Bridge Over Troubled Water

I.
Si chiama gefirofobia, ti è capitata in sorte. Significa che hai paura dei ponti. Di attraversarli, tieni a precisare con chi semplifica e riduce. Di attraversarli, sì: se non devi attraversarli tu, i ponti stanno benissimo dove stanno. Se ti ci ritrovi sopra, però, ci vuole un attimo per ammollarti dentro certi sudori ghiacciati che solo un gefirofobico come te può immaginare. Ti prende qualcosa tra lo sterno e lo stomaco, come una randellata, e pensi che stai per morire; sei sicuro che stai per morire. Ti capita in macchina, ma solo se la guidi tu, in bicicletta, o anche a piedi. In autobus no, non ti capita, ma ti capiterebbe di sicuro se facessi l’autista, lavoro che infatti non faresti mai e al quale preferiresti la tua attuale disoccupazione. Quei ponticelli di poco conto alla periferia di Roma, dove sei cresciuto, sono gli unici che non temi. Quelli li attraverso da quand’ero pupo, – dici – è sempre andato tutto bene, ma con gli altri, cristo, con gli altri è una tragedia. […]

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L’Inquieto, numero 03/Luglio 2014, pp. 8-27
illustrazioni di Sara Flori

[Grazie a Martin Hofer, L’Inquieto]

La bella principianza

Scavalcami.
Ti suggeriva, ti invitava, ti chiedeva? Sulla pista da ballo la sua gamba destra, inattesa, sbarrava il passo ancora incerto del tuo piede sinistro, mentre dentro a un bisbiglio lui ti diceva: scavalcami. Lo scavalcasti e, mentre lo facevi, il corpo memorizzava un’informazione nuova che non avresti più dovuto chiedere in seguito. Presto avresti imparato che, in quella sera da principiante, avevi messo in musica la tua prima parada. Ti pareva di avvertire una specie di nostalgia preventiva, la rivelazione del momento in cui non saresti stata più una principiante. Bella, la principianza. Il diritto indiscusso all’errore, lo spazio franco dell’azione sgravata dalla responsabilità dell’esperienza, il privilegio della giovinezza impreparata: la principianza legittimava nuovi debutti di vita.
Questo fu per te il tango argentino.

Molto tempo prima – quanti anni sono? – al tuo imene fu bisbigliato: cristo santo, sei stretto come una griglia! (ti venne in mente una rete di filo spinato, o forse la graticola del barbecue). Le maglie serrate della griglia vennero allentate con ostinazione maldestra di ragazzo. Sul cotone bianco della tua adolescenza, piccole chiazze come di arancia rossa. Non fece né male né bene, pensasti: tutto qui? Così le mani, così la bocca: tutto qui? I mesi successivi li passasti a chiederti se fosse possibile essere ricucita, tornare alla principianza per ricreare l’esordio, riformarlo. No, non si poteva. Si poteva solo avanzare. […]

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Agenzia Letteraria Vicolo Cannery, 13/06/2014

(come sempre, grazie a Tommaso Giagni, che scioglie i miei dubbi e me ne annoda altri)

Fare le prove

Distribuisco a caso sul tavolo quello che capita: un posacenere colmo, accendini, un mazzo di chiavi, un cellulare, tre telecomandi, una manciata di penne e matite sparse, un paio di libri, due bicchieri e una tazzina vuoti. Stringo il pugno destro e inizio a calarlo sul tavolo, una, due, tre, quattro volte, variando la forza del colpo e la posizione della mano. Provo anche con la sinistra, ma non viene bene perché non sono mancina. Prendo appunti a ogni verifica, e ricomincio. La posizione, soprattutto, è importante: lavorare di nocche non è la stessa cosa che usare il lato esterno del pugno, tra polso e mignolo. Colpo ossuto e colpo carnoso producono suoni differenti, sonoro il primo, sordo il secondo, come una “b” (battere, botta, bastonare) e una “p” (picchiare, pugno, pestare).

– Oh, ma che ti sei ammattita? – mi chiede.
– No. Sì. Non lo so. Può essere. Sto facendo le prove.
– Prove di che?
– Prove di pugno sul tavolo. Ho bisogno di studiare il suono e il movimento degli oggetti che ci stanno sopra.
– Perché?
– Per scriverlo.
– E mi devi rovinare il tavolo per scriverlo?
– Sì.
– Sarebbe questo, scrivere? Io pensavo che uno si siede e si inventa una storia, non che si mette a spaccare le cose.
– Non le spacco, le uso. Mi lasci lavorare, per favore?
– Lavorare? Qualcuno ti paga per prendermi a cazzotti il tavolo buono della sala?

Adesso il pugno è sincero, decisivo, irrimediabile. M’è partito di lato, colpo carnoso. Mi faccio anche un po’ male. Perché la frase, la sua frase, ha colpito il centro esatto di un dolore muto, l’introvabile punto G della disperazione.
Prendere nota subito: per scrivere di un pugno vero, affondarsi le mani nella pancia, strapparsi dalle viscere una furia vera, scagliarla sul tavolo. Cercare rogne, sì, adesso ho proprio voglia di litigare, prendere a schiaffi qualcuno, perdio quanto sono incazzata.
Gli oggetti, poi: posacenere e accendini rimbalzano (“sobbalzano”); tre mozziconi di sigaretta saltano (“volano”) per aria, in un pulviscolo di cenere; bicchieri e tazzine cosa fanno? (“tintinnano” no, per carità, via subito; “trillano”, forse;  “tremano”, “vibrano”, “scampanellano”, “si crepano”); chiavi, cellulare, telecomandi, penne, matite, libri: è tutta una zuffa confusa di armi e moventi, questo è il giorno in cui i due personaggi provano ad ammazzarsi.

– No, non mi paga nessuno. Però tu mi hai appena aiutato a scrivere una pagina.
– Mi fa piacere. Mò rimetti a posto, e le altre prove te le vai a fare da un’altra parte.

C’è questo fatto un poco scomodo, nei rapporti tra chi prova a scrivere e chi no: chi no non comprende le attività di chi prova a scrivere, chi prova a scrivere non ha pietà di chi no. Però chi no offre quotidianamente materiali preziosi da saccheggiare, sbranare, spolpare, spremere, stuprare, dissanguare. Molta vita e poca scuola. Esercizio, ci vuole.
E tu sei vampiro della vita tua e di quella degli altri (i più finiscono col detestarti, ma questo non è un serio problema). Mi confermo una vecchia ipotesi che mi è ancora cara: scrivere è un cazzotto in bocca. Oggi sul tavolo.
Poi non lo so se funziona davvero così. Ma intanto una pagina è quasi fatta (duemila battute). Domani provo quella dello schiaffo.

Appunti per un inventario delle perdite (A-Tisket, A-Tasket)

Questo è mio, questo è tuo. Non all’inizio, lo sappiamo (tu, io, tutti quanti), ma non ci stanchiamo, non ci stanchiamo mai di raccontarci la storia daccapo, un’altra volta, un’altra volta. All’inizio, ti dicevo: scompiglio liquido, frullo di stomaco, una nebbia necessaria, travaso di fluidi, e coi fluidi vengono pure gli oggetti. Ecco gli oggetti, segni palpabili di familiarità. Su, scompaginiamoci un po’, cointestiamoci questo amore normale: ti affido le mie cose, mi affidi le tue cose. Guarda come sorridiamo in quella foto attaccata al frigorifero, come stiamo bene in questa domenica mattina impastata di sonno e di sudore, come siamo quieti in mezzo alle cose nostre, metti a fare un caffè, alla radio dicono che oggi sarà tutto sole, si potrebbe andare al roseto comunale.

Sì, però. È onerosa la manutenzione degli affetti, guarda come s’incista nelle minuzie del quotidiano. Può capitare di domenica mattina, ma pure un martedì sul treno delle 7:58. Cominciamo a fare come due compagni di scuola alle elementari, quando litigano e separano i loro banchi, allestiscono una muraglia provvisoria e con la mano tracciano la linea di confine, questo è mio, questo è tuo, qua ci sto io, qua ci stai tu, capito?

La negoziazione finale, quando è il momento, ha le sue complicanze: che ne facciamo, adesso, di questa lanterna a manovella da tre watt? E questo libro, di chi è? Lascia lì ché poi ci pensiamo. Un disaccordo, un trasloco rabbioso, una fuga sragionata, una dimenticanza, certe prevedibili trascuratezze in mezzo al parapiglia, tra i fiaccanti chiacchiericci del distacco. Le cose si ritrovano mesi, anni dopo, o non si ritrovano più.
Si potrebbe, allora, cedere alla malinconia – trovare una lingua per dirlo, coprircisi come con una coperta.
Ma compilare elenchi, invece, aggiornarli a ogni congedo, di sottrazione in sottrazione, preferendo alla cupezza il gusto per gli inventari: che te ne pare, di questo stratagemma? Con buona memoria, si potranno catalogare gli sprechi adottando il criterio cronologico della scomparsa. Bisognerà cominciare, prima o poi. Lo chiameremo: Inventario delle perdite.

Per esempio, dov’è quella canzone che non ho più? (ce l’hai tu). La rivoglio, quella mia, nel punto esatto in cui il disco col tempo si è sciupato, lì dove lei dice

I dropped it, I dropped it
Yes, on the way I dropped it

Maledetto il primo libro

– Non li ho più contati ma, se proprio volessi fare lo sforzo di memoria che mi chiedi, e lo voglio fare perché un po’ te lo devo, i traslochi dovrebbero essere stati in tutto nove. Dal 2000 a oggi: nove, sì.
Ripeto il conto ad alta voce insieme a lui, con le dita: anno e città, lui va integrando via via i dati aggiungendo pure gli indirizzi (come fa, come fa a ricordarsi tutti i miei indirizzi?). Salto un paio di soggiorni brevi, poca cosa. Ma lui mi interrompe subito.
– Poca cosa un cazzo. Non importa se lì ci sei stata un mese o un anno, devi contare tutte le volte che hai riempito scatoloni, più quella volta quando sei tornata da Wolverhampton.
– Ma che c’entra quella? Non era mica un trasloco, ci sono stata tre mesi e avevo solo qualche bagaglio!
– Ci sei stata quattro mesi, dal 18 settembre al 18 gennaio. Avevi due valigie, uno zaino da campeggio più grande di te sulle spalle, e la borsa del computer. A Birmingham ti sei messa a piangere al check-in di Raynair per la tassa da pagare, questo me lo hai raccontato tu al telefono, ma secondo me non piangevi per la tassa, non solo. Quando si piange a quel modo, è trasloco.
– Va bene, allora sono undici.
– No. – solleva il bicchiere nella mia direzione, – Sono dodici. Salute! –  e manda giù trionfale un sorso di vino, – Non consideri l’ultimo, quello che ti ha riportato qua al punto di partenza? […]

Continua a leggere “Maledetto il primo libro” su Vicolo Cannery, 11/04/2014

(sempre bello, stare nel Vicolo)

Il dio Pan

Al centoquarantaduesimo scalino della Torre degli Asinelli, ho avuto il mio primo attacco di panico.
Questo, però, l’ho pensato un po’ di tempo dopo, mica lì mentre buttavo sudori. Quando sudi in quella maniera, non pensi.
Bisogna affrontare la faccenda con metodo, mi sono detta la sera stessa in albergo, seduta al centro del letto di una camera doppia uso singola arredata in toni blu. Venirne a capo: compilare elenchi, fare inventari, svolgere indagini, studiare archivi, prendere appunti. Esaminare minuziosamente il caso, dati alla mano. […]

Continua a leggere “Il dio Pan” su Abbiamo le Prove, 28/03/2014

(il mio ringraziamento a Violetta Bellocchio, sempre)

Io voglio mangiare

Facci caso. Tua madre, quando guarda un film, vuole una storia, una storia comprensibile e verosimile, con un ritmo né troppo lento né troppo veloce. Guai se il finale non si capisce. La storia deve avere un capo e una coda, qua le cose devono essere chiare, ché già la vita è oscura. Lei, poi, preferisce le storie che finiscono bene, per lo stesso principio inevitabile dell’oscurità delle nostre esistenze.
L’altro giorno, dopo essere stata al cinema a vedere l’ultimo film di Ozpetek, le hai consigliato di andare a vederlo, che forse quello le poteva piacere.
– La storia si capisce bene.
– Eh, sarà uno di quei film noiosi che piacciono a te.
– No, non è uno di quei film noiosi che piacciono a me, giuro.
– Di che parla?
– Parla dell’amore tra una ragazza e un ragazzo.
– Finisce bene o finisce male?
– Ma che te ne importa come finisce?
– Mi importa eccome. Avanti: finisce bene o male?
– Mah… non saprei dirtelo, c’è del bene, c’è del male.
– Sempre le risposte tue. Muore qualcuno sì o no?
– Sì, muore qualcuno. Ma mica succede solo questo, la gente muore sempre.
– Ma fa più piangere o più ridere?
– Suppongo più piangere, comunque ognuno al cinema piange per le ragioni sue.
– E io perché dovrei andare a piangere al cinema quando posso piangere per le ragioni mie qua a casa, gratis?
Donna sempre coerente, è stata disposta a pagare un biglietto solo per andare a vedere l’ultimo di Verdone, perché con lui si ride sicuro e, anche se qui e là c’è un po’ di amaro, alla fine si aggiusta tutto. Gli altri film se li guarda sempre a casa, su Sky, così può cambiare subito canale se si corre il rischio di piangere o, peggio ancora, di annoiarsi.
Hai tentato un approccio a La grande bellezza, quando lo hanno dato in televisione. Questo te lo devi proprio vedere, le hai detto. Lei si fida sempre di te anche se sa che ti piacciono spesso i film noiosi, è straordinaria la cieca mansuetudine con cui ti si affida, oggi che non è più giovane e le vostre stature si sono invertite. Nemmeno mezz’ora dopo l’inizio del film ha urlato:
– Ma che mi rappresenta ‘sta storia qua?
Si è alzata dal divano e se n’è andata a letto con la Settimana Enigmistica sotto il braccio.
Le parole crociate senza schema sono quelle che le piacciono di più, ne risolve a decine con gli occhiali sul naso, né si fa spaventare dagli incroci obbligati sillabici, Ghilardi e Bartezzaghi la fanno dannare ma non prende sonno finché non ne viene a capo, per i rebus ci vogliono pochi minuti, le cornici concentriche giusto quando è stanca, il critto-incastro quando va in bagno, le parole crociate della copertina nemmeno le guarda ché quelle sono per i principianti (le lascia a te).
– Tutto ‘sto polverone intorno a La meravigliosa bellezza io non l’ho capito. – ti dice il giorno dopo mentre fate colazione.
Tu non riesci nemmeno a correggerle il titolo, non te la senti proprio, mangi biscotti. Gli sparuti, incostanti sprazzi di bellezza che emana tua madre, quando la mattina presto beve il caffè in cucina e con grazia semplice si sbarazza di uno dei film più discussi della storia del cinema, quasi fosse una ciocca di capelli finita sugli occhi: come si racconta, questa portentosa minuzia di un mattino in una casa qualunque?

Tua madre, di una storia, vuole un capo, una coda, e carne in mezzo. Ti racconta The Words.
– Quello con Geremì Àironz. Questo te lo devi proprio vedere! Allora: è la storia di uno scrittore che non riesce a diventare famoso perché nessuno gli pubblica il suo libro, e lui s’avvilisce, pover’uomo, la moglie gli sta vicino ma lui niente da fare, è sconfortato, poi un giorno trova un manoscritto dentro una valigetta, ma il resto non te lo racconto sennò che gusto c’è se sai già tutta la storia.
– Ma un film, o un libro, non è mica solo la storia.
– E no! – ti interrompe subito lei con fermezza, – Non mi scocciare con le tue solite teorie!
Le tue solite teorie te le disegna in aria con uno sfarfallio confuso di mani, prima di concludere:
– La storia è la cosa più importante.
La storia è la cosa più importante, dice, ma l’altro giorno tu stavi guardando quel film di Resnais e lei passava di lì con lo straccio in mano. Si è fermata per un momento, ha guardato sì e no un minuto, in piedi vicino alla porta.
– Questo è un film francese, vero?
– Da cosa lo noti? – le hai chiesto senza nascondere una punta di fastidio.
– I film francesi si riconoscono subito.
– Ah sì, e da che cosa? – Volevi metterla alla prova, ormai più indispettita che curiosa.
– Mah, da quei dialoghi fitti fitti, e poi quei silenzi interminabili, quell’umorismo che capiscono solo loro, quei colori scuri, e tutte quelle inquadrature pallose.
Oh, come ti sei sentita la gola secca, mentre tua madre si allontanava riprendendo a spolverare mobili.
Lo vedi? Tua madre che vuole una storia, tua madre che non ha finito di leggere nemmeno uno dei romanzi pallosi che le hai regalato, tua madre che se La grande bellezza fosse stato un libro lo avrebbe scaraventato contro il muro dopo le prime tre pagine, fiuta un odore di film francese in meno di un minuto. Tu no, non sempre. Lei sì, sempre. Il suo occhio ineducato, scampato al danno irrimediabile degli studi e al vizio erosivo delle frequentazioni colte, si è addestrato da solo per anni, è il più attento di tutti, il solo che un autore dovrebbe veramente considerare.
Non sai spiegarti come succede. A volte ci provi, a spiegartelo. Prendi tuo zio Gianni, per esempio, anche se non sai che c’entra adesso la storia di tuo zio Gianni.

Faceva il cuoco in un ristorante di quelli raffinati, e anche lui era un cuoco raffinato perché da giovane, partito con lo stomaco che gli traboccava di pane e cipolla, aveva studiato in una scuola prestigiosa, viaggiato, conosciuto, osservato, annusato, assaggiato, toccato. Era finito a preparare quei piatti dai nomi lunghissimi che avevano sopra una forchettata di tagliolini fatti a mano, adagiati su un letto di non so che cosa, accompagnati con un’emulsione di qualcos’altro e spolverati con una granella di qualcos’altro ancora. Il risultato era indiscutibilmente bello da guardare, buono da degustare. I clienti abituali di quel ristorante lo apprezzavano tanto da essere disposti a pagare regolarmente cifre ragguardevoli. Poi un giorno si presentò nel locale un cliente nuovo, che ordinò questo piatto di tagliolini di cui gli era giunta notizia. Quando si trovò sul suo tavolo l’opera di zio Gianni, tagliolini, letto, emulsione, granella, rimase a guardarla in silenzio. Non toccò il piatto, non sollevò neppure le posate. Chiese di poter parlare con lo chef. Zio Gianni, con il garbo che gli avevano insegnato, si affrettò a uscire dalla cucina per capire il problema e informarsi sulle preferenze del cliente. Quello gli disse: io voglio mangiare. Zio Gianni allora tornò in cucina e gli preparò un’abbondante porzione di rigatoni annegati in un ragù di carne come lo facevano al paese suo, e gliela servì personalmente. Finito di mangiare, il cliente si volle complimentare con lui. Zio Gianni uscì di nuovo dalla cucina, si pulì le mani nel grembiule, lo ringraziò per i complimenti e poi gli suggerì di non tornare mai più in quel ristorante. Gli indicò una trattoria verso il mare. Se vuole satollarsi, – gli disse pure – là fanno i piatti come li vuole lei. Zio Gianni venne licenziato in capo a una settimana. Pover’uomo, disse tua madre.

– Stasera cucina tu, sono stanca. Fammi quella zuppa buona che hai mangiato a Parigi.
– Va bene. Ma guarda che è un piatto francese, eh.
– Che? ‘Na zuppa di cipolle? È un piatto semplice per chi tiene fame, e tu sei andata a pagarlo quindici euro in un ristorante di Parigi.
Piangi in cucina, ed è perché affetti cipolle. Prepari la soupe à l’oignon per te e tua madre, e pensi: dentro ci stanno brodo di bestia, bulbo di terra, crosta di pane.
– Dopo cena guardiamo un film? – ti chiede lei dal soggiorno. Senti un frusciare di fogli spaginati, giusto il tempo di una cornice concentrica da risolvere sulla Settimana Enigmistica prima di apparecchiare la tavola.
– Sì. Stasera lo scegli tu.
– Meno male! Pensavo che mi toccava rivedere quel film coreano dove lui e lei vanno in giro a mangiare e dormire e farsi la doccia nelle case disabitate, e poi lui prende a mazzate il marito di lei con una mazza da golf, e alla fine non si sa come diventa una specie di uomo invisibile, e continua a vivere con lei senza che nessuno lo vede più, e quella lì con una faccia da madonna sofferente non dice mai una parola per tutto il film. Ma che mi rappresenta ‘sta storia qua?

Virus

Amalia ha cambiato passo. Se ne accorge anche lei, perché perde il treno. Prima, invece, arrivava in anticipo, piede svelto, andatura decisa: le toccava aspettare. Non saprebbe dire con chiarezza prima di cosa, dice prima e basta. Adesso le gambe pare le diano retta solo per sorsi lenti di passeggiata, quasi che a lei sia estranea l’esperienza della smania, la fretta di raggiungere una strada, una persona, un ufficio, una casa, una frittata. Le gambe di Amalia erano due elastici lunghi e asciutti; a vederle, le avresti dette gambe di atleta, scatti di molla, o solo frenesia di femmina. I piedi solleticavano la terra con una sequenza di colpetti ravvicinati, piccoli rimbalzi come di sasso sul pelo dell’acqua, prima di arrendersi all’attrito. Quando camminava in compagnia, le dicevano oh ma dove vai, stiamo passeggiando, che hai da correre? Non sto correndo, diceva lei, sorpresa o contrariata secondo il caso, e rallentava. Alle volte succedeva pure che si ritrovasse a parlare da sola, perché quell’altro era rimasto indietro. Allora si voltava e lo trovava fermo: mi aspetti o no?, le chiedeva un poco scocciato. E lei aspettava. Tornando a casa insieme, aspettava che lui coprisse il tratto di strada dalla macchina al palazzo – lei l’aveva ingoiato in pochi secondi, poi si era fermata davanti al cancello ad aspettare (qualche volta era anche bello, stare a guardarlo mentre si avvicinava con quel passo suo quieto, di bestia mansueta). Aspettava davanti all’ingresso di cinema e teatri che arrivassero gli amici, aspettava alla cassa del supermercato che la raggiungessero con calma, aspettava agli appuntamenti, aspettava a tavola, aspettava a scuola, aspettava a lavoro, aspettava a letto, aspettava alla stazione, aspettava al telefono, aspettava e ad aspettare stava sola. […]

Continua a leggere “Virus” su Vicolo Cannery, 24/02/2014

(un sempiterno ringraziamento a Tommaso Giagni e agli altri del Vicolo)

ma vince il peso degli oggetti

Tutto conservo. Vecchi: libri di scuola, quaderni, diari, agende, giornali, riviste, ritagli di carta, lettere, cartoline, foto, fototessere, documenti scaduti, maglioni, magliette, mutande, scatole, cestini di vimini, scontrini, biglietti di auguri, biglietti dell’autobus, di mostre, di concerti, moccoli di candela, gingilli sbeccati, chincaglierie.
A volte per cedimento alla trascuratezza – più spesso per organica incapacità di liberarmi, – trattengo, serbo, ammucchio, non disperdo, non lascio, non tronco.
Dagli oggetti mi separo solo nelle grandi occasioni. Le grandi occasioni accadono quando il caso chiede di allestire scatole di cartone, raccogliere, imballare, distinguere l’essenziale dal superfluo, ripensare il necessario (il bisogno, riconoscere il bisogno: di cosa hai bisogno, tu?).
Stanze piene, dopo vuote, ma prima di “piene” c’era “vuote”, vuote le trovo e le riempio e poi le sgombro, e vado e torno e ancora vado.
Torno.

Sono tornata, amici miei, pochi che siete rimasti, sono tornata al paesello nostro, dove ci sta il mare tutto il giorno, la notte pure, odore e sciabordio non se vanno. Qua per vedere l’ultimo film dei Coen dobbiamo aspettare qualche giorno – la pellicola, chissà, se la caricano sotto il braccio e la portano in bicicletta come Salvatore di Nuovo Cinema Paradiso, – o ci tocca andare verso nord e oltrepassare il confine del fiume, ma che importa se c’è il mare e se ci siete voi, amici miei che mi dite eh? Antani, come se fosse Antani, anche per il direttore, la supercazzola con scappellamento!

Ho scaraventato nei bidoni le cianfrusaglie di una stanza disabitata a lungo, via questo via quest’altro, per fare spazio al mio ritorno. Sono felice del tuo ritorno, mi ha detto una vecchia compagna di scuola, sono un po’ egoista, vorrei che non ripartissi più.
Di tanto in tanto mi inabisso nello scantinato e porto su uno scatolone alla volta, sono tanti. Non c’è fretta, non c’è più. Paro a festa la stanza, questa vecchia stanza che era mia, poi mia e di mio fratello, poi mia, poi di nessuno, magari ci ospitiamo qualcuno, adesso è tornata mia.
Faccio le cose per bene, riconosco almeno un bisogno: abitare. Abitare nei libri tenuti a soffocare nel cartone – adesso respirano, dal pavimento al soffitto, e no, Céline non può stare vicino a Proust, uno di qua l’altro di là, e John Fante, John Fante ha un posto tutto per sé, ma non troppo lontano da Knut Hamsun, ché tra loro s’intendono. Abitare nelle lampade rosse e in quella arancione comprata a Trastevere quanti anni sono; abitare nel tavolino basso da sette euro rosso pure lui che ancora mi piace; abitare nei mobili bianchi, quelli costruiti dal falegname quanti anni sono; abitare nel color crema Chantilly delle pareti, ma che ne diresti se in primavera se le ridipingessimo di albicocca, che coi mobili bianchi ci cantano? E magari stacchiamo quelle greche decorative che si vanno scollando. Abitare nelle tende nuove, voglio dire nuove per la stanza, mica per me che le ho prese al mercato di Porta Portese quanti anni sono e hanno viaggiato, per case e quartieri di metropoli estranea; abitare nella luce un po’ bianca e un po’ gialla, dipende dall’ora del giorno; abitare nelle foto incorniciate (ex studenti che ridono con le loro facce tedesche, inglesi, cinesi, giapponesi, il corso di italiano è finito!, foto di gruppo e rido anch’io, abruzzese).

Le stanze vuote, ho provato ad abitarci, per fare prima, tanto poi bisogna andare via un’altra volta, che ti sistemi a fare, che t’aggiusti, e che ci fai con quella mensola che ti tocca bucare un muro in affitto, e con quel divanetto che è pure brutto, e tutti quei dannati libri che hanno fatto il giro del mondo (no, dico io, solo il giro del Grande Raccordo Anulare), è tutto peso per quando dovrai svuotare. Un letto, un computer, qualcosa da mangiare, un tavolo se è proprio necessario, e basta, non serve altro. È vero, sì, però le cose, dove sono le mie cose, le cose che ho amato, le cose, mannaggia alle cose. E ciò che hai amato anche un solo mattino, tenertelo stretto fino alla morte. Tenere, tenere, tenere…

Adesso abito. Ho comprato due bulbi di giacinto e li ho messi sul davanzale, esposti a nord, o forse è nord est. Dicono che fanno grossi fiori profumati, bianchi, gialli, rossi o blu, non so di che colore saranno i miei, non m’intendo di piante, troppa acqua poca acqua, confido in una familiarità da maturare, ma non traboccante.
Intanto la domenica mattina prendo il caffè alla pasticceria, quella che sta lì da sempre e mai mi ricordo il nome, poi vado al mare, quant’era che non vedevo il mare a febbraio? E ci stanno sempre i sessantenni avviliti che vanno in macchina su e giù per il lungomare in cerca di un po’ di amore giovane a un prezzo ragionevole? Sì sì, dipende dall’ora, ma d’inverno non ci andare al mattino presto da sola. No, io ci vado verso le undici. Allora va bene, alle undici escono le madri dalle case, le vecchie dalla chiesa, gli uomini dai bar; si comprano i giornali, le pastarelle per il pranzo della domenica, i ravioli quelli freschi, ché mica in tutte le case ci sono le nonne che li fanno ancora a mano, che ti credi.
Sto nel posto che per trent’anni ho scansato, accusato di cafoneria, di piccineria; gente di paese, io non sono come voi, io vado in America, io in mare aperto. Invece no, andata e ritorno, io io io m’ero scordata di liberare l’àncora e la barca è rimbalzata indietro, fionda usata con imperizia che mi ha spaccato la testa, qualche danno pure al molo ma si aggiusta, testa e molo, qui si aggiusta sempre tutto.

Quanto ti fermi, che fai, resterai qua. Non lo so, rispondo, non lo so, intanto aspettiamo che fioriscano i giacinti e poi si vede. Adesso abito nelle mie cose, ma vince il peso degli oggetti.

Giacinto

[Il titolo è un furto ai danni di Amelia Rosselli, C’è come un dolore nella stanza, da Documento, in Poeti italiani del Novecento, a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Mondadori 1990, p. 1003. La citazione in corsivo nel testo è da Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi 2009, p. 14. Nel testo c’è anche una citazione da un film, che non serve precisare. La foto è mia, si può intuire dalla qualità]

Permesso

«Signorina, se aspetta un altro po’, je diventa ‘n carciofo!».
Una non si aspetterebbe mai di ritrovarsi a gambe spalancate nello studio di un ginecologo per sentir esclamare di carciofi. Eppure fu bravo. Fu bravo perché ebbe l’intuizione che, per farmi decidere di avere più a cuore la mia salute di giovane femmina, era necessario servirsi di una minaccia vegetale. Peraltro i carciofi mi fanno pure schifo, ma questo lui non poteva saperlo, si era affidato a un’idea semplice e buona: tra le gambe non ci stanno carciofi, se ce ne trovi uno sei di fronte a un adynaton, una cosa impossibile, una presenza inumana, una moderna elephant woman. Dal momento in cui la voce medica mi iniettò questa idea semplice e buona, mi risolsi di non poter più ignorare il problema, spuntato già da un paio di settimane, forse di più. […]

Continua a leggere “Permesso” su Abbiamo le Prove, 20/01/2014

(Ripubblicato su Vicolo Cannery, 24/01/2014)