Terra terra

«Sarebbe un grave danno per noi se lei ci lasciasse».
«In che senso?», chiedo esagerando la perplessità del tono e dello sguardo. Sorride, sorrido.
«Abbiamo ordinato una lavagna nuova. – continua – Come quelle che piacciono a lei: grandi e bianche. Non dovrà più usare questo… come si chiama?». Si strofina i polpastrelli e si carica sopra la faccia un’espressione disgustata (gli viene benissimo).
«Gesso».
«Gesso. Non dovrà più usare il gesso. Troverà una collezione di quelle penne colorate che non so come si chiamano».
«Io li chiamo pennarelli, poi non lo so se hanno un nome più preciso».
«Ecco. Lavagna nuova e pennarelli. E anche una migliore connessione internet per le sue esercitazioni online! Questa per lei è una buona motivazione a restare con noi?».
Sorrido, sorride. Non dico niente, ma penso ai sei o sette contratti di collaborazione a progetto che negli ultimi quattro anni ho firmato con questa gente. Sono sicura che ci pensa anche lui. Infatti subito dopo si fa serio come si fanno seri i tedeschi del suo ambiente (s’ingessano). Ci salutiamo rimandando le nostre conclusioni alla formalità delle e-mail.

Non scrivo da qualche mese. A chi mi ha chiesto perché – c’è sempre qualcuno che si premura di chiederti perché non fai più una cosa che prima facevi – ho detto che ultimamente ho avuto poco tempo. Che è pure vero, ma non è la ragione per cui non ho più scritto. La ragione per cui non ho più scritto è che non ho avuto visite. Pensieri inespressi, tanti: ma mica ogni pensiero che ti visita è buono da scrivere (certi pensieri non sono buoni nemmeno da pensare). Però ho letto quelli degli altri, che è sempre meglio. Ho letto l’ultimo libro di Antonio Pascale, che pare non stia piacendo molto in giro e invece a me è piaciuto tanto: bello, bellissimo, con quei “Mannaggia” al posto giusto (leggere il capitolo Biosentimenti. Vorrei citarne qui un passo, ma per il mio compleanno ho ricevuto in regalo un Kindle e da allora ritrovare le cose importanti, quelle a cui m’affeziono, è diventato più difficile del solito, e io lo sapevo, lo sapevo che sarebbe andata così). Ha scelto una lingua semplice, Pascale, terra terra. Anche per questo mi è piaciuto.

Secondo me, alle volte, uno ha bisogno di pensieri terra terra. Cioè: detti terra terra. Per esempio: “La lavagna nuova ve la potete infilare nel culo, che forse per voi non è manco tanto spiacevole”. Insomma, un pensiero così: semplice e chiaro per tutti. Magari all’apparenza poco sorvegliato, d’accordo, ma d’altra parte quando uno dice “terra terra” che si figura? (e quale sarà il contrario di “terra terra”? “cielo cielo”? Non lo so, comunque a me piace molto anche leggere le cose cielo cielo, eh. Bravissimi, gli scrittori cielo cielo. Chissà come campano).
Solo che, se non sei Pascale, un poco di paura a dire le cose terra terra ti viene – dovessi mai perdere quel centinaio di lettori del tuo blog. Perché pure per scrivere le cose terra terra, che credete, ci vuole un sacco di tempo. Tempo e pazienza. Più di tutto, però, ci vuole uno stato di grazia. Si capisce che uno che venga motivato con una lavagna grande e bianca non è in uno stato di grazia, nemmeno provvisorio, nemmeno fortuito.

Ogni frase è un trasloco. Stabilisci l’essenziale: sgrossa, sottrai, sbarazzati degli orpelli, butta quello che non serve, fatti i conti in tasca, prova a starci dentro. Finisce che certe volte ti scocci e ti sistemi come capita, soprattutto se tieni già altre rogne. Allora facciamo così: Tornasole si prende ufficialmente una pausa per lavori di ristrutturazione. Un mese, due mesi, sei mesi, un anno, quello che ci vuole.

Quando tornano i pensieri buoni da scrivere, li scrivo. Voi intanto fatemi un favore: se non lo avete ancora fatto, leggetevi l’ultimo libro di Pascale e fatevi vivi solo se v’è piaciuto. Se invece lo avete già letto e non v’è piaciuto, va bene, spiegatemi soltanto come si fa ad andare all’indice del libro sul Kindle.

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Siccità

Ci sono tante cose perlopiù inutili e moleste che uno pensa il quattro di luglio quando, dopo aver passato qualche mese senza quasi lavorare, si prepara a ricominciare in una stagione dell’anno in cui, di solito, molte persone vanno in vacanza (nel senso, hanno un certo numero di giorni di ferie da passare secondo le possibilità: a casa o sotto casa). Se il lavoro, poi, è quello dell’insegnamento, queste cose che uno pensa il quattro di luglio si fanno più ingarbugliate. La prima è: ma se tentassi di aprire un ristorante sul mare, al paesello mio, non lavorerei più o meno uguale, nella stessa stagione, con la stessa frenesia, ma con la differenza che ogni tanto riuscirei a infilarci una nuotata e che la sera, magari, mi avanzerebbe un’orata o un merluzzo da cucinare?

La domanda si ripropone come un peperone ripieno dopo cena, puntuale ogni anno, nel consueto tempo di passaggio da un periodo di disoccupazione (solitamente, nei primi mesi dell’anno) a un altro di occupazione intensa (cinque ore, sette ore di lezione tutti i giorni, e quelle ore di studio e di preparazione, poi, di cui chi non insegna non sa e, soprattutto, non vuole sapere).
La domanda successiva, il più delle volte, è: mi ricorderò come si fa? Perché insegnare è pure una questione di allenamento: allenamento alla relazione, e ai suoi imprevisti, allenamento al darsi, allenamento alla comprensione, allenamento a una pazienza sorvegliata, allenamento a una tenuta di voce – voce di muscoli che vibrano dentro al collo, voce di pensiero che cerca soluzioni praticabili, che crea, organizza, suggerisce. Oh, poi, è anche allenamento a una tenuta di sfinteri fino ai dieci minuti di pausa, ma quello è meno faticoso.

Dopo, dopo la prima e la seconda domanda, la terza è quella che sempre ammala la giornata: mi piacerà ancora? Perché, a fare un lavoro che per una metà dell’anno non ti vuole e per l’altra metà ti vuole, succede pure che uno si scocci un poco, perché si sente instabile (“precario”, volevo dire. Ma proprio nel senso di: segnato dalla provvisorietà, da uno stato in cui l’unica costanza è quella della minaccia di catastrofe). Simili sono gli amori di quegli amanti che si lasciano e si riprendono, e quando si riprendono si divorano e quando si lasciano si dimenticano. Così, la passione. Per questa ragione sarebbe meglio, sarebbe conveniente dico, fare un lavoro per il quale non si nutre alcuna passione: un lavoro dovrebbe, forse, essere solo un lavoro. Siano altrove, nella vita, le passioni; stiano dove devono stare, dove non ci sta il pane che ti serve.
Gli studenti, i miei studenti, sono allora come figli di una relazione disgraziata: stanno in mezzo, ora li vedo, ora non li vedo. Possono capitare, quindi, certe giornate storte, che si riconoscono subito, quando la mattina ti alzi e senti con chiarezza rarissima che sei una puttana a ore che lavora per committenze esigenti, istituzioni che quando ti vogliono ti vogliono puttana esperta e che poi, quando non ti vogliono, ti versano sul conto qualche migliaio di euro per il servizio prestato, e arrivederci. Quando entri in classe con questo sentimento, i figli di questa relazione disgraziata mica lo sanno. Loro che c’entrano? (quarta domanda). Niente c’entrano. Infatti ti si presentano lì, timidi, con la faccia slavata a chiazze rosse – i miei sono più spesso tedeschi, – e gli ultimi residui dell’adolescenza addosso – vent’anni hanno, venticinque al massimo, – fiduciosi, e con un mazzo di richieste: richieste di ascolto, soprattutto, richieste di aiuto, e di partecipazione. Le domande di grammatica, in mezzo a questo flusso, sono quisquilie, bagattelle. E tu gli vai incontro, alle domande di grammatica, sì, ma di più a tutte le richieste inespresse con la lingua, espresse con lo sguardo. Certi momenti vorresti dire: arrangiatevi da voi. Perché segretamente pensi: quel che io posso mettere a disposizione è inservibile. Un medico serve, un muratore serve, un contadino, una levatrice; forse un avvocato, forse un prete – dipende da quale legge uno segue, quando tiene problemi. Un insegnante a che serve? Un insegnante di lingua straniera, poi, a che serve? (quinta domanda). Una lingua si impara. A parlare abbiamo imparato tutti quando ci davano il latte: ascoltavamo, ripetevamo, andavamo per tentativi, dopo capivamo che quando volevamo bere dovevamo dire “acqua” e che quando ci eravamo persi dovevamo dire “mamma”; a leggere e a scrivere abbiamo imparato a scuola, sì, ma pure a casa potevamo imparare. Basta.
Però tutto questo lo pensi e stai zitta, anzi sorridi, e fai lo stesso il tuo lavoro, così come te lo sei scelto. Dai il culo. Perché il culo lo devi dare, se fai un lavoro che è tutto accoglienza e comunicazione.

Dopo torna il tempo della relazione disgraziata, quando i due amanti – tu, la committenza – si lasciano perché uno dei due non fa più comodo all’altro. Qualche migliaio di euro freschi sul conto, culo che brucia. Poi l’inedia, e la domanda finale: se attraversando la strada in una giornata qualunque, magari una giornata in cui vado rimuginando a testa bassa sulla faccenda, non mi accorgessi del camion di surgelati che mi sta venendo addosso sulla Tiburtina, e me ne finissi lì sotto, masticata a trentadue anni dalle ruote di un camion di surgelati sulla Tiburtina, sarebbero tanti soldi di danno?

***

[Altri post, stessa musica: Felicitonia  (12/06/2013); Essere giovani, qui da noi in Italia (05/02/2013); Modelli di interazione professionale tra glottopipponici (01/10/2012); Considerazioni sul pane tostato (07/04/2012); La chiamata (02/03/2012)]

Felicitonia

– Prof, come butta?
– Wow, ottima domanda informale!
– Vaitra 🙂
– Che significa “Vaitra”?
– “Stai tranquilla”?
– Ah! “Stai tranqui”! Non ho mai sentito dire “vaitra”.
– Il discepolo supera l’insegnante!
– Vero. Hai visto? Allora ho vinto la sfida.
– Adesso vado a dormire, domani ho un altro esame e sto in SCLERO.
– In bocca al lupo!
– Crepi, grazie! Buonanotte 🙂

È mezzanotte passata quando finisco di chattare con Ante, l’ex studente croato che ho accompagnato per lungo tempo fino all’esame di certificazione internazionale di italiano come lingua straniera. «Questo B2 non era così difficile», mi ha scritto subito dopo averlo fatto, pochi giorni fa. B2 significa che sai dire in una lingua straniera i tuoi pensieri, quando sei d’accordo e quando no con le opinioni degli altri e perché, quando vuoi litigare e quando vuoi fare il tenero, quando ti va di discutere della Lettera a un religioso di Simone Weil e quando vuoi dire che l’ultimo film di Sorrentino secondo te è “meraviglioso” (e anche: “Mi sembra che la scena con la ragazza al mare, quando lei è nuda e Jep è giovane, sia quella più importante e anche, come tu hai detto, forse ha una relazione con il titolo. Ma questa grande bellezza non può essere spiegata. Mi ha toccato molto, ma non so dire ancora esattamente perché… ma non per il mio italiano, non saprei dire questo neanche in croato!”. Recensori italiani de La grande bellezza: prendetene nota).

Ho nell’archivio della chat settecentoventidue conversazioni con Ante: racconti di quotidianità, confessioni disperate, richieste di consigli su cosa regalare alla fidanzata che aspetta il suo ritorno in Croazia, argomentazioni serrate sulla canzone d’autore italiana, i dubbi cavillosi di sempre su certe misteriosissime regole grammaticali che danno il tormento a chi cerca uno stratagemma per governarle (“Perché si dice ‘vado al mare’ e ‘vado in montagna’? Non è sempre andare verso un luogo?”). Da sole, queste settecentoventidue conversazioni basterebbero a costruire la storia di una conquista, ma ce ne sono altre centinaia con altri studenti che adesso sono ex studenti, e poi le e-mail e i bigliettini scritti a mano che accompagnavano piccoli regali che ho ricevuto alla fine dei corsi di italiano – un portasigarette, una teiera con la candela sotto (“Così il tuo tè è sempre caldo come deve essere un buono tè”), The Woman in White di Wilkie Collins, un libro di ricette inglesi (“Perché anche la cucina inglese ha la sua tradizione, non è solo fish and chips!”), un accendino d’argento che poi, accidenti a me, ho perso.
Ci sono anche, a tenere vivo l’amore, le registrazioni delle loro voci fatte in classe, durante i corsi, gli esercizi di scrittura provocati e incoraggiati dopo la lettura di quel passo tanto bello de Le città invisibili, dove Calvino descrive Eutropia, e l’immaginazione in seguito stimolata a descrivere la propria città ideale, fogli di carta conservati nel tempo come manoscritti preziosissimi:

Felicitonia vogliamo battezzare la città, la quale ha una pretesa per la sua esistenza, cioè che non esiste. Felicitonia non è neanche una città ideale, perché se tentasse di esserlo dovrebbe necessariamente fallire. Ognuno degli abitanti avrebbe un altro desiderio per la sua citta ideale e la sua vita ideale e non ci si potrebbe trovare mai un consenso tra di loro. Quindi Felicitonia rimane una città meramente ipotetica. Se è infine buona o cattiva, desiderevole o spiacevole, questo giudizio viene rimandato agli ascoltatori di questo testo. Solo una cosa oso dire: mi pare che gli abitanti siano felici.
(Nikolaus)

Ma tutta questa testualità in divenire, di cui un insegnante ha il privilegio di essere testimone, non è sempre stata competente, né almeno comprensibile: all’inizio era poco più di una timida lallazione, con la faccia rossa di vergogna. Così, quando poi il nostro tempo insieme finisce, quando loro proseguono da soli nelle loro conquiste, quando tornano a casa, nei loro Paesi vicini e lontani, si ha l’impressione – un’impressione che inorgoglisce, simile a un sentimento di compiacimento nel quale non si può fare a meno di cullarsi per qualche momento, – di aver contribuito all’acquisizione di una nuova italianità che se ne va in giro per il mondo, capillare, sovversiva, liberata. Questa sì, è una gioia vera, la sola possibile per noi insegnanti di “italiano per stranieri”, che non si sa bene se sia davvero quel che si dice “un mestiere”, una professionalità specifica e riconoscibile, o pure soltanto un lavoro (ci basterebbe, credo). Anche perché, il più delle volte, non ci mangiamo. E un lavoro cos’è, se non un’attività che ti fa mangiare, prima di tutto?

Allora, mi chiedo, vale la pena vivere così, in uno stato di miserabilità – perché tale è lo stato di chi in Italia fa questo lavoro che non si sa se sia un lavoro: miserabile, – per godere di gioie vere che non fanno mangiare?

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[Post correlati: Lettere dalla corsia n. 6; Per opportuna conoscenza e auspicabile divulgazione]

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Avvertenza: si astengano i lettori dallo scrivere nei commenti eventuali consigli non richiesti su come tirare avanti.

Di lato

Stavamo guardando un film in televisione, uno scelto a caso. È riposante guardare un film scelto a caso, la sera (sospendere la volontà, il pensiero, le convinzioni, le preferenze, le speranze. Stare inebetiti, scordarsi).
In una scena c’era un regista, parlava di un film che avrebbe voluto fare una volta, diceva che era stato il sogno della sua vita, che per tanto tempo non aveva pensato ad altro in ogni momento del giorno, che adesso, invece, s’era ridotto a girare qualunque cosa, anche quella fiction televisiva in venti puntate ambientata in un ospedale – lo diceva con una quieta rassegnazione nella voce. Però, affermava il regista, quel film mai realizzato era stato proprio un desiderio grande.

Allora lui, in quel momento, mentre l’attore in televisione raccontava di questo desiderio, ha cambiato posizione sul divano, si è aggiustato sui cuscini. Io, che gli stavo seduta vicino, l’ho guardato. Stava fissando il pavimento. Poi si è girato verso di me e mi ha detto: “Sai, mi sono accorto che io non ce l’ho più un desiderio di quel tipo, come quello lì… cioè, un progetto di lavoro che voglio realizzare, una cosa che sto lì e ci penso tutti i giorni e ci rimango sveglio la notte, che anche se non viene bene o anche se non ce la faccio a raggiungerla, comunque la inseguo, ci corro dietro. Un desiderio, insomma. È un po’ che non mi capita”. Si è aggiustato un’altra volta sui cuscini, come se non riuscisse a trovare un posto comodo. Io ho osservato il pavimento, nel punto dove lo stava osservando lui. Ho detto: “Nemmeno io ce l’ho più”. Siamo rimasti per qualche minuto a fissare il pavimento tutti e due.
Avevamo fatto la stessa considerazione, per questo abbiamo ricominciato a guardare in silenzio il film: perché non ci potevamo aiutare.

Dopo ci siamo guardati un altro film, scelto ancora con quel torpore che alle volte fa bene, un poco intontiti, un poco assenti, come quando uno dice che fa una cosa “tanto per” (a volte mi viene la voglia, o una tentazione, di trovare un verbo nuovo a reggere quella preposizione a metà tra il fine e la causa, un verbo che non sia “farla”). Raccontava, questo film, di un uomo in giacca e cravatta, un assicuratore mi pare, a cui una banda di teppisti ammazza tutta la famiglia, uno dopo l’altro, e lui diventa come quelli che gli hanno ammazzato la famiglia, cioè comincia ad ammazzare pure lui tutta la banda, uno dopo l’altro, per vendetta. Il film si riassume così: prima l’uomo perde la famiglia, poi il sorriso, poi il senno, poi la giacca e la cravatta, poi il lavoro e la casa, poi la libertà, infine la dignità. O forse la dignità la perde prima, dopo aver perso la famiglia, oppure se la perde tra il senno e la giacca, o forse la dignità stava proprio in principio, non lo so, non l’ho capito bene. Qualunque sia l’ordine delle perdite, comunque, il capo della banda che gli ha fatto perdere tutto se lo conserva da ammazzare per ultimo. Dopo una lunga lotta, si ritrovano fianco a fianco seduti su una panca, tutti e due ricoperti di sangue e con l’ultimo fiato a disposizione. L’uomo che ha perso tutto gli chiede: “Sei pronto?”. Il capo della banda gli dice: “Guàrdati. Adesso sembri uno di noi”.
A me è venuta in mente la storia di Giobbe raccontata da Joseph Roth nel romanzo (“Romanzo di un uomo semplice” è il resto del titolo). Mi è venuta in mente come mi vengono in mente le cose quando sto davanti a un fatto e dovrei, suppongo, pensarne cose pertinenti, più appropriate al fatto, rimanendogli di fronte, e invece le penso in un altro modo: di lato.

Di lato, mentre continuavo a guardare il film sull’uomo che aveva perso tutto, pensavo pure che quella cosa che avevamo detto prima sull’assenza di desideri, a trentun’anni a testa, era immorale. Allora, alla fine del film (l’uomo che aveva perso tutto viene arrestato mentre sta guardando un vecchio filmino della sua famiglia, quando stavano tutti insieme allegri), gliel’ho detto, a lui che si era appena aggiustato sui cuscini un’altra volta. Proprio così gli ho detto: “È immorale”, senza spiegargli che mi riferivo a quello che avevamo detto due ore prima, mentre guardavamo quell’altro film del regista che aveva avuto un desiderio grande. Lui ha annuito e poi siamo andati a dormire.

La sala d’attesa

Post prima un po’ allegro e dopo un po’ triste
(“Dop’ lu ride se ne ve sempr’ lu piagne”, detto abruzzese)
.

Abbiamo questa stanzetta, a casa. Saranno sì e no sedici metri quadrati.
Prima che venissi ad abitare qui dove abito adesso, in casa ci stava solo Le Sanglier. Cioè, ci stavano Le Sanglier e tutte le sue cose. Di tutte le sue cose, quelle di cui non sapeva che fare, quelle di cui aspettava di capire che fare e quelle che non gli servivano tutti i giorni, stavano dentro questa stanzetta. C’era anche una specie di branda che lasciava pensare, pur vagamente, a un letto per dormire, perciò la stanzetta si chiamava “cameretta”. Si chiamava così anche se non ci dormiva nessuno: Le Sanglier, infatti, dormiva nella camera da letto propriamente detta e adeguatamente utilizzata, su quello che verrebbe definito senza dubbio da chiunque un letto e, per la precisione, un letto a due piazze.
Nessuno, insomma, dormiva nella cameretta. Nella cerchia di amici di Le Sanglier si vociferava che la cameretta nascondesse i resti di sua nonna, da lui fatta sparire allo scopo di ereditarne l’appartamento. In effetti, a giudicare dallo stato dell’ambiente, si sarebbe detto che il campo era aperto ad ogni ipotesi.
Quando sono venuta qui, ad abitare con Le Sanglier, Le Sanglier ha detto: “Sgomberiamo la cameretta” e io ho pensato che volesse darmela in affitto e che forse non avevo ben capito questa faccenda della nostra convivenza, ma subito dopo ha detto: “Ci facciamo uno studio”. Così ha portato via la specie di branda e qualche altro oggetto che non sono riuscita a identificare, io ci ho portato la mia scrivania e un pezzo della mia libreria – gli altri pezzi li abbiamo messi nel soggiorno, lui ha liberato la sua scrivania di tutto quello che prima ci stava sopra e ci ha messo quello che secondo lui sta sopra la scrivania di uno studio, quindi ci ha rimesso tutto quello che prima ci stava sopra, ma in posizioni diverse. Infine ha detto tutto contento: “Ecco, abbiamo pure uno studio!”.
Ora, io le idee su cosa si fa in uno studio le ho sempre meno chiare, però sono contenta di avere uno studio. Adesso che la stanza non è più una cameretta ma uno studio, alle volte io e Le Sanglier ci sbagliamo a chiamarla. Per esempio, lui dice: “Sta piovendo. Mi aiuti a spostare lo stendino dal balcone alla cameretta?”, oppure, se lo stendino sta già nella stanza, “C’è mica spazio per mettere l’altro stendino nella cameretta, che devo fare un’altra lavatrice?”. Io dico: “Dove sta la mia valigia rossa?”, lui risponde: “L’ho messa nello studio, dietro la porta”, oppure: “Sta sopra l’armadio nello studio, fai attenzione a quando la tiri giù che ci stanno un sacco di altre cose”. Le altre cose sono: la valigia sua, due scatoloni miei, dei grossi fogli di cartoncino colorato arrotolati e avvolti nella plastica che uso in classe con gli studenti, le scatole vuote della stampante, dei nostri portatili, del frullatore, del tostapane e dell’apparecchio per l’aerosol – perché le scatole possono sempre servire.
Altre volte io dico: “I documenti te li ho messi nello studio”, lui dice: “Le scarpe da tango te le ho messe nella cameretta”. Qualche volta litighiamo pure, io dico: “Senti, qua è ora che ci decidiamo che minchia è ‘sta stanza”, lui dice: “Lo dobbiamo decidere proprio mò?”.

La stanza risente della nostra confusione sulla sua identità, pare che ci stia dentro una sofferenza.
A tutti gli effetti, ho pensato ieri, è una sala d’attesa (nelle sale d’attesa, in fondo, non si soffre un po’?). Per questo motivo, ma in un modo che non ho ancora capito con chiarezza, è la stanza più importante della casa: lì ci stanno tutte le cose che aspettano di trovare posto, e qualche volta ci vado pure io, a ragionare e aspettare di capire mentre fumo una sigaretta, e allora la stanza diventa anche un pensatoio. Sto lì, e mentre fumo in piedi al centro del pensatoio osservo i miei libri, quelli che per comodità chiamo “libri di lavoro”, diversi dai “libri miei”, che invece sono perlopiù romanzi, quasi tutti tascabili, e stanno nella libreria in soggiorno (da questa parte gli americani – John Fante, però, in uno spazio solo suo, da quest’altra parte gli italiani contemporanei, e così via). I libri di lavoro li ho messi lì, nello studio, nel periodo in cui stavamo trasformando la cameretta in uno studio. Sono manuali di italiano per stranieri – “Un giorno in Italia”, “Espresso”, “Percorso Italia”, “Campus Italia”, “Contatto”, “Domani”, “Chiaro!”, e altri nomi cretini così, grammatiche, raccoglitori pieni di dispense, e poi ci stanno anche altri libri che servono a me per imparare, per esempio “Sillabo di italiano per stranieri”, “Immigrazione. Dossier Statistico 2011”, “Insegnare italiano a stranieri”, “Italiano come lingua seconda”, “Vedere per capire e parlare”, “Quadro comune europeo di riferimento per le lingue”, e altri nomi cretini così. Tutta roba, tanta, acquistata negli anni, che se me la rivendessi ci camperei per qualche mese buono. Invece non me la rivendo, la tengo lì ad aspettare, nei periodi in cui non lavoro.
Poi c’è anche un quadretto, una cornice a giorno da tre euro dentro cui ho messo un piccolo poster preso qualche anno fa al Goethe Institut, quando avevo cominciato a studiare il tedesco perché avevo avuto tanti studenti tedeschi e volevo iniziarmi alla loro lingua, come pegno d’amore: c’è il disegno di un uomo e una donna che si baciano, sopra di loro c’è scritto: “Conoscere più lingue avvicina i popoli”, e sotto di loro: “E le persone”. Non l’ho appeso al muro perché l’unica parete disponibile della stanza si rifiuta di farsi trafiggere dai chiodi: tu dai una martellata decisa, studiata, e il chiodo incontra una resistenza dietro il muro, che non si capisce cos’è, tu rimani col martello in mano, a fissare il chiodo tutto storto e la parete ostile, e senti una specie di dolorosa impotenza, una qualche verità che appare definitiva e, per questo, insopportabile.

Ho pensato, finché non riesco ad appendere questo quadretto di poco conto, che per me è tanto importante, questa stanza sarà sempre una sala d’attesa, dove ci mettiamo le cose che non sappiamo dove mettere e le cose che aspettano di trovare posto, e dove io vengo a fumare una sigaretta e ragionare, e pure a sragionare, mentre aspetto di capire che fare di certe cose mie, dei libri di lavoro, e del quadretto, soprattutto del quadretto, e della sua importanza.

Essere giovani, qui da noi in Italia

Entro nell’ufficio Programmi Internazionali, saluto.
Mi guardano subito indispettiti dalle scrivanie, non mi danno il tempo di continuare, “Oggi siamo chiusi” mi chiariscono, senza nascondere un tono scocciato. Riconosco presto la situazione, mi affretto prima che i loro sguardi tornino a depositarsi sui monitor dei computer, “Lo so. Ma ci siamo sentiti via e-mail e abbiamo concordato che sarei passata oggi a firmare i certificati per gli studenti Erasmus. Sono Rouge, Morelle Rouge”. Una di loro arrossisce un poco, di più s’impegna a trafiggere con gli occhi la collega che mi ha appena informato sulla loro disponibilità a ricevermi, dice a bassa voce: “È una degli insegnanti”. Si scusano all’unisono. “Non c’è problema, – dico sorridendo – so che non sembra”. Si distendono in una risata, mi fanno accomodare, mi portano i certificati da firmare e un vassoio di castagnole.

In effetti non sembra, mi dico mentre vado firmando i certificati che attestano la frequenza del corso di italiano per studenti Erasmus Incoming, il numero delle ore di presenza alle lezioni, il superamento dell’esame finale, il voto espresso in trentesimi e l’acquisizione di quattro crediti ECTS (“Dottoressa, prima di procedere alla firma dei certificati la prego di ricontrollare che abbiamo inserito correttamente tutti i dati che lei ci ha inviato”).
Eh no, non sembra, continuo a pensare tra me e me. Oggi, poi, non mi sono nemmeno pitturata la faccia, non ho una giacca, libri sotto il braccio, né la borsa da prof. Potrei più facilmente sembrare una studentessa moderatamente fuori corso, diciamo, per dire, un paio d’anni fuori corso. Inoltre, oggi provengo da una notte di cattivo sonno e da un’alba di disturbi intestinali, ho rinunciato al treno in arrivo al binario per correre a casa a sacramentare in bagno e ritornare mezz’ora dopo alla stazione a prendere il treno successivo, dove mi sono appisolata. Non mi tengo in piedi, avrei bisogno di un caffè, ma ho lo stomaco vuoto già corroso da due. Il risultato complessivo è visivamente discutibile. Dunque, suppongo, potrei ancora più facilmente sembrare una studentessa moderatamente fuori corso che abbia passato la notte a bere in giro.

Di essere scambiata per una studentessa dal personale amministrativo dell’università, dai colleghi, dai coordinatori dei corsi e, qualche volta, pure dagli studenti, mi è successo in passato con una frequenza che dipendeva indubbiamente dalla mia giovane età, quindi sempre, e mi succede al momento con una frequenza che dipende, in effetti, dalla mia attuale età, quindi quasi sempre, e continuerà a succedermi in futuro con una frequenza che dipenderà, credo, dall’età percepita in Italia, quindi ancora a lungo, o molto a lungo. Se in passato ciò mi lasciava infastidita perché mi vedevo attribuire gli anni che avevo, al momento ci provo un certo gusto perché mi vedo ridurre gli anni che ho. In futuro, non so; del futuro non me la sento di parlare. Del futuro non me la sento di parlare in nessun caso. Però so, e me la sento di dire, che essere studenti è una gran cosa. Dico questo, che essere studenti è una gran cosa, e mentre lo dico non penso all’età che generalmente e grosso modo uno ha quando è studente, ma penso all’intelligenza, all’intelligenza e al potere sovversivo che si può ancora sperare d’avere in mano allora, in quegli anni, e poi mai più.

L’equivoco più divertente, comunque, non è avvenuto oggi, mentre firmavo certificati e mangiavo castagnole all’ufficio Programmi Internazionali di un’università che mi sono guardata bene dal menzionare, cioè l’Università di Roma La Sapienza, ma in un’altra università di Roma che con altrettanta prudenza dovrei forse premurarmi di non rivelare, cioè quella di Tor Vergata.
Quest’altro è successo circa quattro anni fa, quindi in un momento, immagino, in cui avrei potuto più facilmente essere scambiata per una studentessa ancora in regola con il corso di studi.
Dovevo fare fotocopie. Dovevo farle in fretta, perché dieci minuti dopo sarebbe cominciata la lezione con gli studenti cinesi del programma Marco Polo. Perciò ho fatto quello che farebbe un insegnante che deve fare fotocopie per una lezione che comincia dieci minuti dopo: sono entrata nell’ufficio delle fotocopie. Questo ufficio qui, però, non consentiva l’uso della fotocopiatrice agli studenti e il personale amministrativo me lo ha fatto presente nello spazio di tempo (sette, otto secondi) necessario ad aprire la porta dell’ufficio, salutare tutti e fare i primi tre passi verso la fotocopiatrice. “Lo so. Ma il coordinamento mi ha fatto sapere che le fotocopie per il corso Marco Polo si fanno qui. Sono Rouge, Morelle Rouge”, ho detto.
Non sapevo ancora, allora, quante volte negli anni seguenti avrei recitato la formula, poi mandata a memoria, con le opportune variazioni secondo le necessità del caso. Per questa ragione lo ricordo adesso come l’equivoco più divertente, l’Archequìvoco dell’essere giovani, qui da noi in Italia.

Ho trentuno anni. Da quattro insegno italiano a studenti stranieri (quando è consentito, cioè saltuariamente) in corsi universitari e in corsi privati (uno alla volta, ma anche due o tre nello stesso periodo, dipende dal periodo), con contratti di collaborazione a progetto. Solitamente, a questo punto, cioè il punto in cui uno comincia a dire “Ho trentuno anni. Da quattro insegno italiano a studenti stranieri…”, dovrebbe arrivare la parte relativa al profilo formativo, ovvero la menata su quello che ha studiato all’università, i titoli che ha conseguito dopo la laurea, le pergamene e i diplomi e gli attestati che di anno in anno ha regalato ai parenti per Natale, in cornice a giorno.
Ma questo non è un curriculum, né la pagina di un profilo Linked In.
Questo è un post su un blog, e di blog ce ne sono tanti, e questo è un blog che non si occupa di temi relativi al lavoro, o non se ne occupa nei modi in cui se ne occupano i blog che si occupano di temi relativi al lavoro, e di blog che si occupano di temi relativi al lavoro ce ne sono tanti.
Questo è un blog che, come ben sanno quelli che hanno l’ardire di leggerlo abitualmente e pure quelli che hanno la sconsideratezza di leggerlo via smartphone, fa un po’ quel cazzo che gli pare. Però, ve l’assicuro, cerca di farlo il meglio possibile. Quindi, intuitivamente, a questo punto del post arriverà qualcos’altro.
La fine.

Lettere dalla corsia n. 6

Da: andr@vipmail.hu
Inviato: mercoledì 14 novembre 2012  21:57:39
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
Il mio test d’italiano è finito e sono contento perché tutto è andato bene. Nella parte sul computer c’erano esercizi molto semplici e alla maggior parte non c’erano grandi difficoltà. In alcuni casi ero in dubbio perché c’erano espressioni italiane che non ho mai sentito. Ma penso che queste non appartengano al livello B1. Ho avuto un po’ di paura della parte orale, ma questa non era così difficile, perché ho potuto parlare facilmente e anche l’esaminatrice era molto spontanea. La parte orale mi sembrava più facile della parte sul computer.
Vorrei ringraziarti tutto che tu hai fatto per insegnarmi la lingua italiana. Ti sono grato per tutte le lezioni, per le canzoni bellissime (sono sempre felice quando le ascolto), per tutto il tempo che abbiamo passato insieme. Per tutto ciò io posso dire un grande GRAZIE.
Con affetto,
A.

***

Da: phil@gmx.de
Inviato: venerdì 16 novembre 2012  19:04:39
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
la lotta è finita e tutto è andato bene. Ambedue, la parte scritta e orale, non erano troppo difficili. Non lo dico molto spesso, ma oggi sono veramente contento…
Di nuovo grazie per il tuo impegno, la tua indulgenza e la tua pazienza che tutti insieme sembrano essere illimitati.
Non so, quando ci incontreremo di nuovo, ma fino ad allora ti auguro ogni bene!
Tanti cari saluti e un buon weekend!
P.

***

Da: mat@gmx.de
Inviato: sabato 17 novembre 2012  15:24:34
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
Qualche giorno dopo l’esame voglio ringraziarti un altra volta.
Anche se non sono veramente contenta con il parte orale (perchè nella mia nervosità ho evitato di usare verbi nei tempi differenti) spero di avere superato.
Lavorare con te e partecipare al tuo entusiasmo per la lingua è stato un piacere per me!
Spero di rivederti presto e ti auguro una buona domenica!
M.

***

Cari studenti che mi avete scritto e ai quali ho già risposto privatamente, uno per uno,
Cari studenti che mi scriverete e ai quali risponderò privatamente, uno per uno,
Cari studenti che mi scrivete ancora dopo tanto tempo, dalla Germania, dalla Cina, dalla Danimarca, dagli Stati Uniti, da dove state tutti,

oggi non vi scrive la vostra insegnante di italiano.
Non vi scrive nemmeno l’autrice del blog Tornasole, che non conoscete.
Oggi vi scrive una persona un po’ stanca che, sul treno, mentre va all’università a fare lezione con nuovi studenti, legge annunci di lavoro come commessa, baby-sitter, centralinista, operatrice di call center e donna delle pulizie.
Volevo dirvi alcune cose (“ma perché tu dici ‘volevo’? Adesso non vuoi più?”… Sì, lo voglio ancora, ma spesso diciamo “volevo” per dire “vorrei”, perché la lingua è viva e la lingua usa così, però adesso è venuto il dubbio anche a me su questo fatto).
Volevo dirvi che, quando ho ricevuto l’e-mail di A., stavo in macchina sulla Tiburtina. Tornavo dalla mia lezione serale di tango alla quale Le Sanglier mi aveva trascinato, dopo avermi sollevato di peso dal letto dove mi andava di restare a dormire e dopo avermi imposto di darmi una ripulita. Non avevo voglia, infatti, di andare alla lezione serale di tango e non avevo voglia nemmeno di correggere una ventina di testi dei miei studenti di questo periodo (li avrei corretti in stato di angoscia la mattina dopo, un’ora prima di entrare in aula). Non avevo voglia perché, certe volte, uno non ha più voglia di fare le cose. Comunque, ero andata alla lezione di tango. E stavo in macchina sulla Tiburtina, quando ho letto l’e-mail di A. sul cellulare. Allora m’è venuto un po’ da piangere. Non saprei spiegarvi bene il motivo, però credo che c’entri qualcosa il fatto che in questi mesi sto pensando di cambiare lavoro.
Oh, non è perché non mi piacete più.

È che la settimana scorsa, o forse due settimane fa, o due mesi fa, non mi ricordo più, è successo un fatto assai strano. Avevo sette ore di lezione in due posti diversi e al mattino, quando sono andata a comprare il biglietto del treno Bagni di Tivoli -Roma Tiburtina, che costa due euro e dieci, mi sono accorta che avevo un euro e venti in tasca. Sì, perché questo mese l’abbonamento ai mezzi non l’ho fatto e perché le università ci pagano alla fine dei corsi, o qualche mese dopo la fine (però, quando arrivano i bonifici da due tre quattro università tutti insieme, vado a cena fuori e mi compro un sacco di roba, perché quando ce li ho, i soldi, li butto via in preda a un’incontenibile ebbrezza, ché tanto il futuro era ieri. Quindi vado pure a lezione di tango, voglio morire da tanguera, perdio!). Insomma, non so com’è successo, ma stavo lì, per strada, e avevo il treno alle 8.04 ed erano le 7.45 e non avevo soldi per andare a lavorare. Allora sono corsa a casa e ho svuotato tutte le tasche di tutti i pantaloni, i miei e quelli del mio compagno, le borse, i cassetti, e ho messo insieme sette euro di monete. Così ho potuto prendere il treno per andare a lavoro, e anche quello per tornare a casa la sera.
Poi c’è stata una frattura. Uno specchio che si rompe all’improvviso, un quadro che cade dopo tanti anni, una corda che si spezza. Una cosa che fa crac, o crash, o bang, o bum.
E ho comprato due giornali per annunci di lavoro.
Non lo so come si sta alla cassa di un negozio, però – ho pensato – forse lo posso imparare. Forse lo posso fare part time, quando non sto in aula. O lo posso pure fare sempre.

Sapete, c’è un momento molto preciso del nostro tempo insieme in classe in cui avviene un prodigio. Dal giorno in cui iniziate ad articolare i vostri primi suoni in italiano, e poi le vostre parole insicure, con la faccia chiazzata di imbarazzo e la voce rotta, io vi amo. M’innamoro sempre, delle parole vostre. In esse sta la richiesta di diritto alla cittadinanza dentro la mia lingua, terra sconosciuta. M’innamoro, anche, quando vi invito a fare ipotesi sul significato del titolo di un fatto di cronaca riportato sul giornale: “Ragazza trovata morta in riva al lago. È giallo”, e qualcuno di voi si gratta la testa un po’ perplesso e dice “Forse ‘è giallo’ signifìca chi la faccia di la ragaza morta ha diventata gialla?” e qualcun altro ribatte “Me sembra un titolo un po’ morboso por un giornale”, e ci stiamo su un quarto d’ora buono, a capire perché in Italia il delitto è giallo, la cronaca è nera, oppure rosa.
Qualche volta vi odio anche, eh. Il mal di cuore mi fate venire voi, e quando esco dalla classe mi fumo una sigaretta a stomaco vuoto e bestemmio i santi.

Quest’amore nostro è una spiacevole trappola. Ho tre capelli incanutiti e il cuore gonfio e però, sapete, nel nostro Paese a noi di trenta e quarant’anni ci chiamano “giovani” ed è vietato lamentarci se non riusciamo a campare con un lavoro che ci piace, ci dicono che siamo schizzinosi, che dovremmo essere pratici, o accontentarci di quello che capita.
Ecco perché, quando ho letto l’e-mail di A. mentre stavo in macchina sulla Tiburtina, e poi quando ho letto quella di P. e quella di M., ma pure quando ho letto quella di K., di I., di G., di Z., di J., ho pianto come una bambina confusa. Perché voi non potete, non potete venire a distrarmi in questo modo, adesso che io ho bisogno di concentrazione per mollare. Voi non potete lasciarmi con il sospetto insopportabile che io sappia fare quello che non voglio più fare. Voi mi dovete scrivere: “Cara Morelle, Professoressa Morelle, dottoressa Morelle Rouge, adesso che non devo più vedere la tua sorridente faccia di cazzo posso finalmente dirti che le tue lezioni mi hanno fatto cacare, che i tuoi corsi sono una palla al culo, e che se prima l’Italia e gli italiani mi facevano schifo, adesso di più”. Così mi dovete scrivere, e io mi tranquillizzo, mi rassicuro che voi avete imparato un po’ di italiano utile e che quest’amore che io ho per voi mi fa morire. Così, così solo avrei meno paura di fare la cosa sbagliata, meno nostalgia dei giorni passati ad amarvi e a maledirvi.

Ecco, questo volevo dirvi. Se non avete capito tutto, non è un problema, ormai lo sapete che non è importante capire tutte le parole, ma solo il senso generale. Adesso leggete un’altra volta e cercate nel testo i verbi al passato prossimo e all’imperfetto. Qual è la differenza d’uso? Fate un’ipotesi. Voi continuate, continuate.

Morelle

Il diavolo e la pazienza

C’è un trionfo di serotonina
dove termina il dolore
(Ivano Fossati, L’angelo e la pazienza, rivisto e corretto)

Volevo scrivere delle rosticcerie, delle tavole calde, dei ristoranti, delle pizzerie e dei caffè di Roma nella pausa pranzo di un lavoratore co.co.pro.
Volevo scrivere, per esempio, di come i luoghi frequentati da un lavoratore co.co.pro. nella sua pausa pranzo, se ce l’ha, non siano mai gli stessi durante l’anno. Volevo dunque scrivere qualcosa sulle ragioni dell’espunzione dell’avverbio “abitualmente” tra “luoghi” e “frequentati”. Volevo perciò scrivere dell’abitudine, avevo tanto da dire sull’abitudine, su come – dicono – ci si abitui a tutto, ma veri scrittori l’hanno già fatto sapientemente, e non c’è più niente da scrivere, né da dire, e anche questo, cioè che non c’è più niente da scrivere né da dire, l’avevo già scritto.
Volevo scrivere, pure, di come il lavoratore co.co.pro. che presti il suo servizio in qualità di “esperto di Qualcosa” in tre o più posti durante l’anno sia capace di realizzare un’accuratissima mappatura dei luoghi di ristorazione presenti nella città dove va collezionando il maggior numero di contratti.
Volevo provare a fare il ritratto dei clienti (“abituali”? Non saprei dirlo) di tutti i posti in cui un lavoratore co.co.pro. trangugia colazioni e pranzi durante l’anno.
Volevo scrivere, insomma, un post ilare, brioso, eventualmente brillante.
Volevo scriverlo, ma non lo farò, credo, perché quello che mi viene da scrivere in proposito è pari a quello che mi viene da dire ogni due o tre mesi dell’anno quando, nella pausa pranzo alla tavola calda Volpini di fronte alla fermata della metro B Policlinico, o nella pausa pranzo alla caffetteria Il Baretto di Piazza San Bernardo, o nella pausa pranzo in una paninoteca di Garbatella, o nella pausa pranzo in un bar della stazione Anagnina, il barista mi sorride e mi dice “Come mai di nuovo da queste parti? Non t’ho più visto”: niente.
A ben vedere, quasi niente. Posso dire, infatti, che i cornetti al pistacchio di Volpini sanno un po’ di cartone, o di quello che immagino sia il sapore del cartone, e che la rucola dentro i tramezzini del Baretto lascia pensare alle alghe che si vedono in riva al mare dalle parti mie. In compenso, però, le fettuccine al salmone del primo e il caffè del secondo sono lodevoli.

Volevo scrivere, poi, dei traslochi. Qui, però, mi è mancato un paragone, e un po’ di coraggio. Mi sono venute in mente certe poesie della Szymborska che volevo rileggere, ma non avevo a portata di mano i libri, perché stanno già imballati negli scatoloni per detersivi Nelsen e Dash, accatastati all’ingresso delle stanze a mo’ di fermaporte, vicino ai sacchi della spazzatura da buttare.

Volevo scrivere una lettera a mio padre.
Poiché nemmeno questo mi riusciva, volevo allora spedirgli una copia delle poesie di Sbarbaro, e mettere un segnalibro nella pagina famosa dove scrive

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.

ma non me la sento. E comunque Svevo Bandini non legge poesie.

Volevo anche andare al mare, a mangiare le cozze. O in Finlandia, a spalare la neve.
Volevo fermare qualcuno per strada, o mettermi a parlare con uno sconosciuto sul treno regionale delle 8.04 per Roma Tiburtina (arriverà con un ritardo previsto di dieci minuti), e chiedergli:
“Non pare anche a te che le estati siano sempre più calde e gli inverni sempre più freddi?”.

Invece ho fatto un’altra cosa.

Il peso netto della grazia, dopo Christian Raimo

Roma, dalle otto del mattino alle sette di sera di una giornata lavorativa, è una città dove io non voglio più stare. Però ci sto da quattro anni. Alle otto del mattino di una giornata lavorativa, in questo periodo, sto al binario 2 est della stazione Tiburtina. Sto ferma, in cima alle scale del corridoio sotterraneo che dal binario 2 est portano ai labirinti che portano all’ingresso della metro. Sto ferma, e aspetto il mio turno insieme ai compagni sconosciuti. Ci si muove a scaglioni, prima il gruppo in fondo alla scala, poi quello a metà, infine quello in cima. A me viene in mente quando all’uscita da scuola ci facevano mettere in fila, a coppie, mano nella mano. Prima uscivano i bambini della prima elementare, poi quelli della seconda, poi quelli della terza, infine quelli della quarta e della quinta.

I colleghi dell’università, quella dove lavoro in questo periodo, si lamentano dei compensi “esigui” e dei pagamenti “tardivi” e della “scarsa trasparenza sulla tassazione applicata”. In questo periodo, che poi è uguale ad altri, stiamo tenendo i corsi di italiano per gli studenti Erasmus senza aver ancora firmato il contratto. Qualcuno lancia l’idea di uno sciopero, qualcun altro di boicottare la riunione della prossima settimana – nelle riunioni dei docenti Erasmus si discute perlopiù dell’importanza di utilizzare in aula un lessico specialistico, per esempio il verbo “dedurre”.
Mentre cammino e mentre aspetto, sto tutto il tempo con la faccia sullo smartphone, che mi segnala venticinque e-mail dei colleghi ricevute in mezza giornata. “Dobbiamo essere uniti”, dicono i colleghi, che poi sono gli stessi di altri posti in cui ho lavorato in altri periodi in cui dovevamo essere uniti. Io penso che mi secca parecchio la posta elettronica, soprattutto quando si forma quella lunga catena di “RE: R: Re: RE: R: RE:: R: riunio…” e non si legge più l’oggetto. Poi, non so perché, mi viene in mente anche un fidanzato che avevo al liceo, che di cognome faceva Re.
A volte mi succede di non avere voglia di essere unita, e mi succede per lunghe settimane.

Mio padre è diventato nonno. Cioè, da quando il suo maltese di sette anni, dopo innumerevoli tentativi, è riuscito – io credo con l’aiuto decisivo del veterinario – a fecondare una cagnetta, mio padre è in preda a un entusiasmo beota simile a quello di chi diventa nonno – padre lo è già da diversi anni. Mi manda un sms alle dieci del mattino, mentre lo presumo a lavoro: “Ti ho messo su dropbox le foto dei figli di Niki”. Non rispondo, allora mi telefona la sera, “Hai visto le foto?”, “No, se non metti la cartella in condivisione con me non le vedrò mai”, “Ah. Quindi non basta che le carico su drobbòcse?”, “No, non basta. Devi fare scèir”, “Ah vabbè. Mo lo faccio. Tu guardale”. Guardo ventitré foto di cuccioli maltesi. In un paio ci sta pure mia madre. Ne tiene uno tra le mani, vicino al petto, e ha la testa girata da un lato, il collo teso e il mento rivolto alla spalla. La sua posa mi ricorda una vecchia foto in cui tiene me allo stesso modo. Allora tracanno un bicchiere di vino e me ne vado a dormire.

In questo periodo sto leggendo Il peso della grazia di Christian Raimo. Me ne accorgo perché durante il giorno, mentre sono ferma sulla banchina di Termini ad aspettare la metro, o mentre sto seduta sul treno Tivoli-Roma Tiburtina o su quello Roma Tiburtina-Tivoli, m’intristisco più del solito. Mi pare un fatto evidente. A pagina centottantasette lui scrive così: “Fuori fa una caldo che scivola sotto la pelle, una cappa piatta e avvolgente come una coperta termica. Che è successo? Mi rifaccio il mio chilometro a piedi. Il calore siringa la testa fino a farmela scoppiare. Moriremo così? Fra qualche anno, la maggior parte della gente accetterà questa come morte: le conseguenze di una temperatura non più adatta agli uomini”. Per il resto racconta, perlopiù come tutti, di una storia d’amore come tante (con una certa Fiora, che, chissa perché, m’immagino con la faccia di quella ragazza coi capelli scuri che, un po’ di tempo fa, stava nella pubblicità del cappuccino Nescafè, come si chiama? E, comunque, il personaggio di Flora mi sfugge). Racconta pure, perlopiù come tutti, di un lavoratore precario come tanti.
Io penso che al mondo non c’è più niente da scrivere, né da dire.

Forse, mi dico, è per questo motivo, cioè per il fatto che al mondo non c’è più niente da scrivere, né da dire, che un paio di settimane fa ho accettato di fare un gioco insieme a una mia amica, via e-mail. Scriviamo una “Lettera a quattro mani”: una sola parola ciascuno, nessun tema prestabilito, nessun progetto personale, nessuna informazione sulle intenzioni dell’altra. Nessun senso, forse. La parola, mi ha spiegato lei, può essere un nome, un aggettivo, un avverbio, un verbo, un articolo, una preposizione, una parola straniera, tutto, anche una parola che non esiste. L’unica regola del gioco è che la punteggiatura va messa da chi delle due vuole che la propria parola sia seguita da un segno di punteggiatura. Per il resto, dice, completa libertà.
Ha cominciato lei con “Adorata”. Io non avevo ancora iniziato a leggere il libro di Raimo, però ho scritto: “Grazia,”. “la”, ha rilanciato lei. “tua”, ho scritto io. “partenza”, ha continuato lei. “mi”, ho digitato io mentre stavo al Pertini insieme a Le Sanglier, che doveva fare una visita dal dietologo perché, dice, vuole buttare giù la trippa che lo fa intruppare quando andiamo a ballare il tango (ed è vero, intruppa).
Da allora questo gioco s’incastona negli interstizi delle mie giornate, fra un treno Tivoli-Roma Tiburtina e uno Roma Tiburtina-Tivoli, un’e-mail con oggetto “RE: R: Re: RE: R: RE: riunio…” e un’altra “RE: R: Re: RE: R: RE: boicott…”, facce di studenti Erasmus che vanno e vengono, soldi che non ci stanno, bollette da pagare, quattro pagine del Peso di Raimo che mi s’incuneano nello stomaco.
Ogni tanto mi arriva un’e-mail della mia amica (“RE: R: Re: RE: R: R: RE: Letter…”) con la sua nuova parola e allora è il mio turno. Scrivo perlopiù con lo smartphone, dove e quando mi capita. Sul treno al mattino presto, all’università prima di entrare in aula, in bagno quando la stitichezza mi dà tregua, per strada sotto la pioggia delle sei, se ho campo anche in metro, mentre mi tengo in equilibrio schiacciata tra avvocati di Barberini e barboni dell’Esquilino. A volte non ho idee, né sentimenti, nemmeno per una sola parola.

Siamo a:
[RE: R: Re: RE: R: RE: Re: R: Re: RE: R: Re: R: Lett…]
“Adorata Grazia,
la tua partenza mi illumina, confido nella nostra terribile sorte.
Quando il deserto dei rododendri ci trasformerà, saremo finalmente lievi. Benedette le mani di chi prega: “Urielé mio! Mandiscar jo ùpia rododàktulos venèi”, con indomite anime.
Ma non dimenticare l’accento né l’apostrofo.
Dobbiamo avere pronti gli scudi per difenderci dai morenti spiriti.
Il coraggio sarà l’inizio o la fine del dolore, mia”.

Tocca a me, ma non c’è più niente da scrivere, né da dire.
“mia”?

Modelli di interazione professionale tra glottopipponici. Fase Due

Università di Romaccazzo, ore 9.00.
Test d’ingresso degli studenti Erasmus.
I docenti di italiano L2, a seguito della tempestiva comunicazione ricevuta via e-mail dalla Segreteria amministrativa pochi minuti prima, si trovano riuniti al piano terra della Facoltà visibilmente frastornati, qualcuno in pigiama, qualcuno in mutande.
Ricevono disposizioni dal Coordinamento Didattico per avviare l’operazione.

– Umili servitori della Glottopipponica, è vostro compito preliminare verificare attentamente che i duecentocinquanta studenti qui presenti oggi siano muniti della documentazione necessaria all’ammissione in aula.
– Sissignore. E come dobbiamo verificarlo?
– Non fate domande idiote. Prendete quei due tavoli là e spostateli qua davanti alle porte dell’aula per impedire l’accesso incontrollato. Poi formate due file e chiedete a ognuno nome, cognome, documento di riconoscimento in corso di validità e, soprattutto, e-mail di conferma.
– Signore, che cos’è l’e-mail di conferma?
– Non fate domande idiote. Non avete esperienza di segreteria?
– Nossignore. La procedura concorsuale da Voi bandita ci ha ritenuti idonei all’esperienza di insegnamento dell’italiano L2 in ambito universitario.
– Questo significa allora che sapete anche essere flessibili. Dunque flettetevi. L’e-mail di conferma è l’e-mail dove c’è scritto che la registrazione al test d’ingresso è confermata. Se lo studente non è in possesso della suddetta e-mail, non può essere ammesso in aula a sostenere il test. Avete con voi fogli di carta?
– Nossignore. A cosa ci servono i fogli di carta, Signore?
– Non fate domande idiote. Vi servono ad annotare tutte le motivazioni per cui lo studente non è in possesso dell’e-mail di conferma. Caso Uno: ce l’ha, ma non l’ha stampata. Caso Due: ce l’aveva, l’aveva stampata ma poi l’ha persa venendo qui. Caso Due Bis: ce l’aveva, l’aveva stampata ma poi ci si è confezionato una canna per festeggiare il suo arrivo in Italia. Caso Tre: ce l’ha, ma è un’e-mail di conferma per il test d’ingresso di settembre che lo studente non si è presentato a sostenere perché non ancora arrivato in Italia. Caso Quattro: non ce l’ha perché non l’ha ricevuta. In caso di Caso Quattro, vanno annotate le ragioni per cui lo studente non ha ricevuto l’e-mail di conferma. Caso Quattro A: non l’ha ricevuta perché non si è mai registrato per sostenere il test d’ingresso. Caso Quattro B: non l’ha ricevuta perché noi ci siamo dimenticati di mandargliela. Caso Quattro C: non l’ha ricevuta perché non è uno studente Erasmus iscritto alla Nostra Illustre Università.
-‘Sti Casi, Signore! Dobbiamo annotare tutto questo?
– Non fate domande idiote. Dovete annotare tutto questo rapidamente e con grafia chiara. Avete con voi carta sufficiente?
– Nossignore. Come abbiamo detto, siamo sprovvisti di fogli di carta. Pensavamo che ci fossero dei computer e delle persone responsabili di questa procedura.
– Voi non dovete pensare. Voi dovete essere flessibili. Dunque flettetevi. Eccovi due fogli di carta gentilmente prestati dalla Nostra Illustre Università. Cominciate. E ricorrete all’inglese per capirvi, ché quasi tutti gli studenti qui presenti oggi si sono precedentemente dichiarati principianti assoluti.
– Sissignore. Signore, non tutti gli studenti sono disponibili a comunicare con noi in inglese.
– Parlategli nelle loro lingue.
– Sissignore. Signore, nessuno di noi docenti parla sei lingue straniere.
– Alternatevi secondo le vostre competenze linguistiche.
– Sissignore. Signore, è difficile alternarci perché alcuni di noi sono ai tavoli per i controlli, altri a bloccare l’accesso forzato alle porte dell’aula I, altri ancora sono andati a cercare sedie in tutta la Facoltà perché l’aula I non è sufficiente ad accogliere i duecentocinquanta studenti previsti.
– Usate i gesti.
– Sissignore. Signore, non tutti gli studenti conoscono i gesti degli italiani.
– Usate il gesto internazionale.

– Signore, la duecentoventiquattresima studentessa è in lacrime perché…
– Non avete con voi fazzoletti di carta?
– Nossignore, ne siamo mortificati. La ragazza sostiene di avere la sua e-mail di conferma nella borsa dell’amica, centoquindicesima studentessa già ammessa in aula. Cosa dobbiamo fare?
– Non fate domande idiote. Fatevi mostrare l’e-mail sul suo smartphone.
– Signore, la ragazza non ha uno smartphone.
– Ditele di andare subito a comprarselo. E che faccia presto, ché siamo già in ritardo.
– Signore, la ragazza dice che non può andare a comprare uno smartphone.
– Rispondete col gesto internazionale.

***

Università di Romaccazzo, aula I, ore 16.00.
I duecentocinquanta studenti Erasmus hanno consegnato il test. I docenti hanno corretto e valutato i test, fatto una riunione e indicato le loro disponibilità di fascia oraria per stabilire il calendario dei ventiquattro corsi di italiano Erasmus che inizieranno la settimana successiva.
La dott.ssa Morelle Rouge si dichiara disponibile a svolgere il suo incarico di insegnamento tutte le mattine dal lunedì al venerdì, dalle ore 10.00 alle ore 13.00, ripetendo in diverse occasioni che non sarà invece disponibile al pomeriggio, in quanto impegnata con altri corsi in un’altra sede.

***

In una casa, ore 23.24.
La dott.ssa Morelle Rouge riceve sul suo cellulare il seguente sms:
“Ciao, al momento non ho aule per amdare incontro a tua fascia oraria. Mi puoi forse dare altre disponibilita’? Grazie e a presto. La Segreteria”.