La bella principianza

Scavalcami.
Ti suggeriva, ti invitava, ti chiedeva? Sulla pista da ballo la sua gamba destra, inattesa, sbarrava il passo ancora incerto del tuo piede sinistro, mentre dentro a un bisbiglio lui ti diceva: scavalcami. Lo scavalcasti e, mentre lo facevi, il corpo memorizzava un’informazione nuova che non avresti più dovuto chiedere in seguito. Presto avresti imparato che, in quella sera da principiante, avevi messo in musica la tua prima parada. Ti pareva di avvertire una specie di nostalgia preventiva, la rivelazione del momento in cui non saresti stata più una principiante. Bella, la principianza. Il diritto indiscusso all’errore, lo spazio franco dell’azione sgravata dalla responsabilità dell’esperienza, il privilegio della giovinezza impreparata: la principianza legittimava nuovi debutti di vita.
Questo fu per te il tango argentino.

Molto tempo prima – quanti anni sono? – al tuo imene fu bisbigliato: cristo santo, sei stretto come una griglia! (ti venne in mente una rete di filo spinato, o forse la graticola del barbecue). Le maglie serrate della griglia vennero allentate con ostinazione maldestra di ragazzo. Sul cotone bianco della tua adolescenza, piccole chiazze come di arancia rossa. Non fece né male né bene, pensasti: tutto qui? Così le mani, così la bocca: tutto qui? I mesi successivi li passasti a chiederti se fosse possibile essere ricucita, tornare alla principianza per ricreare l’esordio, riformarlo. No, non si poteva. Si poteva solo avanzare. […]

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Agenzia Letteraria Vicolo Cannery, 13/06/2014

(come sempre, grazie a Tommaso Giagni, che scioglie i miei dubbi e me ne annoda altri)

La vida es una milonga. Appunti per una storia di tango

Allora, c’è una sala da ballo. Si chiama milonga ed è il posto dove la gente va a ballare il tango argentino. La pista può avere forma circolare o rettangolare, come ti pare, quello che importa è che ci siano sedie lungo i bordi. Se ci sono anche tavoli, va bene pure. È possibile che sui tavoli ci siano dei cestini pieni di caramelle alla menta o alla liquirizia, più improbabile che siano alla frutta. Non avere fretta di chiedere perché il gusto delle caramelle è importante, tieni gli occhi sulla sala. Le luci sono fioche. Non ti piace “fioche”? Nemmeno a me, ci pensiamo un’altra volta, tieni gli occhi sulla sala. Ci sono molti uomini e molte donne di età compresa fra i venti e i settant’anni, ma le persone fra i trenta e i cinquanta sono la maggioranza delle facce che riusciamo a cogliere. Se ci accordiamo di trovarci in una milonga di Roma, allora ci sono molti romani, sì, però lo sai quanta gente si raccoglie a Roma, no? Ci sono anche altri italiani e diversi stranieri, in questo caso argentini, perché è un caso di milonga e gli argentini che passano a Roma vengono qui. È possibile che la distribuzione delle persone in sala appaia così: le donne siedono lungo un lato, gli uomini stanno di fronte, sul lato opposto. È possibile, ho detto. Potrebbe anche essere che donne e uomini siano sparsi in modo casuale. Ma, se vogliamo provare a immaginarci una milonga del tipo più tradizionale, cioè che segua la tradizione delle milonghe di Buenos Aires, allora dovremo fare una sforzo per figurarci una divisione degli spazi basata sul sesso, i maschi di qua, le femmine di là. Non mi andare troppo per il sottile: chi si sente maschio si mette di qua, chi si sente femmina si mette di là, basta che stiamo tutti sereni.

Ci sei? Sì? Bene, mettiti comodo. Queste persone sono qui per ballare il tango. Lo faranno probabilmente fino all’alba o, poiché la milonga apre intorno alle dieci e mezza, almeno fino a mezzanotte, per non buttare i soldi dell’ingresso (in questa milonga, dieci euro). A Roma ci sono anche milonghe pomeridiane, ma sono più frequenti quelle serali, per cui decidiamo che ci troviamo in una situazione ad alta frequenza, e allora è sera. Facciamo che sono passate da poco le undici, la milonga ha aperto le porte da poco, sei d’accordo? Le persone si vanno distribuendo lungo i lati della sala, diverse coppie sono già in pista. Hanno già cenato, e anche chi di sera non beve caffè ne ha preso uno prima di venire o lo sta prendendo adesso al piccolo bar là in fondo, perché la serata sarà lunga. Non importa se non sei ancora in grado di sentire la musica, la metteremo dopo. Dicevamo, queste persone sono qui per ballare il tango. Potresti essere tentato di pensare con ironia: sì, proprio. Ti dirò: sì, proprio. D’accordo, ci sono anche molte persone che sono qui per trovare moglie o marito, o per procurarsi una compagnia gentile che a casa non hanno e che gli manca, o per rimediare un poco di sesso per la settimana, ma quasi nessuna di queste persone sarebbe disposta ad ammetterlo. Questo è vero, come è vero nel caso di cene affollate, festival letterari, circoli di bridge, vernissage, concerti, uso di internet, palestre, passeggiate al parco, spese al supermercato e quasi tutto il resto di quello che facciamo. Dunque vale sempre, perché vale il principio universale che maschio e femmina o maschio e maschio o femmina e femmina vogliono accoppiarsi, e la storia umana si può riassumere in una lunga serie di primitive aderenze tra vari e differenti lembi di carne: c’è qualcuno che vuole entrare in qualcun altro e c’è qualcun altro che vuole far entrare qualcuno. Siamo dei luridi pervertiti che ogni tanto, per ripigliare fiato, si danno una ripulita e discutono di progresso ed evoluzione. Guarda che se la pensi così siamo d’accordo, e se non la pensi così datti un’occhiata in giro. Ma adesso, per ragioni pur non del tutto chiare, decidi che quanto ti stavo dicendo prima è affidabile e assumiamo che la maggioranza delle persone che si trovano in questa milonga è qui per ballare il tango argentino-sì-proprio. Immaginala una motivazione forte, simile a quella dei motociclisti che partecipano a un raduno o, se preferisci, dei giocatori di scacchi, o di quelli che fanno parapendio. Pensa a un’attività che ti piace fare oltre a quella della fornicazione e trovati da solo il riferimento che ti torna più utile, tenendo fermo un unico principio: la gente si vuole accoppiare, in un modo o nell’altro, ma nel frattempo fa pure altre cose divertenti.

Una cosa divertente per chi balla il tango argentino è la musica, che è antica e bellissima. Ci sono persone che, oltre a ballare, fanno pure i musicalizadores, cioè quelli che, per mestiere o per piacere, curano l’intera selezione musicale di una serata in milonga, secondo criteri molto precisi che richiedono una certa competenza, e se ne stanno per tutto il tempo affaccendati dietro a una consolle allo scopo di far ballare gli altri (sì, è come il DJ in una discoteca, con la differenza che il musicalizador conosce approfonditamente oltre un secolo di tradizione musicale e non si dimena, non si agita, non ulula, non sbraccia dietro la consolle per animare la serata, ma eventualmente si limita ad annunciare titolo, genere e compositore dei brani per richiamare l’attenzione degli amanti di questo o quell’altro). Eventualmente puoi pensare a un musicalizador anche come a uno scrittore, se uno scrittore lo vedi così: uno che sceglie con attenzione cosa dire e come dirlo, e ci mette insieme un libro allo scopo di far passare a se stesso e ai lettori un tempo più piacevole sulla terra. Lo vedi quel musicalizador là dietro la consolle, con la camicia scura e le ascelle già pezzate a serata appena iniziata? Quello lì ha passato il suo tempo libero dell’ultima settimana a scegliere e raccogliere la selezione musicale di stasera. L’ha cambiata diverse volte e si è preparato molto materiale di scorta, perché in questa milonga non è mai venuto prima e non conosce i gusti dei clienti abituali, che sa essere molto esigenti. Non affrettarti a tirare conclusioni sul musicalizador: sebbene possa sembrare un povero sfigato, nulla esclude che sia quello che cucca più di tutti a fine serata.

Sì, ma che ballo è il tango argentino? Una cosa di tacchi, calze a rete, rosa in bocca, smorfie di svenimento e languido ancheggiare? No, smonta tutta la scena e, se proprio ci tieni, lascia giusto i tacchi (a lei, perché se li metti a lui non lo fai arrivare nemmeno a metà della pista che si è già sfasciato un malleolo).
Ripensa per un momento ai programmi televisivi dedicati al ballo in cui quasi sicuramente ti sarai imbattuto almeno una volta nella tua vita. Ci devi pensare come ci penserebbe uno che non ha un’esperienza diretta del tango e che probabilmente pescherà nella testa le prime immagini disponibili. In questi show, di solito, ci sono un uomo parecchio impomatato e una donna parecchio smutandata che eseguono una coreografia parecchio prestabilita, spesso parecchio acrobatica, simulando parecchio godimento. Hai presente la scena? Ti piace, non ti piace? Non importa, perché non è quella che ti serve. Sottrai ora i cinque “parecchio”. Li hai sottratti? Bene, mettili da parte per altre occasioni in cui ti potrebbero servire (si sa che prima o poi servono). Adesso fai uno shampo sgrassante alla testa impomatata dell’uomo e rimetti le mutande alla donna – eventualmente gliele sfilerà lui dopo nei camerini, e questi sono fatti loro. Rifalli da capo, abbozza un uomo e una donna che potrebbero essere i tuoi vicini di casa. Coglili in flagranza nella loro bestialità quotidiana. Per esempio, lui potrebbe avere un accenno di forfora tra i capelli o una leggera fioritura di psoriasi sul dorso delle mani, lei una brutta carie o un residuo di bava agli angoli della bocca causata da una lieve scialorrea, lui potrebbe togliersi furtivamente una caccola dal naso, lei con fare indifferente potrebbe passarsi rapidamente le narici vicino all’ascella per verificare la tenuta del deodorante. Va bene, forse così sono troppo brutti, levagli qualcuno di questi dettagli ributtanti, purché tu non li faccia troppo belli. Non barare. Sono solo un uomo e una donna. Immaginali come vuoi, ma non metterli in posa.
Lo hai fatto? Adesso è importante che ti liberi anche da “eseguono una coreografia […] prestabilita”. Sforzati di intuire il seguente codice di comportamento del tango: i due ballano una sequenza di passi e di figure prestabiliti combinandoli in maniera non prestabilita, cioè con ampie concessioni all’improvvisazione. Non c’è coreografia, non c’è partitura, non c’è copione, nemmeno una scaletta decisa prima, facciamo che ci sono appunti: questa è una sacada, questo è un ocho cortado, e ce li piazzo quando mi pare purché in un momento musicale in cui ci possono stare bene. D’accordo, ma che significa? Puoi pensarla così: nella lingua che stiamo usando adesso io e te è prestabilito – nel senso che più o meno ci siamo accordati a considerare  –  che “i due” è il soggetto della frase, che “ballano” è un verbo , che “una sequenza” è oggetto,  e così via fino a “improvvisazione”. Ma ciò che determina il risultato finale della frase è il modo in cui si sceglie di usare e mettere insieme i pezzi che si hanno a disposizione. La chiacchierata che ci facciamo dipende da come vogliamo dire quello che vogliamo dire, e con le parole e le pause collaboriamo per intenderci. Anche il tango funziona più o meno così, come una chiacchierata tra due persone, con tutti gli imprevisti della comunicazione. Dove sta la magagna del tango: l’uomo decide la frase da dire e la dice insieme alla donna, la dicono tutti e due nello stesso momento e insieme ne tengono le parti, lui legifera, orchestra e guida il passo, lei lo riceve, lo interpreta e lo restituisce arricchito del proprio movimento. Insieme lo esprimono. Questo scambio costante di informazioni, però, avviene senza che lei riceva indicazioni suggerite in anticipo nell’orecchio o una gomitata nel fianco. E come accidenti si fa? Si fa che l’uomo e la donna hanno a disposizione unicamente il proprio corpo per dirsi qualche cosa: lembi di carne, respiri, tensioni, odori, sudori. La chiacchierata che si fanno dipende da come si muovono insieme. Se a questo punto non ci hai ancora trovato un legame di parentela con l’accoppiamento, hai un problema. Certo che, nell’accoppiamento, indicazioni suggerite nell’orecchio e gomitate nel fianco ci possono stare, certo che nell’accoppiamento le frasi da dirsi le possono decidere tutti e due, mica solo lui, certo che però ‘sto tango potrebbe suonare parecchio maschilista (lo vedi che un “parecchio” sarebbe tornato utile?). Tieni il certo che vuoi tenere, ma considera il concetto: nell’accoppiamento, qualcuno vuole entrare in qualcun altro, qualcun altro vuole far entrare qualcuno, e di prestabilito c’è solo il corpo che ci è toccato in sorte – lembi di carne, respiri, tensioni, odori, sudori. Non considero la possibilità che tu non convenga con me almeno su questo. Perciò fidati di quello che ti dico del tango: si balla come si scopa.

Immagina adesso l’uomo e la donna di prima, in qualsiasi modo tu li abbia disegnati purché non imbalsamati, nella milonga che abbiamo allestito. Non si conoscono, non si sono mai visti prima di questa sera. Lei è seduta a un tavolo e si è appena cacciata in bocca una caramella alla menta (se hai optato per la liquirizia, va bene lo stesso. Sappi che se invece hai preferito gusti alla frutta, ti stai creando un altro problema, in questo caso un problema di verosimiglianza, perché il tango argentino si balla molto vicini, diciamo più o meno a tiro di bacio, e nessuno ha voglia di respirare un fiato di caramella alla frutta, perché dopo essere stata masticata la frutta non è più fresca, mentre la menta e la liquirizia hanno maggiori speranze di conservare più a lungo l’essenza iniziale. Per questa ragione, sui tavoli delle milonghe ci sono caramelle alla menta o alla liquirizia. Se poi tu la vuoi alla fragola o al limone, fa’ come ti pare, ma dovrai tenerne conto negli sviluppi successivi). Anche lui probabilmente ha una caramella in bocca, ne avrà mangiate già una decina mentre veniva in milonga nel tentativo di ricacciare indietro le esalazioni della peperonata mangiata a cena che nemmeno un doppio lavaggio di denti è riuscito a eliminare del tutto.
Se non possono parlarsi, come fanno i due a dirsi che intenzioni hanno? Con la mirada e il cabeceo. La prima è compito fondamentale della donna, che con lo sguardo percorre tutta la sala e solo con lo sguardo dice: sono pronta. Signori, la signora è pronta, capite? Il secondo è compito fondamentale dell’uomo, che, dopo aver incontrato lo sguardo della donna e aver atteso qualche istante per assicurarsi che la sua disponibilità fosse accordata proprio a lui e non ad altri, la invita al ballo con un lieve cenno della testa. Così nelle milonghe più tradizionali. Poi ci stanno anche le milonghe in cui lui va dritto da lei e le chiede “Vuoi ballare?” e lei accetta tutta sfrigolante oppure rifiuta fingendo un malessere (confronta con gli approcci in ambito più manifestamente erotico e trova le differenze. Trovate? Io no).
Resta aperta la noiosa questione su chi scelga chi, e non bisognerebbe sprecarci troppo tempo a tentare di chiuderla. È l’uomo che con il suo cabeceo decide chi invitare e chi no, è la donna che con la sua mirada decide quale invito accettare e quale no. Ci possono rimanere male tutti e due (lui vorrebbe scegliere una donna che non lo guarda mai, lei vorrebbe scegliere un uomo che non la guarda mai: niente mirada niente cabeceo niente tango). Insomma, sulla faccenda della scelta non stare a ricamarci troppo: lo sguardo è un momento delicato per tutti. Non si sa mai cosa può succedere per un incontro di sguardi, avvenuto o mancato, approfondito o appena intravisto. Per ragionarci un po’, puoi anche farti venire in mente “Le passanti” di De André e rubargli qualcosa, se a questo punto sei stanco e a corto di immaginazione (non ti piace questa canzone di De André? Non ti piace De André? Fatti venire in mente quello che ti piace e lavoralo con le mani aggiungendo farina e lievito precedentemente passati al setaccio). Oppure puoi usare quello che ti è più familiare, quella che si dice “esperienza personale”, a patto di non essere molesto con la tua autobiografia ruttata minuto per minuto.

Materiale, adesso ne hai. Decidi tu se lo sguardo dell’uomo e quello della donna si incontrano e se i due risolvono di farsi un tango insieme. Poi lasciali fare, seguili qualunque cosa facciano, ma tu levati di torno, perché la storia è tra loro due, mica fra voi tre (lo so che però ti piacerebbe, lo vedi che sei anche tu un lurido pervertito pure quando scrivi?). Se ti va, puoi metterci in mezzo anche qualche coltellata, nelle vecchie milonghe si usava così. Scegli un finale, ma stai attento perché, se la storia finisce male, avrai tutta l’antipatia degli entusiasti innamorati, se la storia finisce bene, avrai tutta l’antipatia dei cinici disincantati. Se non scegli un finale, avrai tutta l’antipatia di chi vuole sapere sempre come va a finire la storia; se scegli che una storia non c’è, avrai tutta l’antipatia di chi una storia la esige, e in quest’ultimo caso preparati anche a un’eventuale aggressione sotto casa. È una bella rogna, vero? Mannaggia. Vuoi provarci lo stesso? Dunque deciditi: da chi vuoi essere disprezzato? Non mi dire “Da nessuno” perché allora non ci siamo capiti e abbiamo perso tempo tutti e due. Pensaci e poi comincia a scrivere una storia di tango. Tu, sì, che c’entro io, ti ho dato forse l’impressione di voler scrivere una storia di tango? Io nemmeno mi azzardo, anzi, fuggo da chi vorrebbe scrivere una storia di tango, che storia potrebbe mai essere?

[Rodolfo Lesica y Héctor Varela, Historia de un amor, 1956]

Om Shanti. La pace del perineo

Da quando io e Le Sanglier, a seguito della sua proposta, abbiamo cominciato a frequentare regolarmente e con grande impegno una scuola di tango argentino, sei o sette mesi fa, e da quando il targo argentino è sopraggiunto con inattesa e inaudita violenza a devastare a passo di milonga la mia tranquillità, o quel che ne restava, lui, quel mio mite mammifero da compagnia che al mattino presto ballava e cantava in pigiama al centro del soggiorno, con l’elastico dei pantaloni allentato, sulle note di “Io sono allegro perché sono un cretino”, ha deciso di attuare un radicale rinnovamento del suo stile di vita.
Del mio, pure.

Dopo i primi mesi di tango, ci eravamo resi conto di essere entrati in un vortice di relazioni sociali – due parole, queste, che mi turbano sempre non poco – il quale ruota, prevedibilmente, intorno all’interesse comune per il ballo. Non solo, però, per il tango, ma anche per la chacarera, la salsa, la zumba e pure la danza classica: molti dei nostri compagni, infatti, erano sì principianti come noi nel tango, ma, a differenza di noi, esperti e appassionati di altri balli, delle cui interferenze positive parevano beneficiare nell’esperienza di apprendimento del tango, non foss’altro che per una familiarità già matura con il movimento del proprio corpo in musica.
Le Sanglier, che è un entusiasta, ha cominciato a entusiasmarsi.
Rilevato senza eccessivo sforzo d’osservazione che lo spessore del suo addome non era compatibile con il suo entusiasmo, ha stabilito preliminarmente di mettersi a dieta.
Dopo i primi tre mesi di colazioni e spuntini a base di merda crusca e di sguardi carichi di astio verso di me e i miei cornetti al cioccolato, si è comprato una bilancia allo scopo di monitorare i suoi progressi con frequenza quotidiana, invece di andare a pesarsi a casa dei suoi una volta al mese, come usava fare per ridurre al minimo la frustrazione. Alla dieta ha affiancato un serrato programma di esercizi di ginnastica, svolti con ferrea determinazione in casa, sul tappeto al centro del soggiorno, che hanno progressivamente sostituito le magistrali interpretazioni di “Io sono allegro perché sono un cretino” – solo l’elastico allentato dei pantaloni del pigiama è stato conservato, probabilmente allo scopo di garantire continuità fra tradizione e innovazione.
Per settimane, e poi mesi, abbiamo minuziosamente registrato le variazioni di peso, esultando incontenibilmente per due etti in meno e, più spesso, addolorandoci inconsolabilmente per due chili in più, finché il peso è parso assestarsi sul valore di settantasette chili e cinquecento grammi (cinquecento, amore mio bellissimo, non trecento come tu vorresti che scrivessi).
Io ero sì un po’ spazientita dai calcoli, tuttavia si sa che l’annebbiamento amoroso è anche partecipazione alla vita dell’amato, perciò partecipavo e, mentre lui trangugiava mestamente le sue pappe ipocaloriche, io gli tenevo compagnia ingoiandomi rapidamente bignè alla crema e premurandomi di mangiare anche i suoi (così partecipando, speravo inoltre che la sua improvvisa meticolosità finisse con l’estendersi ad altre attività per me irrinunciabili quali, ad esempio, la raccolta differenziata dei calzini – quelli sporchi nel cesto della biancheria, quelli puliti nei cassetti, che non è un fatto così ovvio come può sembrare).

Un giorno, però, Le Sanglier ha detto: “Il tango è bellissimo, il tango per me è mille volte più bello della salsa, e io voglio ballare soprattutto tango, però un po’ di salsa ci darà la scioltezza che ci manca, che ne dici?”. Lottando con la tentazione di somministrargli sedativi a sua insaputa, mi sono avvalsa dell’arma potentissima del nostro precariato, “Non abbiamo soldi per iscriverci a un altro corso, – ho detto – magari più in là”.
Più in là Le Sanglier ha detto: “La salsa me la guardo un po’ sui tutorial di You Tube, almeno il passo base. Perché non ci iscriviamo a un corso di yoga? Ne ho scoperto uno vicino casa, è pure economico! Lo yoga aiuta il rilassamento muscolare”. A quel punto tutte le mie perplessità, gli interrogativi pazientemente stoccati in questi mesi di partecipazione, si sono coagulati in un embolo cerebrale dal quale solo un sincero atto linguistico avrebbe potuto mettermi in salvo evitandomi un ictus sicuro, ed era chiaro che l’atto linguistico sarebbe stato un quesito, semplice, onesto, assai intimo e perciò appassionatissimo, ma irrimediabilmente poco sorvegliato nella cura della sua formulazione: “Ma io e te non si chiava abbastanza?”. “No, vanno benissimo quanto e come. – ha risposto lui con agio – È che ci tengo proprio a sentirmi in forma, un po’ più bellino. Tu non lo puoi capire ‘sto fatto qua perché stai in forma e bellina da quando sei nata, pure se ti mangi quattro bignè alla crema ogni mattina. Eddài, aiutami, ho bisogno della tua collaborazione”.

Io ho collaborato, ma adesso non me la sento di ripensare alla mia lezione introduttiva di yoga.
Mi limiterò a dire che le esalazioni di incenso mi stordiscono e che non mi flettevo ad abbracciare le mie caviglie da quando ho dodici anni e che il mio corpo ha provveduto a ricordarmelo sussultando e scricchiolando e gemendo e bestemmiando divinità impronunciabili, e che io ne ho avuto pena profondissima per circa un’ora e mezza, durante la quale l’insegnante ci ha ripetutamente invitato a rilassare il perineo e dopo la quale, tornando a casa, Le Sanglier ha detto: “Io ho capito dove sta più o meno il mio perineo solo quando mi è scappata una scorreggia dall’orifizio anale. Mica si sarà sentita?”.

Yo soy la milonga brava

Una milonga è un posto dove si balla tango argentino, una discoteca del tango (ma è anche un tipo di ballo, diciamo un tango più veloce).
Un principiante assoluto, al quarto mese di lezione come siamo ormai io e Le Sanglier, non dovrebbe andare in una milonga. Non un principiante assoluto dotato di prudenza, serietà e buonsenso. A Buenos Aires, ci ripete la nostra insegnante ogni mercoledì sera dalle otto alle nove e mezza, si sconsiglia ai principianti, quando addirittura non si faccia divieto, di andare in milonga per tutto il primo anno di studi. Se proprio non può fare a meno di andare a disturbare, cioè se non è dotato di prudenza, serietà e buonsenso, deve attenersi strettamente a un rigido codice comportamentale (talvolta stampato e affisso all’ingresso della sala), il quale prevede, tra le altre cose, che il principiante si tenga al centro della pista, lasciando il bordo esterno ai ballerini più esperti, che sanno governare il proprio passo all’interno del flusso umano in movimento, un movimento sapiente e, non lo si dimentichi mai, antiorario.

Entrando in una milonga, anche un osservatore poco attento e completamente estraneo al mondo del tango argentino può riconoscere i principianti assoluti, e distinguerli facilmente dai ballerini di livello intermedio e avanzato. Questi ultimi, infatti, si muovono con variabile ma pur sempre percettibile grado di eleganza e grazia, mostrando, nei casi migliori, di non limitarsi a incedere, ma di saper creare figure mirabili nei momenti di crisi, risolvendo la pista quando questa risulti congestionata. Ne consegue un notevole risultato visivo, che è quello di uno sciabordìo di piedi e gonne e svolazzi in movimento perenne, inarrestabile.
I primi, al contrario, sono quelli che, nei momenti di crisi, inchiodano bruscamente e restano fermi, ad aspettare ansiosi di poter ripartire. Si riconoscono perché sono quelli che, non fosse per i colori che portano addosso, si confonderebbero con le colonne e gli altri eventuali ostacoli immobili della sala. Se però l’osservatore si avvicinasse di più a costoro (ma non può, perché non è permesso attraversare il diametro della sala, né è consentito accedere alla pista se non si ha intenzione di ballare seriamente), potrebbe sorprendersi nel notarne anche lo sguardo, che ulteriormente lo distingue dai colleghi con maggiore esperienza. Quello di questi ultimi, infatti, esprime in maniera inequivocabile il godimento: si stanno divertendo, si stanno divertendo come bambini, e soprattutto si divertono all’unisono, lui che deve guidare il passo e lei che lo deve sentire (così si dice, nel gergo del tango: l’uomo guida, la donna sente. Ne deriva che la buona riuscita di un tango si deve, soprattutto, al ballerino. Ma per capire cosa significhi realmente, bisogna cominciare a ballare il tango, cioè pestare e farsi pestare i piedi un buon numero di volte). Lo sguardo dei principianti, invece, è una maschera di sofferenza: in lui, che deve guidare il passo, dominano frustrazione e senso di smarrimento; in lei, che deve sentire il passo, irritazione e profondissimo tedio (la prima quando lui la pesta, il secondo quando lui rimane fermo fino alla fine della musica).
Uno, anche uno estraneo al mondo del tango argentino, potrebbe andare in una milonga, sedersi a un tavolo con un bicchiere di vino e passare una piacevolissima serata solo osservando la scena che si svolge in pista.

Ieri sera io e Le Sanglier eravamo in una milonga. Fermi, al centro della pista.
Le Sanglier sta prendendo molto seriamente questa storia del tango. Non accetta l’idea di essere un principiante assoluto al quarto mese di studio. Credo sia per questa ragione che, alla fine di ogni ballo, ha bisogno di una tempestiva seduta di fisioterapia a bordo pista, necessaria a riabilitare il collo e i muscoli della spalla, che durante il ballo sono tesi per l’agitazione e il terrore di lanciarmi contro le altre coppie. Chi fosse completamente digiuno delle leggi del tango argentino dovrebbe sapere che, se la donna commette errore o si fa male, o peggio ancora ferisce qualcun altro con il proprio pericolosissimo tacco durante una sequenza, la responsabilità è interamente del suo compagno che ne ha guidato il passo (dovrà infatti essere lui a scusarsi con la coppia coinvolta). Se ciò consente alla donna di godere di uno stato di beatitudine e riposo mentale altrimenti rari fuori dalla pista, allo stesso tempo rende l’uomo principiante, di qualunque età e profilo, preda di inesprimibile angoscia.
Ad ogni modo, io e il mio prode compagno abbiamo fatto il nostro debutto in milonga. Siamo andati diverse volte contromano, ma lui non mi ha fatto dare calci a nessuno, né mi sono ritrovata a pendere all’improvviso su uno dei lampadari della sala, e questo è un grande risultato.

Tuttavia, verso la fine della serata, e dopo che ero stata invitata a ballare da esperti e aggraziati ballerini di livello avanzato, Le Sanglier giaceva accasciato su una sedia, la camicia sbottonata sul petto, i capelli arruffati, e la frustrazione, dolorosissima per me a vedersi, dipinta su almeno metà della faccia (quella inferiore, poiché quella superiore era imperlata di fatica sudata).
“Non sono portato per il tango”, ha borbottato infine, prima di abbassare la testa, verso le scarpe consumate. Ho l’impressione che gli sia pure venuta la tentazione di fare uno sgambetto al tizio che gli stava passando davanti in quel momento, così, per dispetto.
Poi ha alzato lo sguardo verso di me, e mi ha trovato in piedi accanto a lui, con le mani sui fianchi come un’anziana femmina abruzzese che stia per richiamare all’ordine i membri della famiglia.
Il mio sguardo gli ha risposto ed era uno sguardo che voleva ricordare i fatti, e i fatti sono che io questo hobby del tango non ce lo volevo avere (non mi piacciono, gli hobby), e che ci sono voluti dodici mesi prima che lui, il mio compagno, riuscisse a convincermi, e che devo premurarmi di controllare lo stadio di crescita del piumaggio sulle mie gambe ogni cazzo di mercoledì sera prima di andare a lezione e ogni cazzo di domenica sera prima di andare alla pratica, che ho speso novanta dei miei euro per un paio di scarpe da tango che non pensavo avrei mai potuto comprare, che io novanta dei miei euro non li spendo nemmeno in libri in un mese. Con la coda dell’occhio credo di aver comunicato anche le solite cose che si dicono, tipo “Ci vuole tempo”, o “Ci vuole pazienza”, o “Coraggio”.
Lui ha annuito e poi ha detto: “Ma forse sono solo stanco. Ci dormo su stanotte e domani sera andiamo alla pratica. Oh, senti che bella questa Milonga brava!”.

 

Altri post di omaggio al tango argentino:
Lezione di tango numero uno
Lezione di tango numero due
La “principianza”

La “principianza”

Da poco più di un mese io e Le Sanglier abbiamo cominciato a ballare il tango.
Frequentiamo assiduamente le lezioni per principianti assoluti del mercoledì sera dalle otto alle nove e mezza, andiamo tutte le domeniche alla pratica serale delle sette e mezza, io vado pure alle lezioni aggiuntive di tecnica femminile del sabato pomeriggio.
Nella borsa che mi porto in giro per Roma il mercoledì, insieme ai libri, alle fotocopie, al registro, all’agenda, alle forbici, alle pedine e ai dadi – tutta roba che mi serve a lavoro durante il giorno – ci stanno pure un paio di scarpe con il tacco simile a un rompighiaccio, una confezione di cerotti trasparenti Amuchina, un cambio di vestiti e un deodorante anti-traspirante. Il mercoledì infatti, dopo il lavoro, prendo la metro A fino a Termini e poi la B fino a Basilica di San Paolo, vado a scuola, mi cambio, m’incerotto i mignoli già coperti di vesciche, salgo sulle scarpe e divento principiante assoluta.
A me piace un sacco, essere principiante assoluta. Mi piaceva un paio di anni fa, quando mi sono iscritta a un corso di tedesco (per principianti assoluti, per l’appunto), e mi piace adesso che mi sono iscritta a una scuola di tango.
Non trovo faticoso essere principianti. È riposante, è liberatorio essere principianti. Lo era meno allora, credo, per la mia insegnante di tedesco e lo è meno adesso, ne sono certa, per la mia insegnante di tango (ma – mi dico con illuminante chiarezza e l’animo satollo di fatica alla fine della giornata, mentre percorro il corridoio dagli spogliatoi alla sala da ballo – questi adesso sono cazzi suoi: io voglio essere una principiante, io devo partire dal principio, io a questo principiamento ho diritto, io questo stato di principianza me lo godo tutto, io sono la principessa delle principianti, io ho bisogno di sprincipiare tutti i passi più semplici per capirli, perché io non ho capito, scusa, non ho capito come devo appoggiare il peso della mia gamba sinistra dopo averla incrociata con la mia gamba destra, me lo puoi ripetere, per favore?).
Il diritto indiscusso all’errore, lo spazio franco della mia azione sgravata dalla responsabilità dell’esperienza, mi mette addosso un che di irragionevole eccitazione.

La prima cosa che io, principiante assoluta, ho amato subito del tango è il silenzio. E, se uno ama il silenzio ma non ama i monasteri, il tango può essere una valida soluzione. C’è la musica, sì, quindi non c’è completo silenzio, ma c’è un fondamentale, provvidenziale silenzio di voci: non ci si parla nel tango, né mentre si balla, né quando si decide di ballare insieme. Non ci si rivolge la parola, non si sa nulla della persona con cui si sta ballando quasi incollati dal busto in su – chi è, che lavoro fa, che studi ha fatto, dove vive, come vive, in cosa crede, cosa pensa, cosa le piace, cosa non le piace. Si può al massimo intuire che nel tango è un principiante assoluto, o un falso principiante, o un intermedio, o un avanzato, o un nativo, cioè forse argentino. A lato di questa intuizione, che arriva a seguito di uno stimolo totalmente fisico, si può eventualmente fare un’ipotesi anche su come la persona si muove nel mondo, quindi su come comunica. Per esempio, come fa l’amore. Avviene così che, abdicando con ritrovato e insperato sollievo a ogni contraddittorio e inaffidabile accessorio verbale, si sa tutto quello che si deve sapere di una persona. Per questa ragione, sconsiglierei il tango a chi è avvezzo allo sperpero di emissioni di fiato nelle relazioni di ogni sorta, e a chi ritiene indispensabili quei tappeti di chiacchiericcio incessante sui quali, spesso, ci piace camminare per attutire e felpare quello che sarebbe il nostro passo colto in flagranza, rivelato nel suo peso netto, se qualcuno ci sfilasse all’improvviso il tappeto da sotto i piedi, facendoci rovinare per terra e sbattere il muso sulle nostre lordure che avevamo, più o meno maldestramente, buttato alla rinfusa là sotto.

Il cabeceo, ci spiega un giorno l’insegnante, è il cenno con la testa che l’uomo, dopo la mirada della sala, rivolge ritualmente alla donna prescelta per invitarla a ballare (ce lo mostra: un leggero scatto del capo all’indietro che mi fa pensare a un rifiuto siciliano, ma senza schiocco di lingua. Oppure una leggera inclinazione del capo in avanti, che può voler dire tante cose). Nient’altro. Questo però, ci ricorda subito dopo, si fa perlopiù nelle milinghe di Buenos Aires. Qui in Italia, e soprattutto nei momenti di pratica, che sono momenti di studio per tutti i ballerini di ogni livello, l’uomo può rivolgersi alla donna anche verbalmente, consuetudine che sarebbe inammissibile nelle milonghe vere e proprie (io mi scopro a pensare che in effetti certe tradizioni andrebbero conservate ovunque). La donna, dal canto suo, segnala agli uomini la sua disponibilità a ballare, e quindi a essere eventualmente invitata, con il linguaggio del corpo, che dalla sedia è interamente proteso verso la pista, occhi vigili, pronti a cogliere il cenno d’intesa. Qui mi sorge il primo dubbio idiota della principiante assoluta: e se non ci capiamo? Cioè, metti che lui ha un tic, che ogni tanto gli scatta la testa, e io lo prendo per un cabeceo? Oppure: e se mi invita con un’inequivocabile richiesta verbale e però io, seduta con gli occhi casualmente rivolti alla pista, non voglio ballare ma sono solo in un misero stato confusionale? “Generalmente non si rifiuta un tango, almeno non il primo, ma si può farlo in maniera cortese”, dice l’insegnante.

La mia prima domenica di pratica serale non so dove guardare. Qui ci sono tutti i corsisti della scuola: principianti assoluti (pochissimi), falsi principianti (pochi), intermedi (moltissimi), avanzati (molti), nativi, cioè forse argentini (alcuni). Ballo con Le Sanglier, principiante assoluto come me. Mi pesta i piedi un numero di volte che basterebbe a decidere di cambiarci le scarpe e andare via, ma non andiamo via. Io voglio guardare, soprattutto guardare. Lo invito dunque a invitare altre donne e mi faccio da parte per osservare in pace il movimento dei ballerini in pista, ma devo stare attenta a non imbattermi in un cabeceo. Finisce che ricevo, uno dopo l’altro nell’arco della serata, tre cabecei e quattro richieste verbali. Cinque dei sette inviti complessivi provengono da ballerini intermedi, avanzati e nativi, cioè forse argentini – li ho già osservati ballare, allibita. “Sono principiante, principiante assoluta”, dichiaro con un po’ di esitazione e un po’ di fierezza insieme, mentre prendo la prima mano gentile che mi viene incontro. All’altro angolo della pista ormai affollata scorgo Le Sanglier che, visibilmente preoccupato, avanza con una certa titubanza tra coppie che sfoggiano passi precisi ed eleganti: lui va trascinando davanti a sé una donna come un carrello della spesa, mezzo sguardo alla ricerca disperata di una traiettoria libera. I miei occhi incrociano uno dei suoi, a lui viene un po’ da ridere e mi fa un cabeceo, poi riporta l’occhio mobile sulla pista, mentre continua a tenere l’altro fisso sul suo carrello, forse nel timore di lanciarlo contro una vetrata della sala. Lo strabismo che gliene consegue è notevole, io ho un rigurgito di ilarità che finisce sulla spalla del mio ballerino, il quale però non se ne accorge perché è concentrato a guidarmi con salda presa tanguera. Poi, all’improvviso, il mio ballerino mette un piede in mezzo ai miei e io non capisco come dovrei reagire  (dalle mie parti, quando eravamo piccoli, questo gesto si chiamava “cianghètt’” e aveva il mero scopo di far rovinare a terra il malcapitato), dunque infrango tutte le leggi del tango e, con quella che spero sia la più aggraziata delle mie facce da culo, gli rivolgo la parola e glielo chiedo. Lui mi dice a bassa voce: “Scavalcami”. Io ho un mancamento e per un attimo vorrei chiedere: “In che senso?”, ma chiedo: “Eh?”. Lui ripete: “Scavalcami”. A questo punto abbiamo parlato abbastanza e sento che devo letteralmente passargli sopra con la mia gamba. Lo faccio e, mentre lo faccio, acquisisco con il corpo un’informazione nuova che non dovrò più chiedere in seguito, e così facendo mi pare di avvertire una specie di nostalgia preventiva, una rivelazione del momento in cui non sarò più una principiante. Allora ci si aspetterà che io sappia cosa fare. Gli errori dell’inizio, quelli che si fanno nella principianza, saranno meno tollerati. Si dirà: “Questa cosa ormai dovresti saperla”, come quando ci stizziamo davanti agli articoli sbagliati di uno straniero che viva nel nostro Paese da un po’ di tempo, o come quando diciamo ai bambini quella frase tanto penosa: “Ormai sei grande”, cacciandoli per sempre dal paradiso della bambinità e decidendo che sono ormai pronti per la sofferenza. Accadrà, così, che lo spazio libero della mia azione confusa e irresponsabile si assottiglierà ancora.
A quel punto, penso, se mi restano altri soldi da buttare mi iscriverò anche a un corso di arabo, o di cinese. O di parapendio, o che ne so io. Oppure continuerò, come faccio ora di tanto in tanto, a cacciarmi dalla tasca e tenere un po’ in mano il ricordo di un giorno già lontano, quando una persona a cui ho voluto molto bene mi disse: “Io voglio tornà bambino” (gli risposi canticchiando: “Supercalifragilistichespiralidoso, anche se ti sembra che abbia un tono spaventoso, se lo dici forte avrai un successo strepitoso” e non dissi altro, però la verità era che mi trovavo d’accordo con lui).

Lezione di tango numero due

Dopo la nostra prima lezione dimostrativa di tango, io e Le Sanglier abbiamo convenuto che il Tango è certamente un’attività eleggibile a hobby settimanale, pur non avendo io completamente chiarito a me stessa la nozione di hobby (ma, si sa, non possiamo capire tutto). Allo stesso tempo, abbiamo notato che il tango, come numerosi hobby, comporta spese mensili non detraibili e su ciò avevamo entrambi idee limpide. Non è stato difficile, inoltre, rilevare che la scuola che avevamo scelto per il nostro primo incontro di prova si trova a quarantacinque chilometri da casa, situazione non così inusuale per chi viva e agisca a Roma e dintorni, ma intuitivamente migliorabile.
Pertanto abbiamo risolto di compiere un’indagine sistematica e realizzare un’accurata mappatura delle scuole di tango romane, annotando e comparando distanze, tempi di percorrenza, millilitri di benzina necessari, nonché, naturalmente, i costi di iscrizione al corso.
Durante la nostra minuziosa analisi di mercato, coordinata dall’amica Maruska, tanguera ormai alle soglie del livello intermedio nell’arte dell’abbraccio argentino, ci siamo accorti che questo è il periodo delle lezioni dimostrative gratuite. Cioè tutte le scuole, tra settembre e ottobre, offrono una lezione a principianti assoluti allo scopo di motivarli a iscriversi al loro corso piuttosto che a un altro. “Tutte le scuole” a Roma significa che quasi ogni sera, tra settembre e ottobre, un principiante assoluto può trovare un posto dove andare a fare figure barbine gratis, mentre nel frattempo cerca il baricentro del suo movimento e della sua motivazione.
Da quando abbiamo intuito ciò, io e Le Sanglier abbiamo un’agenda serale fittissima e ricca di nuove prospettive, e la nostra motivazione a ballare il Tango cresce di giorno in giorno.

La nostra seconda prima lezione di prova è avvenuta domenica sera, tre giorni dopo la prima prima lezione di prova, in una scuola a venti chilometri da casa, requisito, questo, che sembrava favorirla come la candidata ideale. Tuttavia le cose non sono andate come speravamo.
Dopo i primi dieci minuti scarsi, infatti, abbiamo capito che non tutti i partecipanti si trovavano alla loro prima prima lezione di prova, e nemmeno alla loro seconda prima lezione di prova, ma che il corso per principianti assoluti era già cominciato da tre o quattro settimane. La scuola, evidentemente generosa nel suo desiderio di motivare quante più persone possibili, continuava fino alla fine del mese ad ammettere al corso nuovi principianti, aventi diritto a una lezione di prova gratuita. Consultandoci rapidamente con i nostri occasionali compagni di ballo, tra una strattonata e un calcio negli stinchi, io e Le Sanglier abbiamo dunque realizzato che la classe era costituita da alcuni principianti imbarazzati alla loro prima prima prova gratuita, molti principianti determinati alla loro terza o quarta lezione pagata e due pericolosi imbecilli alla loro seconda prima prova gratuita.
Che però la lezione fosse principalmente rivolta al gruppo più numeroso, cioè a quelli che avevano cominciato a ballare più seriamente il Tango da almeno tre o quattro settimane dedicandogli una porzione del loro tempo e del loro stipendio, ce lo ha chiarito l’azione didattica dei due maestri. In un’ora e mezza, infatti, io e Le Sanglier siamo stati chiamati a confrontarci con una proposta di apprendimento di tipo deduttivo, piuttosto lontano dagli approcci umanistico-affettivi che avevano chiaramente caratterizzato la nostra prima prima lezione di prova e da quell’induttivismo grammaticale che tanto mi è caro. In un’ora e mezza, insomma, io e Le Sanglier abbiamo dovuto eseguire ripetutamente la Salida basica prima (otto passi con cruzada femminile), la Salida basica seconda (sei passi, o cinque – non mi ricordo – senza cruzada femminile) e il cambio fronte (mezza luna sul cinque, o sul sei, anche questo non me lo ricordo), curando al contempo l’eleganza del movimento e prestando la dovuta attenzione alla flessione delle ginocchia, all’inclinazione del proprio asse, alla posizione e alla distanza dei nostri rispettivi malleoli.

Confesso di non aver mai pensato al mio malleolo.
Mi rendo conto, però, che tutti dovremmo averne consapevolezza. Se io avessi consapevolezza di dove metto il malleolo, infatti, domenica non gli avrei fatto passare una brutta serata, soprattutto nei momenti in cui l’ho incruzado col malleolo del Sanglier. Il malleolo, in effetti, è importante perché ha avuto un ruolo determinante nel calo della motivazione che, com’è o dovrebbe essere noto, è alla base di ogni apprendimento di successo.
Tuttavia io non mollo e il mio malleolo neanche. Pure Le Sanglier e il suo malleolo sembrano determinati a trovare un accordo con noi. Domani sera, perciò, avremo la nostra terza prima lezione di prova in un’altra scuola, che è quella frequentata dall’amica Maruska.
L’amica Maruska ha provveduto a informarsi per noi presso i maestri e ci ha infine tranquillizzati: il corso per principianti assoluti è sì già iniziato anche da loro, i partecipanti sono sì alla terza o quarta lezione pagata (ma gratuita per i nuovi arrivati), però hanno imparato solo l’ocho e la cruzada, che si possono apprendere rapidamente, in base al noto principio di imitazione, guardando qualche video su You Tube. Purché si faccia attenzione ai malleoli.

Lezione di tango numero uno

Non ho mai capito la gente che balla. Intendo, non ho mai capito la gente che balla “per hobby”.
In effetti, ho sempre fatto fatica ad avere un hobby. Che cos’è un hobby? Un’attività che si svolge nel tempo libero, a un livello presumibilmente amatoriale (se presumo male, allora non è un hobby, ma una professione, o che altro?). Cos’è, poi, il tempo libero? Il precario è perlopiù confuso su questo argomento, tuttavia, vivendo in società, intuisce che viene comunemente definito tempo libero quella porzione della giornata non dedicata ad attività di lavoro, o di studio. Ad ogni modo, la sua piramide dei bisogni resta pericolosamente instabile e sgraziata.
Dicevo, ho sempre fatto fatica ad avere un hobby, anche nei periodi in cui le attività di studio e di lavoro mi chiarivano il concetto di tempo libero – in periodi simili il tempo libero equivale grosso modo, anche oggi, al tempo dedicato al sonno, all’alimentazione e a necessarie operazioni di espletamento, venendo in tal modo a riconfermare la necessità di rivedere le teorie di Maslow sulla piramide dei bisogni.
C’è chi dichiara la lettura tra i propri hobby, per esempio. Io mi sento tanto perplessa al riguardo, perché faccio fatica a vedere un hobby nella lettura e faccio fatica perché mi pare che, tendenzialmente, si assimili l’hobby allo svago e la lettura non è uno svago [esclamazione espunta, omissis], o non è solo uno svago. Altri, invece, dichiarano la scrittura, e io mi sento perplessa per la stessa ragione. Altri ancora indicano il giardinaggio, il calcio, il tennis, il nuoto, il cucito, gli scacchi, il bridge, il bricolage, il découpage, la nail art. Attività, queste, che si possono svolgere a livello professionale, ma che invece si sceglie di svolgere a livello presumibilmente amatoriale nel tempo libero, divenendo in tal modo un hobby. Io faccio fatica.
Ma ho già detto, mi pare, che faccio fatica ad avere un hobby, per via della mia perplessità riguardo alla sua definizione. Forse ho tanti hobby e non lo so. Confesso di avere le idee poco chiare su questo fatto.

Nel settembre del 2011 Le Sanglier ha proposto di iniziare a ballare insieme il tango. “Così, per hobby”, ha detto col suo candore di sempre. Io, dopo essermi mostrata perplessa, sono entrata in una spirale di angoscia.
Giovedì 27 settembre 2012 alle ore 20 mi trovavo al Teatro di San Pancrazio, sulla Gianicolense, dove i maestri di una delle decine di scuole romane di tango offrivano una lezione di prova gratuita a circa ottanta principianti assoluti di età compresa tra i venticinque e i settant’anni.
Per scegliermi un hobby, ho pensato allora, io ho bisogno dell’impressione di imparare a fare una cosa che non so fare e che, a un primo grossolano esame, non mi serve. Ho bisogno, cioè, di ribaltare la piramide dei bisogni e porre alla base l’apprendimento, anteponendolo ai bisogni primari della sopravvivenza (mangiare, per esempio).
Io non so ballare il tango. Meglio, io non so ballare, né ho mai avuto interesse a imparare, o a provare ad imparare. Il tango, inoltre, non mi serve. Soprattutto, il tango sta nella mia vita come un bidet sta in una sala da pranzo. Il tango è l’intruso individuabile con una certa facilità nel mio insieme di elementi contestualmente e funzionalmente affini. Il tango, con me, non c’entra un cazzo.
Questa deve essere certamente la ragione per la quale, la sera di giovedì 27 settembre 2012, io e il tango ci siamo abbracciati.
Ho pure abbracciato un sacco di uomini, tra cui, incidentalmente, Le Sanglier.

“Il tango – avevano scritto i maestri sui volantini pubblicitari della loro scuola – è molto lontano dai luoghi comuni e dai cliché che nel tempo gli sono stati attribuiti: una danza aggressiva espressione di una sensualità da operetta fatta di calze a rete e rose tra i denti. Fosse davvero questo, il tango Argentino non sarebbe mai uscito dalle ‘milonghe’ di fine ‘800 di Buenos Aires per diventare un fenomeno internazionale, una danza la cui dimensione interiore e intimista è di gran lunga superiore a quella coreografica più conosciuta. Il Tango è un Abbraccio” (sic, compresa l’assenza di altra eventuale punteggiatura, però, scusa, ti pare il momento di notarlo? Siamo qui a ballare il tango argentino, o il tango Argentino, o il Tango, non ho capito bene dove e quando ci va la maiuscola e dove e quando non ci va, forse dipende dall’intensità imprevedibile del sentimiento, perciò d’ora in poi mi riservo di variare anch’io).
Il Tango, prima di tutto, è un’esperienza di apprendimento della relazione sociale. Lo ha capito subito Le Sanglier quando, su richiesta del maestro, si è trovato ad abbracciare con variabile motivazione la sua compagna, giovani donne languide e incipriate signore dall’ampio girovita. L’ho capito io quando, ad occhi chiusi come la maestra suggeriva di fare, mi sono abbandonata con ponderata fiducia all’abbraccio del mio compagno, di giovani avvenenti uomini in assetto da guerra e di signori flatulenti dalle mani sudaticce.
Il tango, poi, è un’esperienza di apprendimento della relazione spaziale tra gli oggetti, animati e inanimati. Lo ha capito prima di me Le Sanglier mentre attraversava la pista col suo passo morbido e aggraziato di cinghiale, contravvenendo a tutte le leggi non scritte (o forse le hanno scritte, ma noi non le abbiamo ancora studiate) delle milonghe.
Le Sanglier non ha ballato il Tango: ha giocato all’autoscontro, quindi si è divertito. Io non ho ballato il Tango: ho trovato un hobby, quindi mi sono tranquillizzata.

C’è stata una lezione numero due, ma devo ancora capire se è stata di Tango.