Rileggere Caos calmo, e non trovare il caos

Allora, mi è capitato di rileggere Caos calmo, di Sandro Veronesi.
Le riletture, si sa, hanno sempre delle insidie che le prime letture non hanno (ne hanno altre, forse): quando rileggi, può essere dopo anni o dopo mesi o anche dopo poche settimane – conosco alcuni nevrotici che ricominciano subito da capo, io non mi ricordo di averlo mai fatto, ma solo perché ho altre nevrosi, – è già passato del tempo, hai letto altre cose, ti è successa un’altra porzione di vita, sei cresciuto, sei invecchiato, sei tornato bambino, insomma: sei poco o molto cambiato, ma sei senz’altro cambiato. Ed è cambiato anche il tuo essere lettore. Allora può succedere che certi libri che avevi letto e dei quali ti eri perdutamente innamorato, un giorno non ti rapiscono più, oppure può succedere che certi libri che avevi letto e ai quali non ti eri particolarmente interessato, un giorno ti lasciano senza fiato e ti fanno dire: come ho potuto non accorgermene prima?
Qualcosa di simile accade col via vai di persone nella nostra vita, amori soprattutto, ma anche amicizie (la famiglia no, quella sai che è una e non va, viene e basta, perciò, se non ti piace da subito, a un certo punto trovi il modo di fartela piacere, sennò avrai una vita difficile).
Una delle ragioni per cui, almeno fino a questo momento, non ho mai trovato il coraggio di rileggere John Fante, che è stato per me come sono gli amori giovanili: travolgenti, sanguigni, acuminati, feroci, e anche vagamente deliranti, è che ho paura della prima possibilità, che è una possibilità sempre valida anche per gli amori giovanili (soprattutto per gli amori giovanili). Perciò l’ho conservato come certe memorie che non hai animo di rivisitare.

Caos calmo, invece, l’ho letto la prima volta nel marzo del 2007. Lo so con questa precisione perché per un lungo periodo ho avuto l’abitudine di annotare a matita sulla prima pagina dei libri il mese e l’anno in cui li leggevo; è un altro tipo di nevrosi, ma pare che se ne sia andata da sé. Mi era piaciuto, Caos calmo, ma non moltissimo. Intendo: non avrei detto di Caos calmo “Questo è tra i libri che hanno cambiato la mia vita” (che i libri possano cambiare la vita di chi li legge, è forse da mettere in discussione? Se sì, non in questo blog). L’ho riletto sulla spinta irrefrenabile di una tentazione squallida e farabutta: quella di spiare la scrittura di Veronesi in questo libro di 451 pagine, la stessa tentazione che, parallelamente, mi ha portato a rileggere, ma solo qui e là, pagine di altri libri che ho a casa, De Luca, Lodoli, Piccolo, De Silva, Piersanti, Pascale, Kristof, Szabó, Roth, Auster (gli ultimi quattro, però, in traduzione italiana). Cioè ho fatto una cosa molto brutta: ho riletto per farmi i fatti dello scrittore, non per godermi il mio tempo di lettrice, che secondo me è un tempo da privilegiati, il migliore che uno possa avere oltre a pochi altri.
Comunque, nonostante la rilettura inquinata dalla bassezza delle mie voglie e della mia curiosità torbida, mi sono goduta lo stesso Caos calmo, al punto di dire alla fine “Questo è tra i libri che hanno cambiato la mia vita” (con l’aggiunta a voce più bassa “Ma non subito. Non è stato un colpo di fulmine”).

Solo che, e qui sta il succo della faccenda, non l’ha cambiata per la storia – un uomo, come si dice, “di successo”, affermato nel proprio lavoro, benestante, padre di una bambina e compagno di una donna che lo ama, un giorno si ritrova vedovo – né l’ha cambiata per la scrittura di Veronesi che, a dirla tutta, in questo libro mi risulta qui e là un poco indigesta, diversamente da quella di alcuni suoi racconti in Baci scagliati altrove che ho amato moltissimo. Una scrittura, quella di Caos calmo, che in alcuni punti mi appare, come dire, troppo drappeggiata, anzi vistosamente “stilista”, che è la parola che lo stesso personaggio protagonista usa per definire subito, già nella prima pagina, il suo approccio alla vita, e la usa in coppia con “prudente”. Senz’altro una scelta attenta di Veronesi, che è uno scrittore serio: personaggio stilista, scrittura stilista. D’altra parte, se il tuo personaggio è un uomo istruito, fa il direttore di un’importante pay-tv, vive in bel quartiere di Milano, viaggia molto ed è abituato ai linguaggi sostenuti di certi ambienti, non puoi farlo esordire come un pescivendolo dei mercati rionali, se non in alcuni momenti, quando resta da solo con se stesso, si innervosisce o litiga con il fratello, o quando si sbottona anima e pantaloni. Magari questo puoi farglielo fare più avanti, appena poche pagine dopo, per esempio mentre si ritrova ad avere un’inattesa erezione durante il salvataggio disperato, «a gran colpi di cazzo sul culo», di una donna sconosciuta che sta annegando: un’esca preparatoria, questa scena formidabile, per il capitolo 32, più di trecento pagine dopo, dove lui si inchiappetterà (letteralmente) la stessa donna sul prato di casa. Ma non prima, non subito. Prima ci si presenta bene, composti, poi, quando si è creata intimità, quando la familiarità è scoccata, possiamo fare i rutti insieme. Va benissimo così, è come deve essere.

Non tanto la storia, dunque, e non tanto lo stile – che poi sono tutt’uno, – che cosa allora? Il piano di lavoro. Perché dietro queste 451 pagine c’è un lavoro di pianificazione immenso, e mica perché, banalmente, sono 451 pagine, no: perché per mantenere sospesa ad altezze elevate un’ispirazione quasi costante, ci vuole un’idea chiarissima di quello che stai facendo, uno stato di grazia del pensiero unito a metodo e tenacia.
Nei ringraziamenti finali, Veronesi dice che per scrivere questo libro, capitolo dopo capitolo, ci ha messo quattro anni e mezzo. Quando ho letto questa cosa la prima volta, mi ricordo che ho pensato: addirittura? Stavolta, invece: solo? Non posso fare a meno di considerare, comunque, che, in quei quattro anni e mezzo di lavoro, Veronesi era già Veronesi, cioè uno che – immagino, suppongo – per scrivere un libro può prendersi tutto il tempo che vuole e che gli serve, senza morire di fame, senza urgenze, con calma, e intanto l’editore aspetta con pazienza (così ha fatto Elisabetta Sgarbi, dice lui nei ringraziamenti): perché i lettori aspettano un libro di Veronesi, e fanno bene ad aspettare. Tuttavia, resta lo stupore: solo quattro anni e mezzo? No, perché, voglio dire: per concepire una storia, che copre grosso modo una sola stagione, dalla fine dell’estate agli inizi dell’inverno, in cui un uomo perde la propria compagna nello stesso giorno in cui sta salvando una sconosciuta in mare, e da quel momento in poi si piazza tutti i giorni davanti alla scuola della figlia aspettandone l’uscita, e i colleghi di lavoro, i familiari, gli amici cominciano ad andare a fargli visita alla panchina dove passa la maggior parte del tempo, che è un tempo lento, dilatato, centellinato, molto pensato e poco agito, spesso monologato e poi di colpo magistralmente dialogato, ci vuole un sacco di tempo. E, comunque, nemmeno il tempo è tutto (se il tempo a disposizione fosse tutto, con la disoccupazione che c’è in giro oggi, sai quanti bravi romanzieri a ogni angolo della strada a scrivere con una mano e chiedere l’elemosina con l’altra, tutti poderosi, tutti imperdibili, tutti necessari?). Ci vogliono lucidità, resistenza, concentrazione, e tensione verso un punto all’orizzonte. Poca scuola, molta vita vissuta. Oh, poi, detto proprio di sfuggita, appena accennato: ci vuole pure talento. Qualunque cosa esso sia.

[Mi pare chiaro che questo post non è una recensione: è un post. E, se ho detto qualche cosa che è stato già detto, non sarebbe nemmeno la prima volta: arrivo sempre un poco in ritardo sulle cose, e pazienza]

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Poesia dorsale 2.0

A seguito di un rapido esame dei dati statistici relativi ai visitatori di questo blog, mi sono trovata di fronte a scoperte inattese e assai interessanti sui termini maggiormente inseriti nei motori di ricerca che portano l’utente della rete a imbattersi nelle storie di Morelle Rouge.
Tutti quelli che hanno un blog nutrono questa curiosità.
Tutti quelli che hanno un blog e un disturbo mentale, poi, ne restano ispirati e ci scrivono un post.

Dopo il rituale brainstorming sulle possibilità di sfruttamento dei dati acquisiti dal mondo conoscibile, e dopo averne tratto ispirazione profondissima, avevo dapprima considerato l’ipotesi di scrivere un post interamente dedicato a scandagliare la fenomenologia del “pompino”, essendo questo risultato il termine maggiormente ricercato dagli utenti della rete finiti per sbaglio in questo blog. Responsabile di aver attirato l’attenzione dei curiosi e delle curiose del “pompino” dev’essere stato senz’altro un post in cui si accennava alla mirabile interpretazione di Valeria Golino nel film “Controvento”. Così vanno le cose, da noi: uno cerca di scrivere un bel post, gli scappa di chiamare le cose col loro nome (“pompino”) e subito una massa di malintenzionati viene a dare un’occhiatina al suo blog; insomma, con le parole bisogna stare sempre attenti, lo sappiamo tutti, ultimamente pure Battiato.

Titillandomi con l’allettante opportunità di elaborare un’ode al “pompino”, dicevo, avevo pensato di scrivere un post mirato, vorrei anzi dire teso, a soddisfare al massimo gli interessi di un pubblico lussurioso e finora certamente deluso dalla scoperta casuale di Tornasole. Non volevo nemmeno trascurare di provare a rendermi utile alle persone principianti che avevano inserito nei motori di ricerca i propri sensati interrogativi sui rudimenti dell’arte della suzione.
Tuttavia, malgrado il “pompino” si presti, tra le altre cose, ad essere un materiale di scrittura dalle potenzialità inesauribili, ho dovuto pur considerare le evidenze emerse dall’analisi del rischio. Non sono sicura, infatti, di essere in possesso delle competenze necessarie a produrre un testo così ambizioso. Bisogna anche tenere conto, inoltre, dell’eventualità che i nuovi lettori di Tornasole, quelli che hanno da poco scoperto il blog e dimostrato – seppur irragionevolmente – un interesse nei suoi confronti, siano ancora poco avvezzi alle pensate della sua autrice e quindi scarsamente disponibili a tollerarne le erezioni verbali più moleste.
Mi sono sentita costretta, insomma, ad abbandonare un sogno nel cassetto per una sostanziale culpa ingenii.

Rinunciare a un sogno, però, è penoso.
Rinunciare al titillo, poi, era chiaramente intollerabile.
Ne ho dunque concluso di trovare uno stratagemma per rendere ugualmente il mio omaggio alla quintessenza dei piaceri umani e divini.
Ho proceduto allora a selezionare i termini di ricerca più interessanti e a utilizzarli così come comparivano, combinando elementi già dati e lasciandoli inalterati nel loro innegabile vigore espressivo, allo scopo di provare a ricavarne un testo compiuto, allestito con le pensate di altri. Qualcosa di simile viene praticato, nei momenti più illuminati delle menti più deviate, nella poesia dorsale, che consiste nel comporre versi utilizzando i titoli di libri impilati a proprio piacimento l’uno sull’altro.

Io ho impilato a mio piacimento alcuni termini di ricerca di questo blog.
Il merito del risultato spetta indiscutibilmente agli utenti della rete, bacino di finissimi pensatori e poeti insospettabili.

Per tua opportuna conoscenza.
come si fanno i pompini?
con uvetta e pinoli,
biscotti abruzzesi,
bacche rosse velenose,
amuchina per formiche,
cannelloni pronti già farciti,
pane tostato.
perché tostare il pane?
perché è meglio tostare il pane.
le fette biscottate e il pane tostato sono la stessa cosa?
meglio il pane tostato.

dopo quanto in una relazione si può fare un pompino?
un cappuccino, mi pare.

frasi da dire durante un pompino?
fidati di me:
insulti spassosi
di tanto in tanto,
mi hanno trapanato il tubo dell’acqua,
mi piace masturbare nei cinema,
racconti esco senza la mutanda,
teacher fuck,
faccia di minkia da colorare.

cosa devo fare dopo aver fatto un pompino?
rutti e rumori all’esofago,
rumore che si fa masticando la cialda del cono,
satollo rutto,
rutto e digestione,
la prima cena per lui: parmigiana.

cosa non devo fare dopo un pompino?
sberla in testa,
chiedere l’ora,
chiedere l’ora in tedesco,
sognare di cucinare cordon bleu.

un pompino così non s’era mai visto:
epiglottide tumefatta.
confidare sull’aiuto degli sconosciuti,
perché si muore giovani.

Circoli e circoletti (e altre cose che non c’entrano niente)

Io ai festival letterari, alle feste del libro e della lettura, alle feste della piccola e media editoria, qualche volta ci vado. Sono, perlopiù, le uniche feste a cui vado di mia iniziativa, cioè senza essere trascinata da Le Sanglier o dagli amici, e ci vado pure perché, in questo tipo di feste qui, non mi sento costretta a imbottirmi la bocca di pizzette allo scopo di evitare lo zapping conversazionale, come di solito faccio alle feste – di compleanno, di matrimonio, di laurea, di dottorato, di Capodanno, di tutti gli eventi che uno ha da festeggiare, per ricordare a un certo numero di persone smemorate, e interessate a scroccare una cena, che lui compie gli anni, che si sposa, che si laurea, che diviene ufficialmente un disadattato, che oggi è il 31 dicembre e domani sarà il 1° gennaio – dove non vado di mia iniziativa.
Però, sarà perché sempre di feste si tratta, alla fine esco comunque un poco costipata anche dalle feste del libro, pure se non ho mangiato niente. Quest’anno, mi sono detta, vorrei capire perché.

Lo scorso fine settimana stavamo, io e Le Sanglier, all’Auditorium Parco della Musica, a Roma.
Qui ogni anno, da qualche anno, ci fanno questa Festa del Libro e della Lettura.
Quest’anno ci sono tornata, dopo uno o due di pausa per digerire l’ultima edizione a cui ero stata, perché volevo ascoltare Marco Lodoli parlare del suo nuovo libro e perché volevo ascoltare Nanni Moretti che leggeva Parise.
L’Auditorium Parco della Musica, lo dico per chi non c’è mai stato, è un bel posto in sé, cioè in quel sé progettato da Renzo Piano; lo è almeno il sé interno (il sé esterno fa pensare più a un’enorme navicella spaziale, o a un mostro a tre teste, che a un posto dove la gente va ad ascoltare concerti, però questa è un’idea mia, che di architettura non ci capisco niente). L’Auditorium Parco della Musica, poi, si trova in mezzo al nulla, ed è un nulla piuttosto ampio che sta nel quartiere Flaminio, tra il Villaggio Olimpico e la collina dei Parioli: ci vai solo se sai che esiste o se abiti ai Parioli (o se sei uno che s’imbuca a tutte le feste). Io e Le Sanglier non abitiamo ai Parioli. Non abitiamo nemmeno a Roma, ma a Bagni di Tivoli (o Tivoli Terme, dipende se devi dire la fermata del treno o il nome sul cartello all’ingresso del paese, e bisogna fare attenzione a dirlo a chi ti viene a trovare per la prima volta e non conosce la zona, perché se viene in treno devi dirgli “Scendi a Bagni di Tivoli, stiamo a cento metri dalla stazione”, se viene in macchina devi dirgli “Arriva a Tivoli Terme, stiamo a un chilometro dal cartello”. C’è chi, cercando la nostra abitazione, si è perso e non se n’è saputo più nulla). Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme sta un po’ a Roma e un po’ no (ma più no), nel senso che sta in provincia di Roma ma nel comune di Tivoli ed è esattamente il primo paese in provincia di Roma, sul versante est, a partire dal quale scatta la distinzione fra perimetro urbano e non: significa che l’abbonamento mensile ai mezzi pubblici costa cinquantanove euro e cinquanta centesimi invece di trentacinque, cioè che un abitante di Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme bestemmia ogni volta che con il treno transita a Lunghezza, paese di confine tra zona A del Lazio (Roma capitale) e zona B (non-Roma capitale, ma ci stanno anche zona C, D, E e F, a ricordare che c’è sempre chi sta peggio). Finisce, insomma, che l’abitante di Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme, ogni volta che il suo treno ferma a Lunghezza, che sta più o meno a cinque o sei chilometri da casa sua, esclama: “Se abitavo a Lunghezza, pagavo ventiquattro euro e cinquanta centesimi di meno, mortacci vostri!”. Insomma, la tua appartenenza attiva alla vita di Roma capitale, anche se lavori a Roma capitale e ci vai tutti i giorni in treno, è discutibile.

Tutto questo non c’entra nulla con l’Auditorium Parco della Musica, ed è esattamente per questo che lo trovo significativo: non entrandoci nulla, c’entra col fatto – credo – che, quando ci vado, mi sento un po’ estranea e un po’ straniera, e un grumo di fatica a partecipare alle festicciole lo sento anche lì.
L’Auditorium progettato da Renzo Piano, dicevo, è un bel posto in sé e ci fanno anche delle belle cose: concerti, soprattutto, ma anche gli altri eventi normalmente catalogati alla voce “culturali”, tra cui, appunto, la Festa del Libro e della Lettura. Queste belle cose, di solito, attirano comprensibilmente un sacco di gente che abita lì vicino, quindi gente che abita ai Parioli. In buona misura si tratta, mi pare, di signore di mezza età profumate di cipria e avvolte in uno scialle di pura seta che, oltre all’abbonamento mensile ai mezzi pubblici di Roma capitale (zona A), hanno anche un abbonamento annuale agli eventi culturali dell’Auditorium, di cui si servono quando la sera e il fine settimana s’annoiano a casa, o quando desiderano mostrare agli amici la loro copia autografata dell’ultimo libro del grande scrittore del momento. Questa, almeno, è l’idea superficiale, parziale, certo stereotipata e forse anche superata (però le signore incipriate che venivano da lì vicino ci stavano, non è un’idea superata, non è nemmeno un’idea, è proprio puzza di cipria e frullo di seta) che mi sono fatta io, che non sono originaria né di Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme né di Roma capitale, ma ho abitato da abruzzese ignorantella a Roma capitale per tre anni, prima alla Magliana, dove stanno gli immigrati, poi sulla Prenestina, dove stanno gli  immigrati, ed è un’idea che mi sono fatta osservando un po’ Roma e un po’ i romani, i quali, peraltro, me l’hanno confermata in molti. Flavia Gasperetti, invece, ha fatto di più, decidendo di farmi dono di una sua descrizione illuminante del quartiere Parioli, come solo lei poteva fare e come secondo me dovrebbe fare presto anche in un suo post su The Brain that Drained. Interrogata da me sull’argomento, Flavia ha esordito così: “Il mio dentista aveva lo studio a Piazza Euclide, sede della più brutta chiesa del mondo, sembra una torta di merda che si sta squagliando dalla base in su” e ha concluso così: “Insomma, la desiderabilità del quartiere Parioli non sta nell’essere un bel quartiere, anzi, parti di esso sono decisamente brutte, ma solo nel fatto che da esso è stata bandita la vita normale, quella di tutti gli altri” (tutto quello che sta in mezzo lo tengo per me, come privilegio di quella che potrebbe essere l’anteprima di uno scritto prezioso).

Il pubblico fa l’evento e non il contrario, mi sono detta l’altro giorno. Se non è così sempre, è così almeno all’Auditorium, dove una cosa che potrebbe essere fatta in molti modi, viene fatta in un modo soltanto, ed è un modo che può piacere al pubblico, indubbiamente coltissimo, dell’Auditorium: composto, ma di una compostezza affettata che nulla ha a che fare con la sobrietà di una ragione umile, decentrata rispetto a se stessa e allenata a osservare le realtà. Secondo me lo pensano anche Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, che quando ci hanno fatto uno dei loro concerti la settimana scorsa per presentare il loro nuovo album “Banda larga”, apparivano piuttosto a disagio davanti a una platea non gremita e a gallerie semivuote: lei cercava di interagire con il pubblico, il pubblico guardava per terra come i ragazzini interrogati a scuola; lui e il suo contrabbasso facevano il salto mortale con triplo avvitamento in una canzone nuova, scritta da lui e dalla Magoni, il pubblico faceva un applauso contenuto e compito, con le mani giunte in preghiera (bisogna dire, però, che quando hanno proposto la loro versione di “Bellezze in bicicletta”, sono venute le convulsioni a tutti quanti, pure alle signore incipriate, come agli astemi quando bevono).

Insomma, non lo so, però alla Festa del Libro e della Lettura non mi sono divertita nemmeno quest’anno, o forse mi sono divertita un po’ solo quando ho visto bimbetti di sette, otto anni, raggomitolati per terra sopra un’Europa di stoffa, a scriverci le loro poesie preferite copiandole da un libro che facevano fatica a tenere aperto con una mano, mentre portavano il segno. Ce n’era uno con gli occhialetti rossi che era lui stesso una storia da raccontare (magari era un composto pargolo pariolino, non lo so, però era bello da guardare mentre leggeva e scriveva Il caso di Martin Auer – l’avrà scelta lui?).

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Marco Lodoli ha parlato del suo ultimo libro e nessuno gli ha chiesto niente, nemmeno io quando ho visto che lui aveva fretta di andarsene – ci metto tempo a formulare una domanda ad alta voce da rivolgere a uno sconosciuto in un ambiente dove non mi trovo completamente a mio agio, però avrei voluto chiedergli certe cose sulla lingua, quella bella lingua in cui ha scelto di scrivere Vapore.
Nanni Moretti, che per una volta non era Nanni Moretti ma solo uno che legge libri per qualcun altro, ha letto qualche passo dei Sillabari di Parise e di Caro Michele della Ginzburg. Poi, della Ginzburg, ha letto anche una postfazione ai Sillabari di Parise, una bella pagina in cui s’interrogava, pure lei, su fatti di lingua, quella lingua che – io penso – è l’unica faccenda seria che fa di un libro un libro e che rende tutti partecipi di qualche cosa, e allora mi sono sentita meglio, un po’ meno estranea e un po’ meno straniera, e forse ho capito perché, anche se le feste non mi piacciono, finisco sempre con l’andarci: perché un po’ spero, spero sempre che quella volta andrà meglio.
Poi ha letto anche un brano delle Pagine postume pubblicate in vita di Musil, dicendo al pubblico dell’Auditorium: “Non c’entra niente, ma avevo piacere di leggervelo”.

Il brano di Musil scelto e letto da Moretti che per una volta non era Moretti è questo qui e, secondo me, con le feste c’entrava moltissimo.

Re: Buon compleanno, Tornasole

Caro Tiziano,

comincerò dalle cose più semplici, dunque dai rituali convenevoli, ringraziandoti per aver voluto sostenere le fatiche della processualità multipla: scrivere una lettera e guardare Sanremo richiedono, infatti, un indubbio sovraccarico sensoriale e, a mio avviso, rivelano anche una capacità notevole di negoziazione.
È una capacità, questa della negoziazione, che ammiro molto e che a me, come tu hai intuito, manca quasi del tutto (quasi, perché me la devo proprio far venire quando mi capita di trovarmi in un’aula con una ventina di studenti universitari europei e asiatici messi insieme a imparare l’italiano. Ma questa, lo so, è un’altra storia, e non vale).

La tua lettera mi ha messo in difficoltà quasi subito.
Se il compromesso è, come dici, qualcosa che difficilmente si riesce a scorgere nelle mie pagine dev’essere, credo, perché in queste pagine ho sempre confidato affinché mi sollevassero da quella pena che il compromesso chiede nella quotidianità estranea alla vita di un blog.
L’assenza, effettiva o presunta, totale o parziale, del compromesso in Tornasole, è un bene, un male? È un male, ti rispondo, solo nel caso in cui l’autrice di Tornasole cominci a sospettare che qualcosa delle proprie intenzioni – scrivere bene su un blog passibile d’essere letto da un numero di lettori variabile, cioè sperabilmente crescente – non stia funzionando, cioè nel caso in cui il risultato effettivo diverga dalle attese personali per ragioni che sembrano legate all’incapacità di trovare un compromesso. Perciò, decidendo di tenere questa chiave di lettura: se Tornasole vuole essere letto da quindici lettori e invece è letto da dieci perché non sa o non vuole trovare un compromesso con gli altri cinque, è senz’altro un male. Però non penso di morirne, temo di più il catarro nei miei polmoni di fumatrice.

Definire il compromesso da trovare rispetto ai ritmi dei social network è un’operazione complessa e rischiosa per una persona, come me, poco competente in materia. Intendo: uso molto e volentieri i social network, però non ho la buona abitudine di riflettere sull’uso dei social network. Ora, mancandomi una metalinguistica dei social network, non so se un blog possa correttamente definirsi un social network. Posso dire, in ogni caso, d’averlo privilegiato perché, tra i tipi di testualità messi a disposizione dagli innumerevoli servizi della rete, quello del blog si avvicina di più ai miei interessi – scrivere per qualcuno che sia disposto a leggere quello che scrivo e come lo scrivo – e alle mie esigenze – scrivere godendo di ampio spazio (e pure della possibilità di scegliermi, gratuitamente o a un costo ridotto, il web layout che mi piace. Tu lo trovi poco accattivante perché il template è troppo bianco, perché il font affatica la lettura, o perché non ci sono le figurine? È importante per me capire questa questione del layout). Sì, di solito mi serve molto spazio. Non sono sicura che l’ossessione digitale della sintesi sia una buona cosa a priori: quella di addensare contenuto è certamente una grande abilità, ma non ritengo che vada impiegata in maniera indiscriminata. Ci sono cose fatte per essere dette e lette in un modo, cose fatte per essere dette e lette in un altro. Mi pare che nella rete ci sia posto per tutte queste cose. Però magari mi sbaglio.

Chi è il mio lettore? Questa mi sembra la tua domanda più efficace, che probabilmente risolve da sola tutta la tua lettera e la mia insieme. È una domanda che sempre bisognerebbe farsi prima di mettersi a scrivere, perché spesso è l’individuazione consapevole del lettore a determinare la scelta di cosa e come scrivere. Il mio lettore è, innanzi tutto e in modo banale, uno che non si fa spaventare facilmente dall’eventuale lunghezza di un testo scritto. Quindi, immagino, è anche uno avvezzo a una certa familiarità con i testi, e pure con le librerie (però non soltanto con la vetrina delle novità). Poi è uno che legge molti blog e che li legge con piacere, grato alla rete per questa bella illusione di democrazia comunicativa che ci ha resi tutti blogger. Insomma il lettore di Tornasole è uno che legge, quindi un lettore.
Idealmente, e quindi secondariamente,  il lettore di Tornasole è pure uno che scrive (quindi uno scrivente o uno scrittore, entrambi. La differenza tra i due, però, non mi è più così chiara), perché, se pure lui scrive, io posso sperare di imparare un po’ anche da lui. Anche lui, infatti, si sarà interrogato, come me e come te, su questa questione del “labor limae” – che, a mio giudizio, non equivale, o non equivale sempre, a ottenere brevità. Lo snellimento di un testo si può ricercare, per esempio, in una scelta di lingua, e solo se il testo lo chiede: non lo chiede sempre.
Secondo me, quando uno scrive, dovrebbe scrivere di ciò che gli è più familiare, di ciò che pensa di conoscere meglio, e seguire quella traccia, come il cane un odore, allenandosi a stargli dietro. Che la traccia lo porti a scrivere su un blog letto da dieci lettori o a essere pubblicato da Einaudi o Feltrinelli (ed essere letto da venti lettori), questo non lo deve distrarre dalla sua responsabilità nei confronti dell’atto di scrivere, che mi pare in definitiva l’unica cosa importante. Scrivere per qualcuno che legge, s’intende sempre, perché davvero non riesco a credere, né mi sforzo di farlo, che individui non affetti da gravi patologie vogliano scrivere solo per un amico immaginario. Anche su questo posso sbagliarmi, però, se mi sbagliassi su questo, credo che continuerei lo stesso a pensarla così.

Infine, ma forse avrei dovuto dirlo in principio, il mio lettore è pure uno che spesso non ha un cazzo da fare. Però, rispetto a questo fatto qui, non potrò mai competere con gli utenti di Facebook e Twitter. Me lo sento.

Non essendo pratica di saluti e baci sparsi a mo’ di congedo epistolare, voglio salutarti a modo mio, non meno sincero, allegando a questa lettera il link a un post di uno che sa dire le cose molto meglio di me, scegliendo con cura le parole e il loro numero (altino pure il suo). Spero che la sua lettura possa essere per te gradevole e ricca di spunti come lo è stata per me, cioè come un buon bicchiere di Nero d’Avola maturato in ottime botti di rovere.

Morelle

Buon compleanno, Tornasole

Cari lettori,

Come avevamo annunciato in Scrivimi una lettera, pubblichiamo oggi una delle lettere ricevute negli ultimi dieci giorni.
La lettera prescelta, che abbiamo deciso di pubblicare per festeggiare, in una sola occasione, il primo anno di vita di Tornasole e insieme il suo centesimo post, è quella di Tiziano.
Tornasole ringrazia gli altri lettori che hanno voluto trovare una buona ragione, e quindi il tempo, per brindare a un anno e cento moleste eruzioni verbali: Marina, Daniele, Claudio A., Lucia, Filippo, Enrica D., Andrea, Davide, G. Perozzi, L’AleS.
Il motivo per cui le loro lettere non sono state scelte dipende esclusivamente dalla notevole profusione di elogi che ha investito Morelle, rendendola inevitabilmente istupidita di gioia e gratitudine, ma pure incapace di trovare argomenti per dialogare ed elaborare le irrinunciabili inezie successive. L’unica lettera forse poco lusinghiera, sebbene anche questa priva dei vigorosi vituperi di cui pure vi avevamo invitato a liberarvi, è stata quella di Andrea, che ha colto l’occasione per riflettere sulla ricezione di Tornasole da parte dei lettori (della rete, in rete). Tiziano ha scelto un tema simile al suo, ma riteniamo di averne compreso meglio le domande. Questo, però, non significa che le domande fossero semplici, né che abbiamo già pronta una risposta: Tiziano, infatti, ci ha posto il problema che forse stavamo cercando di crearci, ed è per questo lo ringraziamo. Potrà leggere la risposta su questo blog, in tempi che speriamo ragionevoli.

Da: ********@gmail.com
Inviato: martedì 12 febbraio 2013 22:41
A: morellerouge@yahoo.it
Oggetto: Buon compleanno, Tornasole

Cara Morelle,

scegliere tra la visione di Sanremo e scriverti una missiva è davvero difficile, non posso fare altro che portare il portatile sul divano, lasciare Sanremo in sottofondo e digitare sulla tastiera.
La logica del compromesso è qualcosa che difficilmente si riesce a scorgere nelle tue pagine. Sono pagine di tutto o niente, di una lunghezza che non cede ai ritmi dei social network. Un bene, un male? Di certo non è un compromesso: risultato di un’operazione che accontenta il lettore e lo scrittore. Ma chi è il tuo lettore? Da lì partirei per vedere se questa mia inutile critica riesce a raggiungere qualche risultato.
I tuoi lettori sono come delle botti di rovere, dove lasci depositare il succo dei tuoi scritti. Non sei pronta per una produzione industriale, vuoi lasciare una piccola produzione, 100 post annui, da lasciar fermentare nelle menti di chi saprà rispondere alle tue intenzioni. Ma l’intenzione di chi scrive non è essere letto? Si dice, e probabilmente è vero. E allora non hai capito.
Non hai capito che la brevitas è un labor limae da attuare con tenacia, anche andando contro il proprio interesse, anche al punto che il testo non ci convinca più, ma che conservi quell’ordine interno al testo stesso, che si deve lasciar uscire. Come se già ci fosse la pagina scritta. E tu, roboante bloggettara, devi disegnare con parole quello che è già scritto. Questo lo riconoscerai tu e tutti i tuoi lettori, che aumenteranno inverosimilmente di numero.
Così avrai completato la tua educazione bloggettara per raggiungere l’onore e l’onere della pubblicazione. E non dirmi che non lo vuoi. Dal tuo primo post hai pensato ad uscire per Einaudi o Feltrinelli, ma non te lo sei detta. È ora che tu te lo dica e che cominci a lavorare di riduzione e far sì che tutto il tuo lavoro divenga qualcosa di organico.
Altrimenti resti un’autrice di nicchia, con i tuoi dieci lettori e un web layout poco accattivante. E a quel punto, quando i tuoi lettori leggeranno la sera i tuoi post ai loro amici, tu non saprai quanto – già ora – si allarga la tua cerchia di nicchia. Ma pur sempre una nicchia.
Se la vuoi, questa nicchia, tienitela, ma poi sappi che non ti inviteranno mai a Sanremo, ed io sarò costretto a tenere il portatile sulle ginocchia e scriverti lettere mentre vedo Crozza e le idee saranno sempre più confuse. E quindi se ho sbagliato qualche consecutio temporum sappi che è colpa tua che non leggi i tuoi post a Sanremo, che così invece della lettera mandavo l’sms del televoto.
Saluti e baci,

Tiziano

Essere giovani, qui da noi in Italia

Entro nell’ufficio Programmi Internazionali, saluto.
Mi guardano subito indispettiti dalle scrivanie, non mi danno il tempo di continuare, “Oggi siamo chiusi” mi chiariscono, senza nascondere un tono scocciato. Riconosco presto la situazione, mi affretto prima che i loro sguardi tornino a depositarsi sui monitor dei computer, “Lo so. Ma ci siamo sentiti via e-mail e abbiamo concordato che sarei passata oggi a firmare i certificati per gli studenti Erasmus. Sono Rouge, Morelle Rouge”. Una di loro arrossisce un poco, di più s’impegna a trafiggere con gli occhi la collega che mi ha appena informato sulla loro disponibilità a ricevermi, dice a bassa voce: “È una degli insegnanti”. Si scusano all’unisono. “Non c’è problema, – dico sorridendo – so che non sembra”. Si distendono in una risata, mi fanno accomodare, mi portano i certificati da firmare e un vassoio di castagnole.

In effetti non sembra, mi dico mentre vado firmando i certificati che attestano la frequenza del corso di italiano per studenti Erasmus Incoming, il numero delle ore di presenza alle lezioni, il superamento dell’esame finale, il voto espresso in trentesimi e l’acquisizione di quattro crediti ECTS (“Dottoressa, prima di procedere alla firma dei certificati la prego di ricontrollare che abbiamo inserito correttamente tutti i dati che lei ci ha inviato”).
Eh no, non sembra, continuo a pensare tra me e me. Oggi, poi, non mi sono nemmeno pitturata la faccia, non ho una giacca, libri sotto il braccio, né la borsa da prof. Potrei più facilmente sembrare una studentessa moderatamente fuori corso, diciamo, per dire, un paio d’anni fuori corso. Inoltre, oggi provengo da una notte di cattivo sonno e da un’alba di disturbi intestinali, ho rinunciato al treno in arrivo al binario per correre a casa a sacramentare in bagno e ritornare mezz’ora dopo alla stazione a prendere il treno successivo, dove mi sono appisolata. Non mi tengo in piedi, avrei bisogno di un caffè, ma ho lo stomaco vuoto già corroso da due. Il risultato complessivo è visivamente discutibile. Dunque, suppongo, potrei ancora più facilmente sembrare una studentessa moderatamente fuori corso che abbia passato la notte a bere in giro.

Di essere scambiata per una studentessa dal personale amministrativo dell’università, dai colleghi, dai coordinatori dei corsi e, qualche volta, pure dagli studenti, mi è successo in passato con una frequenza che dipendeva indubbiamente dalla mia giovane età, quindi sempre, e mi succede al momento con una frequenza che dipende, in effetti, dalla mia attuale età, quindi quasi sempre, e continuerà a succedermi in futuro con una frequenza che dipenderà, credo, dall’età percepita in Italia, quindi ancora a lungo, o molto a lungo. Se in passato ciò mi lasciava infastidita perché mi vedevo attribuire gli anni che avevo, al momento ci provo un certo gusto perché mi vedo ridurre gli anni che ho. In futuro, non so; del futuro non me la sento di parlare. Del futuro non me la sento di parlare in nessun caso. Però so, e me la sento di dire, che essere studenti è una gran cosa. Dico questo, che essere studenti è una gran cosa, e mentre lo dico non penso all’età che generalmente e grosso modo uno ha quando è studente, ma penso all’intelligenza, all’intelligenza e al potere sovversivo che si può ancora sperare d’avere in mano allora, in quegli anni, e poi mai più.

L’equivoco più divertente, comunque, non è avvenuto oggi, mentre firmavo certificati e mangiavo castagnole all’ufficio Programmi Internazionali di un’università che mi sono guardata bene dal menzionare, cioè l’Università di Roma La Sapienza, ma in un’altra università di Roma che con altrettanta prudenza dovrei forse premurarmi di non rivelare, cioè quella di Tor Vergata.
Quest’altro è successo circa quattro anni fa, quindi in un momento, immagino, in cui avrei potuto più facilmente essere scambiata per una studentessa ancora in regola con il corso di studi.
Dovevo fare fotocopie. Dovevo farle in fretta, perché dieci minuti dopo sarebbe cominciata la lezione con gli studenti cinesi del programma Marco Polo. Perciò ho fatto quello che farebbe un insegnante che deve fare fotocopie per una lezione che comincia dieci minuti dopo: sono entrata nell’ufficio delle fotocopie. Questo ufficio qui, però, non consentiva l’uso della fotocopiatrice agli studenti e il personale amministrativo me lo ha fatto presente nello spazio di tempo (sette, otto secondi) necessario ad aprire la porta dell’ufficio, salutare tutti e fare i primi tre passi verso la fotocopiatrice. “Lo so. Ma il coordinamento mi ha fatto sapere che le fotocopie per il corso Marco Polo si fanno qui. Sono Rouge, Morelle Rouge”, ho detto.
Non sapevo ancora, allora, quante volte negli anni seguenti avrei recitato la formula, poi mandata a memoria, con le opportune variazioni secondo le necessità del caso. Per questa ragione lo ricordo adesso come l’equivoco più divertente, l’Archequìvoco dell’essere giovani, qui da noi in Italia.

Ho trentuno anni. Da quattro insegno italiano a studenti stranieri (quando è consentito, cioè saltuariamente) in corsi universitari e in corsi privati (uno alla volta, ma anche due o tre nello stesso periodo, dipende dal periodo), con contratti di collaborazione a progetto. Solitamente, a questo punto, cioè il punto in cui uno comincia a dire “Ho trentuno anni. Da quattro insegno italiano a studenti stranieri…”, dovrebbe arrivare la parte relativa al profilo formativo, ovvero la menata su quello che ha studiato all’università, i titoli che ha conseguito dopo la laurea, le pergamene e i diplomi e gli attestati che di anno in anno ha regalato ai parenti per Natale, in cornice a giorno.
Ma questo non è un curriculum, né la pagina di un profilo Linked In.
Questo è un post su un blog, e di blog ce ne sono tanti, e questo è un blog che non si occupa di temi relativi al lavoro, o non se ne occupa nei modi in cui se ne occupano i blog che si occupano di temi relativi al lavoro, e di blog che si occupano di temi relativi al lavoro ce ne sono tanti.
Questo è un blog che, come ben sanno quelli che hanno l’ardire di leggerlo abitualmente e pure quelli che hanno la sconsideratezza di leggerlo via smartphone, fa un po’ quel cazzo che gli pare. Però, ve l’assicuro, cerca di farlo il meglio possibile. Quindi, intuitivamente, a questo punto del post arriverà qualcos’altro.
La fine.

Scrivimi una lettera

Tornasole sta per compiere un anno e cento post.
Nella penosa impossibilità di risarcire adeguatamente i lettori degli innumerevoli e vari e gravissimi danni da loro subiti negli ultimi dodici mesi, si è deliberato di porre rimedio invitandoli a scrivere in piena libertà una lettera all’autrice.
La più efficace verrà pubblicata su questo blog il prossimo 15 febbraio in occasione della ricorrenza e sarà opportunamente seguita dalla pubblicazione della morelliana risposta.

Così, in questa nostra bettola, cercheremo di consolarci insieme, sciogliendo la pena e risolvendo infine il tedio d’un lungo, faticoso anno di eruzioni verbali.

La lettera va inviata entro – e quindi necessariamente “non oltre” – le ore 24.00 del 12 febbraio 2013 all’indirizzo morellerouge@yahoo.it, indicando nell’oggetto: Buon compleanno, Tornasole.

post-it

Grazie per le rose, ma vogliamo anche spargimento di sangue

[Il seguente post giaceva nell’archivio delle bozze di Tornasole da diverso tempo. Stamane stavo per eliminarlo, ma poi la madre di Le Sanglier è passata da noi a prendersi un caffè, e ho cambiato idea]

Nel 2007 Alina Marazzi ha girato un film documentario dal titolo “Vogliamo anche le rose“, nel quale ripercorre a modo suo alcuni momenti del movimento femminista in Italia (non la volevo dire questa vecchia parola, ma bisognerà pure cominciare da qualche parte, perciò cominciamo da “in Italia”).
In Italia io, in quei tempi lì, non c’ero, né era stato ancora deciso o immaginato che ci fossi. Sono nata qualche anno più tardi da una madre che negli anni Sessanta e Settanta c’era e che, voglio sperare, c’era (nel senso che era presente a se stessa) anche poco dopo, cioè quando ha pensato e poi deciso e infine fatto in modo, insieme all’unico uomo della sua vita, cioè mio padre, che io ci fossi. Non mi pare che, dagli anni Sessanta e Settanta, lei ne sia uscita tanto bene. Però, alla soglia dei sessant’anni, sembra contenta di aver passato la vita a occuparsi di figli, marito e suoceri (non ogni giorno in quest’ordine), perciò si può dire che ne sia uscita bene.
Il film della Marazzi può piacere molto o non piacere affatto (a me non è piaciuto affatto), e il contenuto si può facilmente intuire anche senza averlo visto, saranno sufficienti dieci righe di Wikipedia. Più interessante, forse, è il montaggio combinato di materiali di repertorio. Ad ogni modo, a me non è venuto in mente né per il valore del contenuto, né per l’orginalità del montaggio combinato di materiali di repertorio, ma solo per il titolo e, soprattutto, per la seguente didascalia riportata sulla copertina del dvd, della quale però non credo sia responsabile l’intelligenza della Marazzi, che qui non è sottoposta a discussione: “I 20 anni che hanno cambiato la nostra vita“.

La compianta Mia Martini, grosso modo una ventina d’anni dopo quegli avvenimenti storici (cioè quando la nostra vita, secondo l’autore o l’autrice della citata didascalia, avrebbe dovuto mostrare il frutto maturo di tali rivoluzionari cambiamenti), salì sul palco dell’Ariston con una canzone famosa, a urlare mirabilmente: “Ma perché gli uomini che nascono sono figli delle donne ma non sono come noi?”. Gli autori del testo, però, erano tre uomini, e ciò dovrebbe destare il sospetto che qualcosa nei nostri conti non torni: perché una donna è diventata l’interprete famosa di una canzone, scritta da tre uomini, in cui una donna s’addolora del fatto che “Gli uomini non cambiano”? Eppure ho l’impressione che il sospetto non sia ancora abbastanza condiviso.
Cercherò allora di fare del mio meglio.

Nell’Italia del 2013 vi sono numerosi uomini (non li ho contati, però fidatevi che sono tanti), giovani e meno giovani, faticosamente educati da madri che furono giovani in quei vent’anni che hanno cambiato la nostra vita, a essere imboccati e rimboccati in una maniera tale che poi, quando per le più ovvie e banali circostanze del caso, si trovano a vivere insieme a una donna dal cui utero necessariamente non sono venuti al mondo, parrà loro del tutto naturale che quest’ultima riceva in consegna dalla Donna Primordiale il sacro onere dell’accudimento. Un privilegio, per la Donna Primordiale che ne fa dono. Una sciagura, per la donna che lo riceve. Ma sempre il caso vuole che nell’Italia del 2013 vi siano pure numerose donne (non le ho contate, però fidatevi che sono tante), giovani e meno giovani, che incredibilmente hanno espanso la propria sfera esperienziale in una maniera tale che, quando per le più ovvie e banali circostanze del caso (ancora lui), si trovano a vivere insieme a un uomo che necessariamente non è venuto al mondo per mezzo del loro utero e che tuttavia mostra di voler essere accudito come se lo fosse, parrà loro del tutto naturale rimpacchettarlo e rispedirlo al mittente, cioè alla Donna Primordiale (la quale, bisogna dirlo, si mostrerà sì in pena davanti alla sofferenza del figliolo rifiutato, ma di più godrà segretamente del piacere di ricondurlo al suo seno).

Stando così le cose, a questo punto bisognerà almeno supporre che qualcosa non torni. Ripartiamo da un fatto semplice: Uno viene al mondo, e dapprima prende quello che trova. Se quello che trova Uno è un letto rifatto fino all’età di quarant’anni, si affretterà mica a disfarlo per il gusto di rifarselo come più gli piace? Se quello che trova è una camicia profumata stesa ad asciugare al sole, Uno la afferrerà forse ancora bagnata e si metterà a strofinarla daccapo con un detersivo diverso perché preferisce quello al muschio bianco invece del sapone di Marsiglia usato da mamma? Se accettiamo che l’ipotesi più semplice è anche quella più probabile, allora ci risponderemo che no, Uno non è così scemo, e accetteremo infine che Uno, come tutti noi, acquisisce un comportamento e che il comportamento deriva da un’informazione ambientale, la quale in questo caso è: cazzo mi lavo a fare la camicia, se al mondo c’è qualcuno che lo fa per me ?
Da qui il disorientamento, ragionevolissimo, di Uno quando la donna dal cui utero non è venuto al mondo lo sbatte fuori di casa insieme alle sue camicie, dopo un periodo di convivenza. Uno non comprende. Uno è più sorpreso che infelice. Uno ha solo acquisito un comportamento, che è la reazione a uno stimolo dato.
Che colpa ha, Uno?

Si può dunque solo auspicare che, tra venti o trent’anni ancora (ma, purtroppo, temo di più), la natura, talvolta provvidenziale, avrà operato l’opportuno ricambio, provvedendo a estinguere la specie della Madre Chioccia, l’essere più temibile e più pericoloso per l’autonomia, la crescita, il progresso e la libertà dell’individuo, e quindi della società tutta.
Se ciò tarderà ad accadere, e se, soprattutto, le trentenni e le quarantenni di oggi desiderano riuscire a vivere almeno un giorno della loro vita accanto a uomini che sanno scaldarsi il latte al mattino senza bruciare il bricco (oppure solo: scaldarsi il latte al mattino), allora sarà bene che le trentenni e le quarantenni di oggi la smettano di lagnarsi dei loro compagni e comincino, piuttosto, a spargere il sangue delle loro suocere.
Mi rendo conto, tuttavia, che nemmeno questa soluzione appare praticabile in una società che diciamo civile: infatti, una società che diciamo civile malgrado fatichi ancora a capire come separare ordinatamente la plastica dal vetro nella raccolta differenziata dei rifiuti, potrebbe mai essere in grado di dotarsi di ulteriori contenitori appositi per suocere?

Il fatto è che, lo credo mio malgrado, non c’è maschilismo più dannoso per le donne di quello delle donne.

[A mo’ di supplemento alla lettura del post, suggerisco la visione del divertente cortometraggio di Cecilia Calvi, No mamma no, assai più verosimile del film documentario della Marazzi. Qui una sequenza]

Il giorno dei blogger #2. Gente affidabile

“Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti”
(in Pedro Almodóvar, Tutto su mia madre)*

Dicevo, già da un po’ di tempo avevo voglia di scrivere a modo mio, dunque in un modo noiosissimo e sincero, un post sul fenomeno dei blog, per nulla superato, solo già largamente discusso, che è diverso.
L’occasione è arrivata in modo inatteso e con un pretesto piuttosto marginale che, in parte, mi mette un po’ a disagio. Mi mette un po’ a disagio perché io sono una che partecipa raramente ai giochi di gruppo e quella che alle feste, quando ci va (perché “se non vieni sei la solita asociale del cazzo” e allora ogni tanto bisogna andarci per disorientare e disorientarsi un po’ su chi si è o non si è), sta vicino al buffet e si riempie la bocca di pizzette per ridurre a livelli sostenibili l’eventualità di interagire, ma anche perché, devo proprio dirlo, finora ho sempre trovato più pizzette gustose che invitati gradevoli. Chi mi conosce lo sa, e chi non mi conosce e legge con regolarità questo blog l’ha intuito. Ciascuno se n’è fatto una ragione e, se non se l’è fatta, non sarà arrivato fino a questo punto della lettura del post, perciò, a questo punto della lettura del post, siamo ormai tra intimi – amici in senso stretto e amici in senso blogger – e nessuno si stupirà se dico che l’idea di ricevere addirittura un premio, di qualunque natura e portata (fatta eccezione per quelli di natura monetaria, ma purtroppo questo non è ancora successo), m’interessa assai poco. Però è successo.

WonderDida, la briosa autrice di Bighi in Shanghai, nonché l’unico individuo della Blogosfera che abbia avuto in passato l’audacia di intervistare via e-mail il mio personaggio Le Sanglier, ritiene che questo sia un blog “affidabile” e ci ha tenuto a dirlo in un suo recente post. Ora, io sull’affidabilità avrei molto da dire, ma me ne terrò alla larga. Per questa volta decido di partecipare al gioco e di mangiare un paio di pizzette in meno, perché l’occasione mi pare buona e perché posso farlo restando a casa in tuta e ciabatte. Perciò ringrazio WonderDida per la sua stima, che, come lei sa già, è una stima reciprocamente alimentata, al di fuori di premi e catene di Sant’Antonio.
Da quanto ho capito, sono invitata a segnalare a mia volta, se mi va, cinque blog che mi piacciono (e pertanto “affidabili”, è chiaro). In realtà, ai blog che mi piacciono particolarmente (e pertanto “affidabilissimi”, è chiaro) ho già dedicato una sezione nel menu laterale di questo blog, Segnalibri web, dove c’è il link ad alcuni di quelli che considero i loro migliori post. Se però il conferimento del premio “Blog affidabile”, riconoscimento istituito da non ho capito bene chi, può servire a dare loro maggiore visibilità – ma si tratta di blog già piuttosto letti, per cui non credo che ne abbiano bisogno – lo faccio con entusiasmo.
Pur essendo blog piuttosto letti, la mia impressione è che non lo siano ancora abbastanza. La Blogosfera nasconde autori e autrici per i quali sarebbe da prendere in considerazione una nuova edizione de La notte dei blogger. Però mi scusi, Lipperini, Il giorno dei blogger sarebbe oggi più verosimile perché, per favore, certi puntigli sono importanti e quindi irrinunciabili: nel 2004 Lei scriveva: “è di notte che molti, moltissimi blog vengono aggiornati” (p. XII), ma nel 2012 molti, moltissimi blogger sono precari o disoccupati (o co.co.pro., cioè a volte sono precari e a volte sono disoccupati) e hanno molto, moltissimo tempo per scrivere di giorno.
La prefazione la scriverei volentieri io, se fosse possibile. M’impegnerei seriamente a cercare di elaborare una stronzata all’altezza della situazione.

Ecco dunque le mie cinque letture affidabili, cioè imprescindibili per chi ami la lettura di stronzate scritte bene, benissimo. In libreria o nel web, stanno tutte là in fondo, in basso a sinistra.

Aciribiceci, di O’ Reilly
Bighi in Shanghai, di WonderDida
Diecimila.me, di AA.VV.
In coma è meglio, di Astutillo Smeriglia e Emanuelesi
The Brain that Drained, di Flavia Gasperetti

Il blog Personalità confusa è stato escluso dalla selezione, per la sola ragione che il suo autore è stato pubblicato nella citata antologia einaudiana del 2004, perciò si è già trovato presumibilmente in un punto ben visibile della libreria, almeno per qualche tempo.

* [Aggiornamento: L’amica e collega, e punto di riferimento in terra britannica, Eleanor Andrews mi fa giustamente notare l’inesattezza della citazione iniziale dal film Tutto su mia madre, precisando che quella originale è da Tennessee Williams, A Streetcar Named Desire. Ho un debole per le precisazioni]

Il giorno dei blogger #1. Là in fondo, in basso a sinistra

Nel 2004 Loredana Lipperini ha scritto una prefazione a La notte dei blogger (Einaudi), un’antologia di racconti firmati da alcuni dei migliori blogger italiani che già da qualche anno popolavano la rete. Si trattava soprattutto di scrittori non (ancora) consacrati da una casa editrice, non battezzati da una pubblicazione cartacea di ampia, o comunque considerevole, diffusione. Perché, sostanzialmente e malgrado i profondi cambiamenti che la rete ha portato nell’editoria e nelle modalità di fruizione di testi, la linea di demarcazione tra uno scrivente e uno scrittore continua, mi pare, a essere il libro, quello di carta che trovi in libreria – in quale punto della libreria, in quali quantità di copie e con quale grado di visibilità per i lettori, dipende da molte cose e da alcune persone. Questo, cioè il fatto che uno scrivente approdi in libreria e finalmente diventa uno scrittore, non lo trovo affatto spiacevole, anzi: la carta ha un odore buonissimo, ogni casa editrice ha il suo, o meglio, i suoi, perché variano anche in base alle collane. Più spiacevole è, semmai, osservare che spesso molti validi blogger scrittori – o scrittori blogger, come si preferisce – restano confinati nei labirinti del web, mentre le librerie tendono ad affollarsi di stronzate scritte male, che sono molto peggio di una stronzata scritta bene, perché una stronzata scritta male ci impoverisce tutti e questo ci dovrebbe intristire (ma evidentemente non lo fa abbastanza), mentre una stronzata scritta bene ha qualche speranza in più di fertilizzare la terra e la Terra. Ma questa qui è una faccenda complessa e a me non piace dilungarmi (questo blog, caratterizzato da post sempre brevissimi e di piacevole lettura, ne è una prova evidente). Però mi sento di suggerire che le stronzate scritte malissimo, di solito, si trovano all’ingresso della libreria, o comunque collocati in punti ben visibili ai clienti.

Nella sua prefazione del 2004, una stronzata scritta benissimo, la Lipperini scriveva:

Poi arrivarono i blog. In quattro anni quelli italiani sono passati da poche centinaia a centinaia di migliaia, mille nuovi ogni mese, milioni di pagine web dove è possibile raccontarsi e leggere i racconti degli altri. […] Internet ha permesso cose importanti, per la letteratura: non soltanto poter leggere libri gratuitamente sulla rete, e non soltanto utilizzare la rete, come fanno molti editori di area anglosassone, per pubblicizzare volumi attraverso microspot pensati per il web. Questo è assolutamente il meno. La parte più interessante di quella che viene chiamata Click Lit è la creazione, e il consolidamento, di una realtà critica indipendente e molto più vasta da quella titolata. Basti pensare, ed era solo l’inizio, alle recensioni dei lettori che appaiono da anni sul sito di Amazon e che hanno reso anonimi navigatori più importanti e vezzeggiati di una penna accademica. I loro nomi non si ricordano. Ma è esattamente questo il punto: quella che si va clamorosamente affermando è una forza collettiva. Una capacità, da alcuni prevista, di condivisione. (pp. X-XII)

Sull’idea di forza collettiva non sono sempletamente d’accordo, perché il narcisismo trasudato da ogni blogger in piena regola – ma, pure la Lipperini lo ricorda altrove nella sua prefazione, il narcisismo è un fatto antico e ne è affetto chiunque (possiamo aggiungere che oggi è rilevabile in forme assai più moleste di quella dei blogger) – non mi pare compatibile con questa idea di collettività. Tuttavia è vera una cosa: i blogger ululano come cani e lupi. Detta così, me ne rendo conto, potrebbe suonare poco lusinghiero nei confronti dei blogger (o dei cani e dei lupi, dipende dai blogger, perché è vero pure che ci sono blogger e blogger). Voglio dire che l’ululato di cani e lupi è una modalità comunicativa condivisa, segnala la propria presenza su un territorio, riunisce, influenza, richiama, ognuno con la propria voce. Perlopiù non ci conosciamo di persona (e, spesso, è meglio così), ma ci leggiamo con un’assiduità che non accorderemmo nemmeno ai compagni di letto.
In questo senso, quella dei blogger è certamente una forza collettiva. Utile a chi e come, non l’ho ancora capito. Dipende, anche questo, dalla propria collocazione nel web. Che so, diciamo là in fondo, in basso a sinistra?

[continua]