La bellezza dell’elefante. Adynaton

[Divagazioni del giovedì, in questa nostra bettola]

Lo rivedo almeno una volta all’anno.
Un po’ perché ogni tanto ho voglia di quel Lynch lì, un po’ perché ogni tanto ho voglia di quelle dissolvenze in nero, un po’ perché ogni tanto ho voglia di farlo vedere a qualcuno che non l’ha ancora visto. Un po’, anche, perché mi piace ritornare sulle cose.
Le recensioni non le so fare né soprattutto mi diverto a farle; ad ogni modo, dal 1980 ad oggi, ne sono state scritte a sufficienza, da specialisti e non. Mi servo del film a mo’ di diapason, per prendere la nota e librarmi libera tra le mie nefandezze verbali. Non sono sicura nemmeno di prendere il la, ché a me è sempre piaciuto il mi bemolle. Per cui, al solito, faccio un po’ quel che mi pare, tengo d’occhio la partitura, ma non la eseguo.

Ieri sera, mentre rivedevo The Elephant Man insieme a un Sanglier colpito e addolorato – lui lo vedeva per la prima volta – mi sono chiesta assai banalmente come sarebbero andate le cose se John Merrick (ma quello vero si chiamava Joseph Carey Merrick) fosse vissuto ai giorni nostri. Nell’Inghilterra vittoriana girava per circhi e spettacoli di strada, nell’era global-digitale girerebbe per Facebook e Twitter, e, almeno in questo caso, non ci vedo grosse differenze. Qualche anno fa ci fu quella foto di una modella, utilizzata per una campagna pubblicitaria, che sollevò il solito prevedibile clamore. Si trattava di un’altra sciagurata malattia, certamente di diversa natura, legata ad altre cause e portatrice di effetti diversi, ma non è questo il punto. Via le malattie, almeno quelle gravi e mortali. Il punto è il corpo. Il corpo, e l’occhio che guarda il corpo. Il primo ci porta a spasso, il secondo ci accerta a noi stessi mentre andiamo a spasso.
La deformità non l’accettiamo, perché l’occhio riconosce solo le forme che sono in natura. Un seno sulla schiena invece che sul petto, una mano più grande della testa, una testa oblunga invece che tondeggiante, non li possiamo accettare. Per questo, li diciamo “mostruosi”, mostrando di attualizzare la sola valenza negativa del prodigio – non sono convinta che la “bravura mostruosa” che a volte, con enfasi, attribuiamo a una persona adotti, al contrario, un senso positivo: significa lo stesso che ci è difficile accettarla, perché la collochiamo al di sopra della medietà che ci fa dormire sonni tranquilli. “Mostruoso”, spesso, lo diciamo scherzosamente o lo pensiamo seriamente (o tutte e due le cose) anche di un uomo brutto, o di una donna brutta, che abbiano tutti i pezzi al posto giusto ma espansi in quantità inaccettabili. Una persona obesa, per esempio. In questo caso, più comunemente, l’occhio registra e focalizza la mostruosità all’altezza del girovita. Ma la focalizza anche se il girovita è concavo, nel caso di un’eccessiva magrezza. Chi non abbia il girovita né concavo né convesso, non creda di essere al sicuro: il grado di accettabilità dipende, in larga misura, da dove e quando vivono il corpo e l’occhio che lo guarda. I miei cinquanta chili, distribuiti su un metro e settanta di statura, e il mio addome piatto fanno di me una donna il più delle volte attraente, a Roma nel 2012, addirittura invidiabile da Roma a Milano. Da Roma a Catania (non so da Roma verso Cagliari, perché di occhi di Cagliari ne ho incrociati pochi), il mio grado di accettabilità visiva si assottiglia insieme allo spessore della mia gabbia toracica e alla taglia del mio reggiseno (una seconda, o una terza se il modello calza poco, perché l’attenzione di chi legge non resti indietro mentre chi farnetica vorrebbe andare avanti). Ci vedo un tratto, nemmeno troppo debole, di pertinenza con gli elefanti, quelli veri, con tanto di proboscide: un elefante in giro per le strade di Jaipur non spaventa né infastidisce né turba nessuno, a parte qualche turista straniero. Un elefante a spasso al mercato di Porta Portese, sì (forse), ed evidentemente anche nell’Inghilterra vittoriana di Joseph Merrick, fuori dal circo.

L’idea del mostro, poi, confluisce in quella del freak, dell’essere abnorme, del fenomeno da baraccone, come per l’appunto la persona e il personaggio di Merrick. Però freak, in origine, significava “capriccio”, qualcosa di simile allo sghiribizzo. Sarà forse per questo che, nell’Italia di qualche decennio fa, indicava l’anticonformista, eventuale consumatore di droghe. Poi il freak è diventato, all’italiana, un fricchettone, cioè uno che adotti comportamenti e abbigliamenti stravaganti. M’interesserebbe , invece, sapere come il fricchettone di oggi, perlomeno in certe compagnie romane che mi capita talvolta di frequentare, sia arrivato a essere anche un giovane accademico, o uno che guardi il cinema d’essai, anche se si veste come la maggior parte della gente intorno a lui, anche se ama stare per conto suo e non dare troppo nell’occhio, anche se è estraneo a certa sonnolenza progettuale tipicamente attribuita al freak (io, per esempio, sono una fricchettona; che mi piaccia o no, l’occhio altrui mi registra e focalizza così). Wikipedia non mi dice abbastanza, ma è interessante come nel web si possa saltare da un nodo di ricerca all’altro a partire dal film: The elephant man > deformità > mostro > freak > fricchettone. Per comodità, facciamo allora che l’iperonimo della serie, il nome dell’insieme, è la parola “strano” (lì dentro ci mettiamo praticamente tutto quello che non capiamo, quindi un sacco di roba). Il filo che lega i cinque elementi è il criterio della sanzione sociale, che si applica ora al corpo, ora all’atteggiamento, ora a entrambi. La prospettiva, in tutti i casi, è quella dell’occhio che guarda.

C’era invece questa parola bellissima nel greco antico – in quello moderno non lo so, perché non l’ho mai studiato – che mi colpì nell’adolescenza, e forse di nuovo al tempo dell’università, perché mi piace, mi piace ritornare sulle cose: adynaton. Scritta in greco è più bella da guardare, ma se invece è più confortevole e rassicurante pensare che chi la scrive in greco lo fa perché è un fricchettone, va bene lo stesso, è altrettanto vero quanto la vostra cornea: ἀδύνατον. Una parola italiana da condividere la dobbiamo pur trovare, e diremo perciò che ἀδύνατον significa “cosa impossibile”. Si riferiva perlopiù a una figura retorica abbastanza frequente nella poesia che consisteva nell’affermare l’impossibilità di una situazione confrontandola con un’altra ritenuta possibile. Mi piace questa parola, e la possibilità di usarla per altri scopi, anche con qualche forzatura.
Merrick è un ἀδύνατον. Una cosa ritenuta inaccettabile in natura, dunque impossibile. Pesci che volano in cielo, uccelli che nuotano in acqua, anche questi erano descritti come un ἀδύνατον. Umani che vorrebbero essere foco per ardere il mondo, anche questo è un ἀδύνατον.
Curioso, poi, – o, se vogliamo, “strano” – che, con quell’altra storia, più nota, del καλός καί ἀγαθός, kalòs kai agathòs, “bello e buono”, il popolo che ha elaborato sull’impossibilità, e sulle cose che sono e non sono in natura, sia lo stesso che ci ha lasciato l’idea di un incontro felice tra estetica ed etica, tra la percezione del bello e l’esercizio del giudizio. Ma il territorio dell’estetica per me è fatto di sabbie mobili, ho appena letto la frase a Le Sanglier e gli si è ingrossata una vena sulla sua fronte di ex filosofo. Ha detto solo: “kagatòn”.

Merrick, nel film di Lynch, muore con intenzione. Lo fa una sera, sdraiandosi a letto per dormire. Niente di strano per noi che dormiamo sdraiati, ma per lui, che è l’uomo elefante e può dormire solo accucciandosi col capo tra le ginocchia, significa morire soffocato, schiacciato sul cuscino dal peso della sua stessa testa abnorme e deforme. Decide così, probabilmente perché sa di essere ritenuto un ἀδύνατον sulla terra, dove non c’è posto per la bellezza dell’elefante.

 

Non mi è completamente chiaro tutto quello che ho detto, ma un breve appunto di milletrecento parole lo dovevo prendere.
Presto tornerò a raccontare di Morelle e Le Sanglier, che mi pare mi venga molto meglio.