, ma quasi nessuna di queste persone sarebbe disposta ad ammetterlo. Questo è vero, come è vero nel caso di cene affollate, festival letterari, circoli di bridge, vernissage, concerti, uso di internet, palestre, passeggiate al parco, spese al supermercato e quasi tutto il resto di quello che facciamo. Dunque vale sempre, perché vale il principio universale che maschio e femmina o maschio e maschio o femmina e femmina vogliono accoppiarsi, e la storia umana si può riassumere in una lunga serie di primitive aderenze tra vari e differenti lembi di carne: c’è qualcuno che vuole entrare in qualcun altro e c’è qualcun altro che vuole far entrare qualcuno. Siamo dei luridi pervertiti che ogni tanto, per ripigliare fiato, si danno una ripulita e discutono di progresso ed evoluzione. Guarda che se la pensi così siamo d’accordo, e se non la pensi così datti un’occhiata in giro. Ma adesso, per ragioni pur non del tutto chiare, decidi che quanto ti stavo dicendo prima è affidabile e assumiamo che la maggioranza delle persone che si trovano in questa milonga è qui per ballare il tango argentino-sì-proprio. Immaginala una motivazione forte, simile a quella dei motociclisti che partecipano a un raduno o, se preferisci, dei giocatori di scacchi, o di quelli che fanno parapendio. Pensa a un’attività che ti piace fare oltre a quella della fornicazione e trovati da solo il riferimento che ti torna più utile, tenendo fermo un unico principio: la gente si vuole accoppiare, in un modo o nell’altro, ma nel frattempo fa pure altre cose divertenti.

Una cosa divertente per chi balla il tango argentino è la musica, che è antica e bellissima. Ci sono persone che, oltre a ballare, fanno pure i musicalizadores, cioè quelli che, per mestiere o per piacere, curano l’intera selezione musicale di una serata in milonga, secondo criteri molto precisi che richiedono una certa competenza, e se ne stanno per tutto il tempo affaccendati dietro a una consolle allo scopo di far ballare gli altri (sì, è come il DJ in una discoteca, con la differenza che il musicalizador conosce approfonditamente oltre un secolo di tradizione musicale e non si dimena, non si agita, non ulula, non sbraccia dietro la consolle per animare la serata, ma eventualmente si limita ad annunciare titolo, genere e compositore dei brani per richiamare l’attenzione degli amanti di questo o quell’altro). Eventualmente puoi pensare a un musicalizador anche come a uno scrittore, se uno scrittore lo vedi così: uno che sceglie con attenzione cosa dire e come dirlo, e ci mette insieme un libro allo scopo di far passare a se stesso e ai lettori un tempo più piacevole sulla terra. Lo vedi quel musicalizador là dietro la consolle, con la camicia scura e le ascelle già pezzate a serata appena iniziata? Quello lì ha passato il suo tempo libero dell’ultima settimana a scegliere e raccogliere la selezione musicale di stasera. L’ha cambiata diverse volte e si è preparato molto materiale di scorta, perché in questa milonga non è mai venuto prima e non conosce i gusti dei clienti abituali, che sa essere molto esigenti. Non affrettarti a tirare conclusioni sul musicalizador: sebbene possa sembrare un povero sfigato, nulla esclude che sia quello che cucca più di tutti a fine serata.

Sì, ma che ballo è il tango argentino? Una cosa di tacchi, calze a rete, rosa in bocca, smorfie di svenimento e languido ancheggiare? No, smonta tutta la scena e, se proprio ci tieni, lascia giusto i tacchi (a lei, perché se li metti a lui non lo fai arrivare nemmeno a metà della pista che si è già sfasciato un malleolo).
Ripensa per un momento ai programmi televisivi dedicati al ballo in cui quasi sicuramente ti sarai imbattuto almeno una volta nella tua vita. Ci devi pensare come ci penserebbe uno che non ha un’esperienza diretta del tango e che probabilmente pescherà nella testa le prime immagini disponibili. In questi show, di solito, ci sono un uomo parecchio impomatato e una donna parecchio smutandata che eseguono una coreografia parecchio prestabilita, spesso parecchio acrobatica, simulando parecchio godimento. Hai presente la scena? Ti piace, non ti piace? Non importa, perché non è quella che ti serve. Sottrai ora i cinque “parecchio”. Li hai sottratti? Bene, mettili da parte per altre occasioni in cui ti potrebbero servire (si sa che prima o poi servono). Adesso fai uno shampo sgrassante alla testa impomatata dell’uomo e rimetti le mutande alla donna – eventualmente gliele sfilerà lui dopo nei camerini, e questi sono fatti loro. Rifalli da capo, abbozza un uomo e una donna che potrebbero essere i tuoi vicini di casa. Coglili in flagranza nella loro bestialità quotidiana. Per esempio, lui potrebbe avere un accenno di forfora tra i capelli o una leggera fioritura di psoriasi sul dorso delle mani, lei una brutta carie o un residuo di bava agli angoli della bocca causata da una lieve scialorrea, lui potrebbe togliersi furtivamente una caccola dal naso, lei con fare indifferente potrebbe passarsi rapidamente le narici vicino all’ascella per verificare la tenuta del deodorante. Va bene, forse così sono troppo brutti, levagli qualcuno di questi dettagli ributtanti, purché tu non li faccia troppo belli. Non barare. Sono solo un uomo e una donna. Immaginali come vuoi, ma non metterli in posa.
Lo hai fatto? Adesso è importante che ti liberi anche da “eseguono una coreografia […] prestabilita”. Sforzati di intuire il seguente codice di comportamento del tango: i due ballano una sequenza di passi e di figure prestabiliti combinandoli in maniera non prestabilita, cioè con ampie concessioni all’improvvisazione. Non c’è coreografia, non c’è partitura, non c’è copione, nemmeno una scaletta decisa prima, facciamo che ci sono appunti: questa è una sacada, questo è un ocho cortado, e ce li piazzo quando mi pare purché in un momento musicale in cui ci possono stare bene. D’accordo, ma che significa? Puoi pensarla così: nella lingua che stiamo usando adesso io e te è prestabilito – nel senso che più o meno ci siamo accordati a considerare  –  che “i due” è il soggetto della frase, che “ballano” è un verbo , che “una sequenza” è oggetto,  e così via fino a “improvvisazione”. Ma ciò che determina il risultato finale della frase è il modo in cui si sceglie di usare e mettere insieme i pezzi che si hanno a disposizione. La chiacchierata che ci facciamo dipende da come vogliamo dire quello che vogliamo dire, e con le parole e le pause collaboriamo per intenderci. Anche il tango funziona più o meno così, come una chiacchierata tra due persone, con tutti gli imprevisti della comunicazione. Dove sta la magagna del tango: l’uomo decide la frase da dire e la dice insieme alla donna, la dicono tutti e due nello stesso momento e insieme ne tengono le parti, lui legifera, orchestra e guida il passo, lei lo riceve, lo interpreta e lo restituisce arricchito del proprio movimento. Insieme lo esprimono. Questo scambio costante di informazioni, però, avviene senza che lei riceva indicazioni suggerite in anticipo nell’orecchio o una gomitata nel fianco. E come accidenti si fa? Si fa che l’uomo e la donna hanno a disposizione unicamente il proprio corpo per dirsi qualche cosa: lembi di carne, respiri, tensioni, odori, sudori. La chiacchierata che si fanno dipende da come si muovono insieme. Se a questo punto non ci hai ancora trovato un legame di parentela con l’accoppiamento, hai un problema. Certo che, nell’accoppiamento, indicazioni suggerite nell’orecchio e gomitate nel fianco ci possono stare, certo che nell’accoppiamento le frasi da dirsi le possono decidere tutti e due, mica solo lui, certo che però ‘sto tango potrebbe suonare parecchio maschilista (lo vedi che un “parecchio” sarebbe tornato utile?). Tieni il certo che vuoi tenere, ma considera il concetto: nell’accoppiamento, qualcuno vuole entrare in qualcun altro, qualcun altro vuole far entrare qualcuno, e di prestabilito c’è solo il corpo che ci è toccato in sorte – lembi di carne, respiri, tensioni, odori, sudori. Non considero la possibilità che tu non convenga con me almeno su questo. Perciò fidati di quello che ti dico del tango: si balla come si scopa.

Immagina adesso l’uomo e la donna di prima, in qualsiasi modo tu li abbia disegnati purché non imbalsamati, nella milonga che abbiamo allestito. Non si conoscono, non si sono mai visti prima di questa sera. Lei è seduta a un tavolo e si è appena cacciata in bocca una caramella alla menta (se hai optato per la liquirizia, va bene lo stesso. Sappi che se invece hai preferito gusti alla frutta, ti stai creando un altro problema, in questo caso un problema di verosimiglianza, perché il tango argentino si balla molto vicini, diciamo più o meno a tiro di bacio, e nessuno ha voglia di respirare un fiato di caramella alla frutta, perché dopo essere stata masticata la frutta non è più fresca, mentre la menta e la liquirizia hanno maggiori speranze di conservare più a lungo l’essenza iniziale. Per questa ragione, sui tavoli delle milonghe ci sono caramelle alla menta o alla liquirizia. Se poi tu la vuoi alla fragola o al limone, fa’ come ti pare, ma dovrai tenerne conto negli sviluppi successivi). Anche lui probabilmente ha una caramella in bocca, ne avrà mangiate già una decina mentre veniva in milonga nel tentativo di ricacciare indietro le esalazioni della peperonata mangiata a cena che nemmeno un doppio lavaggio di denti è riuscito a eliminare del tutto.
Se non possono parlarsi, come fanno i due a dirsi che intenzioni hanno? Con la mirada e il cabeceo. La prima è compito fondamentale della donna, che con lo sguardo percorre tutta la sala e solo con lo sguardo dice: sono pronta. Signori, la signora è pronta, capite? Il secondo è compito fondamentale dell’uomo, che, dopo aver incontrato lo sguardo della donna e aver atteso qualche istante per assicurarsi che la sua disponibilità fosse accordata proprio a lui e non ad altri, la invita al ballo con un lieve cenno della testa. Così nelle milonghe più tradizionali. Poi ci stanno anche le milonghe in cui lui va dritto da lei e le chiede “Vuoi ballare?” e lei accetta tutta sfrigolante oppure rifiuta fingendo un malessere (confronta con gli approcci in ambito più manifestamente erotico e trova le differenze. Trovate? Io no).
Resta aperta la noiosa questione su chi scelga chi, e non bisognerebbe sprecarci troppo tempo a tentare di chiuderla. È l’uomo che con il suo cabeceo decide chi invitare e chi no, è la donna che con la sua mirada decide quale invito accettare e quale no. Ci possono rimanere male tutti e due (lui vorrebbe scegliere una donna che non lo guarda mai, lei vorrebbe scegliere un uomo che non la guarda mai: niente mirada niente cabeceo niente tango). Insomma, sulla faccenda della scelta non stare a ricamarci troppo: lo sguardo è un momento delicato per tutti. Non si sa mai cosa può succedere per un incontro di sguardi, avvenuto o mancato, approfondito o appena intravisto. Per ragionarci un po’, puoi anche farti venire in mente “Le passanti” di De André e rubargli qualcosa, se a questo punto sei stanco e a corto di immaginazione (non ti piace questa canzone di De André? Non ti piace De André? Fatti venire in mente quello che ti piace e lavoralo con le mani aggiungendo farina e lievito precedentemente passati al setaccio). Oppure puoi usare quello che ti è più familiare, quella che si dice “esperienza personale”, a patto di non essere molesto con la tua autobiografia ruttata minuto per minuto.

Materiale, adesso ne hai. Decidi tu se lo sguardo dell’uomo e quello della donna si incontrano e se i due risolvono di farsi un tango insieme. Poi lasciali fare, seguili qualunque cosa facciano, ma tu levati di torno, perché la storia è tra loro due, mica fra voi tre (lo so che però ti piacerebbe, lo vedi che sei anche tu un lurido pervertito pure quando scrivi?). Se ti va, puoi metterci in mezzo anche qualche coltellata, nelle vecchie milonghe si usava così. Scegli un finale, ma stai attento perché, se la storia finisce male, avrai tutta l’antipatia degli entusiasti innamorati, se la storia finisce bene, avrai tutta l’antipatia dei cinici disincantati. Se non scegli un finale, avrai tutta l’antipatia di chi vuole sapere sempre come va a finire la storia; se scegli che una storia non c’è, avrai tutta l’antipatia di chi una storia la esige, e in quest’ultimo caso preparati anche a un’eventuale aggressione sotto casa. È una bella rogna, vero? Mannaggia. Vuoi provarci lo stesso? Dunque deciditi: da chi vuoi essere disprezzato? Non mi dire “Da nessuno” perché allora non ci siamo capiti e abbiamo perso tempo tutti e due. Pensaci e poi comincia a scrivere una storia di tango. Tu, sì, che c’entro io, ti ho dato forse l’impressione di voler scrivere una storia di tango? Io nemmeno mi azzardo, anzi, fuggo da chi vorrebbe scrivere una storia di tango, che storia potrebbe mai essere?

[Rodolfo Lesica y Héctor Varela, Historia de un amor, 1956]

Scena figlia

“Chateaubriand: «Mia madre mi inflisse la vita». Siamo noi ad averli tirati in ballo, letteralmente, trascinandoli su questa pista arroventata” (Valerio Magrelli, Essere padri in ventuno strofe, in AA.VV., Scena padre, Einaudi 2013)

***

Sabato mattina. Mi aggiro per casa in ciabatte e certi brutti pantaloni di lana pesante, con una tazzina di caffè in mano che presto mi rovescio addosso per uno starnuto che non riesco a trattenere. Mia madre sghignazza, mi dice: «Me pire una de lli vecchie de na vodd».  Il commento mi fa un po’ ridere (infatti rido, lei pure) e un po’ incazzare (infatti m’incazzo, lei non se ne accorge). Mi ripulisco dal caffè che mi scola dalle dita e dal naso, ma intanto i conti non mi tornano: come faccio a sembrare a mia madre una di quelle vecchie di una volta, io a lei?
Nel frattempo ha ripreso la sua attività della mattina: sta confezionando non so quale idea giocosa, che consiste nel selezionare e mettere insieme alcune canzoni, secondo un criterio di cui non so, per farci chissà che cosa – mia madre invecchia meglio di me, saltella, canta e gioca. Per fare quello che sta facendo ha bisogno di internet, perciò ha bisogno di un figlio. Mio fratello è ammusonito al tavolo del soggiorno con lei, i due vanno discutendo animatamente dalla mattina presto. Lui sbuffa e le dice non hai capito, questo che vuoi fare tu non si può fare. Lei incalza, si’ proprie uguale a pàrtet’. Non capisco se mio fratello è uguale a mio padre perché sbuffa, perché le ha detto che non ha capito o perché le ha detto che quello che vuole fare lei non si può fare, ma suppongo che sia per tutte e tre le ragioni. I conti non mi tornano neanche adesso, perché di solito sono io ad essere proprie uguale a pàrtm’ (scine, so’ proprie nu crastò). Dunque: se mio fratello (A) è uguale a mio padre (B) e pure io (C) sono uguale a mio padre, allora io e mio fratello siamo uguali?
Lo guardo mentre sacramenta con un filo di voce bassa trattenuta tra i denti e fa quel gesto che fa da quando era bambino: si tiene un ricciolo di capelli tra le dita e ne strofina le punte tra il pollice e l’indice, oppure le tamburella soltanto. Lo faceva quando con una mano sola teneva il biberon incollato alla bocca, e lo fa adesso che lavora come ingegnere informatico a progetto e porta la barba. Mi pare di intuire che la sola uguaglianza certa tra A, B e C, che un poco mi rassicura, stia nel gusto per il sacramentare abruzzese – compilo elenchi mentali di repertori e li aggiorno col puntiglio tenace di uno storico della lingua.

Bevo il poco caffè che è rimasto nella tazzina, resto in piedi, attendo la scena seguente. Che si rivela poco dopo: i due adesso stanno litigando. Mia madre a un certo punto dice quello che dice sempre ai figli a un certo punto: «Ma non era meglio se quella sera me ne andavo al cinema?». Mentre mi accendo una sigaretta, mi scopro a pensare per la prima volta che la spinosa questione chiede ormai un chiarimento: che cazzo di film davano al cinema in quegli anni, ché mia madre non ci andava mai a vederli? Mi propongo di fare una rapida ricerca nel pomeriggio. Potrei scoprire che mio fratello è nato a causa di una programmazione nelle sale cinematografiche del centro Italia che mia madre, evidentemente in accordo con mio padre, giudicava poco soddisfacente. Inaspettatamente lui le risponde: «Era meglio se ci andavi almeno due sere», e nello stesso momento guarda me. Lì per lì quella frustata d’occhi mi arriva come una gomitata nello stomaco – io e mio fratello ce le davamo di santa ragione, quando eravamo ragazzini e io ancora ce la facevo a suonargliele. La sorprendente deviazione oculare dalla destinataria della frase (sua madre) alla destinataria dello sguardo (sua sorella) mi confonde, per un momento ho una sensazione simile a quella che si prova quando uno strabico parla e tu non hai capito se sta parlando con te o con un altro che sta lì. Dovrei forse dire qualche cosa? Mio fratello, secondogenito di un uomo e una donna che da giovani non andavano al cinema, mi sta invitando a partecipare alla conversazione, magari a fare un altro caffè e berlo tutti e tre insieme mentre discutiamo dei film che non piacevano a mia madre e a mio padre?

Il fatto è che non so più a chi somiglio, perché in effetti, tra come avrei reagito in passato in una circostanza come questa – afferrare mio fratello per quei suoi capelli ricci con le punte tutte arrastate, e rotearlo per aria con il desiderio di lanciarlo ad abbracciare la credenza del soggiorno o l’albero di cachi nel giardino –  e quello che mi viene da fare e faccio adesso (niente) è passato un tempo che ho sentito lungo, durante il quale ho cominciato a rovesciarmi il caffè addosso e a lasciar perdere i conti che non tornano, come per un’abitudine alla distrazione. Mi è sfuggito il tempo in mezzo, in cui non c’ero, di cui non so, non mi ricordo. La provocazione strabica di mio fratello me la guardo adesso come un oggetto che ti capita in mezzo ai piedi mentre cammini per casa, che non riconosci subito e ti fa dire “Questo che ci fa qua, che è?”, ma poi lo sposti di lato, senza raccoglierlo, per trasandatezza (che vuoi che sia, ‘na chincaglieria di famiglia che ti fa quasi piacere lasciare dove sta).
Ignoro perché, secondo lui, nostra madre da giovane sarebbe dovuta andare al cinema almeno due volte, eppure mi trovo addosso il sentimento di un pieno accordo d’opinione in proposito. Per questo, forse, lascio in soggiorno i due, che adesso si rimbrottano per gioco (lo vedi che era ‘na chincaglieria di famiglia?). Me ne vado in cucina e chiedo se vogliono pure loro un altro caffè, una mi dice di no, l’altro mi dice di sì poi ci ripensa e dice no ché ha bruciore di stomaco, e intanto seguitano a chiamarmi ridendo, con la voglia di rimettermi in mezzo, di discutere con loro la questione del cinema, destinata a rimanere aperta pure oggi, come ci piace.

It must be nice to disappear

Mia madre stira quasi ogni giorno, quando torna da scuola.
Lo fa nel tardo pomeriggio, non appena fuori comincia a scurire. Si mette le pantofole e una vecchia tuta, si prepara una tazza di tè al limone, apre la tavola da stiro nel soggiorno, rientra i panni. Così dice lei: mò rientro i panni. Vale a dire: recupera una cospicua mole di biancheria precedentemente stesa ad asciugare in balcone, la porta in casa e la dispone con cura sul tavolo e sulle sedie del soggiorno. Compie ciascuno di questi gesti con una meticolosità rituale, frutto di metodo ed esperienza. […]

Continua a leggere “It must be nice to disappear” su Vicolo Cannery, 29/11/2013

Terra terra

«Sarebbe un grave danno per noi se lei ci lasciasse».
«In che senso?», chiedo esagerando la perplessità del tono e dello sguardo. Sorride, sorrido.
«Abbiamo ordinato una lavagna nuova. – continua – Come quelle che piacciono a lei: grandi e bianche. Non dovrà più usare questo… come si chiama?». Si strofina i polpastrelli e si carica sopra la faccia un’espressione disgustata (gli viene benissimo).
«Gesso».
«Gesso. Non dovrà più usare il gesso. Troverà una collezione di quelle penne colorate che non so come si chiamano».
«Io li chiamo pennarelli, poi non lo so se hanno un nome più preciso».
«Ecco. Lavagna nuova e pennarelli. E anche una migliore connessione internet per le sue esercitazioni online! Questa per lei è una buona motivazione a restare con noi?».
Sorrido, sorride. Non dico niente, ma penso ai sei o sette contratti di collaborazione a progetto che negli ultimi quattro anni ho firmato con questa gente. Sono sicura che ci pensa anche lui. Infatti subito dopo si fa serio come si fanno seri i tedeschi del suo ambiente (s’ingessano). Ci salutiamo rimandando le nostre conclusioni alla formalità delle e-mail.

Non scrivo da qualche mese. A chi mi ha chiesto perché – c’è sempre qualcuno che si premura di chiederti perché non fai più una cosa che prima facevi – ho detto che ultimamente ho avuto poco tempo. Che è pure vero, ma non è la ragione per cui non ho più scritto. La ragione per cui non ho più scritto è che non ho avuto visite. Pensieri inespressi, tanti: ma mica ogni pensiero che ti visita è buono da scrivere (certi pensieri non sono buoni nemmeno da pensare). Però ho letto quelli degli altri, che è sempre meglio. Ho letto l’ultimo libro di Antonio Pascale, che pare non stia piacendo molto in giro e invece a me è piaciuto tanto: bello, bellissimo, con quei “Mannaggia” al posto giusto (leggere il capitolo Biosentimenti. Vorrei citarne qui un passo, ma per il mio compleanno ho ricevuto in regalo un Kindle e da allora ritrovare le cose importanti, quelle a cui m’affeziono, è diventato più difficile del solito, e io lo sapevo, lo sapevo che sarebbe andata così). Ha scelto una lingua semplice, Pascale, terra terra. Anche per questo mi è piaciuto.

Secondo me, alle volte, uno ha bisogno di pensieri terra terra. Cioè: detti terra terra. Per esempio: “La lavagna nuova ve la potete infilare nel culo, che forse per voi non è manco tanto spiacevole”. Insomma, un pensiero così: semplice e chiaro per tutti. Magari all’apparenza poco sorvegliato, d’accordo, ma d’altra parte quando uno dice “terra terra” che si figura? (e quale sarà il contrario di “terra terra”? “cielo cielo”? Non lo so, comunque a me piace molto anche leggere le cose cielo cielo, eh. Bravissimi, gli scrittori cielo cielo. Chissà come campano).
Solo che, se non sei Pascale, un poco di paura a dire le cose terra terra ti viene – dovessi mai perdere quel centinaio di lettori del tuo blog. Perché pure per scrivere le cose terra terra, che credete, ci vuole un sacco di tempo. Tempo e pazienza. Più di tutto, però, ci vuole uno stato di grazia. Si capisce che uno che venga motivato con una lavagna grande e bianca non è in uno stato di grazia, nemmeno provvisorio, nemmeno fortuito.

Ogni frase è un trasloco. Stabilisci l’essenziale: sgrossa, sottrai, sbarazzati degli orpelli, butta quello che non serve, fatti i conti in tasca, prova a starci dentro. Finisce che certe volte ti scocci e ti sistemi come capita, soprattutto se tieni già altre rogne. Allora facciamo così: Tornasole si prende ufficialmente una pausa per lavori di ristrutturazione. Un mese, due mesi, sei mesi, un anno, quello che ci vuole.

Quando tornano i pensieri buoni da scrivere, li scrivo. Voi intanto fatemi un favore: se non lo avete ancora fatto, leggetevi l’ultimo libro di Pascale e fatevi vivi solo se v’è piaciuto. Se invece lo avete già letto e non v’è piaciuto, va bene, spiegatemi soltanto come si fa ad andare all’indice del libro sul Kindle.