Svevo liberato

I

Da quando Svevo è andato in pensione, più di quattro anni fa, le storie di Morelle Rouge si sono fermate.

Di Svevo raccontava l’ultimo capitolo, che allora nemmeno l’autrice immaginava potesse diventare l’ultimo. Potrebbe, quello, essere l’ultima pagina di un’opera incompiuta, o il colpo di tosse di chi ha parole incastrate in gola, e troppo da lamentarsi per compiere la benedetta azione di portare a termine un impegno, uno.

Potrebbe essere, quella di Svevo che va in pensione, l’ultima voce di un inventario, il post di un blog che a un certo punto se ne va a puttane, che è il punto in cui i blog più modesti e incostanti di altri se ne vanno a puttane.

Non vi sarebbe, in qualsiasi caso, alcun danno. Le storie finiscono, non ci si può fare nulla.

II

Papà è andato in pensione più di quattro anni fa e io da allora non scritto più niente. Nemmeno una parola, di quelle che volevo scrivere. I miei amici scrittori di un tempo fanno quello che fanno gli scrittori: hanno continuato a scrivere. Io ho continuato a leggere.

Una sera di due anni fa ero a cena da una mia amica, la stessa che allora mi regalò “Il blocco dello scrittore”. Dopo qualche bicchiere di vino e una canna ben assestata, lei ha scelto una fra le molte, imprevedibili, azioni che potrebbe compiere chi si è fatto qualche bicchiere di vino e una canna: ha preso le storie di Morelle Rouge e ha letto ad alta voce “Svevo va in pensione“. Dopo, ha letto anche “La bella principianza” e forse qualcos’altro che non mi ricordo più.

Eravamo io, lei e Gus. Avevamo mangiato un piatto di spaghetti con una salsa precotta a base di radicchio e non so cosa, ma buonissima, e tanti grissini col salame. A bere vino loro avevano iniziato prima di me, mentre preparavano la cena. Io, da quando ho un ufficio, arrivo tardi la sera, sempre, a qualunque cena, anche a casa mia. Da quando ho un ufficio, arrivo tardi un po’ su tutto. Ma manca poco, ancora qualche mese, e poi me li levo di torno, questo ufficio, questo lavoro, questa gente malsana e queste frasi fatte che mi hanno tolto la grazia del pensiero.

La prima cosa che ho pensato, mentre ascoltavo la mia amica che leggeva le mie storie, è stata: “Ma come cazzo fa a leggere con tutto quello che si è calata?”. In effetti, pur incespicando qui e là in qualche passaggio, – fatto che perdonerei anche a un lettore sobrio alle prese con certi miei sbocchi di sintassi nevrotica, – lei, l’amica mia, leggeva le parole mie dando corpo alle battute, come se in passato le avesse imparate a memoria a seguito di uno studio accurato, da attrice che conosce la parte e può recitarla anche con mezza salute. Riusciva pure a fumare e tossire nelle pause, a scrollare la cenere nel posto giusto; a tratti l’attenzione oculare virava verso il posacenere mentre seguitava la narrazione con la voce.

Gus non lo so che faceva, però era lì.

La seconda cosa che ho pensato, mentre Enrica leggeva e fumava, e io ascoltavo e fumavo, è stata: “Oh, comunque scrivevo bene”. Me lo sono concesso bello grosso, questo pensiero, perché alla fine pure la mia sobrietà di quella sera era discutibile. Che goduria, lodarsi in silenzio tra fumi e vapori di una serata familiare, tanto non lo saprà nessuno che mi sono fatta i complimenti da sola.

III

Poi non ho pensato più a niente. Ho ascoltato Enrica che leggeva i miei racconti.

Quando muoio, se muoio un po’ presto, ma anche più tardi, qualcuno – qualcuno che li abbia letti e abbia passato un bel tempo leggendoli, – me li metta da parte e ne abbia qualche cura.

L’Editore mi disse: che belli, li ho trovati e li ho letti. Ma ci voleva un romanzo. Una raccolta di racconti, scritti da un’autrice esordiente e nati per essere letti in un blog, sono in tutto tre difetti (forse quattro, pensai io allora). Messi così, no, non funzionano, ché già i racconti non hanno buona sorte in Italia. L’opera prima, poi, non può essere una raccolta di racconti tirati fuori dai frammenti di un blog. Non è cosa.

Io dico che anche postuma va bene.

Svevo, almeno lui, non lo vedete? Sta in piedi da solo sulla pagina. Tre bestemmie ed è romanzo, mio padre. Non perché è mio padre, si capisce: che c’entra la biologia con la narrazione? La scrittura tutto divora, succhia il sangue di chiunque e i padri, poi, i padri li fa a pezzi!

Perché è un personaggio, Svevo, e fa quello che gli pare. Da solo, basta a fare una storia. Mio padre invece no, da quando è andato in pensione non gli trovo addosso uno straccio di storia da raccontare.

Perciò, io credo, Svevo è libero e, per suo conto, compiuto.

Mio padre viene a trovarmi quasi tutti i giorni nella casa dove abito oggi, al paese. Sono tornata al paese più di cinque anni fa, e sono rimasta. Papà è in pensione, mia mamma ci va a giugno. Forse lei, Maria, la donna che ha sopportato tutto, anche me, scioglierà i nodi.

IV

Questa è una domenica mattina di febbraio. C’è il sole ed è l’anno 2019. Vivo al paese dal 25 ottobre 2013 e in questa mia casa da una decina di mesi. Mi torna una voglia, forse mezza.

Svevo si rifarà vivo. Verrà a farmi visita senza appuntamento, come fa mio padre quando mi porta le medicine, o il minestrone ancora caldo che ha fatto Maria. Suona al portone, sotto; io dal mio soggiorno lo vedo prima che lui mi veda, nel videocitofono che svela le facce e le intenzioni. Ha il berretto calato sulla testa calva. Ciao, mi dice, passavo di qua. Io apro la porta e lo aspetto sul pianerottolo mentre sale le scale. Mi piace vederlo spuntare all’ultima rampa, con la luce del giorno che gli arriva alle spalle, dal finestrone del palazzo. È un profilo scuro, solo il passo gli riconosco.

Sono sicura che Svevo si ricorda di me. Sarà suo il profilo scuro contro il fascio di luce, a giganteggiare nel pulviscolo di questi anni. Io gli dirò: maledetto, dove sei stato. Lui nemmeno mi risponderà, farà un gesto, uno dei suoi, come per dire: non hai mai capito niente, tu vivi sulla luna.

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