Re: Buon compleanno, Tornasole

Caro Tiziano,

comincerò dalle cose più semplici, dunque dai rituali convenevoli, ringraziandoti per aver voluto sostenere le fatiche della processualità multipla: scrivere una lettera e guardare Sanremo richiedono, infatti, un indubbio sovraccarico sensoriale e, a mio avviso, rivelano anche una capacità notevole di negoziazione.
È una capacità, questa della negoziazione, che ammiro molto e che a me, come tu hai intuito, manca quasi del tutto (quasi, perché me la devo proprio far venire quando mi capita di trovarmi in un’aula con una ventina di studenti universitari europei e asiatici messi insieme a imparare l’italiano. Ma questa, lo so, è un’altra storia, e non vale).

La tua lettera mi ha messo in difficoltà quasi subito.
Se il compromesso è, come dici, qualcosa che difficilmente si riesce a scorgere nelle mie pagine dev’essere, credo, perché in queste pagine ho sempre confidato affinché mi sollevassero da quella pena che il compromesso chiede nella quotidianità estranea alla vita di un blog.
L’assenza, effettiva o presunta, totale o parziale, del compromesso in Tornasole, è un bene, un male? È un male, ti rispondo, solo nel caso in cui l’autrice di Tornasole cominci a sospettare che qualcosa delle proprie intenzioni – scrivere bene su un blog passibile d’essere letto da un numero di lettori variabile, cioè sperabilmente crescente – non stia funzionando, cioè nel caso in cui il risultato effettivo diverga dalle attese personali per ragioni che sembrano legate all’incapacità di trovare un compromesso. Perciò, decidendo di tenere questa chiave di lettura: se Tornasole vuole essere letto da quindici lettori e invece è letto da dieci perché non sa o non vuole trovare un compromesso con gli altri cinque, è senz’altro un male. Però non penso di morirne, temo di più il catarro nei miei polmoni di fumatrice.

Definire il compromesso da trovare rispetto ai ritmi dei social network è un’operazione complessa e rischiosa per una persona, come me, poco competente in materia. Intendo: uso molto e volentieri i social network, però non ho la buona abitudine di riflettere sull’uso dei social network. Ora, mancandomi una metalinguistica dei social network, non so se un blog possa correttamente definirsi un social network. Posso dire, in ogni caso, d’averlo privilegiato perché, tra i tipi di testualità messi a disposizione dagli innumerevoli servizi della rete, quello del blog si avvicina di più ai miei interessi – scrivere per qualcuno che sia disposto a leggere quello che scrivo e come lo scrivo – e alle mie esigenze – scrivere godendo di ampio spazio (e pure della possibilità di scegliermi, gratuitamente o a un costo ridotto, il web layout che mi piace. Tu lo trovi poco accattivante perché il template è troppo bianco, perché il font affatica la lettura, o perché non ci sono le figurine? È importante per me capire questa questione del layout). Sì, di solito mi serve molto spazio. Non sono sicura che l’ossessione digitale della sintesi sia una buona cosa a priori: quella di addensare contenuto è certamente una grande abilità, ma non ritengo che vada impiegata in maniera indiscriminata. Ci sono cose fatte per essere dette e lette in un modo, cose fatte per essere dette e lette in un altro. Mi pare che nella rete ci sia posto per tutte queste cose. Però magari mi sbaglio.

Chi è il mio lettore? Questa mi sembra la tua domanda più efficace, che probabilmente risolve da sola tutta la tua lettera e la mia insieme. È una domanda che sempre bisognerebbe farsi prima di mettersi a scrivere, perché spesso è l’individuazione consapevole del lettore a determinare la scelta di cosa e come scrivere. Il mio lettore è, innanzi tutto e in modo banale, uno che non si fa spaventare facilmente dall’eventuale lunghezza di un testo scritto. Quindi, immagino, è anche uno avvezzo a una certa familiarità con i testi, e pure con le librerie (però non soltanto con la vetrina delle novità). Poi è uno che legge molti blog e che li legge con piacere, grato alla rete per questa bella illusione di democrazia comunicativa che ci ha resi tutti blogger. Insomma il lettore di Tornasole è uno che legge, quindi un lettore.
Idealmente, e quindi secondariamente,  il lettore di Tornasole è pure uno che scrive (quindi uno scrivente o uno scrittore, entrambi. La differenza tra i due, però, non mi è più così chiara), perché, se pure lui scrive, io posso sperare di imparare un po’ anche da lui. Anche lui, infatti, si sarà interrogato, come me e come te, su questa questione del “labor limae” – che, a mio giudizio, non equivale, o non equivale sempre, a ottenere brevità. Lo snellimento di un testo si può ricercare, per esempio, in una scelta di lingua, e solo se il testo lo chiede: non lo chiede sempre.
Secondo me, quando uno scrive, dovrebbe scrivere di ciò che gli è più familiare, di ciò che pensa di conoscere meglio, e seguire quella traccia, come il cane un odore, allenandosi a stargli dietro. Che la traccia lo porti a scrivere su un blog letto da dieci lettori o a essere pubblicato da Einaudi o Feltrinelli (ed essere letto da venti lettori), questo non lo deve distrarre dalla sua responsabilità nei confronti dell’atto di scrivere, che mi pare in definitiva l’unica cosa importante. Scrivere per qualcuno che legge, s’intende sempre, perché davvero non riesco a credere, né mi sforzo di farlo, che individui non affetti da gravi patologie vogliano scrivere solo per un amico immaginario. Anche su questo posso sbagliarmi, però, se mi sbagliassi su questo, credo che continuerei lo stesso a pensarla così.

Infine, ma forse avrei dovuto dirlo in principio, il mio lettore è pure uno che spesso non ha un cazzo da fare. Però, rispetto a questo fatto qui, non potrò mai competere con gli utenti di Facebook e Twitter. Me lo sento.

Non essendo pratica di saluti e baci sparsi a mo’ di congedo epistolare, voglio salutarti a modo mio, non meno sincero, allegando a questa lettera il link a un post di uno che sa dire le cose molto meglio di me, scegliendo con cura le parole e il loro numero (altino pure il suo). Spero che la sua lettura possa essere per te gradevole e ricca di spunti come lo è stata per me, cioè come un buon bicchiere di Nero d’Avola maturato in ottime botti di rovere.

Morelle

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Buon compleanno, Tornasole

Cari lettori,

Come avevamo annunciato in Scrivimi una lettera, pubblichiamo oggi una delle lettere ricevute negli ultimi dieci giorni.
La lettera prescelta, che abbiamo deciso di pubblicare per festeggiare, in una sola occasione, il primo anno di vita di Tornasole e insieme il suo centesimo post, è quella di Tiziano.
Tornasole ringrazia gli altri lettori che hanno voluto trovare una buona ragione, e quindi il tempo, per brindare a un anno e cento moleste eruzioni verbali: Marina, Daniele, Claudio A., Lucia, Filippo, Enrica D., Andrea, Davide, G. Perozzi, L’AleS.
Il motivo per cui le loro lettere non sono state scelte dipende esclusivamente dalla notevole profusione di elogi che ha investito Morelle, rendendola inevitabilmente istupidita di gioia e gratitudine, ma pure incapace di trovare argomenti per dialogare ed elaborare le irrinunciabili inezie successive. L’unica lettera forse poco lusinghiera, sebbene anche questa priva dei vigorosi vituperi di cui pure vi avevamo invitato a liberarvi, è stata quella di Andrea, che ha colto l’occasione per riflettere sulla ricezione di Tornasole da parte dei lettori (della rete, in rete). Tiziano ha scelto un tema simile al suo, ma riteniamo di averne compreso meglio le domande. Questo, però, non significa che le domande fossero semplici, né che abbiamo già pronta una risposta: Tiziano, infatti, ci ha posto il problema che forse stavamo cercando di crearci, ed è per questo lo ringraziamo. Potrà leggere la risposta su questo blog, in tempi che speriamo ragionevoli.

Da: ********@gmail.com
Inviato: martedì 12 febbraio 2013 22:41
A: morellerouge@yahoo.it
Oggetto: Buon compleanno, Tornasole

Cara Morelle,

scegliere tra la visione di Sanremo e scriverti una missiva è davvero difficile, non posso fare altro che portare il portatile sul divano, lasciare Sanremo in sottofondo e digitare sulla tastiera.
La logica del compromesso è qualcosa che difficilmente si riesce a scorgere nelle tue pagine. Sono pagine di tutto o niente, di una lunghezza che non cede ai ritmi dei social network. Un bene, un male? Di certo non è un compromesso: risultato di un’operazione che accontenta il lettore e lo scrittore. Ma chi è il tuo lettore? Da lì partirei per vedere se questa mia inutile critica riesce a raggiungere qualche risultato.
I tuoi lettori sono come delle botti di rovere, dove lasci depositare il succo dei tuoi scritti. Non sei pronta per una produzione industriale, vuoi lasciare una piccola produzione, 100 post annui, da lasciar fermentare nelle menti di chi saprà rispondere alle tue intenzioni. Ma l’intenzione di chi scrive non è essere letto? Si dice, e probabilmente è vero. E allora non hai capito.
Non hai capito che la brevitas è un labor limae da attuare con tenacia, anche andando contro il proprio interesse, anche al punto che il testo non ci convinca più, ma che conservi quell’ordine interno al testo stesso, che si deve lasciar uscire. Come se già ci fosse la pagina scritta. E tu, roboante bloggettara, devi disegnare con parole quello che è già scritto. Questo lo riconoscerai tu e tutti i tuoi lettori, che aumenteranno inverosimilmente di numero.
Così avrai completato la tua educazione bloggettara per raggiungere l’onore e l’onere della pubblicazione. E non dirmi che non lo vuoi. Dal tuo primo post hai pensato ad uscire per Einaudi o Feltrinelli, ma non te lo sei detta. È ora che tu te lo dica e che cominci a lavorare di riduzione e far sì che tutto il tuo lavoro divenga qualcosa di organico.
Altrimenti resti un’autrice di nicchia, con i tuoi dieci lettori e un web layout poco accattivante. E a quel punto, quando i tuoi lettori leggeranno la sera i tuoi post ai loro amici, tu non saprai quanto – già ora – si allarga la tua cerchia di nicchia. Ma pur sempre una nicchia.
Se la vuoi, questa nicchia, tienitela, ma poi sappi che non ti inviteranno mai a Sanremo, ed io sarò costretto a tenere il portatile sulle ginocchia e scriverti lettere mentre vedo Crozza e le idee saranno sempre più confuse. E quindi se ho sbagliato qualche consecutio temporum sappi che è colpa tua che non leggi i tuoi post a Sanremo, che così invece della lettera mandavo l’sms del televoto.
Saluti e baci,

Tiziano

Scrivimi una lettera

Tornasole sta per compiere un anno e cento post.
Nella penosa impossibilità di risarcire adeguatamente i lettori degli innumerevoli e vari e gravissimi danni da loro subiti negli ultimi dodici mesi, si è deliberato di porre rimedio invitandoli a scrivere in piena libertà una lettera all’autrice.
La più efficace verrà pubblicata su questo blog il prossimo 15 febbraio in occasione della ricorrenza e sarà opportunamente seguita dalla pubblicazione della morelliana risposta.

Così, in questa nostra bettola, cercheremo di consolarci insieme, sciogliendo la pena e risolvendo infine il tedio d’un lungo, faticoso anno di eruzioni verbali.

La lettera va inviata entro – e quindi necessariamente “non oltre” – le ore 24.00 del 12 febbraio 2013 all’indirizzo morellerouge@yahoo.it, indicando nell’oggetto: Buon compleanno, Tornasole.

post-it

Lettere dalla corsia n. 6

Da: andr@vipmail.hu
Inviato: mercoledì 14 novembre 2012  21:57:39
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
Il mio test d’italiano è finito e sono contento perché tutto è andato bene. Nella parte sul computer c’erano esercizi molto semplici e alla maggior parte non c’erano grandi difficoltà. In alcuni casi ero in dubbio perché c’erano espressioni italiane che non ho mai sentito. Ma penso che queste non appartengano al livello B1. Ho avuto un po’ di paura della parte orale, ma questa non era così difficile, perché ho potuto parlare facilmente e anche l’esaminatrice era molto spontanea. La parte orale mi sembrava più facile della parte sul computer.
Vorrei ringraziarti tutto che tu hai fatto per insegnarmi la lingua italiana. Ti sono grato per tutte le lezioni, per le canzoni bellissime (sono sempre felice quando le ascolto), per tutto il tempo che abbiamo passato insieme. Per tutto ciò io posso dire un grande GRAZIE.
Con affetto,
A.

***

Da: phil@gmx.de
Inviato: venerdì 16 novembre 2012  19:04:39
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
la lotta è finita e tutto è andato bene. Ambedue, la parte scritta e orale, non erano troppo difficili. Non lo dico molto spesso, ma oggi sono veramente contento…
Di nuovo grazie per il tuo impegno, la tua indulgenza e la tua pazienza che tutti insieme sembrano essere illimitati.
Non so, quando ci incontreremo di nuovo, ma fino ad allora ti auguro ogni bene!
Tanti cari saluti e un buon weekend!
P.

***

Da: mat@gmx.de
Inviato: sabato 17 novembre 2012  15:24:34
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
Qualche giorno dopo l’esame voglio ringraziarti un altra volta.
Anche se non sono veramente contenta con il parte orale (perchè nella mia nervosità ho evitato di usare verbi nei tempi differenti) spero di avere superato.
Lavorare con te e partecipare al tuo entusiasmo per la lingua è stato un piacere per me!
Spero di rivederti presto e ti auguro una buona domenica!
M.

***

Cari studenti che mi avete scritto e ai quali ho già risposto privatamente, uno per uno,
Cari studenti che mi scriverete e ai quali risponderò privatamente, uno per uno,
Cari studenti che mi scrivete ancora dopo tanto tempo, dalla Germania, dalla Cina, dalla Danimarca, dagli Stati Uniti, da dove state tutti,

oggi non vi scrive la vostra insegnante di italiano.
Non vi scrive nemmeno l’autrice del blog Tornasole, che non conoscete.
Oggi vi scrive una persona un po’ stanca che, sul treno, mentre va all’università a fare lezione con nuovi studenti, legge annunci di lavoro come commessa, baby-sitter, centralinista, operatrice di call center e donna delle pulizie.
Volevo dirvi alcune cose (“ma perché tu dici ‘volevo’? Adesso non vuoi più?”… Sì, lo voglio ancora, ma spesso diciamo “volevo” per dire “vorrei”, perché la lingua è viva e la lingua usa così, però adesso è venuto il dubbio anche a me su questo fatto).
Volevo dirvi che, quando ho ricevuto l’e-mail di A., stavo in macchina sulla Tiburtina. Tornavo dalla mia lezione serale di tango alla quale Le Sanglier mi aveva trascinato, dopo avermi sollevato di peso dal letto dove mi andava di restare a dormire e dopo avermi imposto di darmi una ripulita. Non avevo voglia, infatti, di andare alla lezione serale di tango e non avevo voglia nemmeno di correggere una ventina di testi dei miei studenti di questo periodo (li avrei corretti in stato di angoscia la mattina dopo, un’ora prima di entrare in aula). Non avevo voglia perché, certe volte, uno non ha più voglia di fare le cose. Comunque, ero andata alla lezione di tango. E stavo in macchina sulla Tiburtina, quando ho letto l’e-mail di A. sul cellulare. Allora m’è venuto un po’ da piangere. Non saprei spiegarvi bene il motivo, però credo che c’entri qualcosa il fatto che in questi mesi sto pensando di cambiare lavoro.
Oh, non è perché non mi piacete più.

È che la settimana scorsa, o forse due settimane fa, o due mesi fa, non mi ricordo più, è successo un fatto assai strano. Avevo sette ore di lezione in due posti diversi e al mattino, quando sono andata a comprare il biglietto del treno Bagni di Tivoli -Roma Tiburtina, che costa due euro e dieci, mi sono accorta che avevo un euro e venti in tasca. Sì, perché questo mese l’abbonamento ai mezzi non l’ho fatto e perché le università ci pagano alla fine dei corsi, o qualche mese dopo la fine (però, quando arrivano i bonifici da due tre quattro università tutti insieme, vado a cena fuori e mi compro un sacco di roba, perché quando ce li ho, i soldi, li butto via in preda a un’incontenibile ebbrezza, ché tanto il futuro era ieri. Quindi vado pure a lezione di tango, voglio morire da tanguera, perdio!). Insomma, non so com’è successo, ma stavo lì, per strada, e avevo il treno alle 8.04 ed erano le 7.45 e non avevo soldi per andare a lavorare. Allora sono corsa a casa e ho svuotato tutte le tasche di tutti i pantaloni, i miei e quelli del mio compagno, le borse, i cassetti, e ho messo insieme sette euro di monete. Così ho potuto prendere il treno per andare a lavoro, e anche quello per tornare a casa la sera.
Poi c’è stata una frattura. Uno specchio che si rompe all’improvviso, un quadro che cade dopo tanti anni, una corda che si spezza. Una cosa che fa crac, o crash, o bang, o bum.
E ho comprato due giornali per annunci di lavoro.
Non lo so come si sta alla cassa di un negozio, però – ho pensato – forse lo posso imparare. Forse lo posso fare part time, quando non sto in aula. O lo posso pure fare sempre.

Sapete, c’è un momento molto preciso del nostro tempo insieme in classe in cui avviene un prodigio. Dal giorno in cui iniziate ad articolare i vostri primi suoni in italiano, e poi le vostre parole insicure, con la faccia chiazzata di imbarazzo e la voce rotta, io vi amo. M’innamoro sempre, delle parole vostre. In esse sta la richiesta di diritto alla cittadinanza dentro la mia lingua, terra sconosciuta. M’innamoro, anche, quando vi invito a fare ipotesi sul significato del titolo di un fatto di cronaca riportato sul giornale: “Ragazza trovata morta in riva al lago. È giallo”, e qualcuno di voi si gratta la testa un po’ perplesso e dice “Forse ‘è giallo’ signifìca chi la faccia di la ragaza morta ha diventata gialla?” e qualcun altro ribatte “Me sembra un titolo un po’ morboso por un giornale”, e ci stiamo su un quarto d’ora buono, a capire perché in Italia il delitto è giallo, la cronaca è nera, oppure rosa.
Qualche volta vi odio anche, eh. Il mal di cuore mi fate venire voi, e quando esco dalla classe mi fumo una sigaretta a stomaco vuoto e bestemmio i santi.

Quest’amore nostro è una spiacevole trappola. Ho tre capelli incanutiti e il cuore gonfio e però, sapete, nel nostro Paese a noi di trenta e quarant’anni ci chiamano “giovani” ed è vietato lamentarci se non riusciamo a campare con un lavoro che ci piace, ci dicono che siamo schizzinosi, che dovremmo essere pratici, o accontentarci di quello che capita.
Ecco perché, quando ho letto l’e-mail di A. mentre stavo in macchina sulla Tiburtina, e poi quando ho letto quella di P. e quella di M., ma pure quando ho letto quella di K., di I., di G., di Z., di J., ho pianto come una bambina confusa. Perché voi non potete, non potete venire a distrarmi in questo modo, adesso che io ho bisogno di concentrazione per mollare. Voi non potete lasciarmi con il sospetto insopportabile che io sappia fare quello che non voglio più fare. Voi mi dovete scrivere: “Cara Morelle, Professoressa Morelle, dottoressa Morelle Rouge, adesso che non devo più vedere la tua sorridente faccia di cazzo posso finalmente dirti che le tue lezioni mi hanno fatto cacare, che i tuoi corsi sono una palla al culo, e che se prima l’Italia e gli italiani mi facevano schifo, adesso di più”. Così mi dovete scrivere, e io mi tranquillizzo, mi rassicuro che voi avete imparato un po’ di italiano utile e che quest’amore che io ho per voi mi fa morire. Così, così solo avrei meno paura di fare la cosa sbagliata, meno nostalgia dei giorni passati ad amarvi e a maledirvi.

Ecco, questo volevo dirvi. Se non avete capito tutto, non è un problema, ormai lo sapete che non è importante capire tutte le parole, ma solo il senso generale. Adesso leggete un’altra volta e cercate nel testo i verbi al passato prossimo e all’imperfetto. Qual è la differenza d’uso? Fate un’ipotesi. Voi continuate, continuate.

Morelle

Modelli di interazione professionale tra glottopipponici. Fase Due

Università di Romaccazzo, ore 9.00.
Test d’ingresso degli studenti Erasmus.
I docenti di italiano L2, a seguito della tempestiva comunicazione ricevuta via e-mail dalla Segreteria amministrativa pochi minuti prima, si trovano riuniti al piano terra della Facoltà visibilmente frastornati, qualcuno in pigiama, qualcuno in mutande.
Ricevono disposizioni dal Coordinamento Didattico per avviare l’operazione.

– Umili servitori della Glottopipponica, è vostro compito preliminare verificare attentamente che i duecentocinquanta studenti qui presenti oggi siano muniti della documentazione necessaria all’ammissione in aula.
– Sissignore. E come dobbiamo verificarlo?
– Non fate domande idiote. Prendete quei due tavoli là e spostateli qua davanti alle porte dell’aula per impedire l’accesso incontrollato. Poi formate due file e chiedete a ognuno nome, cognome, documento di riconoscimento in corso di validità e, soprattutto, e-mail di conferma.
– Signore, che cos’è l’e-mail di conferma?
– Non fate domande idiote. Non avete esperienza di segreteria?
– Nossignore. La procedura concorsuale da Voi bandita ci ha ritenuti idonei all’esperienza di insegnamento dell’italiano L2 in ambito universitario.
– Questo significa allora che sapete anche essere flessibili. Dunque flettetevi. L’e-mail di conferma è l’e-mail dove c’è scritto che la registrazione al test d’ingresso è confermata. Se lo studente non è in possesso della suddetta e-mail, non può essere ammesso in aula a sostenere il test. Avete con voi fogli di carta?
– Nossignore. A cosa ci servono i fogli di carta, Signore?
– Non fate domande idiote. Vi servono ad annotare tutte le motivazioni per cui lo studente non è in possesso dell’e-mail di conferma. Caso Uno: ce l’ha, ma non l’ha stampata. Caso Due: ce l’aveva, l’aveva stampata ma poi l’ha persa venendo qui. Caso Due Bis: ce l’aveva, l’aveva stampata ma poi ci si è confezionato una canna per festeggiare il suo arrivo in Italia. Caso Tre: ce l’ha, ma è un’e-mail di conferma per il test d’ingresso di settembre che lo studente non si è presentato a sostenere perché non ancora arrivato in Italia. Caso Quattro: non ce l’ha perché non l’ha ricevuta. In caso di Caso Quattro, vanno annotate le ragioni per cui lo studente non ha ricevuto l’e-mail di conferma. Caso Quattro A: non l’ha ricevuta perché non si è mai registrato per sostenere il test d’ingresso. Caso Quattro B: non l’ha ricevuta perché noi ci siamo dimenticati di mandargliela. Caso Quattro C: non l’ha ricevuta perché non è uno studente Erasmus iscritto alla Nostra Illustre Università.
-‘Sti Casi, Signore! Dobbiamo annotare tutto questo?
– Non fate domande idiote. Dovete annotare tutto questo rapidamente e con grafia chiara. Avete con voi carta sufficiente?
– Nossignore. Come abbiamo detto, siamo sprovvisti di fogli di carta. Pensavamo che ci fossero dei computer e delle persone responsabili di questa procedura.
– Voi non dovete pensare. Voi dovete essere flessibili. Dunque flettetevi. Eccovi due fogli di carta gentilmente prestati dalla Nostra Illustre Università. Cominciate. E ricorrete all’inglese per capirvi, ché quasi tutti gli studenti qui presenti oggi si sono precedentemente dichiarati principianti assoluti.
– Sissignore. Signore, non tutti gli studenti sono disponibili a comunicare con noi in inglese.
– Parlategli nelle loro lingue.
– Sissignore. Signore, nessuno di noi docenti parla sei lingue straniere.
– Alternatevi secondo le vostre competenze linguistiche.
– Sissignore. Signore, è difficile alternarci perché alcuni di noi sono ai tavoli per i controlli, altri a bloccare l’accesso forzato alle porte dell’aula I, altri ancora sono andati a cercare sedie in tutta la Facoltà perché l’aula I non è sufficiente ad accogliere i duecentocinquanta studenti previsti.
– Usate i gesti.
– Sissignore. Signore, non tutti gli studenti conoscono i gesti degli italiani.
– Usate il gesto internazionale.

– Signore, la duecentoventiquattresima studentessa è in lacrime perché…
– Non avete con voi fazzoletti di carta?
– Nossignore, ne siamo mortificati. La ragazza sostiene di avere la sua e-mail di conferma nella borsa dell’amica, centoquindicesima studentessa già ammessa in aula. Cosa dobbiamo fare?
– Non fate domande idiote. Fatevi mostrare l’e-mail sul suo smartphone.
– Signore, la ragazza non ha uno smartphone.
– Ditele di andare subito a comprarselo. E che faccia presto, ché siamo già in ritardo.
– Signore, la ragazza dice che non può andare a comprare uno smartphone.
– Rispondete col gesto internazionale.

***

Università di Romaccazzo, aula I, ore 16.00.
I duecentocinquanta studenti Erasmus hanno consegnato il test. I docenti hanno corretto e valutato i test, fatto una riunione e indicato le loro disponibilità di fascia oraria per stabilire il calendario dei ventiquattro corsi di italiano Erasmus che inizieranno la settimana successiva.
La dott.ssa Morelle Rouge si dichiara disponibile a svolgere il suo incarico di insegnamento tutte le mattine dal lunedì al venerdì, dalle ore 10.00 alle ore 13.00, ripetendo in diverse occasioni che non sarà invece disponibile al pomeriggio, in quanto impegnata con altri corsi in un’altra sede.

***

In una casa, ore 23.24.
La dott.ssa Morelle Rouge riceve sul suo cellulare il seguente sms:
“Ciao, al momento non ho aule per amdare incontro a tua fascia oraria. Mi puoi forse dare altre disponibilita’? Grazie e a presto. La Segreteria”.

Modelli di interazione professionale tra glottopipponici

Da: Segreteria amministrativa di Facoltà UniRomaccazzo (segreteria.uniromaccazzo.it)
Inviato: venerdì 28 settembre 2012 13:01:00
A: Morelle Rouge (morellerouge@yahoo.it)
Oggetto: Umili servitori, assumete la posizione!

Con la presente si convocano i primi 15 docenti della graduatoria relativa all’espletamento dei corsi di italiano L2 per i prossimi test degli studenti Erasmus che si svolgeranno tra pochi minuti in aula I della Facoltà. Come nelle tornate precedenti, l’assegnazione dei corsi è subordinata alla presenza/assistenza al test d’ingresso e alla correzione degli elaborati dopo la riunione che si terrà a fine test, indispensabile per l’affidamento dei corsi.
Si chiede cortese risposta entro i prossimi sessanta secondi, da inviare all’ufficio della Segreteria amministrativa di Facoltà, indicando la disponibilità all’assistenza ai test e allo svolgimento dei corsi per principianti o intermedi/avanzati o a entrambi.
In attesa di sollecito riscontro, in assenza del quale verrà messa a verbale la rinuncia all’incarico da parte del docente, si porgono cordiali saluti.

La Segreteria Amministrativa di Facoltà

***

Da: Morelle Rouge (morellerouge@yahoo.it)
Inviato: venerdì 28 settembre 2012 13:01:57
A: Segreteria amministrativa di Facoltà UniRomaccazzo (segreteria.uniromaccazzo.it)
Oggetto: RE: Egregi, posizione a 90 gradi assunta

Gent.mi,

in sollecita risposta alla Vostra e-mail, confermo la mia disponibilità a presentarmi in pigiama e con una fetta di pane tostato in bocca alla correzione dei test d’ingresso, giustamente determinante per l’affidamento dei prossimi corsi Erasmus ai docenti che vivono accampati nel pianerottolo dell’università aspettando null’altro che la Vostra tempestiva chiamata.

A dire il vero, ho da poco terminato un corso superintensivo, durante il quale ho tenuto sei ore di lezione al giorno dal lunedì al venerdì, quattro al mattino per il livello principiante e due al pomeriggio per il livello intermedio. Ma questo dato non è così rilevante quanto, invece, il fatto che ho già confermato la mia disponibilità per le ore di tutorato previsto per gli studenti che hanno frequentato il suddetto corso. Di conseguenza, è possibile che io mi presenti a svolgere l’incarico in oggetto in visibile stato confusionale. A ciò si aggiunge un inconveniente di natura privata, dunque di poco conto e per il quale, anzi, mi scuso; avendo avuto, infatti, la sciocca presunzione di ritenermi libera da impegni di lavoro imminenti, avevo programmato di sottopormi, a breve, a un rapido intervento chirurgico al setto nasale. Di conseguenza, è certo che mi presenterò a svolgere l’incarico in oggetto con il naso sfasciato, gli zigomi tumefatti, le vene imbottite di morfina e, presumibilmente, una voce poco didattica.

Se simili spiacevolissime eventualità non recano danno all’eccellenza della Vostra organizzazione didattica, sono lieta di rinnovare anche quest’anno la mia completa dedizione di umile servitrice della Glottopipponica.

Poiché ho digitato duecentosettantatré parole in cinquantasette secondi dal ricevimento della Vostra tempestiva e-mail, mi permetto di chiedere la Vostra disponibilità a concedermi un ritardo di tre secondi sull’ora d’inizio del test d’ingresso in aula I.

Cordiali e sempre umilissimi saluti,

Morelle Rouge