Io voglio mangiare

Facci caso. Tua madre, quando guarda un film, vuole una storia, una storia comprensibile e verosimile, con un ritmo né troppo lento né troppo veloce. Guai se il finale non si capisce. La storia deve avere un capo e una coda, qua le cose devono essere chiare, ché già la vita è oscura. Lei, poi, preferisce le storie che finiscono bene, per lo stesso principio inevitabile dell’oscurità delle nostre esistenze.
L’altro giorno, dopo essere stata al cinema a vedere l’ultimo film di Ozpetek, le hai consigliato di andare a vederlo, che forse quello le poteva piacere.
– La storia si capisce bene.
– Eh, sarà uno di quei film noiosi che piacciono a te.
– No, non è uno di quei film noiosi che piacciono a me, giuro.
– Di che parla?
– Parla dell’amore tra una ragazza e un ragazzo.
– Finisce bene o finisce male?
– Ma che te ne importa come finisce?
– Mi importa eccome. Avanti: finisce bene o male?
– Mah… non saprei dirtelo, c’è del bene, c’è del male.
– Sempre le risposte tue. Muore qualcuno sì o no?
– Sì, muore qualcuno. Ma mica succede solo questo, la gente muore sempre.
– Ma fa più piangere o più ridere?
– Suppongo più piangere, comunque ognuno al cinema piange per le ragioni sue.
– E io perché dovrei andare a piangere al cinema quando posso piangere per le ragioni mie qua a casa, gratis?
Donna sempre coerente, è stata disposta a pagare un biglietto solo per andare a vedere l’ultimo di Verdone, perché con lui si ride sicuro e, anche se qui e là c’è un po’ di amaro, alla fine si aggiusta tutto. Gli altri film se li guarda sempre a casa, su Sky, così può cambiare subito canale se si corre il rischio di piangere o, peggio ancora, di annoiarsi.
Hai tentato un approccio a La grande bellezza, quando lo hanno dato in televisione. Questo te lo devi proprio vedere, le hai detto. Lei si fida sempre di te anche se sa che ti piacciono spesso i film noiosi, è straordinaria la cieca mansuetudine con cui ti si affida, oggi che non è più giovane e le vostre stature si sono invertite. Nemmeno mezz’ora dopo l’inizio del film ha urlato:
– Ma che mi rappresenta ‘sta storia qua?
Si è alzata dal divano e se n’è andata a letto con la Settimana Enigmistica sotto il braccio.
Le parole crociate senza schema sono quelle che le piacciono di più, ne risolve a decine con gli occhiali sul naso, né si fa spaventare dagli incroci obbligati sillabici, Ghilardi e Bartezzaghi la fanno dannare ma non prende sonno finché non ne viene a capo, per i rebus ci vogliono pochi minuti, le cornici concentriche giusto quando è stanca, il critto-incastro quando va in bagno, le parole crociate della copertina nemmeno le guarda ché quelle sono per i principianti (le lascia a te).
– Tutto ‘sto polverone intorno a La meravigliosa bellezza io non l’ho capito. – ti dice il giorno dopo mentre fate colazione.
Tu non riesci nemmeno a correggerle il titolo, non te la senti proprio, mangi biscotti. Gli sparuti, incostanti sprazzi di bellezza che emana tua madre, quando la mattina presto beve il caffè in cucina e con grazia semplice si sbarazza di uno dei film più discussi della storia del cinema, quasi fosse una ciocca di capelli finita sugli occhi: come si racconta, questa portentosa minuzia di un mattino in una casa qualunque?

Tua madre, di una storia, vuole un capo, una coda, e carne in mezzo. Ti racconta The Words.
– Quello con Geremì Àironz. Questo te lo devi proprio vedere! Allora: è la storia di uno scrittore che non riesce a diventare famoso perché nessuno gli pubblica il suo libro, e lui s’avvilisce, pover’uomo, la moglie gli sta vicino ma lui niente da fare, è sconfortato, poi un giorno trova un manoscritto dentro una valigetta, ma il resto non te lo racconto sennò che gusto c’è se sai già tutta la storia.
– Ma un film, o un libro, non è mica solo la storia.
– E no! – ti interrompe subito lei con fermezza, – Non mi scocciare con le tue solite teorie!
Le tue solite teorie te le disegna in aria con uno sfarfallio confuso di mani, prima di concludere:
– La storia è la cosa più importante.
La storia è la cosa più importante, dice, ma l’altro giorno tu stavi guardando quel film di Resnais e lei passava di lì con lo straccio in mano. Si è fermata per un momento, ha guardato sì e no un minuto, in piedi vicino alla porta.
– Questo è un film francese, vero?
– Da cosa lo noti? – le hai chiesto senza nascondere una punta di fastidio.
– I film francesi si riconoscono subito.
– Ah sì, e da che cosa? – Volevi metterla alla prova, ormai più indispettita che curiosa.
– Mah, da quei dialoghi fitti fitti, e poi quei silenzi interminabili, quell’umorismo che capiscono solo loro, quei colori scuri, e tutte quelle inquadrature pallose.
Oh, come ti sei sentita la gola secca, mentre tua madre si allontanava riprendendo a spolverare mobili.
Lo vedi? Tua madre che vuole una storia, tua madre che non ha finito di leggere nemmeno uno dei romanzi pallosi che le hai regalato, tua madre che se La grande bellezza fosse stato un libro lo avrebbe scaraventato contro il muro dopo le prime tre pagine, fiuta un odore di film francese in meno di un minuto. Tu no, non sempre. Lei sì, sempre. Il suo occhio ineducato, scampato al danno irrimediabile degli studi e al vizio erosivo delle frequentazioni colte, si è addestrato da solo per anni, è il più attento di tutti, il solo che un autore dovrebbe veramente considerare.
Non sai spiegarti come succede. A volte ci provi, a spiegartelo. Prendi tuo zio Gianni, per esempio, anche se non sai che c’entra adesso la storia di tuo zio Gianni.

Faceva il cuoco in un ristorante di quelli raffinati, e anche lui era un cuoco raffinato perché da giovane, partito con lo stomaco che gli traboccava di pane e cipolla, aveva studiato in una scuola prestigiosa, viaggiato, conosciuto, osservato, annusato, assaggiato, toccato. Era finito a preparare quei piatti dai nomi lunghissimi che avevano sopra una forchettata di tagliolini fatti a mano, adagiati su un letto di non so che cosa, accompagnati con un’emulsione di qualcos’altro e spolverati con una granella di qualcos’altro ancora. Il risultato era indiscutibilmente bello da guardare, buono da degustare. I clienti abituali di quel ristorante lo apprezzavano tanto da essere disposti a pagare regolarmente cifre ragguardevoli. Poi un giorno si presentò nel locale un cliente nuovo, che ordinò questo piatto di tagliolini di cui gli era giunta notizia. Quando si trovò sul suo tavolo l’opera di zio Gianni, tagliolini, letto, emulsione, granella, rimase a guardarla in silenzio. Non toccò il piatto, non sollevò neppure le posate. Chiese di poter parlare con lo chef. Zio Gianni, con il garbo che gli avevano insegnato, si affrettò a uscire dalla cucina per capire il problema e informarsi sulle preferenze del cliente. Quello gli disse: io voglio mangiare. Zio Gianni allora tornò in cucina e gli preparò un’abbondante porzione di rigatoni annegati in un ragù di carne come lo facevano al paese suo, e gliela servì personalmente. Finito di mangiare, il cliente si volle complimentare con lui. Zio Gianni uscì di nuovo dalla cucina, si pulì le mani nel grembiule, lo ringraziò per i complimenti e poi gli suggerì di non tornare mai più in quel ristorante. Gli indicò una trattoria verso il mare. Se vuole satollarsi, – gli disse pure – là fanno i piatti come li vuole lei. Zio Gianni venne licenziato in capo a una settimana. Pover’uomo, disse tua madre.

– Stasera cucina tu, sono stanca. Fammi quella zuppa buona che hai mangiato a Parigi.
– Va bene. Ma guarda che è un piatto francese, eh.
– Che? ‘Na zuppa di cipolle? È un piatto semplice per chi tiene fame, e tu sei andata a pagarlo quindici euro in un ristorante di Parigi.
Piangi in cucina, ed è perché affetti cipolle. Prepari la soupe à l’oignon per te e tua madre, e pensi: dentro ci stanno brodo di bestia, bulbo di terra, crosta di pane.
– Dopo cena guardiamo un film? – ti chiede lei dal soggiorno. Senti un frusciare di fogli spaginati, giusto il tempo di una cornice concentrica da risolvere sulla Settimana Enigmistica prima di apparecchiare la tavola.
– Sì. Stasera lo scegli tu.
– Meno male! Pensavo che mi toccava rivedere quel film coreano dove lui e lei vanno in giro a mangiare e dormire e farsi la doccia nelle case disabitate, e poi lui prende a mazzate il marito di lei con una mazza da golf, e alla fine non si sa come diventa una specie di uomo invisibile, e continua a vivere con lei senza che nessuno lo vede più, e quella lì con una faccia da madonna sofferente non dice mai una parola per tutto il film. Ma che mi rappresenta ‘sta storia qua?

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