Fare le prove

Distribuisco a caso sul tavolo quello che capita: un posacenere colmo, accendini, un mazzo di chiavi, un cellulare, tre telecomandi, una manciata di penne e matite sparse, un paio di libri, due bicchieri e una tazzina vuoti. Stringo il pugno destro e inizio a calarlo sul tavolo, una, due, tre, quattro volte, variando la forza del colpo e la posizione della mano. Provo anche con la sinistra, ma non viene bene perché non sono mancina. Prendo appunti a ogni verifica, e ricomincio. La posizione, soprattutto, è importante: lavorare di nocche non è la stessa cosa che usare il lato esterno del pugno, tra polso e mignolo. Colpo ossuto e colpo carnoso producono suoni differenti, sonoro il primo, sordo il secondo, come una “b” (battere, botta, bastonare) e una “p” (picchiare, pugno, pestare).

– Oh, ma che ti sei ammattita? – mi chiede.
– No. Sì. Non lo so. Può essere. Sto facendo le prove.
– Prove di che?
– Prove di pugno sul tavolo. Ho bisogno di studiare il suono e il movimento degli oggetti che ci stanno sopra.
– Perché?
– Per scriverlo.
– E mi devi rovinare il tavolo per scriverlo?
– Sì.
– Sarebbe questo, scrivere? Io pensavo che uno si siede e si inventa una storia, non che si mette a spaccare le cose.
– Non le spacco, le uso. Mi lasci lavorare, per favore?
– Lavorare? Qualcuno ti paga per prendermi a cazzotti il tavolo buono della sala?

Adesso il pugno è sincero, decisivo, irrimediabile. M’è partito di lato, colpo carnoso. Mi faccio anche un po’ male. Perché la frase, la sua frase, ha colpito il centro esatto di un dolore muto, l’introvabile punto G della disperazione.
Prendere nota subito: per scrivere di un pugno vero, affondarsi le mani nella pancia, strapparsi dalle viscere una furia vera, scagliarla sul tavolo. Cercare rogne, sì, adesso ho proprio voglia di litigare, prendere a schiaffi qualcuno, perdio quanto sono incazzata.
Gli oggetti, poi: posacenere e accendini rimbalzano (“sobbalzano”); tre mozziconi di sigaretta saltano (“volano”) per aria, in un pulviscolo di cenere; bicchieri e tazzine cosa fanno? (“tintinnano” no, per carità, via subito; “trillano”, forse;  “tremano”, “vibrano”, “scampanellano”, “si crepano”); chiavi, cellulare, telecomandi, penne, matite, libri: è tutta una zuffa confusa di armi e moventi, questo è il giorno in cui i due personaggi provano ad ammazzarsi.

– No, non mi paga nessuno. Però tu mi hai appena aiutato a scrivere una pagina.
– Mi fa piacere. Mò rimetti a posto, e le altre prove te le vai a fare da un’altra parte.

C’è questo fatto un poco scomodo, nei rapporti tra chi prova a scrivere e chi no: chi no non comprende le attività di chi prova a scrivere, chi prova a scrivere non ha pietà di chi no. Però chi no offre quotidianamente materiali preziosi da saccheggiare, sbranare, spolpare, spremere, stuprare, dissanguare. Molta vita e poca scuola. Esercizio, ci vuole.
E tu sei vampiro della vita tua e di quella degli altri (i più finiscono col detestarti, ma questo non è un serio problema). Mi confermo una vecchia ipotesi che mi è ancora cara: scrivere è un cazzotto in bocca. Oggi sul tavolo.
Poi non lo so se funziona davvero così. Ma intanto una pagina è quasi fatta (duemila battute). Domani provo quella dello schiaffo.

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Un campione di scrittura femminile al secondo giorno di ciclo da donare alla ricerca scientifica

Una donna non dovrebbe scrivere, nei giorni del ciclo mestruale.
Cioè, se vuole scrivere, che scriva, ma non scriva su un blog, o comunque non scriva per essere letta. Perché, se in condizioni non alterate dal mensile sconquasso ovarico scrive bene, è possibile e anzi da temere che in quei giorni scriva male e, se in condizioni non alterate dal mensile sconquasso ovarico scrive male, è plausibile e anzi da temere che in quei giorni scriva peggio.
Soprattutto, nei giorni del ciclo mestruale, una donna che abbia in seria considerazione l’attività di scrittura dovrebbe tenersene alla larga e piuttosto mandare giù una compressa di ibuprofene, o farsi una tisana.
Se non sa resistere alla tentazione di scrivere, e malauguratamente di scrivere su un blog, e se non c’è nessuno a impedirglielo con la forza, dovrebbe almeno avere la premura d’avvertire il lettore.
Dovrebbe dire, credo: “Caro lettore, sto per scrivere di questo, o di quest’altro. Torna quando ho finito”.

Ieri avevo cominciato a mettere in ordine le numerose centinaia di foto sul mio computer, un lavoro che rimandavo già da tempo, e lo rimandavo perché è un lavoro che ogni tanto si deve pur fare, come la scansione antivirus o la pulizia del disco, o gli esami del sangue o le ecografie, e quello che ogni tanto si deve pur fare mi annoia o mi turba. In effetti, ho lasciato perdere dopo un po’, perché non riuscivo a decidere se il criterio migliore fosse quello cronologico (anno per anno), o tematico (viaggi, città, esperienze, situazioni).
Quello cronologico m’incupiva e quello tematico m’insospettiva.
Il primo obbligava a una percezione tanto semplice quanto penosa di un aberrante processo di sottrazione in atto. Ogni anno che passa, infatti, non è un anno in più che abbiamo, ma un anno in meno che resta.
Il secondo costringeva a sospettare che il tema, quando c’è, sia raramente uno solo e quasi mai quello che pare più evidente.
La scelta, dunque, era tra il criterio della cupezza e il criterio del sospetto.
L’ibuprofene lo avevo già preso e la tisana non ce l’avevo. Allora mi sono messa a scrivere.

Caro lettore, adesso ho finito e tu puoi tornare, se ne hai voglia. Però, per favore, quando non trovi nuovi scritti su questo blog, non mandarmi e-mail in cui mi chiedi perché non scrivo.