Circoli e circoletti (e altre cose che non c’entrano niente)

Io ai festival letterari, alle feste del libro e della lettura, alle feste della piccola e media editoria, qualche volta ci vado. Sono, perlopiù, le uniche feste a cui vado di mia iniziativa, cioè senza essere trascinata da Le Sanglier o dagli amici, e ci vado pure perché, in questo tipo di feste qui, non mi sento costretta a imbottirmi la bocca di pizzette allo scopo di evitare lo zapping conversazionale, come di solito faccio alle feste – di compleanno, di matrimonio, di laurea, di dottorato, di Capodanno, di tutti gli eventi che uno ha da festeggiare, per ricordare a un certo numero di persone smemorate, e interessate a scroccare una cena, che lui compie gli anni, che si sposa, che si laurea, che diviene ufficialmente un disadattato, che oggi è il 31 dicembre e domani sarà il 1° gennaio – dove non vado di mia iniziativa.
Però, sarà perché sempre di feste si tratta, alla fine esco comunque un poco costipata anche dalle feste del libro, pure se non ho mangiato niente. Quest’anno, mi sono detta, vorrei capire perché.

Lo scorso fine settimana stavamo, io e Le Sanglier, all’Auditorium Parco della Musica, a Roma.
Qui ogni anno, da qualche anno, ci fanno questa Festa del Libro e della Lettura.
Quest’anno ci sono tornata, dopo uno o due di pausa per digerire l’ultima edizione a cui ero stata, perché volevo ascoltare Marco Lodoli parlare del suo nuovo libro e perché volevo ascoltare Nanni Moretti che leggeva Parise.
L’Auditorium Parco della Musica, lo dico per chi non c’è mai stato, è un bel posto in sé, cioè in quel sé progettato da Renzo Piano; lo è almeno il sé interno (il sé esterno fa pensare più a un’enorme navicella spaziale, o a un mostro a tre teste, che a un posto dove la gente va ad ascoltare concerti, però questa è un’idea mia, che di architettura non ci capisco niente). L’Auditorium Parco della Musica, poi, si trova in mezzo al nulla, ed è un nulla piuttosto ampio che sta nel quartiere Flaminio, tra il Villaggio Olimpico e la collina dei Parioli: ci vai solo se sai che esiste o se abiti ai Parioli (o se sei uno che s’imbuca a tutte le feste). Io e Le Sanglier non abitiamo ai Parioli. Non abitiamo nemmeno a Roma, ma a Bagni di Tivoli (o Tivoli Terme, dipende se devi dire la fermata del treno o il nome sul cartello all’ingresso del paese, e bisogna fare attenzione a dirlo a chi ti viene a trovare per la prima volta e non conosce la zona, perché se viene in treno devi dirgli “Scendi a Bagni di Tivoli, stiamo a cento metri dalla stazione”, se viene in macchina devi dirgli “Arriva a Tivoli Terme, stiamo a un chilometro dal cartello”. C’è chi, cercando la nostra abitazione, si è perso e non se n’è saputo più nulla). Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme sta un po’ a Roma e un po’ no (ma più no), nel senso che sta in provincia di Roma ma nel comune di Tivoli ed è esattamente il primo paese in provincia di Roma, sul versante est, a partire dal quale scatta la distinzione fra perimetro urbano e non: significa che l’abbonamento mensile ai mezzi pubblici costa cinquantanove euro e cinquanta centesimi invece di trentacinque, cioè che un abitante di Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme bestemmia ogni volta che con il treno transita a Lunghezza, paese di confine tra zona A del Lazio (Roma capitale) e zona B (non-Roma capitale, ma ci stanno anche zona C, D, E e F, a ricordare che c’è sempre chi sta peggio). Finisce, insomma, che l’abitante di Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme, ogni volta che il suo treno ferma a Lunghezza, che sta più o meno a cinque o sei chilometri da casa sua, esclama: “Se abitavo a Lunghezza, pagavo ventiquattro euro e cinquanta centesimi di meno, mortacci vostri!”. Insomma, la tua appartenenza attiva alla vita di Roma capitale, anche se lavori a Roma capitale e ci vai tutti i giorni in treno, è discutibile.

Tutto questo non c’entra nulla con l’Auditorium Parco della Musica, ed è esattamente per questo che lo trovo significativo: non entrandoci nulla, c’entra col fatto – credo – che, quando ci vado, mi sento un po’ estranea e un po’ straniera, e un grumo di fatica a partecipare alle festicciole lo sento anche lì.
L’Auditorium progettato da Renzo Piano, dicevo, è un bel posto in sé e ci fanno anche delle belle cose: concerti, soprattutto, ma anche gli altri eventi normalmente catalogati alla voce “culturali”, tra cui, appunto, la Festa del Libro e della Lettura. Queste belle cose, di solito, attirano comprensibilmente un sacco di gente che abita lì vicino, quindi gente che abita ai Parioli. In buona misura si tratta, mi pare, di signore di mezza età profumate di cipria e avvolte in uno scialle di pura seta che, oltre all’abbonamento mensile ai mezzi pubblici di Roma capitale (zona A), hanno anche un abbonamento annuale agli eventi culturali dell’Auditorium, di cui si servono quando la sera e il fine settimana s’annoiano a casa, o quando desiderano mostrare agli amici la loro copia autografata dell’ultimo libro del grande scrittore del momento. Questa, almeno, è l’idea superficiale, parziale, certo stereotipata e forse anche superata (però le signore incipriate che venivano da lì vicino ci stavano, non è un’idea superata, non è nemmeno un’idea, è proprio puzza di cipria e frullo di seta) che mi sono fatta io, che non sono originaria né di Bagni-di-Tivoli-o-Tivoli-Terme né di Roma capitale, ma ho abitato da abruzzese ignorantella a Roma capitale per tre anni, prima alla Magliana, dove stanno gli immigrati, poi sulla Prenestina, dove stanno gli  immigrati, ed è un’idea che mi sono fatta osservando un po’ Roma e un po’ i romani, i quali, peraltro, me l’hanno confermata in molti. Flavia Gasperetti, invece, ha fatto di più, decidendo di farmi dono di una sua descrizione illuminante del quartiere Parioli, come solo lei poteva fare e come secondo me dovrebbe fare presto anche in un suo post su The Brain that Drained. Interrogata da me sull’argomento, Flavia ha esordito così: “Il mio dentista aveva lo studio a Piazza Euclide, sede della più brutta chiesa del mondo, sembra una torta di merda che si sta squagliando dalla base in su” e ha concluso così: “Insomma, la desiderabilità del quartiere Parioli non sta nell’essere un bel quartiere, anzi, parti di esso sono decisamente brutte, ma solo nel fatto che da esso è stata bandita la vita normale, quella di tutti gli altri” (tutto quello che sta in mezzo lo tengo per me, come privilegio di quella che potrebbe essere l’anteprima di uno scritto prezioso).

Il pubblico fa l’evento e non il contrario, mi sono detta l’altro giorno. Se non è così sempre, è così almeno all’Auditorium, dove una cosa che potrebbe essere fatta in molti modi, viene fatta in un modo soltanto, ed è un modo che può piacere al pubblico, indubbiamente coltissimo, dell’Auditorium: composto, ma di una compostezza affettata che nulla ha a che fare con la sobrietà di una ragione umile, decentrata rispetto a se stessa e allenata a osservare le realtà. Secondo me lo pensano anche Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, che quando ci hanno fatto uno dei loro concerti la settimana scorsa per presentare il loro nuovo album “Banda larga”, apparivano piuttosto a disagio davanti a una platea non gremita e a gallerie semivuote: lei cercava di interagire con il pubblico, il pubblico guardava per terra come i ragazzini interrogati a scuola; lui e il suo contrabbasso facevano il salto mortale con triplo avvitamento in una canzone nuova, scritta da lui e dalla Magoni, il pubblico faceva un applauso contenuto e compito, con le mani giunte in preghiera (bisogna dire, però, che quando hanno proposto la loro versione di “Bellezze in bicicletta”, sono venute le convulsioni a tutti quanti, pure alle signore incipriate, come agli astemi quando bevono).

Insomma, non lo so, però alla Festa del Libro e della Lettura non mi sono divertita nemmeno quest’anno, o forse mi sono divertita un po’ solo quando ho visto bimbetti di sette, otto anni, raggomitolati per terra sopra un’Europa di stoffa, a scriverci le loro poesie preferite copiandole da un libro che facevano fatica a tenere aperto con una mano, mentre portavano il segno. Ce n’era uno con gli occhialetti rossi che era lui stesso una storia da raccontare (magari era un composto pargolo pariolino, non lo so, però era bello da guardare mentre leggeva e scriveva Il caso di Martin Auer – l’avrà scelta lui?).

aud3

Marco Lodoli ha parlato del suo ultimo libro e nessuno gli ha chiesto niente, nemmeno io quando ho visto che lui aveva fretta di andarsene – ci metto tempo a formulare una domanda ad alta voce da rivolgere a uno sconosciuto in un ambiente dove non mi trovo completamente a mio agio, però avrei voluto chiedergli certe cose sulla lingua, quella bella lingua in cui ha scelto di scrivere Vapore.
Nanni Moretti, che per una volta non era Nanni Moretti ma solo uno che legge libri per qualcun altro, ha letto qualche passo dei Sillabari di Parise e di Caro Michele della Ginzburg. Poi, della Ginzburg, ha letto anche una postfazione ai Sillabari di Parise, una bella pagina in cui s’interrogava, pure lei, su fatti di lingua, quella lingua che – io penso – è l’unica faccenda seria che fa di un libro un libro e che rende tutti partecipi di qualche cosa, e allora mi sono sentita meglio, un po’ meno estranea e un po’ meno straniera, e forse ho capito perché, anche se le feste non mi piacciono, finisco sempre con l’andarci: perché un po’ spero, spero sempre che quella volta andrà meglio.
Poi ha letto anche un brano delle Pagine postume pubblicate in vita di Musil, dicendo al pubblico dell’Auditorium: “Non c’entra niente, ma avevo piacere di leggervelo”.

Il brano di Musil scelto e letto da Moretti che per una volta non era Moretti è questo qui e, secondo me, con le feste c’entrava moltissimo.

Come deve andare. Considerazioni a margine di un’emicrania

Roma oggi è un braciere. A Roma l’estate arriva prima e va via più tardi, in entrambi i casi all’improvviso, da un giorno all’altro. A ottobre inoltrato vai ancora in giro a maniche corte, e una mattina ti svegli e ci vuole la giacca.
Boccheggio dalle parti di San Giovanni in Laterano, alle prese con l’emicrania e l’umore pesto. Mentre mi avvio verso la stazione Tiburtina ascolto Battiato, che mi ostino a decifrare quando mi muovo a piedi per la città. Un’abitudine che ho preso nel tempo, per tenere una distanza dalla situazione intorno a me. La selezione è sempre la stessa e sempre nello stesso ordine, in loop: Cuccurucucu nella versione live dall’album Un soffio al cuore di natura elettrica, poi La cura dallo stesso album e subito dopo La cura nella versione originale (in entrambi gli ascolti della stessa canzone vado ragionando su come sfruttare il testo in classe per presentare i verbi al futuro, ma poi non porto mai Battiato in aula perché, tolti tutti quei verbi bellissimi al futuro, il testo mi sembra di una complessità feroce per gli studenti dell’A2. E poi che vorrà mai dire, all’improvviso, “Vagavo per i campi del Tennessee, come vi ero arrivato chissà, non hai fiori bianchi per me?”… Però lo farò, io sì che lo farò). Torno all’album live con Voglio vederti danzare e, quando dice “come i Dervisches Tourners che girano sulle spine dorsali”, mi si aggroviglia la lingua e mi scappa da ridere sull’autobus (ma sugli autobus di Roma non è un problema). Segue Impressioni di settembre, poi cambio di album e si passa a Bandiera bianca, Up patriots to arms, cambio di album, E ti vengo a cercare, poi mi innervosisco per questa mia irragionevole abitudine necessaria, mi sento imbecille e chiudo con Centro di gravità permanente.
Ogni volta così. Ma oggi di più, perché oggi ho l’emicrania e l’umore pesto.
Mi viene in mente quella scena di Aprile in cui Nanni Moretti prende a pugni il finestrino dell’auto mentre sta guidando e dice “Ho voglia di litigare con qualcuno”. Lui però era motivato da pensieri differenti.
Io penso che ci siamo quasi. Domani è giugno. Presto sarà tempo di campionati. Un corso qui, un corso lì, una collaborazione là.
Ho già ricevuto il previsto invito a passare metà dell’estate correggendo qualche centinaio di prove d’esame, digitalizzate con cura dall’università e comodamente visualizzabili da casa su una piattaforma privata in rete, allo scopo di rendere più facile la vita dei collaboratori sparsi per l’Italia e per il mondo. Mi sento quasi commossa da simili accorgimenti, o forse è soltanto il sole che mi fa lacrimare gli occhi, o l’emicrania, perché quando ho l’emicrania mi lacrimano gli occhi.
Penso che devo ancora rispondere all’e-mail, e penso che non lo so se quest’anno me la sento, di accettare. “Eh, ci credo, con la connessione internet che hai adesso che ti sei trasferita in quel buco di culo alla periferia di Roma, ti voglio vedere a correggere esami in piattaforma…”, mi dice un’amica, ricordandomi che fino a pochi mesi fa ero dentro il perimetro urbano. Be’, sì, la connessione è quello che è, qui, nell’unica area della periferia romana non raggiunta da ADSL, che poi è anche l’unica dove puoi avere un po’ di pace con l’affitto di una casa intera.
Però c’è dell’altro. Ci penso in treno, mentre rincaso nel mio buco di culo alla periferia di Roma, insieme all’emicrania e all’umore pesto.

È che quest’anno, ad agosto, avrò voglia di andarmene al mare, là, al paesello. Ma non nel senso che vado al paesello e poi sto seduta in veranda, a sacramentare al computer e respirare l’aria buona che viene dal mare, la spiaggia alle mie spalle, Svevo e Maria che ogni tanto fanno capolino per dirmi: “Ma vatten’ a lu mar’!”. Quello l’ho fatto l’anno scorso, mentre correggevo duecentoventisei prove e poco prima di rientrare a Roma, dove mi aspettava un corso superintensivo fino alla fine di settembre e poi, due giorni dopo, un intensivo fino alla fine di dicembre.
Quest’anno, ad agosto, voglio proprio andare in mare. Voglio arrivare fino agli scogli, col pedalò. No, anzi, ci voglio andare a nuoto, però con le pinne, perché senza pinne lo sapevo fare una volta, adesso è un’altra volta. Voglio prendere le cozze. Voglio lasciarmi una minuscola cicatrice sulla chiappa sinistra, così, per amor di equilibrio con quell’altra che mi feci a quindici anni scivolando su uno scoglio.
Poi, appena tornata a riva, voglio mangiare un’enorme frittella ancora calda, con le mani salate d’acqua, che è una cosa che facevo a dieci anni, mentre mia madre sotto l’ombrellone sbraitava che non si può mangiare una frittella al mare, perché una frittella alle undici del mattino ti rovina tutto l’appetito per il pranzo, e va bene, se la vuoi mangiare va bene, ma guai a te se dopo entri di nuovo in acqua. Io la mangiavo in piedi e poi rientravo in acqua, mia madre sbiancava. Andavo giù a esplorare il fondo, e quando tornavo in superficie lei aveva raggiunto la riva, stava dritta, con i pugni piantati nei fianchi, gli occhi verdi così inferociti che glieli potevo vedere da lontano, due gemme catarifrangenti.
Quest’anno la frittella vado a comprarmela lì, allo chalet sulla spiaggia, dove le friggono a metà mattinata e puoi entrare sgocciolando in costume, a piedi scalzi e imbrattati di sabbia.
La sera voglio mangiare il pesce in veranda, con mio fratello Houston che mangia prosciutto e mozzarella perché il pesce lo disgusta, e con Svevo e Maria che mi danno il tormento e mi dicono che sono nu scarcator’ d’ port’, perché bevo e fumo troppo come gli uomini che scaricano le casse di pesce là al porto, e io vorrei tanto andare al porto e conoscerne uno astemio e non fumatore, perché sono sicura che c’è, e portarglielo a casa una sera a cena e dire a tutti e due: “Niente vino per Marcellino, è astemio. Ah, e poi, per favore non fumategli vicino che gli dà fastidio”.

Poi voglio rientrare a Roma, tra il 15 e il 18 agosto, né prima né dopo, perché quelli sono i giorni in cui si può vedere Roma come non si può più vederla per il resto dell’anno, cioè deserta, silenziosa e tua, completamente tua.
E poi va bene, allora sì, ricomincio a lavorare.
Ecco come deve andare.

[E per regalo voglio un harmonizer con quel trucco che mi sdoppia la voce]