Felicitonia

– Prof, come butta?
– Wow, ottima domanda informale!
– Vaitra 🙂
– Che significa “Vaitra”?
– “Stai tranquilla”?
– Ah! “Stai tranqui”! Non ho mai sentito dire “vaitra”.
– Il discepolo supera l’insegnante!
– Vero. Hai visto? Allora ho vinto la sfida.
– Adesso vado a dormire, domani ho un altro esame e sto in SCLERO.
– In bocca al lupo!
– Crepi, grazie! Buonanotte 🙂

È mezzanotte passata quando finisco di chattare con Ante, l’ex studente croato che ho accompagnato per lungo tempo fino all’esame di certificazione internazionale di italiano come lingua straniera. «Questo B2 non era così difficile», mi ha scritto subito dopo averlo fatto, pochi giorni fa. B2 significa che sai dire in una lingua straniera i tuoi pensieri, quando sei d’accordo e quando no con le opinioni degli altri e perché, quando vuoi litigare e quando vuoi fare il tenero, quando ti va di discutere della Lettera a un religioso di Simone Weil e quando vuoi dire che l’ultimo film di Sorrentino secondo te è “meraviglioso” (e anche: “Mi sembra che la scena con la ragazza al mare, quando lei è nuda e Jep è giovane, sia quella più importante e anche, come tu hai detto, forse ha una relazione con il titolo. Ma questa grande bellezza non può essere spiegata. Mi ha toccato molto, ma non so dire ancora esattamente perché… ma non per il mio italiano, non saprei dire questo neanche in croato!”. Recensori italiani de La grande bellezza: prendetene nota).

Ho nell’archivio della chat settecentoventidue conversazioni con Ante: racconti di quotidianità, confessioni disperate, richieste di consigli su cosa regalare alla fidanzata che aspetta il suo ritorno in Croazia, argomentazioni serrate sulla canzone d’autore italiana, i dubbi cavillosi di sempre su certe misteriosissime regole grammaticali che danno il tormento a chi cerca uno stratagemma per governarle (“Perché si dice ‘vado al mare’ e ‘vado in montagna’? Non è sempre andare verso un luogo?”). Da sole, queste settecentoventidue conversazioni basterebbero a costruire la storia di una conquista, ma ce ne sono altre centinaia con altri studenti che adesso sono ex studenti, e poi le e-mail e i bigliettini scritti a mano che accompagnavano piccoli regali che ho ricevuto alla fine dei corsi di italiano – un portasigarette, una teiera con la candela sotto (“Così il tuo tè è sempre caldo come deve essere un buono tè”), The Woman in White di Wilkie Collins, un libro di ricette inglesi (“Perché anche la cucina inglese ha la sua tradizione, non è solo fish and chips!”), un accendino d’argento che poi, accidenti a me, ho perso.
Ci sono anche, a tenere vivo l’amore, le registrazioni delle loro voci fatte in classe, durante i corsi, gli esercizi di scrittura provocati e incoraggiati dopo la lettura di quel passo tanto bello de Le città invisibili, dove Calvino descrive Eutropia, e l’immaginazione in seguito stimolata a descrivere la propria città ideale, fogli di carta conservati nel tempo come manoscritti preziosissimi:

Felicitonia vogliamo battezzare la città, la quale ha una pretesa per la sua esistenza, cioè che non esiste. Felicitonia non è neanche una città ideale, perché se tentasse di esserlo dovrebbe necessariamente fallire. Ognuno degli abitanti avrebbe un altro desiderio per la sua citta ideale e la sua vita ideale e non ci si potrebbe trovare mai un consenso tra di loro. Quindi Felicitonia rimane una città meramente ipotetica. Se è infine buona o cattiva, desiderevole o spiacevole, questo giudizio viene rimandato agli ascoltatori di questo testo. Solo una cosa oso dire: mi pare che gli abitanti siano felici.
(Nikolaus)

Ma tutta questa testualità in divenire, di cui un insegnante ha il privilegio di essere testimone, non è sempre stata competente, né almeno comprensibile: all’inizio era poco più di una timida lallazione, con la faccia rossa di vergogna. Così, quando poi il nostro tempo insieme finisce, quando loro proseguono da soli nelle loro conquiste, quando tornano a casa, nei loro Paesi vicini e lontani, si ha l’impressione – un’impressione che inorgoglisce, simile a un sentimento di compiacimento nel quale non si può fare a meno di cullarsi per qualche momento, – di aver contribuito all’acquisizione di una nuova italianità che se ne va in giro per il mondo, capillare, sovversiva, liberata. Questa sì, è una gioia vera, la sola possibile per noi insegnanti di “italiano per stranieri”, che non si sa bene se sia davvero quel che si dice “un mestiere”, una professionalità specifica e riconoscibile, o pure soltanto un lavoro (ci basterebbe, credo). Anche perché, il più delle volte, non ci mangiamo. E un lavoro cos’è, se non un’attività che ti fa mangiare, prima di tutto?

Allora, mi chiedo, vale la pena vivere così, in uno stato di miserabilità – perché tale è lo stato di chi in Italia fa questo lavoro che non si sa se sia un lavoro: miserabile, – per godere di gioie vere che non fanno mangiare?

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[Post correlati: Lettere dalla corsia n. 6; Per opportuna conoscenza e auspicabile divulgazione]

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Avvertenza: si astengano i lettori dallo scrivere nei commenti eventuali consigli non richiesti su come tirare avanti.

Essere giovani, qui da noi in Italia

Entro nell’ufficio Programmi Internazionali, saluto.
Mi guardano subito indispettiti dalle scrivanie, non mi danno il tempo di continuare, “Oggi siamo chiusi” mi chiariscono, senza nascondere un tono scocciato. Riconosco presto la situazione, mi affretto prima che i loro sguardi tornino a depositarsi sui monitor dei computer, “Lo so. Ma ci siamo sentiti via e-mail e abbiamo concordato che sarei passata oggi a firmare i certificati per gli studenti Erasmus. Sono Rouge, Morelle Rouge”. Una di loro arrossisce un poco, di più s’impegna a trafiggere con gli occhi la collega che mi ha appena informato sulla loro disponibilità a ricevermi, dice a bassa voce: “È una degli insegnanti”. Si scusano all’unisono. “Non c’è problema, – dico sorridendo – so che non sembra”. Si distendono in una risata, mi fanno accomodare, mi portano i certificati da firmare e un vassoio di castagnole.

In effetti non sembra, mi dico mentre vado firmando i certificati che attestano la frequenza del corso di italiano per studenti Erasmus Incoming, il numero delle ore di presenza alle lezioni, il superamento dell’esame finale, il voto espresso in trentesimi e l’acquisizione di quattro crediti ECTS (“Dottoressa, prima di procedere alla firma dei certificati la prego di ricontrollare che abbiamo inserito correttamente tutti i dati che lei ci ha inviato”).
Eh no, non sembra, continuo a pensare tra me e me. Oggi, poi, non mi sono nemmeno pitturata la faccia, non ho una giacca, libri sotto il braccio, né la borsa da prof. Potrei più facilmente sembrare una studentessa moderatamente fuori corso, diciamo, per dire, un paio d’anni fuori corso. Inoltre, oggi provengo da una notte di cattivo sonno e da un’alba di disturbi intestinali, ho rinunciato al treno in arrivo al binario per correre a casa a sacramentare in bagno e ritornare mezz’ora dopo alla stazione a prendere il treno successivo, dove mi sono appisolata. Non mi tengo in piedi, avrei bisogno di un caffè, ma ho lo stomaco vuoto già corroso da due. Il risultato complessivo è visivamente discutibile. Dunque, suppongo, potrei ancora più facilmente sembrare una studentessa moderatamente fuori corso che abbia passato la notte a bere in giro.

Di essere scambiata per una studentessa dal personale amministrativo dell’università, dai colleghi, dai coordinatori dei corsi e, qualche volta, pure dagli studenti, mi è successo in passato con una frequenza che dipendeva indubbiamente dalla mia giovane età, quindi sempre, e mi succede al momento con una frequenza che dipende, in effetti, dalla mia attuale età, quindi quasi sempre, e continuerà a succedermi in futuro con una frequenza che dipenderà, credo, dall’età percepita in Italia, quindi ancora a lungo, o molto a lungo. Se in passato ciò mi lasciava infastidita perché mi vedevo attribuire gli anni che avevo, al momento ci provo un certo gusto perché mi vedo ridurre gli anni che ho. In futuro, non so; del futuro non me la sento di parlare. Del futuro non me la sento di parlare in nessun caso. Però so, e me la sento di dire, che essere studenti è una gran cosa. Dico questo, che essere studenti è una gran cosa, e mentre lo dico non penso all’età che generalmente e grosso modo uno ha quando è studente, ma penso all’intelligenza, all’intelligenza e al potere sovversivo che si può ancora sperare d’avere in mano allora, in quegli anni, e poi mai più.

L’equivoco più divertente, comunque, non è avvenuto oggi, mentre firmavo certificati e mangiavo castagnole all’ufficio Programmi Internazionali di un’università che mi sono guardata bene dal menzionare, cioè l’Università di Roma La Sapienza, ma in un’altra università di Roma che con altrettanta prudenza dovrei forse premurarmi di non rivelare, cioè quella di Tor Vergata.
Quest’altro è successo circa quattro anni fa, quindi in un momento, immagino, in cui avrei potuto più facilmente essere scambiata per una studentessa ancora in regola con il corso di studi.
Dovevo fare fotocopie. Dovevo farle in fretta, perché dieci minuti dopo sarebbe cominciata la lezione con gli studenti cinesi del programma Marco Polo. Perciò ho fatto quello che farebbe un insegnante che deve fare fotocopie per una lezione che comincia dieci minuti dopo: sono entrata nell’ufficio delle fotocopie. Questo ufficio qui, però, non consentiva l’uso della fotocopiatrice agli studenti e il personale amministrativo me lo ha fatto presente nello spazio di tempo (sette, otto secondi) necessario ad aprire la porta dell’ufficio, salutare tutti e fare i primi tre passi verso la fotocopiatrice. “Lo so. Ma il coordinamento mi ha fatto sapere che le fotocopie per il corso Marco Polo si fanno qui. Sono Rouge, Morelle Rouge”, ho detto.
Non sapevo ancora, allora, quante volte negli anni seguenti avrei recitato la formula, poi mandata a memoria, con le opportune variazioni secondo le necessità del caso. Per questa ragione lo ricordo adesso come l’equivoco più divertente, l’Archequìvoco dell’essere giovani, qui da noi in Italia.

Ho trentuno anni. Da quattro insegno italiano a studenti stranieri (quando è consentito, cioè saltuariamente) in corsi universitari e in corsi privati (uno alla volta, ma anche due o tre nello stesso periodo, dipende dal periodo), con contratti di collaborazione a progetto. Solitamente, a questo punto, cioè il punto in cui uno comincia a dire “Ho trentuno anni. Da quattro insegno italiano a studenti stranieri…”, dovrebbe arrivare la parte relativa al profilo formativo, ovvero la menata su quello che ha studiato all’università, i titoli che ha conseguito dopo la laurea, le pergamene e i diplomi e gli attestati che di anno in anno ha regalato ai parenti per Natale, in cornice a giorno.
Ma questo non è un curriculum, né la pagina di un profilo Linked In.
Questo è un post su un blog, e di blog ce ne sono tanti, e questo è un blog che non si occupa di temi relativi al lavoro, o non se ne occupa nei modi in cui se ne occupano i blog che si occupano di temi relativi al lavoro, e di blog che si occupano di temi relativi al lavoro ce ne sono tanti.
Questo è un blog che, come ben sanno quelli che hanno l’ardire di leggerlo abitualmente e pure quelli che hanno la sconsideratezza di leggerlo via smartphone, fa un po’ quel cazzo che gli pare. Però, ve l’assicuro, cerca di farlo il meglio possibile. Quindi, intuitivamente, a questo punto del post arriverà qualcos’altro.
La fine.

Lettere dalla corsia n. 6

Da: andr@vipmail.hu
Inviato: mercoledì 14 novembre 2012  21:57:39
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
Il mio test d’italiano è finito e sono contento perché tutto è andato bene. Nella parte sul computer c’erano esercizi molto semplici e alla maggior parte non c’erano grandi difficoltà. In alcuni casi ero in dubbio perché c’erano espressioni italiane che non ho mai sentito. Ma penso che queste non appartengano al livello B1. Ho avuto un po’ di paura della parte orale, ma questa non era così difficile, perché ho potuto parlare facilmente e anche l’esaminatrice era molto spontanea. La parte orale mi sembrava più facile della parte sul computer.
Vorrei ringraziarti tutto che tu hai fatto per insegnarmi la lingua italiana. Ti sono grato per tutte le lezioni, per le canzoni bellissime (sono sempre felice quando le ascolto), per tutto il tempo che abbiamo passato insieme. Per tutto ciò io posso dire un grande GRAZIE.
Con affetto,
A.

***

Da: phil@gmx.de
Inviato: venerdì 16 novembre 2012  19:04:39
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
la lotta è finita e tutto è andato bene. Ambedue, la parte scritta e orale, non erano troppo difficili. Non lo dico molto spesso, ma oggi sono veramente contento…
Di nuovo grazie per il tuo impegno, la tua indulgenza e la tua pazienza che tutti insieme sembrano essere illimitati.
Non so, quando ci incontreremo di nuovo, ma fino ad allora ti auguro ogni bene!
Tanti cari saluti e un buon weekend!
P.

***

Da: mat@gmx.de
Inviato: sabato 17 novembre 2012  15:24:34
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
Qualche giorno dopo l’esame voglio ringraziarti un altra volta.
Anche se non sono veramente contenta con il parte orale (perchè nella mia nervosità ho evitato di usare verbi nei tempi differenti) spero di avere superato.
Lavorare con te e partecipare al tuo entusiasmo per la lingua è stato un piacere per me!
Spero di rivederti presto e ti auguro una buona domenica!
M.

***

Cari studenti che mi avete scritto e ai quali ho già risposto privatamente, uno per uno,
Cari studenti che mi scriverete e ai quali risponderò privatamente, uno per uno,
Cari studenti che mi scrivete ancora dopo tanto tempo, dalla Germania, dalla Cina, dalla Danimarca, dagli Stati Uniti, da dove state tutti,

oggi non vi scrive la vostra insegnante di italiano.
Non vi scrive nemmeno l’autrice del blog Tornasole, che non conoscete.
Oggi vi scrive una persona un po’ stanca che, sul treno, mentre va all’università a fare lezione con nuovi studenti, legge annunci di lavoro come commessa, baby-sitter, centralinista, operatrice di call center e donna delle pulizie.
Volevo dirvi alcune cose (“ma perché tu dici ‘volevo’? Adesso non vuoi più?”… Sì, lo voglio ancora, ma spesso diciamo “volevo” per dire “vorrei”, perché la lingua è viva e la lingua usa così, però adesso è venuto il dubbio anche a me su questo fatto).
Volevo dirvi che, quando ho ricevuto l’e-mail di A., stavo in macchina sulla Tiburtina. Tornavo dalla mia lezione serale di tango alla quale Le Sanglier mi aveva trascinato, dopo avermi sollevato di peso dal letto dove mi andava di restare a dormire e dopo avermi imposto di darmi una ripulita. Non avevo voglia, infatti, di andare alla lezione serale di tango e non avevo voglia nemmeno di correggere una ventina di testi dei miei studenti di questo periodo (li avrei corretti in stato di angoscia la mattina dopo, un’ora prima di entrare in aula). Non avevo voglia perché, certe volte, uno non ha più voglia di fare le cose. Comunque, ero andata alla lezione di tango. E stavo in macchina sulla Tiburtina, quando ho letto l’e-mail di A. sul cellulare. Allora m’è venuto un po’ da piangere. Non saprei spiegarvi bene il motivo, però credo che c’entri qualcosa il fatto che in questi mesi sto pensando di cambiare lavoro.
Oh, non è perché non mi piacete più.

È che la settimana scorsa, o forse due settimane fa, o due mesi fa, non mi ricordo più, è successo un fatto assai strano. Avevo sette ore di lezione in due posti diversi e al mattino, quando sono andata a comprare il biglietto del treno Bagni di Tivoli -Roma Tiburtina, che costa due euro e dieci, mi sono accorta che avevo un euro e venti in tasca. Sì, perché questo mese l’abbonamento ai mezzi non l’ho fatto e perché le università ci pagano alla fine dei corsi, o qualche mese dopo la fine (però, quando arrivano i bonifici da due tre quattro università tutti insieme, vado a cena fuori e mi compro un sacco di roba, perché quando ce li ho, i soldi, li butto via in preda a un’incontenibile ebbrezza, ché tanto il futuro era ieri. Quindi vado pure a lezione di tango, voglio morire da tanguera, perdio!). Insomma, non so com’è successo, ma stavo lì, per strada, e avevo il treno alle 8.04 ed erano le 7.45 e non avevo soldi per andare a lavorare. Allora sono corsa a casa e ho svuotato tutte le tasche di tutti i pantaloni, i miei e quelli del mio compagno, le borse, i cassetti, e ho messo insieme sette euro di monete. Così ho potuto prendere il treno per andare a lavoro, e anche quello per tornare a casa la sera.
Poi c’è stata una frattura. Uno specchio che si rompe all’improvviso, un quadro che cade dopo tanti anni, una corda che si spezza. Una cosa che fa crac, o crash, o bang, o bum.
E ho comprato due giornali per annunci di lavoro.
Non lo so come si sta alla cassa di un negozio, però – ho pensato – forse lo posso imparare. Forse lo posso fare part time, quando non sto in aula. O lo posso pure fare sempre.

Sapete, c’è un momento molto preciso del nostro tempo insieme in classe in cui avviene un prodigio. Dal giorno in cui iniziate ad articolare i vostri primi suoni in italiano, e poi le vostre parole insicure, con la faccia chiazzata di imbarazzo e la voce rotta, io vi amo. M’innamoro sempre, delle parole vostre. In esse sta la richiesta di diritto alla cittadinanza dentro la mia lingua, terra sconosciuta. M’innamoro, anche, quando vi invito a fare ipotesi sul significato del titolo di un fatto di cronaca riportato sul giornale: “Ragazza trovata morta in riva al lago. È giallo”, e qualcuno di voi si gratta la testa un po’ perplesso e dice “Forse ‘è giallo’ signifìca chi la faccia di la ragaza morta ha diventata gialla?” e qualcun altro ribatte “Me sembra un titolo un po’ morboso por un giornale”, e ci stiamo su un quarto d’ora buono, a capire perché in Italia il delitto è giallo, la cronaca è nera, oppure rosa.
Qualche volta vi odio anche, eh. Il mal di cuore mi fate venire voi, e quando esco dalla classe mi fumo una sigaretta a stomaco vuoto e bestemmio i santi.

Quest’amore nostro è una spiacevole trappola. Ho tre capelli incanutiti e il cuore gonfio e però, sapete, nel nostro Paese a noi di trenta e quarant’anni ci chiamano “giovani” ed è vietato lamentarci se non riusciamo a campare con un lavoro che ci piace, ci dicono che siamo schizzinosi, che dovremmo essere pratici, o accontentarci di quello che capita.
Ecco perché, quando ho letto l’e-mail di A. mentre stavo in macchina sulla Tiburtina, e poi quando ho letto quella di P. e quella di M., ma pure quando ho letto quella di K., di I., di G., di Z., di J., ho pianto come una bambina confusa. Perché voi non potete, non potete venire a distrarmi in questo modo, adesso che io ho bisogno di concentrazione per mollare. Voi non potete lasciarmi con il sospetto insopportabile che io sappia fare quello che non voglio più fare. Voi mi dovete scrivere: “Cara Morelle, Professoressa Morelle, dottoressa Morelle Rouge, adesso che non devo più vedere la tua sorridente faccia di cazzo posso finalmente dirti che le tue lezioni mi hanno fatto cacare, che i tuoi corsi sono una palla al culo, e che se prima l’Italia e gli italiani mi facevano schifo, adesso di più”. Così mi dovete scrivere, e io mi tranquillizzo, mi rassicuro che voi avete imparato un po’ di italiano utile e che quest’amore che io ho per voi mi fa morire. Così, così solo avrei meno paura di fare la cosa sbagliata, meno nostalgia dei giorni passati ad amarvi e a maledirvi.

Ecco, questo volevo dirvi. Se non avete capito tutto, non è un problema, ormai lo sapete che non è importante capire tutte le parole, ma solo il senso generale. Adesso leggete un’altra volta e cercate nel testo i verbi al passato prossimo e all’imperfetto. Qual è la differenza d’uso? Fate un’ipotesi. Voi continuate, continuate.

Morelle

Il quaderno di scuola

Il giorno in cui persi il quaderno di scuola ero in seconda elementare. Forse in terza, non mi ricordo, certi dettagli stanno fuori fuoco e, se stanno fuori fuoco, decido che è perché non contano.
Alle elementari avevo un maestro molto efficace. Ci educava soprattutto con raffiche di schiaffi, ma qualche volta anche di calci, secondo la necessità. Poi, riservava trattamenti più personalizzati a momenti particolari. Un giorno afferrò la testa di Giada, che non si ricordava quanto fa sei per sette, e la fece rimbalzare quarantadue volte contro il muro mentre lei, nel frattempo, doveva contare. Furono però dei colpetti leggeri, una specie di palleggio di riscaldamento, forse per consentire alla testa di Giada di arrivare cosciente fino a quarantadue, e memorizzare il risultato. Immagino che se Giada non si fosse ricordata quanto fa sei per due, ci sarebbero stati dodici colpi più energici (ma non troppo, perché anche dodici sono tanti da ricordare). Ad ogni modo, non ho mai più visto Giada negli anni successivi e sono rimasta con la curiosità di sapere se, dopo quel giorno, la tabellina del sei le si fosse ben piantata nella testa o l’avesse lasciata sul muro della scuola.
Io venivo punita di rado. Non ero figlia di gente importante del paesello, però lo stesso venivo punita di rado. Suppongo fosse perché le tabelline facevo in modo di ricordarmele, non lo so. Una volta, però, ho ricevuto una sberla in testa, mentre ero in piedi vicino alla cattedra e il maestro, seduto, stava correggendo i miei compiti. Avevo sbagliato qualcosa e lui, per farmelo capire bene, mi colpì sulla nuca. Mi fece un po’ male, ma di più mi confuse sentire il cerchietto che avevo in testa sollevarsi e prendere il volo, vederlo improvvisamente comparire nel mio campo visivo, dall’alto, e atterrare sulla cattedra, sopra il mio quaderno aperto. Questo mi ricordo, tutto il resto è fuori fuoco, pure l’errore che avevo fatto nei compiti, perciò decido che non conta (di sicuro, però, non era una tabellina): il cerchietto davanti a me, cioè in un posto diverso da dove stava di solito; ero abituata a sentirlo più che a vederlo. Era un cerchietto foderato di raso giallo, con stelline blu e rosa. A furia di metterlo, il raso si era un po’ scucito, me ne accorsi solo a guardarlo da quella prospettiva, mentre il cerchietto mi compariva davanti, giallo a stelle blu e rosa sulla cattedra.

Il giorno in cui persi il quaderno, che non so se era lo stesso quaderno del giorno del cerchietto – sta fuori fuoco, e quindi decido che non conta – era un mattino presto, mentre mi preparavo per andare a scuola (grembiule nero pulito e stirato, fiocco rosa). Mia madre si arrabbiò moltissimo. Lo cercammo per tutta la casa, mentre lei mi andava rimproverando. Faceva sempre così, mia madre: quando si arrabbiava, le veniva meglio se nel frattempo ci faceva insieme un’altra cosa, cucinare, lavare i piatti, passare lo straccio sul pavimento e, quel giorno, cercare il mio quaderno per tutta la casa. Perciò lei, quando si arrabbiava, parlava con me, però quasi sempre da un’altra stanza, secondo quello che stava facendo, allora mi sentivo autorizzata pure io a fare un’altra cosa e me ne andavo in camera mia, che stava in fondo, lontano dalle stanze del giorno, e allora no, non andava bene perché così non potevo sentirla, quindi mi raggiungeva con lo straccio in mano, o le dita sporche di macinato.
Il quaderno però, quel mattino presto, non si trovò. Supplicai mia madre di non mandarmi a scuola, almeno per quel giorno. Mi feci venire il mal di pancia, il mal di testa, il mal di denti, il mal di cuore. Lei disse: “Tu oggi a scuola ci vai. Ci vai e dici al maestro che hai perso il quaderno, che per oggi è andata così, che ti scusi e che domani ce l’avrai”. Mentre me lo diceva, era altissima. Dovevo alzare la testa per guardarla.
Io, oggi che per guardare mia madre la testa la devo abbassare e quando l’abbraccio mi devo piegare e se mi piego mi fa male la schiena e quindi abbracciarla è doloroso, penso che dev’essere stato allora, un mattino presto, che ho sentito uno specie di strappo.
A scuola ci andai. Non mi ricordo se avevo il cerchietto in testa ma, se ce l’avevo, è possibile che me lo fossi tolta per istintiva prudenza. Quel giorno il maestro non mi punì. Solo molto tempo dopo ho saputo che mia madre aveva provveduto ad avvisarlo in anticipo di come erano andate le cose, chiedendogli di non prendersela con me, che ero molto preoccupata. L’ho saputo perché, è chiaro, io questa storia a mia madre gliel’ho ricordata per anni, finché un giorno lei s’è stufata e mi ha detto: “Oh senti, mo basta! Guarda che col maestro ci ho parlato prima di mandarti a scuola”. Però non lo so mica se è vero, o se è stato solo un caso.

Comunque io, oggi, quando perdo qualche cosa, non mi agito molto, se non è un quaderno. Ho dimenticato anelli e bracciali sul lavandino di tutti i cessi pubblici di tutte le città d’Italia e d’Europa in cui sono stata (perché, quando mi lavo le mani, me li tolgo e li poso sul lavandino, poi me li scordo lì), ho perso ombrelli, orologi, chiavi, borse, vestiti, un cellulare. Ho perso pure un bellissimo accendino d’argento ricevuto in regalo da una classe di studenti tedeschi alla fine di un corso, e sto ancora a chiedermi se per caso qualcuno di loro l’ha poi ritrovato in aula, dato che stava lì l’ultima volta che l’ho visto – cioè, l’ho perso praticamente subito – ma mi preoccupo più per i miei studenti, per l’idea che pensino che faccio finta che m’importa di loro e che invece non m’importa, piuttosto che per le conseguenze della mia perdita (per me, a dirla tutta, un accendino vale l’altro, mi basta trovarne subito uno in tasca quando mi voglio accendere una sigaretta), e penso a quanto sarebbe complicato stare a spiegare che il loro regalo è stato tanto, tanto gradito, che nessuno di loro è fuori fuoco nei miei ricordi, nomi, pure cognomi (tedeschi, e quindi impronunciabili), facce, voci, sorrisi, gesti, ma che, scusatemi, mi riesce tanto, tanto difficile non perdere oggetti che non siano quaderni, taccuini, libri, foto stampate e qualunque altra cosa che sia fatta di carta.

Mia madre, che è oggi è bassissima e non si sforza più di parlare in italiano con me perché pensa che io l’abbia imparato e che quindi adesso possiamo finalmente parlare nella nostra lingua, mi dice: “Ma ‘ndo la tì la coccia? Ie n’capisce ‘nda fì a perdert’ cirt’ cus’. A tte, se nn’è rrobba d’ scola, ‘n te ne freche nind’!”.

Ora, ci sono due livelli di lettura: il primo è quello vostro, dei lettori, che non conoscono né me né mia madre. È l’unico concreto, vero, l’unico a cui attenersi. Voi leggete un racconto, vi piace o non vi piace, e casomai pensate pure: ma sarà successo proprio così? Racconta i fatti suoi? Inventa? Tutti pensieri legittimi, che però alla fine lasciano il tempo che trovano. Il racconto vi piace, e può bastare. Il racconto non vi piace, e può bastare. […] Se chi scrive non fosse sfacciato, impudico, e in nome di un racconto capace di calpestare un sacco di cose, sarebbe piuttosto castrante. Insomma, quando scrivo e mi avvicino alla mia famiglia, non ci devo pensare che sto mettendo in piedi, forse addirittura sto inventando, la verità storica – un documento”.
(Francesco Piccolo, Postfazione a Storie di primogeniti e figli unici, Einaudi 2012, pp. 127-128)

How often is often?

“E non hai pietà tu di me”
(Nanni Moretti in Bianca,
a uno studente durante una lezione di matematica)

“- È giusto, Professò?
– Giusto un cazzo!”
(Silvio Orlando a uno studente durante una lezione di italiano,
in Riccardo Milani, Auguri Professore)

“Vi amo, voi tutti che siete in quest’aula”
(ancora Nanni Moretti, in La messa è finita,
dove però al posto di “aula” si dice “bar”,
che secondo me fa lo stesso)

Cercando di mettere ordine tra le mie scartoffie di lavoro, ho rinvenuto una serie di appunti e materiali di un vecchio corso che ho tenuto più o meno un anno fa. Era un corso di livello A1, cioè per principianti, o beginners, se preferite la nomenclatura del gergo anglosassone. Gli studenti erano tutti dottorandi di un’università qui a Roma. C’erano in prevalenza cinesi e indiani, poi un pakistano, un russo, una turca, un macedone e una brasiliana – chi non fa questo lavoro non può immaginare le gocce di sudore freddo che t’imperlano la fronte prima di entrare in una classe di livello A1 dove il coordinamento didattico, per la solita mancanza di fondi e risorse, ha riunito una brasiliana, che può grosso modo già orientarsi nella catena di suoni che sente anche se ha appena iniziato a studiare l’italiano, insieme a degli orientali, che faticano solo a capire dove si trovano.
Mi sono imbattuta in un disegno e m’è tornata in mente una lezione sugli avverbi di frequenza.
Tra le molte possibilità, c’è una soluzione che si può adottare quando si vogliono far imparare gli avverbi di frequenza “sempre”, “di solito”, “spesso”, “qualche volta”, “raramente”, “mai”, dopo averli fatti osservare negli usi in contesto durante l’ascolto o la lettura di un brano. Diremo subito, per evitare dubbi eventuali, che l’uso dell’inglese come lingua veicolare in classe, o di qualunque altra lingua che non sia l’obiettivo, in questo caso l’italiano, è assolutamente bandito, salvo i casi in cui certe attività lo prevedano. Per gioco, istituisco sempre la regola della “multa” per tutti coloro che vi ricorrano durante la lezione: cinque euro per ogni parola detta in inglese, tre per ogni parola detta nella propria lingua a un compagno connazionale; è ovvio che si tratta di una multa immaginaria, altrimenti oggi potrei tranquillamente fare a meno di lavorare e vivere di eredità per il resto della vita.
La soluzione, dicevo, consiste in un disegno, semplice e immediato (o almeno io credevo che lo fosse e che lo fosse sempre, per tutti), che rappresenta il tempo su una linea orizzontale. Non è un’idea mia, l’ho presa da un libro che uso molto volentieri, e non è nemmeno ‘sta gran pensata. Subito sopra questa linea si disegna un sottile rettangolo, lungo quanto la linea, e lo si colora tutto se si vuole rappresentare l’idea di “sempre”. Sulla linea stessa, invece, si disegna una serie di puntini, a seconda degli altri avverbi che si vogliono visualizzare: tanti puntini a una distanza regolare l’uno dall’altro se l’avverbio è “di solito”, tanti puntini a una distanza casuale l’uno dall’altro per “spesso”, pochi puntini per “qualche volta”, pochissimi puntini per “raramente” e, infine, una linea senza puntini per “mai”. Non importa ovviamente (ma è davvero così ovvio?) quanti puntini si disegnano, è rilevante solo la relazione tra i puntini rispetto alla linea.
In genere funziona efficacemente, persino con gli americani. Gli americani, soprattutto i giovani universitari, sono infatti il banco di prova della chiarezza di una lezione di italiano: se la capiscono loro, la possono capire tutti. Vogliano perdonarmi tutti gli americani, competenti in italiano e non, e tutti i filoamericani, per quest’ultima affermazione all’apparenza irrispettosa, ma, esclusivamente per quanto riguarda l’apprendimento di una lingua straniera, ciò che affermo non è solo un’opinione: è un fatto provato dall’esperienza, mia e di tanti colleghi più anziani e più esperti di me. Tant’è che, nell’aula docenti dove al mattino ci si incontra e ci si scambiano notizie e idee, si è soliti valutare, ad esempio, la fattibilità di un test in base all’esito che questo ha avuto in precedenza con studenti americani: “Com’è questo test? Dici che lo posso dare ai cinesi dell’A2 o è troppo difficile?”, “No, vai tranquillo, è a prova di americano”, “Ah, perfetto, allora domani faccio fare questo”.
Quel giorno, però, il giochetto non funzionò. Cioè non funzionò con uno studente, il pakistano. Non avevo mai avuto pakistani in classe prima di quel corso.

Si chiamava Sulaiman, aveva ventisei anni e faceva un dottorato in matematica. Era quello che aveva accumulato più multe, si era iscritto al mio corso di italiano perché obbligato dalla sua scuola di dottorato, ma chiaramente non ne vedeva la necessità: comunicava tutto se stesso in pashtu e in un inglese che capivo poco. Sulaiman non aveva bisogno di fronzoli. In 90 ore di lezione avrà fatto non più di due degli esercizi regolarmente assegnati per lo studio individuale. Era un tipo piccoletto e sempre sorridente, mite, con gli occhi buoni e luminosi, particolarmente timido (ma anche la timidezza è una questione culturale, e ciò che ci pare timidezza potrebbe in realtà essere una forma di ossequio che si mostra in circostanze ritenute formali e in rapporti ritenuti gerarchici). Arrivava con uno zainetto sulle spalle e si sedeva sempre il più lontano possibile dalla lavagna. Ci stavamo molto simpatici, ma già dopo i primi giorni di lezione mi fu chiaro che con lui non ce l’avrei fatta, perciò il solo obiettivo che insieme ci si poteva dare era la buona tenuta di un atteggiamento di generale curiosità, essenziale per qualunque operazione.
Quel giorno, mentre ero intenta a disegnare i puntini, a un certo punto mi voltai e intravidi il suo sguardo fattosi vitreo e la sua manina che si sollevava in aria. “Sta per fare una domanda”, pensai – in una classe di lingua non si alza la mano per chiedere il permesso di parlare, si parla e basta, e si è tutti contenti che ciò avvenga, ma spesso gli studenti di tutte le età, soprattutto gli orientali meno occidentalizzati, fanno inizialmente fatica ad abituarsi a questa democrazia comunicativa, giudicandola irriverente nei confronti dell’insegnante, perciò alzano la mano per chiedere il diritto alla parola, come del resto credo si faccia ancora anche tra i banchi delle scuole italiane (prima ancora, tra i banchi delle scuole italiane, non si alzava nemmeno la mano, semplicemente si parlava “solo se interrogato”, ce lo ricorda Domenico Starnone).
Invece vidi il ditino di Sulaiman, l’indice, che tamburellava nell’aria da sinistra a destra, e gli occhi che si socchiudevano per mettere meglio a fuoco il mio disegno. “Forse da laggiù non vede bene”, ripensai. Cancellai e rifeci lo stesso disegno più grande, lussandomi la spalla a sfruttare tutta l’interminabile lavagna che percorreva la parete da un capo all’altro (sì, all’università tagliano tutto, però in alcune non badano a spese per le lavagne, purché il gesso o il pennarello te lo porti da casa).
Ma vidi Sulaiman ripetere il gesto. Capii allora che stava contando i puntini. Sulaiman stava contando i puntini, e li veniva via via trascrivendo sui suoi appunti. Non era da escludere che per lui i sette puntini che casualmente avevo disegnato stessero significando “spesso” e i due puntini “raramente”. Quindi non era da escludere nemmeno che io gli stessi dicendo che se compio un’azione sette volte, e solo sette, allora la faccio “spesso”, e così via. O forse voleva solo copiare fedelmente il mio disegno? Per innata meticolosità o per quell’eccesso di assennatezza tipico di quando, prudentemente, copi qualcosa senza averci capito una mazza, con la speranza di capirci qualcosa dopo?
Mi tenni composta e sorridente. Per uscire dal pasticcio in cui mi ero cacciata feci una serie di esempi ulteriori e, mentre gli altri erano a testa bassa sui loro appunti, rimasi ad aspettare di incrociare lo sguardo di Sulaiman e, quando ciò accadde, gli feci un sorriso più largo. Lui rispose al sorriso e annuì energicamente arrossendo un poco, per quanto sia possibile intravedere il rossore sulla carnagione scura di un pakistano a una distanza di qualche metro. Aveva capito questa volta? A giudicare dalle sue successive produzioni in italiano, mi dissi di sì. Però io, quel giorno, con quel disegno, dove avevo sbagliato? Avevo sbagliato? Se sì, quali informazioni culturali mi mancavano sul modo di rappresentare il tempo in Pakistan? Ho chiesto in giro ai colleghi, ma non ne abbiamo cavato nulla. O forse c’entravano qualcosa gli studi in matematica di Sulaiman? Non l’ho mai capito, e per questo il suo ditino in atto di contare è uno dei ricordi disgraziati più belli che ho.
Ho riproposto il disegno con i puntini altre volte in seguito, in altri corsi e ad altri studenti, e non mi è più capitato di vedere dita sollevate a contare, come non mi era mai capitato prima di Sulaiman, ma adesso, ogni volta che è ora di passare agli avverbi di frequenza, se decido di riutilizzare i puntini, sento una specie di eccitazione mentre sono alla lavagna a disegnare e, quando mi volto, vado alla ricerca di dita alzate, perché io quasi le vorrei vedere, quelle dita che contano. Le vorrei vedere e avrei la tentazione di chiedere: “Ma che minchia hai da contare?”.

Scott Lion DeVall (Facebook)