Scrittori “talentuosi” e lettori squattrinati

Considerazioni a margine di letture e ascolti casuali, in un sabato mattina di sole

Stamattina tornavo dal bar con due cornetti, le sigarette e il Fatto Quotidiano.
Sebbene la prima pagina di oggi riportasse in apertura notizie che immagino più succulente per molti, come quelle su Alitalia, evasori fiscali e recessione, a me è caduto subito l’occhio sul fondo pagina (o si chiama taglio basso? Non lo so, correggetemi, comunque l’importante è che ci siamo capiti), “Scuole e corsi: il successo di scrivere si paga”. Rimandava a pagina 14.
Così, rientrata a casa e messo sul fuoco il terzo caffè della mattina, sono andata a pagina 14 e mi sono messa a leggere con calma il bell’articolo di Silvia Truzzi, dal titolo “Pago dunque scrivo. Il business della creatività”. Per il momento non trovo ancora l’articolo online sul sito del giornale, ma immagino che sarà presto disponibile o forse non ho cercato bene.
Nell’articolo si parla di scuole di scrittura come la Lanterna Magica, la Omero, la Holden e la Bottega di Narrazione, e non si tralascia di ricordare i corsi in rete.
La Truzzi esordisce in un modo che m’è piaciuto:

“Tutta colpa di Proust. Il quale, a un certo punto nella Albertine scomparsa, butta lì quanto segue: ‘L’entusiasmo che si prova scrivendo è, pur non essendo il solo, un primo segno distintivo del talento’. Eccola, la somma fregatura, autorevole traduzione d’impudica speranza, magari negata per anni: diventare scrittori si può. Ma come? Bisogna essere assolutamente moderni, comanda il poeta, quindi interroghiamo la sibilla contemporanea, Google”.

Poi si insiste particolarmente sull’onere economico che alcune scuole di scrittura richiedono, rilevando, fra le altre, che la Holden costa attualmente 4.700 euro all’anno per gli ammessi con borsa di studio e 7.700 per i non borsisti. Il commento è: “Già Giovenale l’aveva intuito, il sapere è roba da ricchi”. Sono proprio tanti soldi, sì. La mia scuola di specializzazione in glottopipponica all’università, che non offre corsi di scrittura semplicemente perché si occupa d’altro, è costata solo 3.600 euro in tutto, 1.800 per ciascun anno. Non voglio contare, però, anche gli anni di tasse universitarie e i mesi di studio all’estero, prima di quei 3.600 euro, e altri diplomi e diplomini, dopo. Mi fermo qui con le cifre (la Truzzi no, va avanti). Sono semplicemente tantissimi soldi, per me che non sono ricca e che non aspiro nemmeno a diventare scrittrice, ma a continuare a fare il mio lavoro di docente più o meno pratica di glottopipponica, aspirando eventualmente a ridurre i disagi del precariato. Però è indubbio che mi piace anche dissertare d’altro. Diversamente, non avrei questo blog. Per questo il sabato mattina, mangiando uno dei due cornetti comprati al bar (l’altro, di solito, è per il fidanzato) e bevendo il terzo caffè, mi interesso anche a seguire le vicende della comunicazione scritta post Gutenberg.
I corsi di scrittura hanno il pregio di alimentare l’amore per la lettura, prosegue la Truzzi condividendo un’idea di Raoul Montanari, espressa su Repubblica, secondo cui nei club scacchistici di tutto il mondo ci sono milioni di persone che si appassionano al gioco e ne traggono piacere pur sapendo che non diventeranno mai dei campioni.
È vero, dice lei, forse la scrittura si può insegnare tecnicamente (pur ammettendo il fallimento della formazione tradizionale e obbligatoria. Lo ammetto insieme a lei, però mi concedo le parentesi). È vero, dico io, mi posso iscrivere a un club di scacchi, o a un corso di nuoto, o di cucito, o di scrittura, per il puro piacere, sufficiente e necessario a motivare l’iscrizione, di imparare una tecnica e fare una cosa che mi fa stare bene, senza nutrire ulteriori ambizioni. Ma davvero questo vale anche per chi si iscrive a un corso di scrittura? Davvero costui non nutre l’ambizione, nemmeno segreta, di pubblicare qualcosina? Davvero è disposto eventualmente a pagare cifre non irrisorie, solo per tenersi in forma? Questo non mi convince. Provo a crederci, ma faccio fatica. Faccio fatica perché la scrittura può anche essere, come infatti è, un esercizio per tenersi in forma al pari del nuoto, ma non è mai stata un esercizio che la gente fa solo per sé, nemmeno nei diari che tenevamo da piccoli o che teniamo da grandi. E, se fosse così, che ci sarebbe di male? Niente, ma non ci sarebbe niente di male nemmeno ad ammetterlo.

La Truzzi ci lascia con una domanda complicata: “Che vuol dire – oltre il fastidio della pretenziosa espressione – ‘scrittura creativa’? L’immaginazione si può insegnare? E il talento?”.
L’immaginazione, forse, sì. Ma non me la sentirei di condividere la scelta della parola “insegnare”, preferisco “educare a”. Mi posso educare all’ascolto della musica jazz, per esempio, anche senza sognare di diventare un pianista. Mi posso educare al teatro, all’uso di una lingua straniera, a quello che mi pare. Al talento, mi posso educare? E al talento per la scrittura creativa, mi posso educare? Non saprei. Ma che sarà mai, poi, questo talento?
Il talento, come una lunga serie di altri fatti, è una storia antica quanto Giovenale. I romani, uomini pratici e d’azione, si limitavano a usarlo come misura monetaria (ma, stando ai prezzi delle scuole che oggi si impegnano a far emergere un talento narrativo, non è difficile vederci un legame con l’evoluzione che la moneta d’oro ebbe). Prima di loro, la già saccheggiata parabola evangelica – quella di Matteo o quella di Luca, più o meno il senso generale è lo stesso – ci dice che il padrone premia il servo che ha investito il talento affidatogli in custodia guadagnandone altri, mentre punisce quello che invece ha preferito nascondere il suo sotto terra. Si sa come conclude la parabola di Matteo: “Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha”.
Che significherà mai, questo, per noi moderni? Chi ha “talento”, lo investa alla Holden, e chi non ce l’ha, si venda la casa, se ne ha una?
Poiché l’excusatio non petita non rende sempre l’accusatio così manifesta, bisognerà a questo punto chiarire tre fatti. Il primo è che non ce l’ho con la Holden né con le altre scuole di scrittura: quando uno sa mettere a frutto il proprio kit di abilità, per esempio fondando una scuola, bisogna solo apprezzarlo. Il secondo è che non sono incattivita dall’eventuale rodimento di chi abbia tentato l’ammissione senza successo perché non ho mai tentato l’ammissione a nessuna di queste scuole: mi sono sempre occupata d’altro, sprecando il resto del tempo a leggere libri. Il terzo è che non la tenterei nemmeno se avessi il denaro, o il talento, fate voi. Perché non la tenterei? Per un fatto semplice: perché a me piace educarmi alla scrittura con la lettura. Questo, peraltro, lo posso fare a basso costo. Infatti, pur spendendo parecchi soldi in libri, non arrivo mai a spendere 7.700 euro all’anno, né 4.700. Se potessi spendere queste cifre, poi, le spenderei continuando a entrare in libreria e facendo man bassa tra urla di gioia selvaggia, mia, dei librai e degli editori. Non è perché respingo l’insegnamento ex cathedra e nemmeno quello indubbiamente più stimolante alla Baricco, il quale è raffigurato nell’articolo della Truzzi mentre passeggia su e giù nella classe di un seminario di lettura giocando con una palla. Dell’insegnamento ho fatto, in qualche modo e in un altro ambito, un’attività della mia vita, da studentessa prima e da insegnante dopo. Se lo respingessi, mi darei la mazza sui piedi da sola e io non voglio darmela, perché a questo ci pensa già il precariato. È per un altro fatto, anche questo di una semplicità perfino banale: a me non piace l’idea che qualcuno mi suggerisca (a pagamento) cosa dovrei leggere o fare per imparare eventualmente a scrivere o a scrivere meglio, nello stesso modo in cui non mi piace che mi si dica cosa dovrei mangiare per avere una vita sana. Una vita sana, per me, è un cornetto e tre caffè il sabato mattina, prima di un paio di sigarette e mentre butto un occhio sul fondo pagina del Fatto. Una vita sana è un piatto di bucatini all’amatriciana alle tre di notte. Una vita felice, per me, è quella che è iniziata intorno ai nove anni, quando ebbi in regalo il primo romanzo. Trattavasi di Piccole donne, perché così era ancora l’infanzia femminile negli anni ’80, oggi non so quale libro si regali a una bambina di nove anni. Sospetto, però, che non sia un libro il regalo più frequente. Una vita piena è quella che è andata avanti così negli anni, scoprendo da sola John Fante verso i venticinque e provando a copiarlo nei primi mesi seguenti.

Copiare? Un po’, sì, di nascosto. Non è plagio, se te lo copi a casa tua su un foglietto, così, per aiutarti a imprimerlo nella memoria.
Sempre stamattina, mentre andavo ancora ragionando sull’articolo della Truzzi appena letto, mi sono ritrovata in mezzo a un altro discorso, che stava iniziando proprio in quel momento su Radio Tre, che di solito, se sono a casa, tengo accesa tutto il giorno. Il programma di Cettina Flaccavento, Passioni, oggi proponeva un ciclo intitolato “Abitare la lingua”, con Elisabetta Rasy, dedicato alla lingua degli scrittori. Per chi fosse interessato, il podcast è già disponibile.
Al programma è intervenuto anche Raffaele La Capria, raccontando di come da giovane copiasse tutte quelle pagine della letteratura su cui gli era caduta una lacrima (sic). Poi, a un certo punto, si è reso conto che la scrittura era il risultato di un contesto, che non bastava un momento per coglierla. Esiste, dice La Capria, un regno delle parole, che abbiamo creato noi, ed esiste un regno della realtà, che non abbiamo creato noi. Il primo apre uno spiraglio sul secondo, che è misterioso. Sono le parole che scegliamo, dunque, a creare le relazioni. Per questo lo scrittore deve aggiungere il suo segno, la sua cifra, creando la sua lingua personale.
È un lungo apprendistato, aggiunge la Rasy.
È un apprendistato permanente, aggiungo io, e senza prezzo.

 

[Aggiornamento del 29 aprile: di questo argomento si parla anche nel blog di Giulio Mozzi, direttore della Bottega di Narrazione. Qui oggi l’autore, intervenendo nella serie di commenti al suo articolo, ha segnalato questo mio post. A quel punto ho avuto voglia di farneticare un altro po’ anche lì, ma combinando forse qualche pasticcio comunicativo che non avrei voluto combinare].