ma vince il peso degli oggetti

Tutto conservo. Vecchi: libri di scuola, quaderni, diari, agende, giornali, riviste, ritagli di carta, lettere, cartoline, foto, fototessere, documenti scaduti, maglioni, magliette, mutande, scatole, cestini di vimini, scontrini, biglietti di auguri, biglietti dell’autobus, di mostre, di concerti, moccoli di candela, gingilli sbeccati, chincaglierie.
A volte per cedimento alla trascuratezza – più spesso per organica incapacità di liberarmi, – trattengo, serbo, ammucchio, non disperdo, non lascio, non tronco.
Dagli oggetti mi separo solo nelle grandi occasioni. Le grandi occasioni accadono quando il caso chiede di allestire scatole di cartone, raccogliere, imballare, distinguere l’essenziale dal superfluo, ripensare il necessario (il bisogno, riconoscere il bisogno: di cosa hai bisogno, tu?).
Stanze piene, dopo vuote, ma prima di “piene” c’era “vuote”, vuote le trovo e le riempio e poi le sgombro, e vado e torno e ancora vado.
Torno.

Sono tornata, amici miei, pochi che siete rimasti, sono tornata al paesello nostro, dove ci sta il mare tutto il giorno, la notte pure, odore e sciabordio non se vanno. Qua per vedere l’ultimo film dei Coen dobbiamo aspettare qualche giorno – la pellicola, chissà, se la caricano sotto il braccio e la portano in bicicletta come Salvatore di Nuovo Cinema Paradiso, – o ci tocca andare verso nord e oltrepassare il confine del fiume, ma che importa se c’è il mare e se ci siete voi, amici miei che mi dite eh? Antani, come se fosse Antani, anche per il direttore, la supercazzola con scappellamento!

Ho scaraventato nei bidoni le cianfrusaglie di una stanza disabitata a lungo, via questo via quest’altro, per fare spazio al mio ritorno. Sono felice del tuo ritorno, mi ha detto una vecchia compagna di scuola, sono un po’ egoista, vorrei che non ripartissi più.
Di tanto in tanto mi inabisso nello scantinato e porto su uno scatolone alla volta, sono tanti. Non c’è fretta, non c’è più. Paro a festa la stanza, questa vecchia stanza che era mia, poi mia e di mio fratello, poi mia, poi di nessuno, magari ci ospitiamo qualcuno, adesso è tornata mia.
Faccio le cose per bene, riconosco almeno un bisogno: abitare. Abitare nei libri tenuti a soffocare nel cartone – adesso respirano, dal pavimento al soffitto, e no, Céline non può stare vicino a Proust, uno di qua l’altro di là, e John Fante, John Fante ha un posto tutto per sé, ma non troppo lontano da Knut Hamsun, ché tra loro s’intendono. Abitare nelle lampade rosse e in quella arancione comprata a Trastevere quanti anni sono; abitare nel tavolino basso da sette euro rosso pure lui che ancora mi piace; abitare nei mobili bianchi, quelli costruiti dal falegname quanti anni sono; abitare nel color crema Chantilly delle pareti, ma che ne diresti se in primavera se le ridipingessimo di albicocca, che coi mobili bianchi ci cantano? E magari stacchiamo quelle greche decorative che si vanno scollando. Abitare nelle tende nuove, voglio dire nuove per la stanza, mica per me che le ho prese al mercato di Porta Portese quanti anni sono e hanno viaggiato, per case e quartieri di metropoli estranea; abitare nella luce un po’ bianca e un po’ gialla, dipende dall’ora del giorno; abitare nelle foto incorniciate (ex studenti che ridono con le loro facce tedesche, inglesi, cinesi, giapponesi, il corso di italiano è finito!, foto di gruppo e rido anch’io, abruzzese).

Le stanze vuote, ho provato ad abitarci, per fare prima, tanto poi bisogna andare via un’altra volta, che ti sistemi a fare, che t’aggiusti, e che ci fai con quella mensola che ti tocca bucare un muro in affitto, e con quel divanetto che è pure brutto, e tutti quei dannati libri che hanno fatto il giro del mondo (no, dico io, solo il giro del Grande Raccordo Anulare), è tutto peso per quando dovrai svuotare. Un letto, un computer, qualcosa da mangiare, un tavolo se è proprio necessario, e basta, non serve altro. È vero, sì, però le cose, dove sono le mie cose, le cose che ho amato, le cose, mannaggia alle cose. E ciò che hai amato anche un solo mattino, tenertelo stretto fino alla morte. Tenere, tenere, tenere…

Adesso abito. Ho comprato due bulbi di giacinto e li ho messi sul davanzale, esposti a nord, o forse è nord est. Dicono che fanno grossi fiori profumati, bianchi, gialli, rossi o blu, non so di che colore saranno i miei, non m’intendo di piante, troppa acqua poca acqua, confido in una familiarità da maturare, ma non traboccante.
Intanto la domenica mattina prendo il caffè alla pasticceria, quella che sta lì da sempre e mai mi ricordo il nome, poi vado al mare, quant’era che non vedevo il mare a febbraio? E ci stanno sempre i sessantenni avviliti che vanno in macchina su e giù per il lungomare in cerca di un po’ di amore giovane a un prezzo ragionevole? Sì sì, dipende dall’ora, ma d’inverno non ci andare al mattino presto da sola. No, io ci vado verso le undici. Allora va bene, alle undici escono le madri dalle case, le vecchie dalla chiesa, gli uomini dai bar; si comprano i giornali, le pastarelle per il pranzo della domenica, i ravioli quelli freschi, ché mica in tutte le case ci sono le nonne che li fanno ancora a mano, che ti credi.
Sto nel posto che per trent’anni ho scansato, accusato di cafoneria, di piccineria; gente di paese, io non sono come voi, io vado in America, io in mare aperto. Invece no, andata e ritorno, io io io m’ero scordata di liberare l’àncora e la barca è rimbalzata indietro, fionda usata con imperizia che mi ha spaccato la testa, qualche danno pure al molo ma si aggiusta, testa e molo, qui si aggiusta sempre tutto.

Quanto ti fermi, che fai, resterai qua. Non lo so, rispondo, non lo so, intanto aspettiamo che fioriscano i giacinti e poi si vede. Adesso abito nelle mie cose, ma vince il peso degli oggetti.

Giacinto

[Il titolo è un furto ai danni di Amelia Rosselli, C’è come un dolore nella stanza, da Documento, in Poeti italiani del Novecento, a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Mondadori 1990, p. 1003. La citazione in corsivo nel testo è da Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi 2009, p. 14. Nel testo c’è anche una citazione da un film, che non serve precisare. La foto è mia, si può intuire dalla qualità]

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Stanno tutti bene

(Paesello, 22 giugno e vento che viene dal mare)

Siamo riuniti intorno al tavolo del soggiorno, io, Svevo, Maria, il fratello Houston e il cane. Sono tutti contenti del mio inatteso ritorno, addirittura il quarto dall’inizio di quest’anno, e ciascuno me lo dice a modo suo.
Maria e Houston vanno discutendo su non so che cosa, quasi certamente sull’esame di Ricerca operativa che lui avrà il mese prossimo, e per il quale sta studiando meticolosamente un giorno alla settimana (che bel nome, “ricerca operativa”, penso. Chissà di che parla. Lo chiedo a lui ma non me lo sa dire). Il cane boccheggia sul divano. Svevo mangia pomodori e mozzarelle, a Danzica, sguardo torvo rivolto al televisore.
Stanno tutti bene.
“Che la guardi a fare?”, lo tormenta Maria, “Tanto si sa chi vince”. Lui si fa ancora più torvo, rimane in silenzio per qualche istante e poi, continuando a fissare lo schermo, sentenzia con solennità sciamanica: “Lu pallò è rutunn'”. “In che senso?”, intervengo. Lo so in che senso, ma mi piace sentirlo rielaborare in abruzzese e a lui piace che io glielo chieda. “Nel senso che è rutunn'”, mi spiega più chiaramente. “Sì, ma che vuoi dire? È rotondo e quindi?”, insisto, non voglio perdermelo. “È rotondo e quindi ‘npù mai sapè”. Eccolo, il suo gol. Questo volevo sentire, perché se non lo sento almeno una volta nelle quarantotto ore del mio soggiorno, è come se al paesello non ci fossi venuta. Mio padre, a modo suo, è un agnostico e stasera si aggrappa ai suoi principi con particolare ostinazione. Lo stuzzico ancora un po’, “Va bene, ma qua non ci sono dubbi”. “E chi l’à ditt’? Npù mai sapè ‘nda s’ va r’ciummichenn'”, e con le braccia e le mani fa il gesto di rotolarsi.
Stanno tutti bene.
Comunque è un quattro a due. La Germania segna a ripetizione. La Grecia si sgonfia, il pareggio era una bolla speculativa e le tocca fare i conti con la realtà (così, il mattino dopo, ne avrebbe parlato un giornale). Mio padre non dice una parola al riguardo. Ha i gomiti piantati nel tavolo, il mento affondato in tutte e due le mani. Poi rompe il silenzio e dice: “Vuoi vedere le foto di quando eravate piccoli, che le ho passate tutte sul computer?”.

Mia madre sta imparando a usare internet. La sua collega di una vita va in pensione, ci sarà una festa d’addio, lei ha preparato un video per l’occasione. Le canzoni le ha trovate su YouTube. Mi fa vedere come ha imparato a salvare le ricerche fra i segnalibri, “qua dove sta la stelletta”.
“Ti va di imparare anche a salvarti una playlist su YouTube?”, le chiedo. Aspetto la reazione, che arriva quasi immediata, appena il tempo di processare il mio input. “E che è?”, domanda. “È come una cartella, dove ti ci metti tutti i video che ti piacciono e poi li trovi sempre lì”. Gli occhi verdi le si accendono come due abbaglianti nuovi di zecca. Cominciamo a creare un account su Google. Ci vuole un indirizzo e-mail. “È inutile, tanto poi non me lo ricordo, né quello né la password”. “Nemmeno se scegliamo delle parole particolari? Per esempio, adesso hai imparato a usare un po’ internet. Che ne dici di mariatecnologica, ti piace?”. Ride, “Vabbè”. Come password scegliamo il nome del cane e l’anno in cui è nato, una data importante quanto quelle della nascita mia e di mio fratello.
“Ok, fatto. Allora, ricapitoliamo: il tuo indirizzo e-mail è mariatecnologica, chiocciola e poi?”. Silenzio. Mi guarda un po’ intimidita, poi comincia a riciummicarsi tutta di risate. “Ma l’abbiamo visto trenta secondi fa…”, le dico simulando stupore e disappunto. Non provo né l’uno né l’altro, ma così lei si diverte ancora di più e può dirmi, come infatti mi dice, “E n’a m’arcord, k’ vù?”. Lo ripetiamo di nuovo, e infine creiamo il nostro canale su YouTube. Rimane davanti al computer fino a mezzanotte, lei che entro le dieci stramazza, e io penso che in effetti certi palloni sono rotondi.

Quando tutti se ne sono andati a letto, passeggio al buio sul balcone, con un bicchiere di passito per prendere sonno.
Giro intorno alla casa che Svevo e Maria hanno costruito un pezzo alla volta in trent’anni. Un lato dell’edificio si affaccia su un campo incolto. Sta lì da quando sono nata, a nessuno è mai venuta voglia di farne qualcos’altro, un campo coltivato, un campo da calcio, o anche solo un campo. Non vedo niente, non mi va di accendere la luce, mi piace stare al buio su questo balcone nelle notti d’estate. Poi pesto la merda del cane. Non accendo la luce nemmeno allora. La certezza di essere a casa, qualche volta, mi tranquillizza.
Riparto la domenica pomeriggio subito dopo pranzo, col fresco delle due. La sera, prima di Italia-Inghilterra, mio padre mi manda su DropBox duecentocinquanta megabyte di foto, quelle di quando eravamo tutti piccoli. Stavamo tutti bene.

Come deve andare. Considerazioni a margine di un’emicrania

Roma oggi è un braciere. A Roma l’estate arriva prima e va via più tardi, in entrambi i casi all’improvviso, da un giorno all’altro. A ottobre inoltrato vai ancora in giro a maniche corte, e una mattina ti svegli e ci vuole la giacca.
Boccheggio dalle parti di San Giovanni in Laterano, alle prese con l’emicrania e l’umore pesto. Mentre mi avvio verso la stazione Tiburtina ascolto Battiato, che mi ostino a decifrare quando mi muovo a piedi per la città. Un’abitudine che ho preso nel tempo, per tenere una distanza dalla situazione intorno a me. La selezione è sempre la stessa e sempre nello stesso ordine, in loop: Cuccurucucu nella versione live dall’album Un soffio al cuore di natura elettrica, poi La cura dallo stesso album e subito dopo La cura nella versione originale (in entrambi gli ascolti della stessa canzone vado ragionando su come sfruttare il testo in classe per presentare i verbi al futuro, ma poi non porto mai Battiato in aula perché, tolti tutti quei verbi bellissimi al futuro, il testo mi sembra di una complessità feroce per gli studenti dell’A2. E poi che vorrà mai dire, all’improvviso, “Vagavo per i campi del Tennessee, come vi ero arrivato chissà, non hai fiori bianchi per me?”… Però lo farò, io sì che lo farò). Torno all’album live con Voglio vederti danzare e, quando dice “come i Dervisches Tourners che girano sulle spine dorsali”, mi si aggroviglia la lingua e mi scappa da ridere sull’autobus (ma sugli autobus di Roma non è un problema). Segue Impressioni di settembre, poi cambio di album e si passa a Bandiera bianca, Up patriots to arms, cambio di album, E ti vengo a cercare, poi mi innervosisco per questa mia irragionevole abitudine necessaria, mi sento imbecille e chiudo con Centro di gravità permanente.
Ogni volta così. Ma oggi di più, perché oggi ho l’emicrania e l’umore pesto.
Mi viene in mente quella scena di Aprile in cui Nanni Moretti prende a pugni il finestrino dell’auto mentre sta guidando e dice “Ho voglia di litigare con qualcuno”. Lui però era motivato da pensieri differenti.
Io penso che ci siamo quasi. Domani è giugno. Presto sarà tempo di campionati. Un corso qui, un corso lì, una collaborazione là.
Ho già ricevuto il previsto invito a passare metà dell’estate correggendo qualche centinaio di prove d’esame, digitalizzate con cura dall’università e comodamente visualizzabili da casa su una piattaforma privata in rete, allo scopo di rendere più facile la vita dei collaboratori sparsi per l’Italia e per il mondo. Mi sento quasi commossa da simili accorgimenti, o forse è soltanto il sole che mi fa lacrimare gli occhi, o l’emicrania, perché quando ho l’emicrania mi lacrimano gli occhi.
Penso che devo ancora rispondere all’e-mail, e penso che non lo so se quest’anno me la sento, di accettare. “Eh, ci credo, con la connessione internet che hai adesso che ti sei trasferita in quel buco di culo alla periferia di Roma, ti voglio vedere a correggere esami in piattaforma…”, mi dice un’amica, ricordandomi che fino a pochi mesi fa ero dentro il perimetro urbano. Be’, sì, la connessione è quello che è, qui, nell’unica area della periferia romana non raggiunta da ADSL, che poi è anche l’unica dove puoi avere un po’ di pace con l’affitto di una casa intera.
Però c’è dell’altro. Ci penso in treno, mentre rincaso nel mio buco di culo alla periferia di Roma, insieme all’emicrania e all’umore pesto.

È che quest’anno, ad agosto, avrò voglia di andarmene al mare, là, al paesello. Ma non nel senso che vado al paesello e poi sto seduta in veranda, a sacramentare al computer e respirare l’aria buona che viene dal mare, la spiaggia alle mie spalle, Svevo e Maria che ogni tanto fanno capolino per dirmi: “Ma vatten’ a lu mar’!”. Quello l’ho fatto l’anno scorso, mentre correggevo duecentoventisei prove e poco prima di rientrare a Roma, dove mi aspettava un corso superintensivo fino alla fine di settembre e poi, due giorni dopo, un intensivo fino alla fine di dicembre.
Quest’anno, ad agosto, voglio proprio andare in mare. Voglio arrivare fino agli scogli, col pedalò. No, anzi, ci voglio andare a nuoto, però con le pinne, perché senza pinne lo sapevo fare una volta, adesso è un’altra volta. Voglio prendere le cozze. Voglio lasciarmi una minuscola cicatrice sulla chiappa sinistra, così, per amor di equilibrio con quell’altra che mi feci a quindici anni scivolando su uno scoglio.
Poi, appena tornata a riva, voglio mangiare un’enorme frittella ancora calda, con le mani salate d’acqua, che è una cosa che facevo a dieci anni, mentre mia madre sotto l’ombrellone sbraitava che non si può mangiare una frittella al mare, perché una frittella alle undici del mattino ti rovina tutto l’appetito per il pranzo, e va bene, se la vuoi mangiare va bene, ma guai a te se dopo entri di nuovo in acqua. Io la mangiavo in piedi e poi rientravo in acqua, mia madre sbiancava. Andavo giù a esplorare il fondo, e quando tornavo in superficie lei aveva raggiunto la riva, stava dritta, con i pugni piantati nei fianchi, gli occhi verdi così inferociti che glieli potevo vedere da lontano, due gemme catarifrangenti.
Quest’anno la frittella vado a comprarmela lì, allo chalet sulla spiaggia, dove le friggono a metà mattinata e puoi entrare sgocciolando in costume, a piedi scalzi e imbrattati di sabbia.
La sera voglio mangiare il pesce in veranda, con mio fratello Houston che mangia prosciutto e mozzarella perché il pesce lo disgusta, e con Svevo e Maria che mi danno il tormento e mi dicono che sono nu scarcator’ d’ port’, perché bevo e fumo troppo come gli uomini che scaricano le casse di pesce là al porto, e io vorrei tanto andare al porto e conoscerne uno astemio e non fumatore, perché sono sicura che c’è, e portarglielo a casa una sera a cena e dire a tutti e due: “Niente vino per Marcellino, è astemio. Ah, e poi, per favore non fumategli vicino che gli dà fastidio”.

Poi voglio rientrare a Roma, tra il 15 e il 18 agosto, né prima né dopo, perché quelli sono i giorni in cui si può vedere Roma come non si può più vederla per il resto dell’anno, cioè deserta, silenziosa e tua, completamente tua.
E poi va bene, allora sì, ricomincio a lavorare.
Ecco come deve andare.

[E per regalo voglio un harmonizer con quel trucco che mi sdoppia la voce]

Le rose del deserto [Appunti abruzzesi 2]

Ieri Maria mi ha fatto assaggiare una rosa del deserto.
Un biscotto piuttosto grande, burroso come piace a me, squisito. Della rosa non aveva l’aspetto, perché Maria, che è un’insospettabile sperimentatrice estrema, si era messa alla prova per la prima volta con questa creazione, dopo aver avuto la ricetta da un’amica. Ci vuole un forno elettrico ventilato per ottenere una rosa perfetta, si è giustificata quando me l’ha messa sotto gli occhi e prima ancora che l’addentassi. In questo modo, infatti, puoi evitare di girare i biscotti durante la cottura e ti assicuri di non sciupare i petali della rosa. Se ne hai uno a gas come quello di Maria, invece, i biscotti devi girarli per impedire che si brucino da un lato e così finisce che il forno gioca a “M’ama o non m’ama?” coi petali e la rosa si spampana.
Le prime rose del deserto di Maria erano tutte spampanate, ma deliziose. I petali, comunque, c’erano. Guardandoli, ho riconosciuto fiocchi di cereali. In effetti, di piccoli petali hanno tutto l’aspetto. “Sono buoni e belli!”, ho esclamato. In realtà i biscotti erano solo buoni, ma lei ci aveva messo tutta la cura possibile, perciò erano buoni e belli. Allora ha disteso le rughe in un largo sorriso e il verde degli occhi è diventato più chiaro. Saltellando per la cucina, è balzata vicino alla credenza, ne ha tirato fuori qualcosa e, con altri due salti, mi ha messo sotto il naso il foglio della ricetta, scritta a mano dall’amica.
Leggo delle uova, della farina, dello zucchero e del burro, poi vengo a sapere della dose di lievito, dell’anice o altro liquore q.b., dell’uvetta e delle mandorle che si possono sostituire ai pinoli. Infine vengo a sapere dei petali, che sono fatti di “Korn Flex”. Questi, gli ingredienti. Poi, il procedimento: “Sbattere uova e zucchero poi unire tutto il resto, se l’impasto è troppo molle aggiungere farina, formare delle palline ovali e passarle nel Korn Flex”.
Al solito, la mia faccia infedele tradisce qualunque natura del mio silenzio. Lei se ne accorge subito e mi dice ridacchiando tutta maliziosa e birichina: “Je lu sacce ca ns’ scriv’ cuscì, ma essa no! Si scrive Corn Flakes, ci o erre enne effe elle a kappa e esse. È lu ver’?”. Mia madre fa le rose del deserto e lo Spelling Bee. I suoi biscotti sono buonissimi e bellissimi, malgrado le nostre decennali, insolubili divergenze.

Stamattina presto, entrando in cucina a godermi la quiete e il caffè delle otto, ho trovato sul tavolo un vassoio di rose del deserto ancora tiepide, incartato con cura per il mio viaggio di rientro a Roma. L’ho scartato appena, per sbirciare dentro: c’erano venti rose del deserto appena fiorite.

Non puoi mai sapere [Appunti abruzzesi 1]

Come Maria ci ha tenuto a ricordarmi l’altro giorno, il mio ultimo ritorno al paesello risaliva a un paio di mesi fa ed era l’unico finora registrato nel 2012. Quello di stamattina è il secondo. Una visita di poco più di ventiquattro ore, poco meno di quelle necessarie a un paio di chiacchierate con lei e Svevo a tavola – compreso un briefing sui compaesani candidati al voto (continuo a non sentirmela di dire alcunché in proposito), a un pranzo domenicale a base di gnocchi della nonna Agnese, e a un pernottamento nella mia vecchia camera. Forse a una birra con due amici, forse.

Qui, di mio, è rimasto poco.
Nella vecchia camera c’è ancora una mezza parete di libri che non ho mai trasferito nel mio appartamento a Roma, perché di stare a ragionare sull’acquisto di una terza libreria Ikea, che poi dovrei imballare al successivo trasloco in un altro appartamento a Roma o chissà dove, non ho voglia. Perciò il resto dei libri sta qui, nella mia vecchia camera. Ci stanno anche tutti i diplomi e i diplomini incorniciati, con i quali il fiero Svevo ha tappezzato l’altra mezza parete. Io gliel’ho detto, che potrebbe tenerli da parte per l’inverno, che le pergamene bruciano meglio dei giornali quando deve accendere il fuoco nel camino in soggiorno, che la legna costa, ma lui non ne vuole sapere. In effetti, tutti quei diplomi e diplomini sono costati più di dieci inverni di legna. Poi ci stanno ancora vecchi vestiti nell’armadio: maglioni di lana infeltriti, jeans colpiti dalla furia devastatrice dell’adolescenza, magliette che portavo verso i sedici anni, quando me ne andavo spesso in giro con l’ombelico all’aria, e che a portarle oggi mi tornerebbe la sera stessa una delle mie coliche renali, o una congestione, o il raffreddore, o qualcos’altro. Tutta roba che Maria conserva. Io gliel’ho detto, che potrebbe darla a qualcuno, che potrebbe ricavarne vestiti nuovi o farne comunque quel che vuole. In effetti, lei ne fa quel che vuole e la conserva, perché non puoi mai sapere.

Questa camera è bianca e gialla. Bianchi i mobili, gialli l’intonaco delle pareti e le tende. Li trovo ancora colori molto belli, luminosi, soprattutto nelle giornate di sole. In mezzo a questo candore ci sono stata per i primi vent’anni. Oggi, a volte, ci stanno gli ospiti: la nonna Agnese, la cugina Chicca, chiunque si fermi per una o più notti in casa Bandini. Io gliel’ho detto, a Svevo e a Maria, che potrebbero affittare la stanza, magari solo in estate, a qualche giovane di passaggio. Che so, a uno studente straniero che cerca alloggio a casa di famiglie italiane, per praticare un po’ la lingua durante una vacanza. Magari a uno dei miei ex studenti che vorrebbero tornare volentieri in Italia. Sarei felice di dargli la mia vecchia stanza. Svevo ha detto di no, Maria ci ha pensato un momento, poi ha detto che eventualmente preferirebbe una studentessa, allora Svevo ha detto che sarebbe d’accordo, allora Maria ha detto che no, sarebbe un’assurdità, che stiamo dicendo? In effetti, ho detto io, potrebbe essere un’assurdità, perché forse la studentessa straniera, ma anche lo studente straniero, non passerebbero l’estate al paesello, potendo scegliere fra tutti i posti d’Italia. Ma magari mi sbaglio, perché non puoi mai sapere.

In ogni caso, questa stanza bianca e gialla è un bel posto. È un bel posto anche la cucina, al mattino, quando ti fai il caffè con la macchina dell’espresso, quella con le cialde. È un bel posto anche il frigorifero, che dentro è tutto colorato di pomodori, carote, zucchine, formaggi, olive verdi, salamini, yogurt, di solito quelli in vasi da mezzo chilo, perché Svevo, quando Maria lo manda a fare la spesa, stocca i viveri di scorta, perché non puoi mai sapere quello che succederà domani. In effetti no, non lo possiamo sapere. Possiamo eventualmente solo intuire che, se non finisci lo stoccaggio di yogurt entro una certa data, scade e che, se mangi uno yogurt scaduto, non puoi mai sapere quello che succederà dopo. Ma, in fondo, neanche questo è certo: una volta, nel mio appartamento a Roma, ne ho mangiato uno ai frutti di bosco scaduti – lo yogurt e i frutti – da trentuno giorni e non è successo niente, mi pare.

Comunque sia, questo posto è un bel posto, soprattutto al mattino presto di domenica, quando gli altri in casa dormono ancora e pure il paese, almeno finché non suonano le campane della chiesa. Ho l’impressione di aver messo una distanza di sicurezza, anni fa, tra me e quello che poteva succedere nel resto del giorno, perché in effetti non puoi mai sapere. Negli anni passati a non sapere mai, però, qualcosa è successo: quando torno, mi viene la febbre. Ma non saprei dire perché, è chiaro che non si può sapere. Al massimo puoi fare ipotesi. La mia è che tornare è da recidivi.

Il ritorno a casa di Morelle #3. Sulle tracce di abruzzesi illustri

Alcuni degli individui divenuti più o meno famosi per cui ho nutrito stima o ammirazione negli anni sono di origine abruzzese e ciò, sebbene parrà forse irragionevole, mi sorprende un po’.
Si tratta perlopiù di scrittori, perché è capitato che leggere libri mi fosse più familiare di altri passatempi, ma c’è anche un musicista, Ivan Graziani, teramano come me, come i miei amici Double e Nosferatu e come i miei primi diciannove anni.
Abruzzesi erano anche Flaiano e Silone, si sa. Non è necessario poi tornare indietro nel tempo fino a individui abbastanza noti da essere inseriti nei programmi ministeriali a scuola, anche perché mi interessano soprattutto quelli che sono ancora in vita e quelli scomparsi non più di trent’anni fa.
Abruzzese di seconda generazione era John Fante, sebbene si dubiti che John abbia mai messo piede nella terra paterna durante la sua vita negli Stati Uniti. Il suo biografo Stephen Cooper, annebbiato dall’affetto e dalla foga, cade spesso in contraddizione e racconta di come John, nel 1960, avesse intrapreso un viaggio a Torricella Peligna, tra le montagne del chietino, per scoprire la terra che diede i natali al padre e di come però fosse presto fuggito da un posto così “miserabile, invivibile, familiare ed estraneo, proprio come un brutto sogno” (sic, a p. 17 di Una vita piena. Biografia di John Fante, traduzione di Francesca Giannetto e Ilaria Molineri, edizioni Marcos y Marcos). Pare che in un’intervista lo stesso Cooper abbia dichiarato, invece, che John gli avrebbe confidato di non essere mai stato in Abruzzo per paura di trovare gente che gli somigliasse. Poco importa scoprire la verità su John, infatti non sono nemmeno riuscita a finire di leggere la biografia di Cooper, che pure vorrebbe chiaramente essere letta come un romanzo. In ogni caso, potrei credere senza sforzo all’una e all’altra versione.
I chietini oggi si mostrano fieri di annoverare Fante tra i propri conterranei, vuoi per la riscoperta dei suoi romanzi in Italia – quella già fatta all’epoca da Vittorini non fu evidentemente abbastanza clamorosa per gli italiani, vuoi per la nota operazione cinematografica (in)evitabilmente americana che ha portato Ask the dust ad essere uno di quei libri in vendita con la fascetta promozionale del film e Fante ad essere un autore di culto internazionale, di quelli che ormai conoscono tutti, o tutti quelli che ogni tanto hanno un libro per mano. Fatto sta che, dal 2006, il comune di Torricella Peligna organizza e promuove ogni estate, nel mese di agosto, un festival dedicato a lui. Io sono andata solo alla prima edizione. Avevo 25 anni e i libri di John sul comodino come una bibbia, per cui mi sembrò a priori una grande iniziativa e il festival bellissimo prima ancora di andarci. Pur non avendo partecipato alle edizioni successive, non me la sentirei di mettere in discussione il ricordo e, anzi, medito di tornare a quella prevista per quest’anno – negli altri anni ero alle prese con certi affari da sistemare, adesso ce la posso fare. L’edizione di quell’estate durò tre o quattro giorni, vennero Virzì e Capossela e un paio di professori universitari (Francesco Durante e Robert Viscusi) a pareggiare i conti e dare un tocco di convegno accademico. C’erano anche i figli di Fante venuti dagli Stati Uniti – ho una foto di me in posa con Victoria e le sue parole vergate a mano sul frontespizio di Chiedi alla polvere: “I hope you enjoy my fathers works”; allora ci tenevo parecchio a certe cose, sembrerebbe.
Ho letto tutti i libri di Fante nell’estate del 2006, che ho buone ragioni per considerare l’ultima della mia gioventù. Credo di non averli più riletti per il timore di trovarli cambiati, meno vigorosi e sanguigni, come un ricordo sbiadito. Ma un’estate o l’altra, di quelle che verranno, mi rintanerò da qualche parte con John e un bicchiere di vino.
Abruzzese è anche Claudio Piersanti, uno scrittore di cui ho apprezzato due libri, Luisa e il silenzio e Il ritorno a casa di Enrico Metz, il quale ha chiaramente suggerito il titolo di questa serie di post. Piersanti, se le informazioni che possiedo sono esatte, è nato a Canzano, un paesello di circa duemila cristiani in provincia di Teramo famoso per il tacchino. Arrivando all’ingresso del paese si può leggere sul cartello di benvenuto “città del merletto e del tacchino”. Di merletti non m’intendo, ma il tacchino alla canzanese è una leccornia irrinunciabile per gli abruzzesi e li fa fessi tutti, anche quelli che avvertano il proprio dato anagrafico come una cianfrusaglia ingombrante.
Negli anni dell’università ero fidanzata con un canzanese al quale volevo molto bene e di cui qui si dirà sempre poco e trasversalmente, perché in questo blog perlopiù si sorride, si ride e si ridacchia, e ciò lo rende un blog serio. Lo chiameremo Sampei, per via della sua simpatia di allora per il personaggio del cartone animato giapponese. Fu lui a segnalarmi la lettura del suo conterraneo, come del resto anche di John Fante, al cui suddetto festival andammo insieme. Testardo come dicono siano i migliori abruzzesi, si mise in capo di contattare il signor Piersanti per un’intervista, incoraggiata dall’allora nostro professore di letterature comparate. Non se ne fece mai nulla e non si capì se fu perché Sampei, contattando il signor Piersanti, aveva fatto orgogliosamente leva sulla loro comune origine, un dato che lui aveva considerato come un punto di forza della sua accattivante proposta.

Sarei dovuta rientrare a Roma ieri pomeriggio ma oggi mi trovo ancora al paesello, trattenuta da una febbre recidiva e ridotta al silenzio da una bruciante faringite. Il mio rientro è dunque rimandato di un paio di giorni. Sono stata visitata dal medico di famiglia, che dopo avermi ricordato: “T’ so vist’ cresce”, ha dichiarato che è ormai arrivato il momento del famigerato intervento al mio setto nasale, principale responsabile, dopo la nicotina, delle mie pene respiratorie. Ieri sera ho cenato con Svevo e Maria – Houston se l’è data a gambe già sabato sera, dopo i festeggiamenti del compleanno di Svevo.
Nell’arco della domenica ho assunto una compressa dispersibile di antibiotico Unixime, una bustina effervescente di Fluimucil gusto limone e una fiala di Clenil via aerosol, mi sentivo poco lucida e ho scritto questo post. Ero assillata da una sola domanda: perché mai i pochi abruzzesi che mi stanno simpatici tendono ad andarsene a gambe levate dall’Abruzzo come ho fatto io?
Se qualcuno volesse segnalarmi casi opposti di profondo attaccamento, fornendo le prove, gliene sarei grata.

Il ritorno a casa di Morelle #2. La lingua ritrovata

Sono arrivata ieri sera al paesello insieme a Nosferatu, anche lui di ritorno nella nostra terra natìa per il fine settimana. L’arrivo era previsto per le 21.10, o “21.12 se non mi funziona il telepass”. Siccome il telepass non ha funzionato, Nosferatu mi ha depositato davanti a Casa Bandini alle 21.12, con la mia valigetta rossa e la faccia emaciata, appena reduce dalle febbri virali e pronta alla consueta otite di chiusura.

Come prestabilito, al citofono mi ha risposto Houston, arrivato da Ancona prima di me. Pare che in quel momento Svevo, nella delicatissima fase digestiva della cena, fosse immerso nella soporifera oscurità del soggiorno, accoccolato sul divano insieme al Pupo, il cagnetto bianco e peloso, a guardare un film con Bruce Willis. Houston mi ha riferito inoltre che, al trillo infernale del campanello, cui fa tradizionalmente seguito l’impossessamento demoniaco del Pupo, Svevo ha guardato l’orologio e, senza cambiare posizione, ha borbottato infastidito: “E mmo chi cazz’ è?”. Maria, nostra complice nella sorpresa, si trovava opportunamente in bagno, perché le sarebbe venuto da ridere un momento prima del mio ingresso in casa.
Mi sono dunque introdotta nel soggiorno dando una sonora pacca all’interruttore della luce e, sovrastando la voce di Bruce Willis e al contempo l’ululato del Pupo, ho recitato una delle formule di saluto del codice Bandini: “Oh, eccheccazz’, manc’ vì ad aprì a fìjet’?” (“Orsù, per amor del cielo, non vieni nemmeno ad aprire la porta alla tua figliola?”).
Il mento di Svevo ha iniziato a molleggiare e così è rimasto per un po’. Poi gli occhi hanno guardato la consorte, sopraggiunta saltellando dal bagno per non perdersi la scena. Poi hanno guardato il secondogenito, mio fratello Houston, il quale torna regolarmente quasi ogni fine settimana al paesello ed è più di casa perciò, al contrario di me, non fa notizia. Poi gli occhi, appena appannati, hanno guardato di nuovo me e infine Svevo ha detto:
“Ma tu n’ stiv’ mal’?”
(“Figlia, mi avevano detto che eri malata, non è dunque così?”).

Questo sabato mattina, giorno del compleanno di Svevo, mi sveglio presto tra gli odori familiari del pollo in casseruola con i sottaceti, i quali sono tradizionalmente in grado di attraversare un lungo corridoio, un salone e tre porte in successione chiuse.
Trovo Maria in cucina, già intenta a fare la torta. Nella nebbia del sonno intravedo del mascarpone sul tavolo, e dei biscotti. “Tiramisù”, penso.
– Che torta fai?
Lu ciskèik.
– E quando hai assaggiato un cheesecake?
– Un po’ di giorni fa. Una signora che conosco me ne ha portato un pezzo insieme alla ricetta. Qui però c’è scritto che si chiama “sbriciolata”. Ma tant’ è la stess’ cus’, cagn’ sol’ lu nom’.

Il ritorno a casa di Morelle #1. Preparativi febbrili

Non sarà stato certamente il pensiero del ritorno al paesello, organizzato per questo fine settimana allo scopo di celebrare il compleanno di Svevo, ad aver aggravato i disturbi che già accusavo fino ad accendermi le membra di una febbre incandescente.
Martedì sera, dopo un pomeriggio di finestre spalancate per asciugare pavimenti e cambiare aria – sono sempre impaziente di fronte alla bella stagione in arrivo -, il termometro che solo due ore prima aveva registrato una temperatura di 37.3° è guizzato a 39.2°.
Sono seguiti due giorni di rantoli e deliri, registrati di ora in ora da Le Sanglier, di cui ho intravisto, prima di perdere i sensi, lo sguardo angosciato di chi non sa se chiamare un dottore o un esorcista.

Le Sanglier è figlio di due infermieri che hanno passato una metà della loro vita diurna e notturna in ospedale ad assistere pazienti. Immagino che in casa di infermieri si cresca con certi punti fermi. Per questo, forse, oggi che è un mammifero adulto sfida la sua congenita pigrizia e vince il suo naturale stato di torpore domestico per prendersi cura dei suoi cari tanto con metodicità esemplare quanto con meticolosità compulsiva.
Sono stati due giorni di spugnature a cadenza regolare, di termometri infilati sotto l’ascella ogni due ore, di litri d’acqua, acqua e zucchero, succo di frutta da ingollare, di arance spremute, kiwi a fettine, banane a rondelle e pere a dadini.
Le mie ultime quarantotto ore, inoltre, sono documentate in un “Tracciato febbre + dolori ossei schiena/volto (++)”, dove “(++)” sta a indicare che il dolore alle ossa facciali dichiarato dalla paziente aveva un’intensità superiore a quella del dolore alla schiena – mentre gemevo penosamente, Le Sanglier tentava di essere divertente: “Non capisco questo dolore alla faccia. Giuro di non averti preso a pizze mentre dormivi”.
Nel tracciato segue l’annotazione del mio decorso, registrato per data, ora, temperatura corporea e somministrazione di Tachipirina.

Esempio:
14/03 – h 17.00 – 39.2 – 500 mg Tachipirina
h 19.00 – 38.2
h 22.30 – 38.1 – 500 mg Tachipirina
15/03 – h 06.30 – 38.8
h 07.00 – 38.6 – 500 mg Tachipirina
h 09.30 – 36.9
h 13.00 – 35.9 – 500 mg Tachipirina

“Perché così, se vai in ospedale, il dottore ha un quadro clinico del caso”.
Mi sento quasi pronta per il mio ritorno al paesello, previsto in serata.