Agnese. Il segno della croce

«Tua nonna ha espresso un desiderio. – mi dice al telefono mia madre, sua figlia – Ha chiesto di essere accompagnata a San Pietro, per poterlo vedere coi suoi occhi una volta soltanto. Dice che non le è rimasto tanto tempo per farlo, che s’è stufata di farsi il segno della croce davanti alla televisione. Allora ho pensato: magari un sacrificio per tua nonna lo puoi fare, e per un sabato, o una domenica, fai finta che la roba di chiesa non ti crea problemi. Quando possiamo venire a Roma, che così a San Pietro ci porti tu?».
Ieri mattina, alle nove di sabato, mio padre, mia madre e mia nonna sono arrivati dall’Abruzzo con una borsa carica di venti enormi panini all’olio, imbottiti di prosciutto, stracchino, insalata e pomodoro («Ma cinque sono con la pancetta, l’ho presa fresca ieri!», specifica mia nonna tutta contenta). A me è tornata in mente quella pagina di John Fante in Full of life, quando il padre Svevo si porta sul treno una sacca con due pagnotte di pane casereccio, una forma di formaggio di capra, un salame intero (“lungo un piede“), e una gran quantità di mele e arance. Dovrei smetterla di farmi venire sempre in mente una pagina di John Fante quando la mia famiglia viene a trovarmi, penso, e un momento dopo che l’ho pensato, mio padre aggiunge: «E poi tua madre ha fatto pure la torta di mele, e io ho portato le arance, quelle buone».

Ieri mattina, dunque, ho fatto finta che la roba di chiesa non mi crea problemi, e nemmeno il traffico di Roma intorno a Via della Conciliazione, e le code, e le attese, e i gruppi di pellegrini coi cartelli sollevati per aria: “Comunità Il Cenacolo”, “Comunità di San Gabriele”, “I giovani di Rimini”, e quelle inquietanti ciabatte in stile francescano che indossano tutti i cattolici di ogni età ai primi caldi di stagione, ma pure d’inverno con le calze di lana, quando vanno ai raduni spirituali: ho portato mia nonna a San Pietro.
Agnese, così si chiama mia nonna, teneva bene in vista il suo medaglione sul petto vestito di nero, con l’immaginetta di mio nonno morto a trentacinque anni. Credo se ne separi solo per farsi la doccia e, se è così, lo fa soltanto per timore di sciuparlo. Mia nonna indossa lutto e medaglione da quarant’anni, indifferente a ogni cambio di stagione. Nella sua lunga vita di vedova che vive sola in un minuscolo appartamento, ha rinunciato al nero solo in alcune grandi occasioni – matrimoni dei figli, battesimi, comunioni e cresime dei nipoti, – dando l’impressione di sentirsi a disagio per l’audace cambio di colore, anzi direi in colpa, per tutto il tempo dei festeggiamenti. E comunque l’audace cambio di colore era sempre un blu notte che pareva quasi nero e, altre volte, un grigio scuro, di cui lei sembrava vergognarsi assai (infatti nelle foto di famiglia si nascondeva).
«Stamattina mi sono alzata alle cinque», mi sussurra nell’orecchio, eccitata come una bambina, e questa confessione me la fa mentre stiamo attraversando a piedi una strada, e ci dobbiamo pure sbrigare perché il verde per i pedoni dura sempre troppo poco, e soprattutto non tiene conto dell’emozione di una vecchia che non ha mai abbandonato il suo paese abruzzese di quattro anime, e che per la prima, e forse ultima volta nella sua vita, viene a San Pietro, con suo marito defunto appeso al collo. Allora io la prendo delicatamente sotto braccio e la porto in salvo, dall’altro lato della strada, prima che le macchine di tutta Roma ci travolgano davanti a quell’ammissione sussurrata piano: lei, che al paese suo attraversa la strada quando le pare e piace, non s’è nemmeno resa conto di essersi piantata in mezzo alla strisce pedonali, perfettamente equidistante da due file contrapposte di motori surriscaldati che attendono soltanto di poter passare sopra di noi. La macchina l’abbiamo parcheggiata in Via Boezio, a un paio di chilometri di distanza dalla nostra destinazione, dopo mezz’ora buona di circumnavigazioni: praticamente, per uno che si abitui a vivere a Roma, l’abbiamo lasciata sotto la finestra dove si affaccia il papa. “Che botta di culo pazzesca”, continuavo a pensare mentre raggiungevamo a piedi San Pietro. Lei invece, guardandosi indietro, ha esclamato incredula: «Oh Madre Mia Santissima! Ma dopo, tutta questa strada qua ce la dobbiamo rifare a piedi un’altra volta?». E io, se lei non fosse stata mia nonna, le avrei risposto “Sì, vuoi pregare a San Pietro? Allora cammina”. Invece no, mia nonna – mia nonna – si rigirava tra le mani piccole e nodose il suo medaglione, e io le ho detto: «Dopo magari tu resti tranquilla tranquilla là insieme a mamma e papà, e io vado a riprendere la macchina e cerco di avvicinarmi il più possibile», e ho imprecato in silenzio, per conto mio.

E all’improvviso mia nonna, davanti alla Pietà di Michelangelo. Io l’ho sempre vista solo nei libri di storia dell’arte, ma lei nemmeno quello. E mentre siamo accerchiate, strette, soffocate dalla folla di gente con le macchine fotografiche e i cellulari e gli ipad, lei, alta un soldo di cacio, piccola, incurvata, assediata, lei si fa il segno della croce davanti alla Pietà. Bellissime: mia nonna, e pure la madonna, e una pietà tutta femminile. Ripete il segno della croce a ogni stazione: statue, dipinti, affreschi, cappelle, crocifissi, altare, perfino i marmi di ciascuna colonna. Un segno della croce per ogni singola pietra della basilica, un mulinare operoso di mano destra dalla fronte al petto, dal petto alle spalle, e infine dalle spalle alla bocca, perché mia nonna il segno della croce lo completa sempre con un piccolo bacio.
La visita alla cupola non è possibile, ci dicono, e nemmeno alle tombe, da nessun’altra parte, e anzi tra dieci minuti dobbiamo andare via tutti, perché la chiesa tra dieci minuti verrà chiusa al pubblico: ci sono i preparativi per la messa che il papa celebrerà stasera alle sei, alla quale mia nonna non potrà partecipare perché a quell’ora sarà ripartita per tornare a casa. Allora dobbiamo uscire tutti, e in fretta. «Va bene. – mi dice mia nonna sorridendo, con quel tono di voce remissivo, paziente, mansueto, avvezzo alla rinuncia, che le sento da che ho memoria – Qualcosa ho visto prima che mi muoio».
E no, cazzo: ma come? Mia nonna si fa coraggio, si alza alle cinque del mattino, prepara i panini con la pancetta fresca, lascia la sua casa, il suo paese e ogni sua sicurezza, si mette in viaggio con la forza di una Giovanna d’Arco, viene a Roma, decisa a compiere il suo pellegrinaggio santo nella culla della cristianità insieme a suo marito appeso al collo, e voi, brutti stronzi, che fate? Le sbattete la porta in faccia?
Mi sento furiosa. Devo provare a inventarmi qualcosa.
«Senti. – le dico – Lo so che non è lo stesso, però, visto che abbiamo ancora un sacco di tempo, visto che ormai a Roma ci stai, ti va di andare in un’altra chiesa importantissima, una chiesa che una volta, in passato, per i cristiani era ancora più importante di San Pietro?». Si illumina. Allora affondo: «Andiamo a San Giovanni in Laterano, ti va?».
E siamo andati a San Giovanni in Laterano.

Ed è stato, daccapo, tutto un segno della croce. Poi, a un certo punto, mio padre ha proposto di prendere l’ipad con l’audioguida, uno ciascuno. Quando l’hanno messo in mano a mia nonna, una donna che non ha mai visto un ipad, le ho intercettato nel verde-azzurro acquoso degli occhi un lampo di terrore. Ci ha guardato intimidita, disorientata, aliena, e ogni muscolo della faccia rugosa ha detto chiaramente: «E questo mò che cazzo è?», e sono certa che lo avrebbe detto anche lei, con la sua voce, se mia nonna fosse abituata a certo linguaggio e a dire “cazzo”, e lo avrebbe detto benissimo: vero, tonante, possente, meglio di come lo dico io, che ne dico uno ogni tre parole, senza peso, senza valore. «Questa è una macchinetta – le ho sussurrato nell’orecchio – che ha una voce registrata dentro che ti spiega tutte le cose che stai vedendo qui, in questa bella chiesa. Tu col dito schiacci il numeretto e quella attacca a chiacchierare e ti racconta una storia bellissima. Per esempio, se tu stai davanti a questa statua qua, la macchinetta ti dice chi è il signore della statua, chi l’ha costruita e quando l’ha costruita. Così almeno tu puoi sapere sempre chi stai pregando». Lei ci ha pensato un po’ e poi ha detto, ma non del tutto convinta: «È giusto, sì. Che alle volte in chiesa mi inginocchio davanti a una pittura e mi faccio il segno della croce, e però non lo so chi sono tutte le persone nella pittura. Mò però io ‘sta macchinetta non lo so come si usa, mi aiuti tu?». E io l’ho aiutata, e le ho schiacciato tutti i numeretti, e abbiamo ascoltato insieme l’audioguida, io la mia e lei la sua. Lei però non guardava più le statue e le pitture che le stavano davanti, guardava l’ipad, che si teneva stretto in mano nonostante ci fosse una cordicella da potersi appendere al collo; forse aveva paura di farlo cadere per terra, allora io premurosa ho cercato di farle infilare la testa nella cordicella dell’ipad, ma lei mi ha fermato con un gesto della mano, che non era mai stato tanto secco e perentorio. Allora ho capito, io, povera idiota senza speranza, ho capito in ritardo: non se ne parla nemmeno, al collo soltanto suo marito. E le ho lasciato l’ipad tra le mani, mortificata dalla mia stupidità.

Non so quanto abbia compreso delle parole dell’audioguida, che erano parole di storia, di arte e di politica (sempre insieme, loro: una trinità indissolubile da che siamo al mondo, ma questo, per un credente come mia nonna, è del tutto irrilevante). Però ascoltava, mentre fissava l’ipad tra le mani invece di guardare quello che aveva davanti agli occhi mentre la voce registrata le spiegava. Mia madre si è avvicinata e ha cominciato a parlarle vicino all’orecchio, sopra le cuffie, per raccontarle mano a mano la stessa storia in un’altra lingua, semplificata, e certi passaggi li saltava. Lei l’ha lasciata fare per un paio di volte, poi si è stranita e a bassa voce ha detto a sua figlia con tono severo: «Ma ti vuoi stare zitta che stiamo in chiesa?». E subito dopo si è tolta le cuffie, dal lato sbagliato, si è incastrata per un momento nel filo che le collegava all’ipad, si è districata, ha messo l’ipad in mano a mio padre e gli ha detto: «Toh, riportaglielo. Non lo so come si spegne, si può riportare anche se sta ancora parlando?». E ha ricominciato a farsi il segno della croce davanti a qualunque cosa, senza sapere cosa, ed era di nuovo felice, e noi non le abbiamo dato più il tormento fino alla fine della visita.
Allora ho pensato, che bella fede, che bella religiosità, questa qua di mia nonna, quant’è forte, mia nonna, che per resistere alle pene della vita, e alle minuzie di ogni giorno, per essere felice, le occorrono solo un crocifisso, un santo e un’immagine della madonna, e chi se ne frega chi l’ha messo lì e perché sta lì, e statevi zitti, zitti e mosca, che stiamo in chiesa, ignoranti, in chiesa non si parla, se non per pregare.

Prima di andare via da San Giovanni in Laterano, uscendo, le faccio scegliere una cartolina da portarsi a casa, per ricordo. «Quale ti piace?», le chiedo. «Non lo so… Questa qua col crocifisso mi sembra la più bella, tu che dici?», mi consulta dubbiosa: è una decisione importantissima. Ce le guardiamo tutte, una per una, e infine sì, le dico, questa qua col crocifisso è senza dubbio – senza dubbio – la più bella, e gliela compro come un gelato. Lei se la porta alla bocca, la bacia, con l’altra mano si fa l’ultimo segno della croce della giornata, e poi si ficca la cartolina nella borsetta.
E torniamo a casa.

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Va tutto bene (sto sulla riva dell’acqua e sogno)

Nella mia stima direi che era un tipo fantastico.
(John Fante, Sto sulla riva dell’acqua e sogno. Lettere a Mencken 1930-1952)*

Ho quindici anni, o sedici.
Esco di casa dopo una lite con mio padre. Me ne vado a zonzo per le stradicciole del paesello, forse è autunno, forse è inverno. Svolto all’altezza del Pomodoro. Così si dice da noi, “all’altezza del Pomodoro”, che è un ristorante e sta nella via che porta al mare (per me è sempre stata un’insegna, “Ristorante Il Pomodoro”, nella via che porta al mare).
Forse sono triste, forse sono arrabbiata. Percepisco, comunque, di stare ammusonita. Svolto ancora in una via (questa non esiste per davvero), intravedo adesso l’insegna di una pizzeria (nemmeno questa esiste per davvero). “E questa che l’hanno aperta, ieri notte?”, penso. Mi fermo davanti all’ingresso, mi sento stordita.
La pizzeria si chiama “Va tutto bene”. Sta scritto a caratteri rossi su uno sfondo bianco e luminoso, m’invita a entrare. Accanto all’entrata, dove di solito si appende il listino dei prezzi, penzolano due grosse fette di pizza margherita: una sottile, all’apparenza croccante; l’altra, piuttosto spessa, fa sentire in bocca la morbidezza di una focaccia. Sotto c’è un pezzo di cartone, ci hanno scritto a mano: “Scegli il tuo impasto”. Sono molto confusa. Entro nella pizzeria, un buco affollato di persone in attesa. Mi siedo svogliatamente, a questo punto mi sento costretta a ordinare una pizza e mi maledico per essere entrata, ché di mangiare una pizza non ce l’avevo proprio in mente, e non mi spiego perché uno alle volte, quando sta ammusonito, fa le cose così, per fare qualcosa.
Vorrei poter ricordare adesso quale impasto ho scelto allora, prima che lì in quel buco affollato di persone, mentre aspettavo la mia pizza, mio padre mi chiamasse al telefono per chiedermi: “Do’ stai?”.

Quando mi sveglio, lo chiamo. È presto, lui si preoccupa.
– Ma che è successo qualcosa?
– No, deve succedere per forza qualcosa se ti chiamo?
– Sì. Già mi chiami poco, se mi chiami alle sette e mezza di sabato mattina non mi devo preoccupare io?
– No, non ti devi preoccupare. Niente, ti volevo sentire un momento perché stanotte t’ho sognato.
– Ah. Ca m’ere murt’?
– Ma no!
– Guarda che se nel sogno m’ero morto, lo sai che significa? Ca m’azzecca a ccampà ancora nu sacc’ d’ann’!
– Non t’eri morto.
Gli racconto il sogno, con poche parole, meno di quelle che pensavo (avrei voluto dirgli, per esempio, che secondo me il sogno era il seguito di una giornata di tanti anni fa, quando avevo quindici o sedici anni e forse era autunno, forse era inverno, e lui mi diede uno schiaffo. Non me lo ricordo perché. Mi diede uno schiaffo e io allora feci una cosa per la quale oggi, quando mi capita di ripensarci, mi pare di dover finire i miei giorni in carcere: glielo restituii. Forte come me l’aveva dato lui, con la rincorsa della mano, la destra, dal basso verso l’alto. Nel trambusto si ruppe pure un piatto – stavamo pranzando – e mia madre non sapeva se raccogliere i cocci o venire prima a dividerci. Alla fine passò in ciabatte sui cocci e venne a dividerci. Non ne parlò mai).
– Ma almeno la pizza era buona?
– Non lo so se l’ho mangiata, mi sono svegliata prima.
– Vabbè. Nu raccontà a mammt’, ca sennò chell’ se va a jucà sùbbit’ li nummere.

Passo il sabato mattina a preparare insieme a Le Sanglier un pranzo per dieci ospiti, poi gli ospiti arrivano. Mangiamo, beviamo molto vino, diciamo cose che dopo non mi ricordo. Un amico ha portato la chitarra, cantiamo “La locomotiva” (“ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite, sembrava avesse dentro un potere tremendo, la stessa forza della dinamite, la stessa forza della dinamite, la stessa forza della dinamite”), io batto pure la mano sul tavolo, per tenere il tempo che se ne va. Passo il resto del fine settimana a combattere un’emicrania più feroce del solito, forse stavolta è colpa del vino.
Alle 18.50 di domenica ricevo un messaggio su What’s up:

Ciao finalmente ci sono anche io
Ho fatto tutto da solo e sono soddisfatto perche’ non e’ facile per un vecchietto fare queste cose
😀 😛

Mio padre si è appena comprato uno smartphone e io inizio a chattare con lui su What’s up. Mi scrive in una lingua che non è la nostra, un italiano derubato di ogni verità dialettale, pieno d’ossequio verso le concordanze verbali, che mi intenerisce, mi turba e un po’ mi fa incazzare.
Alla fine mi chiede: “Tu? Va tutto bene?”. Io gli dico di sì, ma non è vero.

* [La citazione iniziale è nella traduzione di Alessandra Osti, a cura di Michael Moreau, Fazi Editore 2001, p. 57]

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Domani era ieri. Cinque appunti per una storia all’imperfetto, e un finale da scegliere

L’estate del 1990. Il campeggio in Valle d’Aosta.
Mio padre che ferma la macchina sul bordo di una strada a strapiombo su una vallata e ci costringe a scendere tutti per ammirare una cascata. Mia madre paziente, io ammusonita. Il filmino di mezz’ora che lui gira lì, sul bordo della strada a strapiombo sulla vallata. Quindici minuti di inquadrature sul profilo delle montagne. Lui che, telecamera in spalla, ci chiede a bassa voce di fare silenzio. Mio fratello che ha tre anni e i ricci biondi, e gli dice: “Papà, io sono stanco mortino”.
La Base Segreta che avevo stabilito in una radura, insieme a tre fratelli conosciuti al campeggio, di cui non ho saputo più nulla dopo quella vacanza.

Le estati degli anni ’90, tutte. Still got the blues, di Gary Moore. Avere un attacco di panico e dare di stomaco sui cavi degli amplificatori, durante un concerto, dietro il palco, pochi minuti prima di cantarla. Gli anni in tasca.

L’esame di Letteratura latina I, all’università. Lo schema dei metri impiegati nelle Odi di Orazio, attaccato al frigorifero in cucina. Tre mesi di colazioni acide, tra luglio e settembre.

L’estate del 2006. I mondiali di calcio. La piccola mansarda nel centro storico di L’Aquila, in via S. Martino, dove vivevo allora. Leggere in una giornata Chiedi alla polvere, con la febbre a trentotto, e poi tutti gli altri romanzi e i racconti di John Fante, uno dietro l’altro a letto. Non riuscire ad accettare, poi, che fossero finiti, i suoi libri e la mia febbre. Comunque, non rileggerli più, non per intero, non in un giorno.
Alla fine dell’estate, l’Inghilterra. Lasciare la gioventù a Wolverhampton, e non saperlo. Al ritorno, alcuni mesi dopo, intuire che non si è più giovani quando si comincia a ricordare (provare a dirlo meglio). Dover accettarlo.
Il fatto di finire, sempre, col tornare all’estate del 2006 e dire “Ecco, è stato allora. Mi ricordo che”, come fanno i vecchi.
(Mia nonna s’incanutì tutta a trent’anni, perché aveva perso qualcosa per strada e aveva cominciato a ricordare. Dover accettarlo. Eventualmente, approfondire)
Il fatto di non essere mai più tornata a L’Aquila, aver a malapena avuto la voglia (o che altro? Pensarci, ma non troppo) di vederla distrutta nelle foto e in televisione.

L’arrivo a Roma. Il lavoro, le persone. Le estati a Trastevere, di sera.
Cominciare ad avvicinarsi al punto in cui l’imbuto si restringe, e non è cono e non è collo. Accorgersene.

Quest’estate liquefatta, immobile. Pensare che “ha forma smisurata di donna seduta in terra, di volto mezzo tra bello e terribile”. Saperlo. Fare i conti con l’idea di non saperlo dire.

Il dio di mio padre

Stamattina presto, sotto un impulso inatteso, ho ripreso in mano un libro di John Fante.
Non uno a caso, cercavo un passo in particolare di un preciso romanzo.
L’ho già detto da qualche altra parte, in un’altra occasione: non rileggo più i suoi libri dal 2006, nel discutibile tentativo di non danneggiarne il ricordo fermo ad allora, che, per una serie di accadimenti, fu un allora importante. Non so perché e forse l’immagine non è azzeccata (anzi, sicuramente non lo è, però così mi si è formata in testa), ma questo discutibile tentativo mi fa pensare a una soffitta che non si vuole sgomberare: lì, fra le altre cose, ci tieni anche un sacco di roba che per qualche ragione non vuoi o non puoi tenere in casa, però non la butti o non la sposti perché se la butti o la sposti stai male. Tu in effetti lo sai che conservare i quaderni della scuola elementare di tuo fratello minore (o quelli di tuo figlio, o i tuoi stessi, secondo i disturbi emotivi di ciascuno di noi), o custodire una sopresa che hai trovato nell’ovetto Kinder un certo giorno, o una tazza rotta e mai aggiustata, non ha senso. Perlomeno non ha senso pratico. Forse nemmeno li prendi più in mano né li guardi, ma l’idea di liberartene o anche solo di toccarli per cambiargli di posto, mettendo quindi in discussione il posto che occupano nei tuoi ricordi, toglie senso. A cosa o a chi, anche questo dipende. Per me, son fatti miei.

Però stamattina ho dovuto rileggere due o tre pagine del capitolo 3 di The Brotherhood of the Grape, titolo che in Italia ha avuto due sorti di traduzione, La confraternita del Chianti e La confraternita dell’uva. Le motivazioni alla base della prima scelta non le ho mai capite, mi piacerebbe incontrare un traduttore paziente che mi desse il suo punto di vista. Fra l’altro, ho notato per la prima volta che l’edizione tascabile Canongate in lingua originale, acquistata in una libreria di Leeds in quel 2006 passato per metà in terra britannica (volevo andare in California o in Colorado, ma non fu possibile), ha una copertina secondo me assai più bella di quella Einaudi, che avevo comprato e letto in Italia prima di partire e prima di vedere quelle della Marcos y Marcos.

Insomma, queste due o tre pagine del capitolo 3.
Henry Molise (alias Arturo Bandini, alias John Fante) ricorda come certe sere, dopo cena, suo padre Nick (alias Svevo Bandini, alias Nicola Fante) avesse l’abitudine di accendersi un toscanello nero, schioccare le dita e annunciare al figlio: “Bene, ragazzo, muoviti. Si va”.
Andavano al Grand Tour, il giro dell’opera completa di Nick Molise. Trattasi di un itinerario volto all’ammirazione rituale degli edifici costruiti dalle mani del muratore Nick nella cittadina di San Elmo: la biblioteca pubblica, la chiesa metodista, il municipio, la Banca della California, la sede dell’azienda dell’acqua e dell’energia, le pompe funebri Haley, il Criterion Theatre, la caserma dei vigili del fuoco, la San Elmo High School, nonché passaggi pedonali in cemento, fontanelle e marciapiedi.
Ad ogni stazione di questa che per il giovane Henry pare essere fin dal principio una via crucis, il padre si ferma e invita il figliolo a riconoscere la sapiente fattura dei suoi lavori. Davanti alla biblioteca: “Eccola là, ragazzo. Non è carina? Sai chi l’ha costruita?”, “Sei stato tu, papà”. Davanti alla chiesa: “L’ho fatta io, Sissignore: l’ho fatta io”. Sopra un marciapiede: “Stop, ragazzo. Sotto i tuoi piedi. Che cosa ti sembra quello?”, “Un marciapiede”, “Il marciapiede di chi?”, “Il tuo”, “Errore. È di tutti. Tuo padre l’ha costruito per tutti quanti, perché non si bagnassero i piedi”. Infine, davanti alla San Elmo High School, dopo diversi tentativi del ragazzo di individuare il dettaglio che il padre vuole fargli notare: “Quello che vedi è un edificio che è passato indenne attraverso quattro terremoti. Ora, guarda da vicino e dimmi ciò che non riesci a vedere”, “I morti”, “Razza d’asino! Io dico le crepe! Le crepe del terremoto. Trovami una sola crepa in quel muro. Avanti”, ma il povero ragazzo di crepe non ne trova. “E perché?”, chiede il padre. “Perché l’hai costruito tu”, nota finalmente l’asino. Allora Nick si fruga in tasca, ne tira fuori una moneta da un quartino e raccomanda al figlio di non spenderla tutta in una volta. Henry se la piglia e scappa via.

Nella mia edizione italiana ho segnato questo passo con un tratto verticale di matita a margine del testo (il tratto l’ho fatto indubbiamente con l’aiuto di un righello, dovevo essere già malata) e ho aggiunto pure un asterisco (mi piacciono un sacco gli asterischi). Non mi ricordo bene perché l’ho segnato, ma lo intuisco. Quando poi ho comprato l’edizione in lingua originale in quel 2006 in cui girovagavo tra Yorkshire e West Midlands, ho cercato subito quelle pagine.
In parte, mi rammarico di aver incontrato Fante prima nella mia lingua e solo dopo nella sua. Me ne rammarico perché l’impressione, alla seconda lettura, fu quella di leggere un altro romanzo, che poi è quello che forse (o effettivamente?) succede quando si legge una traduzione. È una vecchia questione, che lascio ai teorici della traduzione e che a me in questo momento interessa meno.
Poiché l’ “effetto soffitta” si era ormai già verificato con la lettura dell’edizione italiana qualche mese prima, non sono riuscita ad addentrarmi veramente nella lettura del testo originale. L’ho sfogliato, piluccando qui e là, non senza una certa riluttanza mista ad una inspiegabile diffidenza.
Perciò io di Fante, o meglio dei suoi romanzi, ho una percezione indiretta, parziale, un’immagine che visualizzo di profilo o in una posa a tre quarti. E me la tengo così.
Me la tengo così perché quelle due o tre pagine tradotte mi servono quanto mi serve uno scatolone in soffitta con dentro vecchi quaderni, la sorpresa dell’ovetto Kinder e la tazza rotta. Mi fanno venire in mente non tanto mio padre Svevo, che non è un muratore e non ha costruito il nostro paesello abruzzese, quanto suo padre, mio nonno, che chiamerò col suo vero nome. Sante. Per la famiglia e per gli amici, Santuccio. Nato al mio paesello abruzzese nel 1920 e qui morto nel 2003. Nemmeno Santuccio era un muratore, faceva l’impiegato alle poste e, come lui stesso annotò sul retro di una foto, fu “collocato a riposo” nel 1963. Ma ora non ho sotto mano la foto, perciò non ricordo se fosse effettivamente il 1963.
Se mi va di ficcare le mani nello scatolone in soffitta, ne racconto un’altra volta.

(*) Le battute del dialogo tra Nick e Henry sono quelle della traduzione di Francesco Durante nell’edizione Einaudi de “La confraternita dell’uva”. Il titolo del post l’ho preso da quello di un famoso racconto di John Fante, “My Father’s God”.
John, suo padre e dio, dall’alto dei cieli, non me ne vogliano.

Il ritorno a casa di Morelle #3. Sulle tracce di abruzzesi illustri

Alcuni degli individui divenuti più o meno famosi per cui ho nutrito stima o ammirazione negli anni sono di origine abruzzese e ciò, sebbene parrà forse irragionevole, mi sorprende un po’.
Si tratta perlopiù di scrittori, perché è capitato che leggere libri mi fosse più familiare di altri passatempi, ma c’è anche un musicista, Ivan Graziani, teramano come me, come i miei amici Double e Nosferatu e come i miei primi diciannove anni.
Abruzzesi erano anche Flaiano e Silone, si sa. Non è necessario poi tornare indietro nel tempo fino a individui abbastanza noti da essere inseriti nei programmi ministeriali a scuola, anche perché mi interessano soprattutto quelli che sono ancora in vita e quelli scomparsi non più di trent’anni fa.
Abruzzese di seconda generazione era John Fante, sebbene si dubiti che John abbia mai messo piede nella terra paterna durante la sua vita negli Stati Uniti. Il suo biografo Stephen Cooper, annebbiato dall’affetto e dalla foga, cade spesso in contraddizione e racconta di come John, nel 1960, avesse intrapreso un viaggio a Torricella Peligna, tra le montagne del chietino, per scoprire la terra che diede i natali al padre e di come però fosse presto fuggito da un posto così “miserabile, invivibile, familiare ed estraneo, proprio come un brutto sogno” (sic, a p. 17 di Una vita piena. Biografia di John Fante, traduzione di Francesca Giannetto e Ilaria Molineri, edizioni Marcos y Marcos). Pare che in un’intervista lo stesso Cooper abbia dichiarato, invece, che John gli avrebbe confidato di non essere mai stato in Abruzzo per paura di trovare gente che gli somigliasse. Poco importa scoprire la verità su John, infatti non sono nemmeno riuscita a finire di leggere la biografia di Cooper, che pure vorrebbe chiaramente essere letta come un romanzo. In ogni caso, potrei credere senza sforzo all’una e all’altra versione.
I chietini oggi si mostrano fieri di annoverare Fante tra i propri conterranei, vuoi per la riscoperta dei suoi romanzi in Italia – quella già fatta all’epoca da Vittorini non fu evidentemente abbastanza clamorosa per gli italiani, vuoi per la nota operazione cinematografica (in)evitabilmente americana che ha portato Ask the dust ad essere uno di quei libri in vendita con la fascetta promozionale del film e Fante ad essere un autore di culto internazionale, di quelli che ormai conoscono tutti, o tutti quelli che ogni tanto hanno un libro per mano. Fatto sta che, dal 2006, il comune di Torricella Peligna organizza e promuove ogni estate, nel mese di agosto, un festival dedicato a lui. Io sono andata solo alla prima edizione. Avevo 25 anni e i libri di John sul comodino come una bibbia, per cui mi sembrò a priori una grande iniziativa e il festival bellissimo prima ancora di andarci. Pur non avendo partecipato alle edizioni successive, non me la sentirei di mettere in discussione il ricordo e, anzi, medito di tornare a quella prevista per quest’anno – negli altri anni ero alle prese con certi affari da sistemare, adesso ce la posso fare. L’edizione di quell’estate durò tre o quattro giorni, vennero Virzì e Capossela e un paio di professori universitari (Francesco Durante e Robert Viscusi) a pareggiare i conti e dare un tocco di convegno accademico. C’erano anche i figli di Fante venuti dagli Stati Uniti – ho una foto di me in posa con Victoria e le sue parole vergate a mano sul frontespizio di Chiedi alla polvere: “I hope you enjoy my fathers works”; allora ci tenevo parecchio a certe cose, sembrerebbe.
Ho letto tutti i libri di Fante nell’estate del 2006, che ho buone ragioni per considerare l’ultima della mia gioventù. Credo di non averli più riletti per il timore di trovarli cambiati, meno vigorosi e sanguigni, come un ricordo sbiadito. Ma un’estate o l’altra, di quelle che verranno, mi rintanerò da qualche parte con John e un bicchiere di vino.
Abruzzese è anche Claudio Piersanti, uno scrittore di cui ho apprezzato due libri, Luisa e il silenzio e Il ritorno a casa di Enrico Metz, il quale ha chiaramente suggerito il titolo di questa serie di post. Piersanti, se le informazioni che possiedo sono esatte, è nato a Canzano, un paesello di circa duemila cristiani in provincia di Teramo famoso per il tacchino. Arrivando all’ingresso del paese si può leggere sul cartello di benvenuto “città del merletto e del tacchino”. Di merletti non m’intendo, ma il tacchino alla canzanese è una leccornia irrinunciabile per gli abruzzesi e li fa fessi tutti, anche quelli che avvertano il proprio dato anagrafico come una cianfrusaglia ingombrante.
Negli anni dell’università ero fidanzata con un canzanese al quale volevo molto bene e di cui qui si dirà sempre poco e trasversalmente, perché in questo blog perlopiù si sorride, si ride e si ridacchia, e ciò lo rende un blog serio. Lo chiameremo Sampei, per via della sua simpatia di allora per il personaggio del cartone animato giapponese. Fu lui a segnalarmi la lettura del suo conterraneo, come del resto anche di John Fante, al cui suddetto festival andammo insieme. Testardo come dicono siano i migliori abruzzesi, si mise in capo di contattare il signor Piersanti per un’intervista, incoraggiata dall’allora nostro professore di letterature comparate. Non se ne fece mai nulla e non si capì se fu perché Sampei, contattando il signor Piersanti, aveva fatto orgogliosamente leva sulla loro comune origine, un dato che lui aveva considerato come un punto di forza della sua accattivante proposta.

Sarei dovuta rientrare a Roma ieri pomeriggio ma oggi mi trovo ancora al paesello, trattenuta da una febbre recidiva e ridotta al silenzio da una bruciante faringite. Il mio rientro è dunque rimandato di un paio di giorni. Sono stata visitata dal medico di famiglia, che dopo avermi ricordato: “T’ so vist’ cresce”, ha dichiarato che è ormai arrivato il momento del famigerato intervento al mio setto nasale, principale responsabile, dopo la nicotina, delle mie pene respiratorie. Ieri sera ho cenato con Svevo e Maria – Houston se l’è data a gambe già sabato sera, dopo i festeggiamenti del compleanno di Svevo.
Nell’arco della domenica ho assunto una compressa dispersibile di antibiotico Unixime, una bustina effervescente di Fluimucil gusto limone e una fiala di Clenil via aerosol, mi sentivo poco lucida e ho scritto questo post. Ero assillata da una sola domanda: perché mai i pochi abruzzesi che mi stanno simpatici tendono ad andarsene a gambe levate dall’Abruzzo come ho fatto io?
Se qualcuno volesse segnalarmi casi opposti di profondo attaccamento, fornendo le prove, gliene sarei grata.

Visite familiari e trapani a percussione

L’ultima visita del parentado risaliva più o meno un mese e mezzo fa.
Io torno abbastanza raramente al mio paesello natale, grosso modo tre o quattro volte all’anno, di cui una prende una parte della mia pausa natalizia e un’altra una parte della mia pausa estiva, per un totale di circa una quindicina o al massimo una ventina di giorni, distribuiti sui trecentosessantacinque con una perizia maturata negli anni. Normalmente vengono più spesso i miei genitori a trovarmi a Roma, forse cinque o sei volte all’anno. In questo modo arriviamo complessivamente alla nostra decina di incontri annuali, mantenendo a un livello accettabile la frequenza di interazioni previste tra consanguinei, perlomeno di quelle in presenza. Quelle telefoniche, volte principalmente a scambi di informazioni su condizioni atmosferiche e stati di salute, recuperano una generale impressione di regolarità di contatti.
Loro, però, vengono solo se c’è qualche lavoro da fare in casa mia, e possibilmente estenuante: ripitturare le pareti, montare mobili, picconare muri, trapanare superfici. Dicono che li rilassa e li diverte. Partire dalla costa abruzzese e farsi un paio di ore di macchina solo per venire a pranzo la domenica e fermarsi un pomeriggio a conversare deve evidentemente sembrar loro un’insensatezza, e in effetti su questo ci troviamo spesso d’accordo.
Ogni volta che li vedo, finisco sempre col pensare a Svevo e Maria di “Aspetta primavera, Bandini”, uno dei romanzi di John Fante che hanno energicamente portato in spalla la mia prima gioventù. Fatta eccezione per la professione svolta e per l’attaccamento al vino, mio padre in particolare incarna perfettamente il personaggio, peraltro sanguigno abruzzese come lui.

L’ultima volta che io e i Bandini ci siamo visti, dicevo, sono arrivati armati dell’ostinata dedizione che solo un padre e una madre, e un padre e una madre entrambi abruzzesi, possono vantare quando si tratta di aiutare una figlia a completare un trasloco. Alla fine della mia ennesima migrazione da un quartiere a un comune di Roma, iniziata prima di Natale e compiuta grosso modo a metà gennaio, restavano infatti da praticare due fori nel muro per fissare la staffa dello scolapiatti in cucina.
Svevo è entrato spavaldo nella mia cucina alle 9.30 di un sabato d’inverno, impugnando fieramente il proprio fedele trapano a percussione, schioccando la lingua e assicurandomi che avremmo fatto in un attimo. Alle 10 aveva trapanato i tubi dell’acqua dietro la parete del lavello e la cucina era inondata di acqua romana e bestemmie abruzzesi. Alle 12, in attesa dell’idraulico che non era potuto correre subito in nostro soccorso, aveva perforato la protezione di un cavo elettrico dietro una parete del mio studio, con l’intenzione di aiutarmi a montare l’asta della tenda. L’idraulico, quando è arrivato strappandogli il trapano dalle mani, ha dovuto chiaramente sfondare un pezzo di muro in cucina, ridipinto di fresco una settimana prima, per riparare il tubo flagellato.
L’ampio buco nella parete non è stato mai ricoperto, per varie ragioni. La più lucida addotta da Svevo è stata: “Non sai mai”.
Attualmente sopra lo scolapiatti è appeso un grazioso quadretto Ikea, con la consueta trilogia fotografica di frutta, che assolve evidentemente alla sua preliminare funzione ornamentale se la gente, entrando, cinguetta: “Che carine quelle foto!”. Ma se si presta attenzione allo spazio tra il quadretto e lo scolapiatti sottostante si noterà una curiosa sezione bianca, di una tonalità più marcata di quella del resto delle pareti, e due sottili rilievi verticali simili a un bordo. Distinguo i miei visitatori tra osservatori di alto profilo e osservatori di basso profilo in base all’abilità nell’individuare in quella sezione i bordi di un comune foglio di carta bianca in formato A4. Me ne accorgo dal movimento degli occhi che, dal grazioso quadretto, si spostano lentamente verso il basso e improvvisamente si arrestano, indugiando sull’insolito biancore. Una volta rilevata la presenza del foglio, indipendentemente dal proprio profilo si può facilmente immaginare che non sia stato collocato sopra lo scolapiatti, a oltre due metri da terra, per annotare la lista della spesa.

Domenica scorsa i miei sono tornati, a pranzo. Il saggio Svevo, ammonito al telefono nei giorni precedenti sulla condotta da osservare, è venuto opportunamente sprovvisto di trapani, chiodi, cacciaviti e seghe elettriche. La sua attenzione è stata catalizzata quasi tutto il giorno dal mio personale armadietto degli attrezzi, allestito dopo la sua ultima visita. Seduto per terra davanti a tali giocattoli sparpagliati sul pavimento, Svevo è caduto in uno stato di rapimento estatico quando ha avvistato il trapano Black & Decker da me recentemente acquistato, senza riuscire a nascondere al contempo una punta di invidia per il modello, migliore del suo. Promesso di non usarlo contro muri e cavi elettrici, si è limitato a metterlo in funzione per fare piccoli fori ad innocue ante di legno, emettendo di tanto in tanto gridolini di gioia. La premurosa Maria non ha invece rinunciato a un chilo di carne di Nazario, il loro macellaio di fronte casa, a un chilo e mezzo di pane fresco proveniente dal forno due metri più in là, a una generosa scorta di melanzane e peperoni arrosto di mia nonna, ad una teglia di timballo precedentemente preparato e congelato per l’occasione, e ad un paio di cassette di frutta. Perché qui a Roma non sai mai cosa mangi.