Piccolo repertorio di malignità #4

[Segue da Piccolo repertorio di malignità #1, #2, #3]

10
L’impianto citofonico di un edificio può sembrare un sistema complesso. Tuttavia, suonare il campanello giusto non è impossibile se la pulsantiera collegata alle unità interne dello stabile è adeguatamente dotata delle apposite targhette, ciascuna provvista di un’accurata incisione dei nominativi.
Dunque, se voi, nel torbido corso di separazioni, divorzi e altre cause legali senz’altro spiacevoli e assai penose, vi state recando da un avvocato, e vi trovate davanti a un citofono con due soli pulsanti, su uno dei quali c’è scritto “Studio Legale [titolo, nome, cognome]”, io vi chiedo: perché da vent’anni, a tutte le ore di tutti i giorni feriali e festivi, suonate l’altro campanello, quello dove c’è scritto solo “Famiglia [cognome]”, e senza nemmeno presentarvi e salutare ci dite «Cerchiamo l’avvocato»?
Qui da noi non ci stanno avvocati. No, la casa dell’avvocato sta da un’altra parte, vicino alla spiaggia, avete presente là dove ci stanno tutte le villette con la piscina? Esatto, in questo edificio ci sono solo il suo studio legale e la nostra abitazione privata. Abbiamo lo stesso cognome dell’avvocato, sì, però solo il cognome. Siamo imparentati, sì, però non tantissimo, un poco. Se all’altro campanello non vi risponde nessuno, significa che lo studio legale a quest’ora è chiuso. È chiuso, sì, li avete letti gli orari di apertura scritti sulla targhetta dello “Studio Legale [titolo, nome, cognome]”? Sì, sta proprio sotto la targhetta della “Famiglia [cognome]”. Sì, sono state entrambe incise e dipinte da un artigiano, le ha fatte uguali perché l’avvocato gradiva un’omogeneità stilistica, però sono diverse, una è dello “Studio Legale [titolo, nome, cognome]” e l’altra è della “Famiglia [cognome]”. Molto raffinate, comunque, sì sì. Belle grandi, anche. L’artigiano, fra l’altro, abita proprio qua dove voi avete suonato. No, non è il fratello dell’avvocato. Sì, la Porsche che vedete parcheggiata nel cortile è dell’avvocato, ma lui adesso non c’è, la tiene qui perché dice che è più sicuro, le altre macchine ce le ha nel garage di casa sua. No, noi non possiamo darvi quel numero di telefono lì. Siamo imparentati, sì (non tantissimo, un poco), però questa gentilezza non ve la possiamo proprio fare perché non siamo autorizzati, indipendentemente dall’urgenza del caso. Avete provato a chiamarlo sul cellulare? Eh, se è spento, è possibile che ci sia una ragione, o anche più di una. No, non possiamo telefonare noi a casa dell’avvocato, perché a quest’ora l’avvocato sta pranzando con la sua famiglia, e anche noi. Noi? Noi siamo quelli del piano di sopra, quello da dove sentite il cane abbaiare, una voce di donna che cerca di esorcizzare il cane indemoniato, due voci di uomo che bestemmiano uno la madonna e l’altro i santi, e la mia che sto masticando il timballo di maccheroni mentre sono al citofono con voi. Vi pare uno studio legale, questo? Mò ci affacciamo tutti e cinque sul balcone e ve lo facciamo capire meglio dove e quando dovete suonare, va bene?

Piccolo repertorio di malignità #3

[Continua da: Piccolo repertorio di malignità #1; Piccolo repertorio di malignità #2]

7
La gente che ti telefona dal posto di lavoro alle nove del lunedì mattina e comincia così: «Buongiorno, ma cosa fai già in piedi tu che puoi dormire?» è gente che dovrebbe fare l’esperienza, non dico proprio della disoccupazione (questa dovrebbero farla gli impiegati e i commessi del punto 1), ma almeno quella del precariato, dei contratti di collaborazione a progetto e degli orari di lavoro flessibili. Così, quando avrà perso il sonno, vedi se ti chiede più cosa fai già in piedi tu che puoi dormire. Dovrebbe certo anche imparare la sensibilità, ma per quella non ci stanno corsi di formazione. Allora mazzate. Mazzate per tutti quelli che sono nati timbrando il cartellino e usano il telefono dell’ufficio di primo mattino per molestare chi non lo timbra; mazzate finché le mani che gli servono per timbrarlo non diventano inservibili e dopo, quando alle nove del lunedì mattina dovrà timbrare il cartellino tenendolo con la bocca, mazzate in bocca. Così, quando sarà un fascio di nervi e dolore, vedi se non gli viene la sensibilità.

8
Chi tiene cani di grossa taglia in cortile, negli appartamenti al pianoterra dei palazzi condominiali, dovrebbe essere soggetto a una punizione corporale per ogni infarto subito dagli inquilini, costretti ogni volta che escono ed entrano a passare davanti al cortile e rimanere travolti dalla furia devastatrice del molosso, il quale abbaia, ringhia e si lancia contro il cancello a qualunque ora del giorno e della notte, compromettendo la salute di tutti coloro che abbiano in sorte un appartamento nel palazzo. Oppure dovrebbe tenersi il molosso in casa e farsi sbranare quando questo darà di matto per l’esiguo spazio a disposizione. Oppure dovrebbe andare da uno psicoanalista (a sue spese e insieme al molosso) e concludere la terapia solo quando sarà riuscito a comprendere perché, in tre anni, non è stato capace di stimolare il suo cane a riconoscere gli inquilini del palazzo, che sono sempre gli stessi da tre anni, e a distinguerli dagli individui a lui meno familiari. Oppure non dovrebbe fiatare, ma limitarsi solo ad annuire a testa bassa, quando ritroverà la sua bestiola un pezzo alla volta all’ombra delle sue belle piante, le budella uncinate all’inferriata del cortile; al massimo, può pulire l’inferriata (in silenzio).
E che si propongano quattro soluzioni invece di una soltanto, mi pare già un atto di indulgenza.

9
Le persone che affermano di vivere da sole ma che vivono in un appartamento semi-ammobiliato a un chilometro dalla casa di famiglia, dove si recano quotidianamente per pranzo, per cena, per farsi lavare le mutande, per farsi stirare le camicie e per farsi rammendare i calzini, non possono affermare di vivere da sole: devono affermare di vivere in una stanza in usufrutto, con servizio mensa, lavanderia e tintoria. Se affermano di vivere da sole, giù mazzate.
Agli uomini di trenta, quarant’anni e più che vivano con la propria madre in buona salute e autosufficiente si dovrebbe invece usare il massimo riguardo: gli si dovrebbe dare un grembiule a quadrettini, lo zaino e il cestino della merenda, fargli tante carezze e consentirgli di rivivere l’età dalla quale non riescono a separarsi. In questo modo, sì, ci sarebbero più bambini felici nel mondo.

Piccolo repertorio di malignità #2

[Continua da: Piccolo repertorio di malignità #1]

6
C’è gente che, poco prima di sposarsi, fa le feste di addio al nubilato e al celibato. Per me va bene, non c’è problema, dite addio a quello che vi pare e sposatevi: basta che non mi invitate. E invece no, mi invitate alle feste di addio al nubilato, e al matrimonio che normalmente segue, e mi chiedete pure di pensare a una frase carina per la sposa, da scrivere sul biglietto che poi firmeremo tutti insieme.
Una frase carina? Com’è fatta, una frase carina? Come dovrebbe suonare? Ma non lo so, inventati qualcosa, ché tanto tu scrivi tutti i giorni: così mi dite, quando chiedo spiegazioni. Inventarmi qualcosa? Sì, qualunque cosa, mi incoraggiate pieni di fiducia. Davvero davvero qualunque cosa? No, non davvero davvero, non proprio qualunque cosa, dai, hai capito. No, non ho capito. Allora se non ti viene niente va bene anche una citazione carina, mi dite.
Citazione carina: “Quando vedete un uomo e una donna davanti al sindaco o al prete, chiedetevi chi dei due sarà l’assassino”. Eric-Emmanuel Schmitt, Piccoli crimini coniugali. Può andare bene? No. E una frase presa da quei bigliettini che si trovano dentro i biscotti della fortuna, di quelli che ti offrono al ristorante cinese alla fine della cena, insieme alla grappa di rose? Sì, ecco, tipo quelle lì, sì, brava!
Ok, biscotto della fortuna: “Ciò che il cuore conosce oggi, la testa comprenderà domani (Seneca)”. Può andare bene? No, per la miseria, con tutti i biscotti della fortuna in circolazione, proprio questo dovevi andare a pescare, che pare una profezia di disperazione? Oh, io questo ho pescato, ma che volete da me? Una frase carina.
Mi è venuta. Perfetto, qual è? Ve la scrivo dopo, in privato: non vorrei che qualcun altro ce la rubasse, perché questa è veramente, veramente carina. Però non lo so se vi piace.

 

[La citazione carina è da: Eric-Emmanuel Schmitt, Piccoli crimini coniugali, traduzione di Alberto Bracci Testasecca, Edizioni e/o 2006, p. 56. La frase carina del biscotto della fortuna l’ho presa su internet, perché quando li mangio al ristorante cinese succede sempre che non sto attenta e un pezzo del bigliettino me lo mastico insieme alla cialda, e la frase carina non la so più tutta intera. Peccato]

Piccolo repertorio di malignità #1

Vi è almeno un vantaggio nell’essere tacciati di misantropia: quello di poter dire cose da misantropi. Ciò pare un vantaggio perché, a non essere mai tacciati di misantropia, si rischia di finire con l’accontentarsi di pensare cose da misantropi, cioè di rimuginarle soltanto, patendo l’affanno – probabilmente causato da un sostanziale timore di solitudine, – di non farsele scappare con nessuno.
Per i lettori più affezionati, ma anche per i nuovi arrivati che non si sono ancora fatti un’idea del blog, comincia oggi su Tornasole la pubblicazione del Piccolo repertorio di malignità, la quale non avrà cadenza giornaliera, né settimanale, né mensile, né bimestrale, non seguirà percorsi tematici prestabiliti, né avrà premura di tenere conto della decenza, ma in tutto sarà irregolare, scostante, sprezzante, scorretta, scriteriata e screanzata.

 

1
Gli impiegati e i commessi che non sorridono al pubblico, li si dovrebbe mandare a casa a godersi la disoccupazione. Sì, voi, facce appese: che a ogni momento della giornata pare v’abbiano fatto un torto, o che stiate lì a fare un volontariato poco volontario. Come la commessa in quel negozio di biancheria intima che, una volta, m’ha risposto tutta scocciata sbattendo mutande di qua e di là, quando le ho chiesto il prezzo del reggiseno più economico, e non ho capito se le dava fastidio che non ero interessata a comprare quello più costoso né quello più vezzoso, o se schiattava di bile per il fatto che il reggiseno più economico risultava essere pure quello senza ferretti, balconcini e sostegni, cioè per tette che stanno su da sole, che non era chiaramente il caso delle sue, poverine. Guardate che delle vostre sciagure non sono responsabili i vostri clienti. Non quelli che entrano nel vostro negozio, almeno. E non venite a menarla che i clienti non sanno neanche loro quello che vogliono: io volevo il reggiseno più economico, è una richiesta semplice e chiara, mi pare. E, comunque, se ho chiesto il prezzo è perché evidentemente sull’etichetta non ci stava scritto, come invece avrebbe dovuto.

2
I giovani che ancora prima di finire l’università, o ancora prima di cominciarla, si lamentano che non trovano lavoro e scrivono sui forum online e sulle bacheche dei gruppi Facebook, per dire che stanno per finire o cominciare l’università (o anche l’universita’), che sono o saranno in regola con gli esami, che gli esami sono o saranno quelli giusti per il profilo professionale desiderato, ma che purtroppo, dando un’occhiata preventiva in giro, si sono resi conto che non c’è molto (o anche che non c’e’ molto) ad attenderli, e “qualcuno ha per favore delle dritte da dare?”. Sì, ecco una dritta: studia, soffri, invecchia (e impara a usare la tastiera del tuo computer). E lascia in pace quelli che sono invecchiati aspettando il lavoro giusto per il proprio profilo professionale.

3
Le donne sfatte andrebbero multate. Ma mica quelle sfatte dalla fatica, che so, di alzarsi tutti i giorni alle quattro del mattino per andare a spaccarsi la schiena in campagna, come fa una mia vecchia zia, che a settantacinque anni non è sfatta per niente e tiene due gote belle colorite e uno sguardo luminoso che nemmeno il migliore dei cosmetici in circolazione potrà mai assicurare. No, quelle sfatte già a quaranta, dalla noia che l’assenza di spirito produce, dai giorni passati a fare le mogli di mariti che si sono scelte per sostanziale mancanza di carattere e ambizioni. E te le vedi per strada, o al supermercato, gonfie, cascanti, bovine, che gli appenderesti un campanaccio al collo, gli soppeseresti la mammelle all’altezza del girovita e gli chiederesti: ma almeno, il latte, lo fate buono?

4
Gli uomini sfatti andrebbero multati. Ma mica quelli sfatti dalla fatica, che so, di alzarsi tutti i giorni alle quattro del mattino per andare a spaccarsi la schiena in campagna, come fa un mia vecchio zio, che a ottant’anni non è sfatto per niente e tiene un fisico snello e asciutto che nemmeno il più metodico degli allenamenti in palestra potrà mai assicurare. No, quelli sfatti già a quaranta, dal torpore che l’accudimento muliebre produce, dai giorni passati a fare i mariti di mogli che si sono scelti per sostanziale mancanza di carattere e ambizioni. E te li vedi per strada, o al bar, gonfi, cascanti, bovini, che gli appenderesti un campanaccio al collo, gli soppeseresti i testicoli all’altezza delle ginocchia e gli chiederesti: ma almeno, la monta, la fate bene?

5
La gente che corre. La gente che corre, quando corre a che pensa? Soprattutto: che minchia ci avete da correre tutti quanti, con quel sudore immondo che vi infradicia la tutina comprata a Decathlon e quello sforzo che vi deforma la faccia peggio della stitichezza? Guardate che siete orrendi, veramente orrendi. Scusate, ma ve lo dovevo proprio dire. Comunque: la gente che corre, quando corre a che pensa? E quanto siete fastidiosamente patetici quando rispondete che mentre correte non pensate a niente, o che ascoltate il vostro respiro, o che vi godete l’aria che vi accarezza la pelle, voi non ve lo immaginate nemmeno.

Momenti di trascurabile infelicità #3

Affacciarmi sul balcone e vedere la mia macchina, Smeralda Deluxe, in uno stato deplorevole. Impiegare le energie a disposizione per commiserarla, invece che per lavarla.
Chiedermi perché l’ho voluta.

Amare un uomo che si addormenta davanti a La strada verso casa di Zhang Yimou. Sapere che lui dice la stessa cosa della donna che ama (la stessa che lo ama, immagino), riguardo ai film che le propone.

L’esistenza dell’attesa.
La consuetudine con la quale, in certe particolari attese, mi viene in mente il racconto di Kafka Davanti alla legge. Cioè, il fatto che mi venga in mente in un momento spiacevole, mentre leggere Kafka era spiacevole in un modo molto piacevole, come sentire in altre occasioni della vita, e per tutto l’anno successivo alla prima lettura de La metamorfosi, un dolore alla schiena ogni volta che vedevo delle piccole mele rosse. Pensare che le piccole mele rosse conficcate nella schiena, volendo – così si dice, “volendo”, e in effetti alcune persone mostrano di riuscire molto bene a volere quando il volere riguardi il baratto di una volontà ferrea con una vitrea – sono solo letteratura, invece l’attesa no.
La verità, della quale mi vergogno un po’ e per cui voglio punirmi confessandola, di aver confuso inspiegabilmente adesso, nella memoria, le piccole mele rosse con delle arance ed essere stata quindi costretta, non avendo con me la mia copia del libro, ad andare a verificare su internet.
(Più di tutto, attese comprese, il fatto di essere incappata in questo momento, mentre cercavo rapidamente l’informazione su internet, nella seguente domanda di un utente su Yahoo Answers, che trascrivo fedelmente: “Cne ‘La metamorfosi’ di Kafka lo scarafaggio quanto grande è? E’ di grandezza normale o è un mega scarafaggio? Se è di grandezza normale come si spiega la mela conficcatagli dal padre sulla schiena?….o il fatto che,quando la sorella vuole smantellargli la camera, lui ,arrabbiato, per farle capire che non vuole si piazza sopra il quadro fino a coprirlo interamente?? D’altra parte però se fosse un mega scarafaggio sarebbe surreale il fatto che riesca a farsi lunghe passeggiate sul soffitto e sulle pareti della sua stanza…. Uhm…. forse è una domanda stupida…..!“. Il fatto che l’utente abbia ricevuto risposta. Anzi, risposte, tra le quali una che, con ammirevole prudenza, suggeriva utilmente: “Non credo che questo libro vada preso proprio alla lettera”. L’idea che forse non ho capito di che cosa parlavano)

Il parmigiano sugli spaghetti allo scoglio, o sul risotto ai frutti di mare, e tutti quelli che invece ce lo mettono. Tutti, indistintamente.

Ricevere da un’amica la seguente richiesta, via sms: “Voglio il post su di me, una relazione attenta e dettagliata”. Non poter fare a meno di rispondere: “Ma mica si caca a comando” (il fatto che qualche volta mi viene da dire, o da scrivere, “caga” e non “caca”, sentendomi di conseguenza una dialettofona irragionevolmente ibrida e colpevole nei confronti della mia abruzzesità).
Ricevere dalla stessa amica, a distanza di poche settimane, la seguente osservazione, pronunciata alla fine di una serie di minuti trascorsi in silenzio a contemplare la console Malm dell’Ikea nella mia camera da letto: “Persino lei si è meritata un post “. Ascoltarla parlare con lucida precisione di molti miei post e di questo blog, avere la netta percezione che lei legge veramente quasi tutto quello che scrivo, e finire col sentirmi un po’ in colpa perché ho scritto un post sulla console Malm dell’Ikea e nemmeno uno interamente dedicato lei.
Considerare che neppure nell’attività dello scrivere, talvolta, ci si riesce a sottrarre alla richiesta di spiegazioni valide del perché uno fa una cosa piuttosto che un’altra.

Quando, mentre cammino per le strade di Roma, non trovo il posacenere apposito per spegnere la sigaretta. Essere costretta a camminare a lungo conservando il mozzicone in mano, aspettando di incontrare un posacenere lungo il marciapiede. Trovarmi nella condizione frequente – perché è infrequente trovare un posacenere in ogni zona di Roma – di scegliere tra ingoiare civilmente la mia sigaretta appena fumata, dopo averla masticata un po’, e buttarla incivilmente per terra, optare con una certa sicurezza per la seconda soluzione e, infine, mancare la mira e buttarmela involontariamente sui piedi. Il fatto di buttarmela involontariamente sui piedi solo quando è ancora accesa, e solo d’estate. Il fatto che io, d’estate, indosso solo sandali o ciabatte infradito.

Questa penosa estate. Non solo per le sigarette che mi spengo sui piedi.

[Altri momenti di trascurabile infelicità: #1, #2]

Momenti di trascurabile infelicità #2

Roma nei giorni feriali quando c’è lo sciopero dei mezzi pubblici.
L’autobus 492 e l’autobus 64.
Il treno regionale per Tivoli, e quello per Avezzano che ferma a Tivoli.

Un cartellone pubblicitario che sta sul tratto della via Tiburtina fra Setteville e Tivoli Terme, all’ingresso di un autolavaggio. Al centro del cartellone campeggia in primissimo piano la foto di un significativo culo femminile, morbidamente adagiato sul cofano di una macchina che si intravede appena sullo sfondo, e la proprietaria del culo si torce tutta per rivolgere uno sguardo non meno significativo agli automobilisti della Tiburtina. Ogni volta che ci passo davanti, io mi interrogo sulla semiotica della segnaletica e penso che in quell’autolavaggio ci finiscono anche i forestieri in cerca di un sexy shop, ne sono sicura. Che andrebbe benissimo, se il posto fosse un sexy shop e non un autolavaggio.

Quando sento dire o leggo “Un giovane professionista di trentasei anni” e mi viene da pensare che altrove, in Europa e nel mondo, un professionista di trentasei anni è un professionista di trentasei anni e che in Italia, invece, è un giovane professionista di trentasei anni. Cioè è ragionevole e anzi doverosa l’ipotesi che, anche se egli svolge la sua professione da sei, sette, otto, nove, dieci anni, la sua professionalità sia ancora incerta e tutta da dimostrare. Smetterà di essere giovane e diventerà un indiscutibile professionista, infatti, quando avrà cinquant’anni, il mutuo finalmente estinto, l’ulcera e la depressione. Allora si dirà all’unisono “un professionista di cinquant’anni”.

Quando leggo “entro e non oltre…”, per esempio in “La domanda va presentata entro e non oltre le ore 12 del 25 maggio”, e quando leggo che è “severamente vietato” fare qualcosa, e penso che tutto quello che vorrei dire in proposito l’ha già detto Gioele Dix tra il ventisettesimo e il trentesimo minuto della puntata numero 13 di Zelig Arcimboldi 2012, porcaccia la miseria.

Il cinque di ogni mese, perché entro e non oltre quella data devo pagare l’affitto.

Quando sento dire che quel film è un po’ “lento” e con questo si vorrebbe chiaramente intendere che è palloso, ma si dice “lento”.
Quando un o una conoscente si trova per la prima e presumibilmente unica volta in casa mia per qualche faccenda dovuta al caso, getta un’occhiata alla libreria e, a metà tra un sincero sbigottimento e una nota di malcelata compassione o diffidenza, dice: “Oddio, ma li hai letti tutti?”. A me questi tutti sembrano ignominiosamente insufficienti a suscitare una simile reazione, però comunque vorrei rispondere: “No, li tengo lì per lasciarti tranquillo e contento con la tua convinzione, cioè la convinzione che li tengo lì per farti vedere quanto sono acculturata e che ogni tanto ne leggo qualcuno perché non ho cose serie di cui occuparmi, che è quello che di solito si pensa della gente che tiene un po’ di libri in casa, e di solito lo pensano quelli che non leggono un cazzo, che poi sono gli stessi che, quando vanno a casa di qualcuno e vedono una libreria, gli chiedono se li ha letti tutti”. Invece sorrido e rispondo: “No, non tutti”, che è la verità, ma è una verità insincera, e dopo maledico la buona educazione, che ci ha resi garbatamente bugiardi, sui libri e su molto altro.

Non ricevere risposta alle e-mail scritte ai dipartimenti delle università con cui collaboro.
Non ricevere risposta alle e-mail scritte a uffici amministrativi.
Telefonare ai dipartimenti delle università con cui collaboro o a uffici amministrativi dai quali non ho ricevuto risposta via e-mail, e ricevere risposte scocciate da impiegati frustrati.

Quando vedo scritto “qual’è”, “un pò”, “perchè”, e a scriverlo è un parlante nativo altamente scolarizzato in contesti non informali. Quando sento cominciare un periodo ipotetico con “Se sarei…”, e a cominciarlo è un parlante nativo altamente scolarizzato in contesti non informali. Quando sento dire “la possibilità di poter…”, e a dirlo è un parlante nativo altamente scolarizzato in contesti non informali. Quando mi pare di rilevare una debole familiarità con le manovre sintattiche, e a manifestarla è un parlante nativo altamente scolarizzato in contesti non informali.
L’uso dei puntini di sospensione in numero maggiore di tre, e l’impressione che tale sovrabbondanza sia determinata da una scarsa fiducia nell’efficacia dei puntini di sospensione in numero di tre.

Quando entro dal tabaccaio, chiedo le mie solite Lucky Strike Blu Morbide e lui mi dice: “Le ho solo dure”, e io allora le compro dure, che costano trenta centesimi di più e mi piacciono di meno.
Restare senza sigarette al momento sbagliato.

Il 29 gennaio 2007.

L’ultima fetta della confezione di pane in cassetta, che è quella della parte terminale del filone e quindi non ha tutti e due i lati bianchi e non si tosta in modo uniforme. Di solito cerco di rifilarla a Le Sanglier e, se ci riesco, allora diventa un momento di trascurabile felicità perciò non vale più.

Momenti di trascurabile infelicità #1

[Avrei voluto annotare anch’io, come ha fatto Francesco Piccolo, certi momenti di trascurabile felicità, ma io non sono Francesco Piccolo e questo non è un buon momento per elaborare in materia. Peraltro, mi viene meglio ridacchiare dell’infelicità. Per cui non ho resistito al naturale impulso di aggiungere un prefisso che ribaltasse la situazione. Non ha resistito un sacco di gente che abbia letto quelle goduriose centotrentatré paginette, o si sia solo imbattuta nel titolo, piegandolo ai propri scopi e producendosi in esperimenti di vario genere nel web. E quindi io perché no? Anzi, chi non l’abbia ancora fatto, lo faccia, decidendo se adottare l’infelice prefisso o conservare inviolata la gaiezza. Piccolo ci perdonerà tutti, me lo sento]

Quando sbuccio un’arancia, e il succo mi schizza dritto in un occhio con la precisione di un cecchino. Quando piango di cipolle affettate mentre so che avrei altro di che piangere, e me la prendo con le cipolle che si godono tutto il merito apparente.

Quando mia madre mi telefona per dirmi che tempo fa da lei e chiedermi che tempo fa da me; per dirmi cosa ha cucinato per cena, chiedermi cosa ho cucinato per cena e sghignazzare se per cena ho infilato nel forno un surgelato; per chiedermi quante sigarette ho fumato oggi, trasalire in abruzzese se glielo dico e mentire infine sul numero delle sigarette che ha fumato lei.
Quando mio padre mi telefona mentre sta cenando e, al mio “Pronto”, biascica: “Pronto, aspetta un momento, sto finendo di masticare”, e io gli dico: “Ma mi hai chiamato tu…”, e lui ribiascica: “E tu non puoi aspettare un momento?”.

Roma Tiburtina, binario 2 Est, sul treno delle 17.58 affollato di pendolari che tornano a casa dal lavoro. Un ragazzo sui sedici anni mi vede in piedi, con una pesante borsa a tracolla e dei libri sotto un braccio. Mi osserva per un momento, poi si alza e, con tono più compassionevole che gentile, mi dice: “Signora, vuole sedersi?”. Io oppongo educatamente un po’ di resistenza e con la coda dell’occhio sbircio l’immagine di quasi trentunenne che rifletto sul vetro del finestrino di fronte a me. Poi ringrazio il giovine, e mi siedo.

Gli anni passati a condividere case con innumerevoli coinquilini e coinquiline che non mi sarei mai scelta.

Quando la sera del 15 aprile 2011 io e il mio amico Nosferatu siamo arrivati al botteghino del Nuovo Cinema Sacher per comprare i biglietti della prima di Habemus Papam e, arrivato il nostro turno dopo una lunga coda, ci hanno detto che era rimasto solo un posto libero.
Quella sera Nosferatu, malgrado non nutra per i film di Nanni Moretti la mia stessa irragionevole ammirazione, ha attraversato un quarto di Roma in macchina per correre a un altro cinema dove il film sarebbe cominciato ventidue minuti più tardi; una volta arrivati, si è fermato in doppia fila ad aspettare che si liberasse un parcheggio, poi ne ha visto uno che si stava liberando proprio davanti all’ingresso del cinema e mi ha detto: “Io faccio manovra, tu mettiti lì a tenermi il posto, bloccalo, sdraiatici sopra! Se me lo fai scappare ti prendo a calci”. Io gli ho custodito il parcheggio libero, poi gli ho comprato un kebab imbottito di carne e gratitudine, sono andata a comprare i biglietti, lui ha ingoiato il kebab nei tre minuti netti che restavano per l’inizio del film e, infine, siamo entrati a vedere Habemus Papam. E questo, nella sua sequenza di eventi dall’eroica e imprudente corsa in macchina fino alla fine del film, è stato un momento di felicità da non trascurare.
Ma, il giorno dopo, sono venuta a sapere che quella sera Nanni Moretti si era presentato a sorpresa nella sala del Nuovo Cinema Sacher pochi minuti prima della proiezione, per salutare gli spettatori e assicurarsi che tutti i cellulari fossero spenti. E io non c’ero.

I dolori mestruali, e la conseguente nausea che mi impedisce di godermi un piatto di bucatini all’amatriciana.

Tutti i traslochi, ma in modo particolare e decisivo quello nell’attuale appartamento, iniziato ai primi di dicembre 2011 e completato ai primi di febbraio 2012. La mia vita ferma negli scatoloni fermi nella casa di campagna di un amico, in attesa di trovare una sistemazione; le giornate di pioggia in cui, mentre facevo lezione, pensavo ai miei libri nel suo capannone. Le due notti di gennaio senza riscaldamento e senza acqua calda, perché quelli dell’Eni erano venuti a chiudere il contatore del gas su richiesta del precedente inquilino.
Il giorno in cui mio padre, con l’intenzione di aiutarmi nei lavori in casa, ha trapanato un muro perforando i tubi dell’acqua in cucina, sfoggiando dunque per tutto il palazzo, e fino in fondo alla via, l’ineguagliabile arte dell’imprecazione abruzzese.

Una certa canzone di cui ignoro il titolo, dopo averla ascoltata al telefono una cinquantina di volte negli ultimi due mesi, ogni volta in attesa di parlare con un operatore della Vodafone per dirgli che la mia connessione internet non funziona come dovrebbe funzionare una connessione internet quando la paghi quarantaquattro euro al mese. In particolare le prime quattro note cristalline. Quando le sento, mi mancano le forze. Pare che si tratti di un jingle originale, scritto appositamente per la Vodafone e non disponibile in commercio, non so, non ho capito bene, non mi interessa.
Ho chiamato il 190 anche pochi minuti fa, per dire all’operatore che vorrei poter pubblicare questo post e che di solito, quando clicco su “Pubblica”, mi sento attraversata da una vertigine mentre la pagina viene caricata, perché ho la brutta abitudine di continuare a editare compulsivamente il testo su WordPress, dopo aver scritto e salvato sul mio pc una bozza, e la versione definitiva spesso si perde, WordPress ne salva automaticamente una che non so più qual è ma non è mai quella definitiva. Però la canzone l’hanno cambiata in questi giorni. Adesso ce n’è una famosa, “Scende la pioggia”, che mi piaceva tanto ma tra un paio di mesi sarà un nuovo momento di infelicità, secondo me nemmeno troppo trascurabile. Per cui chiudo il telefono dopo le prime quattro note, con l’operatore non ci voglio parlare, anche oggi mi affido al Caso, unica divinità che mi sento di venerare.
“Pubblica”.