Grazie per le rose, ma vogliamo anche spargimento di sangue

[Il seguente post giaceva nell’archivio delle bozze di Tornasole da diverso tempo. Stamane stavo per eliminarlo, ma poi la madre di Le Sanglier è passata da noi a prendersi un caffè, e ho cambiato idea]

Nel 2007 Alina Marazzi ha girato un film documentario dal titolo “Vogliamo anche le rose“, nel quale ripercorre a modo suo alcuni momenti del movimento femminista in Italia (non la volevo dire questa vecchia parola, ma bisognerà pure cominciare da qualche parte, perciò cominciamo da “in Italia”).
In Italia io, in quei tempi lì, non c’ero, né era stato ancora deciso o immaginato che ci fossi. Sono nata qualche anno più tardi da una madre che negli anni Sessanta e Settanta c’era e che, voglio sperare, c’era (nel senso che era presente a se stessa) anche poco dopo, cioè quando ha pensato e poi deciso e infine fatto in modo, insieme all’unico uomo della sua vita, cioè mio padre, che io ci fossi. Non mi pare che, dagli anni Sessanta e Settanta, lei ne sia uscita tanto bene. Però, alla soglia dei sessant’anni, sembra contenta di aver passato la vita a occuparsi di figli, marito e suoceri (non ogni giorno in quest’ordine), perciò si può dire che ne sia uscita bene.
Il film della Marazzi può piacere molto o non piacere affatto (a me non è piaciuto affatto), e il contenuto si può facilmente intuire anche senza averlo visto, saranno sufficienti dieci righe di Wikipedia. Più interessante, forse, è il montaggio combinato di materiali di repertorio. Ad ogni modo, a me non è venuto in mente né per il valore del contenuto, né per l’orginalità del montaggio combinato di materiali di repertorio, ma solo per il titolo e, soprattutto, per la seguente didascalia riportata sulla copertina del dvd, della quale però non credo sia responsabile l’intelligenza della Marazzi, che qui non è sottoposta a discussione: “I 20 anni che hanno cambiato la nostra vita“.

La compianta Mia Martini, grosso modo una ventina d’anni dopo quegli avvenimenti storici (cioè quando la nostra vita, secondo l’autore o l’autrice della citata didascalia, avrebbe dovuto mostrare il frutto maturo di tali rivoluzionari cambiamenti), salì sul palco dell’Ariston con una canzone famosa, a urlare mirabilmente: “Ma perché gli uomini che nascono sono figli delle donne ma non sono come noi?”. Gli autori del testo, però, erano tre uomini, e ciò dovrebbe destare il sospetto che qualcosa nei nostri conti non torni: perché una donna è diventata l’interprete famosa di una canzone, scritta da tre uomini, in cui una donna s’addolora del fatto che “Gli uomini non cambiano”? Eppure ho l’impressione che il sospetto non sia ancora abbastanza condiviso.
Cercherò allora di fare del mio meglio.

Nell’Italia del 2013 vi sono numerosi uomini (non li ho contati, però fidatevi che sono tanti), giovani e meno giovani, faticosamente educati da madri che furono giovani in quei vent’anni che hanno cambiato la nostra vita, a essere imboccati e rimboccati in una maniera tale che poi, quando per le più ovvie e banali circostanze del caso, si trovano a vivere insieme a una donna dal cui utero necessariamente non sono venuti al mondo, parrà loro del tutto naturale che quest’ultima riceva in consegna dalla Donna Primordiale il sacro onere dell’accudimento. Un privilegio, per la Donna Primordiale che ne fa dono. Una sciagura, per la donna che lo riceve. Ma sempre il caso vuole che nell’Italia del 2013 vi siano pure numerose donne (non le ho contate, però fidatevi che sono tante), giovani e meno giovani, che incredibilmente hanno espanso la propria sfera esperienziale in una maniera tale che, quando per le più ovvie e banali circostanze del caso (ancora lui), si trovano a vivere insieme a un uomo che necessariamente non è venuto al mondo per mezzo del loro utero e che tuttavia mostra di voler essere accudito come se lo fosse, parrà loro del tutto naturale rimpacchettarlo e rispedirlo al mittente, cioè alla Donna Primordiale (la quale, bisogna dirlo, si mostrerà sì in pena davanti alla sofferenza del figliolo rifiutato, ma di più godrà segretamente del piacere di ricondurlo al suo seno).

Stando così le cose, a questo punto bisognerà almeno supporre che qualcosa non torni. Ripartiamo da un fatto semplice: Uno viene al mondo, e dapprima prende quello che trova. Se quello che trova Uno è un letto rifatto fino all’età di quarant’anni, si affretterà mica a disfarlo per il gusto di rifarselo come più gli piace? Se quello che trova è una camicia profumata stesa ad asciugare al sole, Uno la afferrerà forse ancora bagnata e si metterà a strofinarla daccapo con un detersivo diverso perché preferisce quello al muschio bianco invece del sapone di Marsiglia usato da mamma? Se accettiamo che l’ipotesi più semplice è anche quella più probabile, allora ci risponderemo che no, Uno non è così scemo, e accetteremo infine che Uno, come tutti noi, acquisisce un comportamento e che il comportamento deriva da un’informazione ambientale, la quale in questo caso è: cazzo mi lavo a fare la camicia, se al mondo c’è qualcuno che lo fa per me ?
Da qui il disorientamento, ragionevolissimo, di Uno quando la donna dal cui utero non è venuto al mondo lo sbatte fuori di casa insieme alle sue camicie, dopo un periodo di convivenza. Uno non comprende. Uno è più sorpreso che infelice. Uno ha solo acquisito un comportamento, che è la reazione a uno stimolo dato.
Che colpa ha, Uno?

Si può dunque solo auspicare che, tra venti o trent’anni ancora (ma, purtroppo, temo di più), la natura, talvolta provvidenziale, avrà operato l’opportuno ricambio, provvedendo a estinguere la specie della Madre Chioccia, l’essere più temibile e più pericoloso per l’autonomia, la crescita, il progresso e la libertà dell’individuo, e quindi della società tutta.
Se ciò tarderà ad accadere, e se, soprattutto, le trentenni e le quarantenni di oggi desiderano riuscire a vivere almeno un giorno della loro vita accanto a uomini che sanno scaldarsi il latte al mattino senza bruciare il bricco (oppure solo: scaldarsi il latte al mattino), allora sarà bene che le trentenni e le quarantenni di oggi la smettano di lagnarsi dei loro compagni e comincino, piuttosto, a spargere il sangue delle loro suocere.
Mi rendo conto, tuttavia, che nemmeno questa soluzione appare praticabile in una società che diciamo civile: infatti, una società che diciamo civile malgrado fatichi ancora a capire come separare ordinatamente la plastica dal vetro nella raccolta differenziata dei rifiuti, potrebbe mai essere in grado di dotarsi di ulteriori contenitori appositi per suocere?

Il fatto è che, lo credo mio malgrado, non c’è maschilismo più dannoso per le donne di quello delle donne.

[A mo’ di supplemento alla lettura del post, suggerisco la visione del divertente cortometraggio di Cecilia Calvi, No mamma no, assai più verosimile del film documentario della Marazzi. Qui una sequenza]

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