Maledetto il primo libro

– Non li ho più contati ma, se proprio volessi fare lo sforzo di memoria che mi chiedi, e lo voglio fare perché un po’ te lo devo, i traslochi dovrebbero essere stati in tutto nove. Dal 2000 a oggi: nove, sì.
Ripeto il conto ad alta voce insieme a lui, con le dita: anno e città, lui va integrando via via i dati aggiungendo pure gli indirizzi (come fa, come fa a ricordarsi tutti i miei indirizzi?). Salto un paio di soggiorni brevi, poca cosa. Ma lui mi interrompe subito.
– Poca cosa un cazzo. Non importa se lì ci sei stata un mese o un anno, devi contare tutte le volte che hai riempito scatoloni, più quella volta quando sei tornata da Wolverhampton.
– Ma che c’entra quella? Non era mica un trasloco, ci sono stata tre mesi e avevo solo qualche bagaglio!
– Ci sei stata quattro mesi, dal 18 settembre al 18 gennaio. Avevi due valigie, uno zaino da campeggio più grande di te sulle spalle, e la borsa del computer. A Birmingham ti sei messa a piangere al check-in di Raynair per la tassa da pagare, questo me lo hai raccontato tu al telefono, ma secondo me non piangevi per la tassa, non solo. Quando si piange a quel modo, è trasloco.
– Va bene, allora sono undici.
– No. – solleva il bicchiere nella mia direzione, – Sono dodici. Salute! –  e manda giù trionfale un sorso di vino, – Non consideri l’ultimo, quello che ti ha riportato qua al punto di partenza? […]

Continua a leggere “Maledetto il primo libro” su Vicolo Cannery, 11/04/2014

(sempre bello, stare nel Vicolo)

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Magari domani (dialogo sull’e-book, mangiando lupini)

– Allora, ieri mi è capitato di leggere online un estratto dell’ultimo libro di Christian Frascella, ce l’hai presente?

– No, non mi pare.

– Il panico quotidiano.

– Ah sì, quello lì chi non ce l’ha?

– Allora ce l’hai? Me lo presti? Me lo leggo in una giornata e poi te lo rimetto a posto tra le cose tue.

– No, dicevo: chi di noi non soffre di panico quotidiano?

– Vabbè, ma mò questo che c’entra? Io intendevo il libro: mi è piaciuto subito e ho detto lo voglio, lo voglio qui e ora. Solo che fuori stava piovendo e tuonando come se fosse l’ultimo giorno della vita umana sulla terra. Senza considerare che, come tu sai bene, a Bagni di Tivoli ci stanno tre librerie dove i nuovi libri arrivano, se arrivano, quando non sono più nuovi. Per cui sarei uscita per raggiungere a nuoto la libreria e quasi sicuramente tornare a casa a mani vuote e infelice, oltre che fradicia. E questa cosa, di desiderare di avere subito un libro e dover invece aspettare, mi succede ormai da un pezzo, più o meno da un paio di anni, cioè da quando vivo a Bagni di Tivoli e devo prendere un treno e una metro per sconfinare nell’Urbe dove trovi tutto, tutto, pure quello che ancora non c’è. Negli ultimi mesi mi è successo quando mi volevo comprare Vapore di Lodoli, e pure quello là di Alajmo.

– Quello che il primo amore non si scorda mai?

– Anche volendo. Sì, quello lì. E mi è successo anche con altri libri, che non erano delle nuove uscite ma erano comunque libri che mi veniva voglia di leggere subito. Insomma, in tutte queste occasioni io, puntualmente, mi ritrovo a dover fare i conti con la solita questione ormai trita.

– Quale questione trita?

– Ma come quale? E smettila di masticare quei lupini: stiamo parlando dell’e-book! Dei vantaggi evidenti dell’e-book, no? Costa molto meno del libro cartaceo; non occupa interi scaffali di casa tua facendoti sacramentare a ogni trasloco e ogni penosissima operazione di spolvero; ti consente di leggere il libro che vuoi quando vuoi, anche se quando vuoi c’è un nubifragio in corso, o una nevicata che al tg dicono di uscire solo in caso di stretta necessità – e pare chiaro a tutti che un libro non rappresenta un caso di questo tipo; te ne puoi andare in giro con cinque, dieci, venti volumi nella borsa evitando la scoliosi. Insomma tutti questi vantaggi qui che un lettore squattrinato, che abita in un appartamento piccolo, che trasloca una volta all’anno, che non gli tiene di spolverare tutti i giorni, che gli si crea di leggere un libro e frigna finché non ce l’ha, e che ha un principio di scoliosi, non può fare a meno di considerare.

– Ma infatti sarà almeno un anno che te lo voglio regalare e non l’ho ancora fatto perché tu mi hai detto che mi avresti denunciato per molestie.

– Davvero ho detto così?

– Sì, hai detto così. Hai detto anche: se deciderò di convertirmi all’e-book te lo farò sapere e solo allora sarai autorizzato a regalarmelo, nel frattempo puoi andare in libreria e regalarmi l’ultimo di De Silva. E io in libreria ci sono anche andato per farti contenta, ma l’ultimo l’avevano finito e dovevano riordinarne altre copie, e non avevo tempo di andare a cercarlo da un’altra parte. Poi oh, a un certo punto, mi sono anche detto: ma andassero un po’ affanculo, lei e De Silva.

– Ah. E ora suppongo mi dirai che, se io avessi familiarità con l’e-book, adesso l’ultimo di De Silva l’avrei finito da un pezzo e tu avresti pure risparmiato tre euro di regalo.

– È una supposizione acutissima, ma incompleta. Se tu avessi familiarità con l’e-book, adesso l’ultimo di De Silva l’avresti finito da un pezzo e io avrei pure risparmiato tre euro di regalo, ma soprattutto ora potrei masticare lupini in pace.

– Va bene. Forse hai anche ragione. Ma vedi, non è che io rifiuti l’idea dell’e-book come fanno tutti i feticisti del libro, che dicono che deve odorare di carta. Che poi, se ci pensi, l’odore è importante davvero, è distintivo: tu hai mai notato che un libro pubblicato, che so, da Einaudi ha un odore completamente diverso da quello di un libro di E/O, o di Adelphi, o di Guanda, e così via? Cioè, se tu mi bendi gli occhi e mi fai annusare tutti questi libri, io forse potrei addirittura riconoscerli a naso, capisci?

– Ma che davvero? Questa è una cosa incredibile! Perché non partecipi a quei giochi là che fanno vedere anche in televisione, quelli del Guinness? Ti metti lì bendata e ti fanno annusare i libri, magari ti aggiungono anche degli intrusi, così, per fare audience, e tra un libro e l’altro ti fanno passare sotto il naso una merda di struzzo, un assorbente usato, o uno strappo di carta igienica. Oh, metti che facciamo un po’ di soldi, che ne sai.

– Guarda, continua a mangiare i lupini che è meglio. Io voglio dire che non vorrei unirmi in coro a quelli che dicono che come il libro di carta non c’è niente, che anche l’attesa di averlo tra le mani fa parte del piacere di leggerlo, oppure quelli che giustamente fanno notare che l’e-book è soggetto a deterioramento tanto quanto i cd e i lettori mp3, mentre conserviamo ancora frammenti dell’Epodo di Colonia.

– Frammenti di che?

– Dell’Epodo di Colonia. Il frammento 196a. Un componimento di Archiloco rinvenuto su un papiro utilizzato per avvolgere una mummia egizia nei primi secoli dopo Cristo.

– Va bene, senti, tutto ma le mummie no: hai deciso che ‘sti lupini me li devi fare andare di traverso.

– No, sul serio. Credi che con un e-book avremmo mai potuto leggere di Archiloco che spruzza la sua potenza seminale sul biondo pelo vaginale di una giovane vergine?

– Non lo so, però se il tema del componimento di Archiloco è questo, credo che la sua digitalizzazione potrebbe contribuire all’aumento dei lettori in Italia, e non mi sembrerebbe un male. Comunque: cos’è che ti turba dell’e-book?

– Ma non mi turba per niente!

– Va bene, allora cos’è che non ti convince dell’e-book?

– Ma non è che non mi convinca…

– Te lo posso regalare?

– No.

– Perché?

– Perché… perché non sono pronta, ecco.

– Pronta per cosa? Per leggere ovunque tu vada tutti i libri che vuoi quando vuoi acquistandoli a metà prezzo? Per guarire dalla nevrosi del collezionista di cellulosa? In effetti è un’emozione per lettori forti. Ma non forti nel senso che intendete voi.

– No… non sono pronta a parlare della mia memoria personale come di un reperto. Intendo: tu cosa visualizzi quando pensi a te da bambino? Che tipo di oggetti?

– Il cestino della merenda con dentro il pane con la cioccolata. I Lego. Il Piedone, quel gelato buonissimo a forma di piede gigante. Che spettacolo! Che ricordi!

– Vedi?

– Che vedo?

– Che ti immalinconisci. Allora, senti qua: io vedo mio papà. Mio papà che mi accompagnava in una libreria al paese vicino e passava un’ora a parlare con la commessa, che poi era anche la proprietaria della libreria, mentre aspettava che io scegliessi il libro che poi lui mi avrebbe regalato.

– E si vede che tuo papà teneva da fare con la commessa e, con la scusa che ti accompagnava a comprare un libro, che chissà quanto lo avrai tormentato, intanto si faceva i fatti suoi.

– Sei un infelice. La commessa aveva vent’anni e trenta chili più di lui, tre denti in meno e il solo obiettivo di farlo uscire dalla sua libreria con le braccia cariche di libri e il portafoglio vuoto. Comunque: era un’abitudine a cui tenevo molto. Lo facevamo più o meno una, due volte al mese, di sabato pomeriggio. Aspettavo quel sabato come una festa. Avevo dieci o undici anni, a quel tempo leggevo certi libri pubblicati dalla Mondadori in una collana di narrativa per ragazzi. Giallo Junior, Gaia Junior, Super Junior. Me li scambiavo con una mia compagna di scuola e stavamo attentissime a non farci comprare lo stesso libro, per non avere il doppione.

– Va bene, ma tutto questo che c’entra? La scomparsa del Piedone non mi ha impedito di godermi i nuovissimi Magnum Pinta, né mi sono scordato la mia infanzia per colpa dei Magnum Pinta.

– Perché tu non hai mai letto quello che racconta De Silva a proposito del croccante al cacao in Sono contrario alle emozioni, nel capitolo “A volte ritornano”.

– Senti, con questa ossessione per De Silva mò mi hai veramente scocciato. Perché non rivedi tutte le tue convinzioni sui contratti matrimoniali e non te lo sposi?

– Perché non so come contattarlo per chiedere la sua mano. E poi perché non so se con quella mano è abituato a tenere un e-book, però temo di sì, perché le persone geniali sanno cogliere la portata di certi cambiamenti, senza stare a sospirare su questioni che fuori dall’Italia non si sono nemmeno posti, e risparmiando le energie che io invece sperpero per tenere in vita questo culto vacuo del libro di carta, che mi guardo e mi venero come un vinile già dimenticato.

– Hai visto che una risposta sensata sei capace di trovarla da sola? Adesso ce lo andiamo a comprare un bel Kindle che così tu ti puoi finalmente godere quel panico quotidiano di Frascella e io i lupini?

– Sì. Però adesso no. Magari domani.

La sala d’attesa

Post prima un po’ allegro e dopo un po’ triste
(“Dop’ lu ride se ne ve sempr’ lu piagne”, detto abruzzese)
.

Abbiamo questa stanzetta, a casa. Saranno sì e no sedici metri quadrati.
Prima che venissi ad abitare qui dove abito adesso, in casa ci stava solo Le Sanglier. Cioè, ci stavano Le Sanglier e tutte le sue cose. Di tutte le sue cose, quelle di cui non sapeva che fare, quelle di cui aspettava di capire che fare e quelle che non gli servivano tutti i giorni, stavano dentro questa stanzetta. C’era anche una specie di branda che lasciava pensare, pur vagamente, a un letto per dormire, perciò la stanzetta si chiamava “cameretta”. Si chiamava così anche se non ci dormiva nessuno: Le Sanglier, infatti, dormiva nella camera da letto propriamente detta e adeguatamente utilizzata, su quello che verrebbe definito senza dubbio da chiunque un letto e, per la precisione, un letto a due piazze.
Nessuno, insomma, dormiva nella cameretta. Nella cerchia di amici di Le Sanglier si vociferava che la cameretta nascondesse i resti di sua nonna, da lui fatta sparire allo scopo di ereditarne l’appartamento. In effetti, a giudicare dallo stato dell’ambiente, si sarebbe detto che il campo era aperto ad ogni ipotesi.
Quando sono venuta qui, ad abitare con Le Sanglier, Le Sanglier ha detto: “Sgomberiamo la cameretta” e io ho pensato che volesse darmela in affitto e che forse non avevo ben capito questa faccenda della nostra convivenza, ma subito dopo ha detto: “Ci facciamo uno studio”. Così ha portato via la specie di branda e qualche altro oggetto che non sono riuscita a identificare, io ci ho portato la mia scrivania e un pezzo della mia libreria – gli altri pezzi li abbiamo messi nel soggiorno, lui ha liberato la sua scrivania di tutto quello che prima ci stava sopra e ci ha messo quello che secondo lui sta sopra la scrivania di uno studio, quindi ci ha rimesso tutto quello che prima ci stava sopra, ma in posizioni diverse. Infine ha detto tutto contento: “Ecco, abbiamo pure uno studio!”.
Ora, io le idee su cosa si fa in uno studio le ho sempre meno chiare, però sono contenta di avere uno studio. Adesso che la stanza non è più una cameretta ma uno studio, alle volte io e Le Sanglier ci sbagliamo a chiamarla. Per esempio, lui dice: “Sta piovendo. Mi aiuti a spostare lo stendino dal balcone alla cameretta?”, oppure, se lo stendino sta già nella stanza, “C’è mica spazio per mettere l’altro stendino nella cameretta, che devo fare un’altra lavatrice?”. Io dico: “Dove sta la mia valigia rossa?”, lui risponde: “L’ho messa nello studio, dietro la porta”, oppure: “Sta sopra l’armadio nello studio, fai attenzione a quando la tiri giù che ci stanno un sacco di altre cose”. Le altre cose sono: la valigia sua, due scatoloni miei, dei grossi fogli di cartoncino colorato arrotolati e avvolti nella plastica che uso in classe con gli studenti, le scatole vuote della stampante, dei nostri portatili, del frullatore, del tostapane e dell’apparecchio per l’aerosol – perché le scatole possono sempre servire.
Altre volte io dico: “I documenti te li ho messi nello studio”, lui dice: “Le scarpe da tango te le ho messe nella cameretta”. Qualche volta litighiamo pure, io dico: “Senti, qua è ora che ci decidiamo che minchia è ‘sta stanza”, lui dice: “Lo dobbiamo decidere proprio mò?”.

La stanza risente della nostra confusione sulla sua identità, pare che ci stia dentro una sofferenza.
A tutti gli effetti, ho pensato ieri, è una sala d’attesa (nelle sale d’attesa, in fondo, non si soffre un po’?). Per questo motivo, ma in un modo che non ho ancora capito con chiarezza, è la stanza più importante della casa: lì ci stanno tutte le cose che aspettano di trovare posto, e qualche volta ci vado pure io, a ragionare e aspettare di capire mentre fumo una sigaretta, e allora la stanza diventa anche un pensatoio. Sto lì, e mentre fumo in piedi al centro del pensatoio osservo i miei libri, quelli che per comodità chiamo “libri di lavoro”, diversi dai “libri miei”, che invece sono perlopiù romanzi, quasi tutti tascabili, e stanno nella libreria in soggiorno (da questa parte gli americani – John Fante, però, in uno spazio solo suo, da quest’altra parte gli italiani contemporanei, e così via). I libri di lavoro li ho messi lì, nello studio, nel periodo in cui stavamo trasformando la cameretta in uno studio. Sono manuali di italiano per stranieri – “Un giorno in Italia”, “Espresso”, “Percorso Italia”, “Campus Italia”, “Contatto”, “Domani”, “Chiaro!”, e altri nomi cretini così, grammatiche, raccoglitori pieni di dispense, e poi ci stanno anche altri libri che servono a me per imparare, per esempio “Sillabo di italiano per stranieri”, “Immigrazione. Dossier Statistico 2011”, “Insegnare italiano a stranieri”, “Italiano come lingua seconda”, “Vedere per capire e parlare”, “Quadro comune europeo di riferimento per le lingue”, e altri nomi cretini così. Tutta roba, tanta, acquistata negli anni, che se me la rivendessi ci camperei per qualche mese buono. Invece non me la rivendo, la tengo lì ad aspettare, nei periodi in cui non lavoro.
Poi c’è anche un quadretto, una cornice a giorno da tre euro dentro cui ho messo un piccolo poster preso qualche anno fa al Goethe Institut, quando avevo cominciato a studiare il tedesco perché avevo avuto tanti studenti tedeschi e volevo iniziarmi alla loro lingua, come pegno d’amore: c’è il disegno di un uomo e una donna che si baciano, sopra di loro c’è scritto: “Conoscere più lingue avvicina i popoli”, e sotto di loro: “E le persone”. Non l’ho appeso al muro perché l’unica parete disponibile della stanza si rifiuta di farsi trafiggere dai chiodi: tu dai una martellata decisa, studiata, e il chiodo incontra una resistenza dietro il muro, che non si capisce cos’è, tu rimani col martello in mano, a fissare il chiodo tutto storto e la parete ostile, e senti una specie di dolorosa impotenza, una qualche verità che appare definitiva e, per questo, insopportabile.

Ho pensato, finché non riesco ad appendere questo quadretto di poco conto, che per me è tanto importante, questa stanza sarà sempre una sala d’attesa, dove ci mettiamo le cose che non sappiamo dove mettere e le cose che aspettano di trovare posto, e dove io vengo a fumare una sigaretta e ragionare, e pure a sragionare, mentre aspetto di capire che fare di certe cose mie, dei libri di lavoro, e del quadretto, soprattutto del quadretto, e della sua importanza.

Circoli e circoletti (e altre cose che non c’entrano niente)

Io ai festival letterari, alle feste del libro e della lettura, alle feste della piccola e media editoria, qualche volta ci vado. Sono, perlopiù, le uniche feste a cui vado di mia iniziativa, cioè senza essere trascinata da Le Sanglier o dagli amici, e ci vado pure perché, in questo tipo di feste qui, non mi sento costretta a imbottirmi la bocca di pizzette allo scopo di evitare lo zapping conversazionale, come di solito faccio alle feste – di compleanno, di matrimonio, di laurea, di dottorato, di Capodanno, di tutti gli eventi che uno ha da festeggiare, per ricordare a un certo numero di persone smemorate, e interessate a scroccare una cena, che lui compie gli anni, che si sposa, che si laurea, che diviene ufficialmente un disadattato, che oggi è il 31 dicembre e domani sarà il 1° gennaio – dove non vado di mia iniziativa.
Però, sarà perché sempre di feste si tratta, alla fine esco comunque un poco costipata anche dalle feste del libro, pure se non ho mangiato niente. Quest’anno, mi sono detta, vorrei capire perché.

Lo scorso fine settimana stavamo, io e Le Sanglier, all’Auditorium Parco della Musica, a Roma.
Qui ogni anno, da qualche anno, ci fanno questa Festa del Libro e della Lettura.
Quest’anno ci sono tornata, dopo uno o due di pausa per digerire l’ultima edizione a cui ero stata, perché volevo ascoltare Marco Lodoli parlare del suo nuovo libro e perché volevo ascoltare Nanni Moretti che leggeva Parise.
L’Auditorium Parco della Musica, lo dico per chi non c’è mai stato, è un bel posto in sé, cioè in quel sé progettato da Renzo Piano; lo è almeno il sé interno (il sé esterno fa pensare più a un’enorme navicella spaziale, o a un mostro a tre teste, che a un posto dove la gente va ad ascoltare concerti, però questa è un’idea mia, che di architettura non ci capisco niente). L’Auditorium Parco della Musica, poi, si trova in mezzo al nulla, ed è un nulla piuttosto ampio che sta nel quartiere Flaminio, tra il Villaggio Olimpico e la collina dei Parioli: ci vai solo se sai che esiste o se abiti ai Parioli (o se sei uno che s’imbuca a tutte le feste). Io e Le Sanglier non abitiamo ai Parioli. Non abitiamo nemmeno a Roma, ma a Bagni di Tivoli (o Tivoli Terme, dipende se devi dire la fermata del treno o il nome sul cartello all’ingresso del paese, e bisogna fare attenzione a dirlo a chi ti viene a trovare per la prima volta e non conosce la zona, perché se viene in treno devi dirgli “Scendi a Bagni di Tivoli, stiamo a cento metri dalla stazione”, se viene in macchina devi dirgli “Arriva a Tivoli Terme, stiamo a un chilometro dal cartello”. C’è chi, cercando la nostra abitazione, si è perso e non se n’è saputo più nulla). Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme sta un po’ a Roma e un po’ no (ma più no), nel senso che sta in provincia di Roma ma nel comune di Tivoli ed è esattamente il primo paese in provincia di Roma, sul versante est, a partire dal quale scatta la distinzione fra perimetro urbano e non: significa che l’abbonamento mensile ai mezzi pubblici costa cinquantanove euro e cinquanta centesimi invece di trentacinque, cioè che un abitante di Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme bestemmia ogni volta che con il treno transita a Lunghezza, paese di confine tra zona A del Lazio (Roma capitale) e zona B (non-Roma capitale, ma ci stanno anche zona C, D, E e F, a ricordare che c’è sempre chi sta peggio). Finisce, insomma, che l’abitante di Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme, ogni volta che il suo treno ferma a Lunghezza, che sta più o meno a cinque o sei chilometri da casa sua, esclama: “Se abitavo a Lunghezza, pagavo ventiquattro euro e cinquanta centesimi di meno, mortacci vostri!”. Insomma, la tua appartenenza attiva alla vita di Roma capitale, anche se lavori a Roma capitale e ci vai tutti i giorni in treno, è discutibile.

Tutto questo non c’entra nulla con l’Auditorium Parco della Musica, ed è esattamente per questo che lo trovo significativo: non entrandoci nulla, c’entra col fatto – credo – che, quando ci vado, mi sento un po’ estranea e un po’ straniera, e un grumo di fatica a partecipare alle festicciole lo sento anche lì.
L’Auditorium progettato da Renzo Piano, dicevo, è un bel posto in sé e ci fanno anche delle belle cose: concerti, soprattutto, ma anche gli altri eventi normalmente catalogati alla voce “culturali”, tra cui, appunto, la Festa del Libro e della Lettura. Queste belle cose, di solito, attirano comprensibilmente un sacco di gente che abita lì vicino, quindi gente che abita ai Parioli. In buona misura si tratta, mi pare, di signore di mezza età profumate di cipria e avvolte in uno scialle di pura seta che, oltre all’abbonamento mensile ai mezzi pubblici di Roma capitale (zona A), hanno anche un abbonamento annuale agli eventi culturali dell’Auditorium, di cui si servono quando la sera e il fine settimana s’annoiano a casa, o quando desiderano mostrare agli amici la loro copia autografata dell’ultimo libro del grande scrittore del momento. Questa, almeno, è l’idea superficiale, parziale, certo stereotipata e forse anche superata (però le signore incipriate che venivano da lì vicino ci stavano, non è un’idea superata, non è nemmeno un’idea, è proprio puzza di cipria e frullo di seta) che mi sono fatta io, che non sono originaria né di Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme né di Roma capitale, ma ho abitato da abruzzese ignorantella a Roma capitale per tre anni, prima alla Magliana, dove stanno gli immigrati, poi sulla Prenestina, dove stanno gli  immigrati, ed è un’idea che mi sono fatta osservando un po’ Roma e un po’ i romani, i quali, peraltro, me l’hanno confermata in molti. Flavia Gasperetti, invece, ha fatto di più, decidendo di farmi dono di una sua descrizione illuminante del quartiere Parioli, come solo lei poteva fare e come secondo me dovrebbe fare presto anche in un suo post su The Brain that Drained. Interrogata da me sull’argomento, Flavia ha esordito così: “Il mio dentista aveva lo studio a Piazza Euclide, sede della più brutta chiesa del mondo, sembra una torta di merda che si sta squagliando dalla base in su” e ha concluso così: “Insomma, la desiderabilità del quartiere Parioli non sta nell’essere un bel quartiere, anzi, parti di esso sono decisamente brutte, ma solo nel fatto che da esso è stata bandita la vita normale, quella di tutti gli altri” (tutto quello che sta in mezzo lo tengo per me, come privilegio di quella che potrebbe essere l’anteprima di uno scritto prezioso).

Il pubblico fa l’evento e non il contrario, mi sono detta l’altro giorno. Se non è così sempre, è così almeno all’Auditorium, dove una cosa che potrebbe essere fatta in molti modi, viene fatta in un modo soltanto, ed è un modo che può piacere al pubblico, indubbiamente coltissimo, dell’Auditorium: composto, ma di una compostezza affettata che nulla ha a che fare con la sobrietà di una ragione umile, decentrata rispetto a se stessa e allenata a osservare le realtà. Secondo me lo pensano anche Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, che quando ci hanno fatto uno dei loro concerti la settimana scorsa per presentare il loro nuovo album “Banda larga”, apparivano piuttosto a disagio davanti a una platea non gremita e a gallerie semivuote: lei cercava di interagire con il pubblico, il pubblico guardava per terra come i ragazzini interrogati a scuola; lui e il suo contrabbasso facevano il salto mortale con triplo avvitamento in una canzone nuova, scritta da lui e dalla Magoni, il pubblico faceva un applauso contenuto e compito, con le mani giunte in preghiera (bisogna dire, però, che quando hanno proposto la loro versione di “Bellezze in bicicletta”, sono venute le convulsioni a tutti quanti, pure alle signore incipriate, come agli astemi quando bevono).

Insomma, non lo so, però alla Festa del Libro e della Lettura non mi sono divertita nemmeno quest’anno, o forse mi sono divertita un po’ solo quando ho visto bimbetti di sette, otto anni, raggomitolati per terra sopra un’Europa di stoffa, a scriverci le loro poesie preferite copiandole da un libro che facevano fatica a tenere aperto con una mano, mentre portavano il segno. Ce n’era uno con gli occhialetti rossi che era lui stesso una storia da raccontare (magari era un composto pargolo pariolino, non lo so, però era bello da guardare mentre leggeva e scriveva Il caso di Martin Auer – l’avrà scelta lui?).

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Marco Lodoli ha parlato del suo ultimo libro e nessuno gli ha chiesto niente, nemmeno io quando ho visto che lui aveva fretta di andarsene – ci metto tempo a formulare una domanda ad alta voce da rivolgere a uno sconosciuto in un ambiente dove non mi trovo completamente a mio agio, però avrei voluto chiedergli certe cose sulla lingua, quella bella lingua in cui ha scelto di scrivere Vapore.
Nanni Moretti, che per una volta non era Nanni Moretti ma solo uno che legge libri per qualcun altro, ha letto qualche passo dei Sillabari di Parise e di Caro Michele della Ginzburg. Poi, della Ginzburg, ha letto anche una postfazione ai Sillabari di Parise, una bella pagina in cui s’interrogava, pure lei, su fatti di lingua, quella lingua che – io penso – è l’unica faccenda seria che fa di un libro un libro e che rende tutti partecipi di qualche cosa, e allora mi sono sentita meglio, un po’ meno estranea e un po’ meno straniera, e forse ho capito perché, anche se le feste non mi piacciono, finisco sempre con l’andarci: perché un po’ spero, spero sempre che quella volta andrà meglio.
Poi ha letto anche un brano delle Pagine postume pubblicate in vita di Musil, dicendo al pubblico dell’Auditorium: “Non c’entra niente, ma avevo piacere di leggervelo”.

Il brano di Musil scelto e letto da Moretti che per una volta non era Moretti è questo qui e, secondo me, con le feste c’entrava moltissimo.

Re: Buon compleanno, Tornasole

Caro Tiziano,

comincerò dalle cose più semplici, dunque dai rituali convenevoli, ringraziandoti per aver voluto sostenere le fatiche della processualità multipla: scrivere una lettera e guardare Sanremo richiedono, infatti, un indubbio sovraccarico sensoriale e, a mio avviso, rivelano anche una capacità notevole di negoziazione.
È una capacità, questa della negoziazione, che ammiro molto e che a me, come tu hai intuito, manca quasi del tutto (quasi, perché me la devo proprio far venire quando mi capita di trovarmi in un’aula con una ventina di studenti universitari europei e asiatici messi insieme a imparare l’italiano. Ma questa, lo so, è un’altra storia, e non vale).

La tua lettera mi ha messo in difficoltà quasi subito.
Se il compromesso è, come dici, qualcosa che difficilmente si riesce a scorgere nelle mie pagine dev’essere, credo, perché in queste pagine ho sempre confidato affinché mi sollevassero da quella pena che il compromesso chiede nella quotidianità estranea alla vita di un blog.
L’assenza, effettiva o presunta, totale o parziale, del compromesso in Tornasole, è un bene, un male? È un male, ti rispondo, solo nel caso in cui l’autrice di Tornasole cominci a sospettare che qualcosa delle proprie intenzioni – scrivere bene su un blog passibile d’essere letto da un numero di lettori variabile, cioè sperabilmente crescente – non stia funzionando, cioè nel caso in cui il risultato effettivo diverga dalle attese personali per ragioni che sembrano legate all’incapacità di trovare un compromesso. Perciò, decidendo di tenere questa chiave di lettura: se Tornasole vuole essere letto da quindici lettori e invece è letto da dieci perché non sa o non vuole trovare un compromesso con gli altri cinque, è senz’altro un male. Però non penso di morirne, temo di più il catarro nei miei polmoni di fumatrice.

Definire il compromesso da trovare rispetto ai ritmi dei social network è un’operazione complessa e rischiosa per una persona, come me, poco competente in materia. Intendo: uso molto e volentieri i social network, però non ho la buona abitudine di riflettere sull’uso dei social network. Ora, mancandomi una metalinguistica dei social network, non so se un blog possa correttamente definirsi un social network. Posso dire, in ogni caso, d’averlo privilegiato perché, tra i tipi di testualità messi a disposizione dagli innumerevoli servizi della rete, quello del blog si avvicina di più ai miei interessi – scrivere per qualcuno che sia disposto a leggere quello che scrivo e come lo scrivo – e alle mie esigenze – scrivere godendo di ampio spazio (e pure della possibilità di scegliermi, gratuitamente o a un costo ridotto, il web layout che mi piace. Tu lo trovi poco accattivante perché il template è troppo bianco, perché il font affatica la lettura, o perché non ci sono le figurine? È importante per me capire questa questione del layout). Sì, di solito mi serve molto spazio. Non sono sicura che l’ossessione digitale della sintesi sia una buona cosa a priori: quella di addensare contenuto è certamente una grande abilità, ma non ritengo che vada impiegata in maniera indiscriminata. Ci sono cose fatte per essere dette e lette in un modo, cose fatte per essere dette e lette in un altro. Mi pare che nella rete ci sia posto per tutte queste cose. Però magari mi sbaglio.

Chi è il mio lettore? Questa mi sembra la tua domanda più efficace, che probabilmente risolve da sola tutta la tua lettera e la mia insieme. È una domanda che sempre bisognerebbe farsi prima di mettersi a scrivere, perché spesso è l’individuazione consapevole del lettore a determinare la scelta di cosa e come scrivere. Il mio lettore è, innanzi tutto e in modo banale, uno che non si fa spaventare facilmente dall’eventuale lunghezza di un testo scritto. Quindi, immagino, è anche uno avvezzo a una certa familiarità con i testi, e pure con le librerie (però non soltanto con la vetrina delle novità). Poi è uno che legge molti blog e che li legge con piacere, grato alla rete per questa bella illusione di democrazia comunicativa che ci ha resi tutti blogger. Insomma il lettore di Tornasole è uno che legge, quindi un lettore.
Idealmente, e quindi secondariamente,  il lettore di Tornasole è pure uno che scrive (quindi uno scrivente o uno scrittore, entrambi. La differenza tra i due, però, non mi è più così chiara), perché, se pure lui scrive, io posso sperare di imparare un po’ anche da lui. Anche lui, infatti, si sarà interrogato, come me e come te, su questa questione del “labor limae” – che, a mio giudizio, non equivale, o non equivale sempre, a ottenere brevità. Lo snellimento di un testo si può ricercare, per esempio, in una scelta di lingua, e solo se il testo lo chiede: non lo chiede sempre.
Secondo me, quando uno scrive, dovrebbe scrivere di ciò che gli è più familiare, di ciò che pensa di conoscere meglio, e seguire quella traccia, come il cane un odore, allenandosi a stargli dietro. Che la traccia lo porti a scrivere su un blog letto da dieci lettori o a essere pubblicato da Einaudi o Feltrinelli (ed essere letto da venti lettori), questo non lo deve distrarre dalla sua responsabilità nei confronti dell’atto di scrivere, che mi pare in definitiva l’unica cosa importante. Scrivere per qualcuno che legge, s’intende sempre, perché davvero non riesco a credere, né mi sforzo di farlo, che individui non affetti da gravi patologie vogliano scrivere solo per un amico immaginario. Anche su questo posso sbagliarmi, però, se mi sbagliassi su questo, credo che continuerei lo stesso a pensarla così.

Infine, ma forse avrei dovuto dirlo in principio, il mio lettore è pure uno che spesso non ha un cazzo da fare. Però, rispetto a questo fatto qui, non potrò mai competere con gli utenti di Facebook e Twitter. Me lo sento.

Non essendo pratica di saluti e baci sparsi a mo’ di congedo epistolare, voglio salutarti a modo mio, non meno sincero, allegando a questa lettera il link a un post di uno che sa dire le cose molto meglio di me, scegliendo con cura le parole e il loro numero (altino pure il suo). Spero che la sua lettura possa essere per te gradevole e ricca di spunti come lo è stata per me, cioè come un buon bicchiere di Nero d’Avola maturato in ottime botti di rovere.

Morelle

Il giorno dei blogger #2. Gente affidabile

“Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti”
(in Pedro Almodóvar, Tutto su mia madre)*

Dicevo, già da un po’ di tempo avevo voglia di scrivere a modo mio, dunque in un modo noiosissimo e sincero, un post sul fenomeno dei blog, per nulla superato, solo già largamente discusso, che è diverso.
L’occasione è arrivata in modo inatteso e con un pretesto piuttosto marginale che, in parte, mi mette un po’ a disagio. Mi mette un po’ a disagio perché io sono una che partecipa raramente ai giochi di gruppo e quella che alle feste, quando ci va (perché “se non vieni sei la solita asociale del cazzo” e allora ogni tanto bisogna andarci per disorientare e disorientarsi un po’ su chi si è o non si è), sta vicino al buffet e si riempie la bocca di pizzette per ridurre a livelli sostenibili l’eventualità di interagire, ma anche perché, devo proprio dirlo, finora ho sempre trovato più pizzette gustose che invitati gradevoli. Chi mi conosce lo sa, e chi non mi conosce e legge con regolarità questo blog l’ha intuito. Ciascuno se n’è fatto una ragione e, se non se l’è fatta, non sarà arrivato fino a questo punto della lettura del post, perciò, a questo punto della lettura del post, siamo ormai tra intimi – amici in senso stretto e amici in senso blogger – e nessuno si stupirà se dico che l’idea di ricevere addirittura un premio, di qualunque natura e portata (fatta eccezione per quelli di natura monetaria, ma purtroppo questo non è ancora successo), m’interessa assai poco. Però è successo.

WonderDida, la briosa autrice di Bighi in Shanghai, nonché l’unico individuo della Blogosfera che abbia avuto in passato l’audacia di intervistare via e-mail il mio personaggio Le Sanglier, ritiene che questo sia un blog “affidabile” e ci ha tenuto a dirlo in un suo recente post. Ora, io sull’affidabilità avrei molto da dire, ma me ne terrò alla larga. Per questa volta decido di partecipare al gioco e di mangiare un paio di pizzette in meno, perché l’occasione mi pare buona e perché posso farlo restando a casa in tuta e ciabatte. Perciò ringrazio WonderDida per la sua stima, che, come lei sa già, è una stima reciprocamente alimentata, al di fuori di premi e catene di Sant’Antonio.
Da quanto ho capito, sono invitata a segnalare a mia volta, se mi va, cinque blog che mi piacciono (e pertanto “affidabili”, è chiaro). In realtà, ai blog che mi piacciono particolarmente (e pertanto “affidabilissimi”, è chiaro) ho già dedicato una sezione nel menu laterale di questo blog, Segnalibri web, dove c’è il link ad alcuni di quelli che considero i loro migliori post. Se però il conferimento del premio “Blog affidabile”, riconoscimento istituito da non ho capito bene chi, può servire a dare loro maggiore visibilità – ma si tratta di blog già piuttosto letti, per cui non credo che ne abbiano bisogno – lo faccio con entusiasmo.
Pur essendo blog piuttosto letti, la mia impressione è che non lo siano ancora abbastanza. La Blogosfera nasconde autori e autrici per i quali sarebbe da prendere in considerazione una nuova edizione de La notte dei blogger. Però mi scusi, Lipperini, Il giorno dei blogger sarebbe oggi più verosimile perché, per favore, certi puntigli sono importanti e quindi irrinunciabili: nel 2004 Lei scriveva: “è di notte che molti, moltissimi blog vengono aggiornati” (p. XII), ma nel 2012 molti, moltissimi blogger sono precari o disoccupati (o co.co.pro., cioè a volte sono precari e a volte sono disoccupati) e hanno molto, moltissimo tempo per scrivere di giorno.
La prefazione la scriverei volentieri io, se fosse possibile. M’impegnerei seriamente a cercare di elaborare una stronzata all’altezza della situazione.

Ecco dunque le mie cinque letture affidabili, cioè imprescindibili per chi ami la lettura di stronzate scritte bene, benissimo. In libreria o nel web, stanno tutte là in fondo, in basso a sinistra.

Aciribiceci, di O’ Reilly
Bighi in Shanghai, di WonderDida
Diecimila.me, di AA.VV.
In coma è meglio, di Astutillo Smeriglia e Emanuelesi
The Brain that Drained, di Flavia Gasperetti

Il blog Personalità confusa è stato escluso dalla selezione, per la sola ragione che il suo autore è stato pubblicato nella citata antologia einaudiana del 2004, perciò si è già trovato presumibilmente in un punto ben visibile della libreria, almeno per qualche tempo.

* [Aggiornamento: L’amica e collega, e punto di riferimento in terra britannica, Eleanor Andrews mi fa giustamente notare l’inesattezza della citazione iniziale dal film Tutto su mia madre, precisando che quella originale è da Tennessee Williams, A Streetcar Named Desire. Ho un debole per le precisazioni]

Il giorno dei blogger #1. Là in fondo, in basso a sinistra

Nel 2004 Loredana Lipperini ha scritto una prefazione a La notte dei blogger (Einaudi), un’antologia di racconti firmati da alcuni dei migliori blogger italiani che già da qualche anno popolavano la rete. Si trattava soprattutto di scrittori non (ancora) consacrati da una casa editrice, non battezzati da una pubblicazione cartacea di ampia, o comunque considerevole, diffusione. Perché, sostanzialmente e malgrado i profondi cambiamenti che la rete ha portato nell’editoria e nelle modalità di fruizione di testi, la linea di demarcazione tra uno scrivente e uno scrittore continua, mi pare, a essere il libro, quello di carta che trovi in libreria – in quale punto della libreria, in quali quantità di copie e con quale grado di visibilità per i lettori, dipende da molte cose e da alcune persone. Questo, cioè il fatto che uno scrivente approdi in libreria e finalmente diventa uno scrittore, non lo trovo affatto spiacevole, anzi: la carta ha un odore buonissimo, ogni casa editrice ha il suo, o meglio, i suoi, perché variano anche in base alle collane. Più spiacevole è, semmai, osservare che spesso molti validi blogger scrittori – o scrittori blogger, come si preferisce – restano confinati nei labirinti del web, mentre le librerie tendono ad affollarsi di stronzate scritte male, che sono molto peggio di una stronzata scritta bene, perché una stronzata scritta male ci impoverisce tutti e questo ci dovrebbe intristire (ma evidentemente non lo fa abbastanza), mentre una stronzata scritta bene ha qualche speranza in più di fertilizzare la terra e la Terra. Ma questa qui è una faccenda complessa e a me non piace dilungarmi (questo blog, caratterizzato da post sempre brevissimi e di piacevole lettura, ne è una prova evidente). Però mi sento di suggerire che le stronzate scritte malissimo, di solito, si trovano all’ingresso della libreria, o comunque collocati in punti ben visibili ai clienti.

Nella sua prefazione del 2004, una stronzata scritta benissimo, la Lipperini scriveva:

Poi arrivarono i blog. In quattro anni quelli italiani sono passati da poche centinaia a centinaia di migliaia, mille nuovi ogni mese, milioni di pagine web dove è possibile raccontarsi e leggere i racconti degli altri. […] Internet ha permesso cose importanti, per la letteratura: non soltanto poter leggere libri gratuitamente sulla rete, e non soltanto utilizzare la rete, come fanno molti editori di area anglosassone, per pubblicizzare volumi attraverso microspot pensati per il web. Questo è assolutamente il meno. La parte più interessante di quella che viene chiamata Click Lit è la creazione, e il consolidamento, di una realtà critica indipendente e molto più vasta da quella titolata. Basti pensare, ed era solo l’inizio, alle recensioni dei lettori che appaiono da anni sul sito di Amazon e che hanno reso anonimi navigatori più importanti e vezzeggiati di una penna accademica. I loro nomi non si ricordano. Ma è esattamente questo il punto: quella che si va clamorosamente affermando è una forza collettiva. Una capacità, da alcuni prevista, di condivisione. (pp. X-XII)

Sull’idea di forza collettiva non sono sempletamente d’accordo, perché il narcisismo trasudato da ogni blogger in piena regola – ma, pure la Lipperini lo ricorda altrove nella sua prefazione, il narcisismo è un fatto antico e ne è affetto chiunque (possiamo aggiungere che oggi è rilevabile in forme assai più moleste di quella dei blogger) – non mi pare compatibile con questa idea di collettività. Tuttavia è vera una cosa: i blogger ululano come cani e lupi. Detta così, me ne rendo conto, potrebbe suonare poco lusinghiero nei confronti dei blogger (o dei cani e dei lupi, dipende dai blogger, perché è vero pure che ci sono blogger e blogger). Voglio dire che l’ululato di cani e lupi è una modalità comunicativa condivisa, segnala la propria presenza su un territorio, riunisce, influenza, richiama, ognuno con la propria voce. Perlopiù non ci conosciamo di persona (e, spesso, è meglio così), ma ci leggiamo con un’assiduità che non accorderemmo nemmeno ai compagni di letto.
In questo senso, quella dei blogger è certamente una forza collettiva. Utile a chi e come, non l’ho ancora capito. Dipende, anche questo, dalla propria collocazione nel web. Che so, diciamo là in fondo, in basso a sinistra?

[continua]

Un cappuccino senza cacao per Francesco Piccolo

In questi giorni nutro un solo desiderio. Cioè, oltre al desiderio di una costosa vacanza di due settimane in un posto molto lontano dove non sono mai stata, oltre a quello di una casa mia a Roma invece che di un appartamento in affitto a Tivoli Terme, oltre a quello di lavorare in maniera pressoché continuativa (e non coordinata) in uno o due posti invece che in maniera pressoché coordinata (e non continuativa) in cinque o sei, oltre a quello di eliminare dal mio campo visivo e uditivo un numero considerevole e sempre crescente di persone, oltre a quello di imparare a coltivare la terra e ritirarmi dal consorzio umano e dalle minuzie della quotidianità cittadina, nutro un solo desiderio: essere Francesco Piccolo. Cioè, essere io, ma scrivere come se fossi Francesco Piccolo.
Non essendo ciò possibile, mi aiuto a stare al mondo leggendo quello che scrive. È chiaro che non è la stessa cosa. Può darsi che sia anche meglio, non saprei. Uno di solito, a questo punto della conversazione, cioè il punto in cui il suo condotto uditivo viene stimolato da un inatteso o ingiustificato comparativo, interviene prontamente e dice “Non è meglio o peggio, è diverso”. E io mi incazzo perché, più in generale, con questa storia che una cosa non è migliore o peggiore di un’altra ma è diversa, vogliamo intorpidire il desiderio di quelli che non si accontentano. Chi si accontenta non gode per niente, si accontenta e basta.
Io non mi accontento. Però, nel frattempo, leggo. Leggo soprattutto Francesco Piccolo. Mi piace leggerlo al parco, qualunque parco di Roma, con una panchina per letto, la borsa per cuscino e il fogliame degli alberi per tetto.
Solo che, a un certo punto, un punto che arriva dopo un tempo che, conteggiate le ore di chiusura dei parchi, va da uno a tre giorni, il libro finisce. Allora ne comincio un altro, a metà tra la voracità e l’apprensione, un po’ come quando mangi un piatto che ti piace moltissimo ma che non può mai essere fatto ogni volta allo stesso modo e, perciò, non sai se sarà buono come quello che hai mangiato la prima volta che t’è piaciuto, oppure come quando prendi un’altra porzione di bucatini all’amatriciana e ti chiedi “Mi farà mica male?”. Insomma sai che, a un certo punto, devi smettere. Devi fare altre cose. Per esempio, alzarti dalla panchina e uscire dal parco prima che chiudano. Riprendere la metro A, imbottita di gente come un panino di prosciutto (quello che ti fai a casa da solo, altrimenti è una costosa metro A con una fettina striminzita e ciò, malgrado adesso il biglietto costi un euro e cinquanta e non più un euro, è raro).
Ecco, è questo che non m’è mai piaciuto, oltre ad accontentarmi: smettere di fare una cosa che mi piace. O continuare a farne una che non mi piace. O anche ostinarmi a farne una che non mi riesce, per esempio scrivere un post godibile in questi interminabili giorni di questa ingodibile estate.

Comunque, vorrei dire a Francesco Piccolo che qui vicino a casa mia – che non è casa mia, ma è un appartamento in affitto – c’è un bar dove, quando ordini un cappuccino, ti chiedono ancora se lo vuoi col cacao. Cioè, qui l’evoluzione della polvere di cacao nel cappuccino si trova ancora al suo secondo stadio e, nel caso specifico di questo bar, la barista non impugna nemmeno la saliera obesa di cacao mentre s’informa sulla tua preferenza: te lo chiede mentre è ancora intenta a prepararti il cappuccino e, ciò è senz’altro da rilevare, lo fa voltandosi lentamente verso di te addirittura con una gentilezza mista a un inspiegabile timore (mi domando: che Francesco Piccolo sia passato in questo bar?). Però non dice “cacao”, dice “cioccolato”: “Ci vuole un po’ di cioccolato?”. L’ho sperimentato personalmente questa mattina. Mi pare un dettaglio non di poco conto, per chi è solito fare qualche resistenza. O, perlomeno, per chi non ami il cacao, o il cioccolato, nel cappuccino. Se per caso un sabato, o una domenica mattina, Francesco Piccolo si trovasse a passare sulla via Tiburtina che collega Roma con Tivoli – sebbene, me ne rendo conto, dovrebbero esserci buone e valide ragioni per farlo, e io non saprei suggerirne neppure una, fatta eccezione per certe bellezze archeologiche delle quali, tuttavia, il Comune di Tivoli pare curarsi assai poco, per cui, in definitiva, dovrebbero esserci buone e valide ragioni del tutto personali che, presumibilmente, non si è ben disposti a dichiarare – e avesse voglia di un cappuccino a colazione, ecco, sarei felice di segnalargli un bar dove la sua giornata potrebbe cominciare libera da tensioni muscolari. Almeno da quelle legate all’inammissibile sopruso del cacao non richiesto nel cappuccino.