Siccità

Ci sono tante cose perlopiù inutili e moleste che uno pensa il quattro di luglio quando, dopo aver passato qualche mese senza quasi lavorare, si prepara a ricominciare in una stagione dell’anno in cui, di solito, molte persone vanno in vacanza (nel senso, hanno un certo numero di giorni di ferie da passare secondo le possibilità: a casa o sotto casa). Se il lavoro, poi, è quello dell’insegnamento, queste cose che uno pensa il quattro di luglio si fanno più ingarbugliate. La prima è: ma se tentassi di aprire un ristorante sul mare, al paesello mio, non lavorerei più o meno uguale, nella stessa stagione, con la stessa frenesia, ma con la differenza che ogni tanto riuscirei a infilarci una nuotata e che la sera, magari, mi avanzerebbe un’orata o un merluzzo da cucinare?

La domanda si ripropone come un peperone ripieno dopo cena, puntuale ogni anno, nel consueto tempo di passaggio da un periodo di disoccupazione (solitamente, nei primi mesi dell’anno) a un altro di occupazione intensa (cinque ore, sette ore di lezione tutti i giorni, e quelle ore di studio e di preparazione, poi, di cui chi non insegna non sa e, soprattutto, non vuole sapere).
La domanda successiva, il più delle volte, è: mi ricorderò come si fa? Perché insegnare è pure una questione di allenamento: allenamento alla relazione, e ai suoi imprevisti, allenamento al darsi, allenamento alla comprensione, allenamento a una pazienza sorvegliata, allenamento a una tenuta di voce – voce di muscoli che vibrano dentro al collo, voce di pensiero che cerca soluzioni praticabili, che crea, organizza, suggerisce. Oh, poi, è anche allenamento a una tenuta di sfinteri fino ai dieci minuti di pausa, ma quello è meno faticoso.

Dopo, dopo la prima e la seconda domanda, la terza è quella che sempre ammala la giornata: mi piacerà ancora? Perché, a fare un lavoro che per una metà dell’anno non ti vuole e per l’altra metà ti vuole, succede pure che uno si scocci un poco, perché si sente instabile (“precario”, volevo dire. Ma proprio nel senso di: segnato dalla provvisorietà, da uno stato in cui l’unica costanza è quella della minaccia di catastrofe). Simili sono gli amori di quegli amanti che si lasciano e si riprendono, e quando si riprendono si divorano e quando si lasciano si dimenticano. Così, la passione. Per questa ragione sarebbe meglio, sarebbe conveniente dico, fare un lavoro per il quale non si nutre alcuna passione: un lavoro dovrebbe, forse, essere solo un lavoro. Siano altrove, nella vita, le passioni; stiano dove devono stare, dove non ci sta il pane che ti serve.
Gli studenti, i miei studenti, sono allora come figli di una relazione disgraziata: stanno in mezzo, ora li vedo, ora non li vedo. Possono capitare, quindi, certe giornate storte, che si riconoscono subito, quando la mattina ti alzi e senti con chiarezza rarissima che sei una puttana a ore che lavora per committenze esigenti, istituzioni che quando ti vogliono ti vogliono puttana esperta e che poi, quando non ti vogliono, ti versano sul conto qualche migliaio di euro per il servizio prestato, e arrivederci. Quando entri in classe con questo sentimento, i figli di questa relazione disgraziata mica lo sanno. Loro che c’entrano? (quarta domanda). Niente c’entrano. Infatti ti si presentano lì, timidi, con la faccia slavata a chiazze rosse – i miei sono più spesso tedeschi, – e gli ultimi residui dell’adolescenza addosso – vent’anni hanno, venticinque al massimo, – fiduciosi, e con un mazzo di richieste: richieste di ascolto, soprattutto, richieste di aiuto, e di partecipazione. Le domande di grammatica, in mezzo a questo flusso, sono quisquilie, bagattelle. E tu gli vai incontro, alle domande di grammatica, sì, ma di più a tutte le richieste inespresse con la lingua, espresse con lo sguardo. Certi momenti vorresti dire: arrangiatevi da voi. Perché segretamente pensi: quel che io posso mettere a disposizione è inservibile. Un medico serve, un muratore serve, un contadino, una levatrice; forse un avvocato, forse un prete – dipende da quale legge uno segue, quando tiene problemi. Un insegnante a che serve? Un insegnante di lingua straniera, poi, a che serve? (quinta domanda). Una lingua si impara. A parlare abbiamo imparato tutti quando ci davano il latte: ascoltavamo, ripetevamo, andavamo per tentativi, dopo capivamo che quando volevamo bere dovevamo dire “acqua” e che quando ci eravamo persi dovevamo dire “mamma”; a leggere e a scrivere abbiamo imparato a scuola, sì, ma pure a casa potevamo imparare. Basta.
Però tutto questo lo pensi e stai zitta, anzi sorridi, e fai lo stesso il tuo lavoro, così come te lo sei scelto. Dai il culo. Perché il culo lo devi dare, se fai un lavoro che è tutto accoglienza e comunicazione.

Dopo torna il tempo della relazione disgraziata, quando i due amanti – tu, la committenza – si lasciano perché uno dei due non fa più comodo all’altro. Qualche migliaio di euro freschi sul conto, culo che brucia. Poi l’inedia, e la domanda finale: se attraversando la strada in una giornata qualunque, magari una giornata in cui vado rimuginando a testa bassa sulla faccenda, non mi accorgessi del camion di surgelati che mi sta venendo addosso sulla Tiburtina, e me ne finissi lì sotto, masticata a trentadue anni dalle ruote di un camion di surgelati sulla Tiburtina, sarebbero tanti soldi di danno?

***

[Altri post, stessa musica: Felicitonia  (12/06/2013); Essere giovani, qui da noi in Italia (05/02/2013); Modelli di interazione professionale tra glottopipponici (01/10/2012); Considerazioni sul pane tostato (07/04/2012); La chiamata (02/03/2012)]

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Felicitonia

– Prof, come butta?
– Wow, ottima domanda informale!
– Vaitra 🙂
– Che significa “Vaitra”?
– “Stai tranquilla”?
– Ah! “Stai tranqui”! Non ho mai sentito dire “vaitra”.
– Il discepolo supera l’insegnante!
– Vero. Hai visto? Allora ho vinto la sfida.
– Adesso vado a dormire, domani ho un altro esame e sto in SCLERO.
– In bocca al lupo!
– Crepi, grazie! Buonanotte 🙂

È mezzanotte passata quando finisco di chattare con Ante, l’ex studente croato che ho accompagnato per lungo tempo fino all’esame di certificazione internazionale di italiano come lingua straniera. «Questo B2 non era così difficile», mi ha scritto subito dopo averlo fatto, pochi giorni fa. B2 significa che sai dire in una lingua straniera i tuoi pensieri, quando sei d’accordo e quando no con le opinioni degli altri e perché, quando vuoi litigare e quando vuoi fare il tenero, quando ti va di discutere della Lettera a un religioso di Simone Weil e quando vuoi dire che l’ultimo film di Sorrentino secondo te è “meraviglioso” (e anche: “Mi sembra che la scena con la ragazza al mare, quando lei è nuda e Jep è giovane, sia quella più importante e anche, come tu hai detto, forse ha una relazione con il titolo. Ma questa grande bellezza non può essere spiegata. Mi ha toccato molto, ma non so dire ancora esattamente perché… ma non per il mio italiano, non saprei dire questo neanche in croato!”. Recensori italiani de La grande bellezza: prendetene nota).

Ho nell’archivio della chat settecentoventidue conversazioni con Ante: racconti di quotidianità, confessioni disperate, richieste di consigli su cosa regalare alla fidanzata che aspetta il suo ritorno in Croazia, argomentazioni serrate sulla canzone d’autore italiana, i dubbi cavillosi di sempre su certe misteriosissime regole grammaticali che danno il tormento a chi cerca uno stratagemma per governarle (“Perché si dice ‘vado al mare’ e ‘vado in montagna’? Non è sempre andare verso un luogo?”). Da sole, queste settecentoventidue conversazioni basterebbero a costruire la storia di una conquista, ma ce ne sono altre centinaia con altri studenti che adesso sono ex studenti, e poi le e-mail e i bigliettini scritti a mano che accompagnavano piccoli regali che ho ricevuto alla fine dei corsi di italiano – un portasigarette, una teiera con la candela sotto (“Così il tuo tè è sempre caldo come deve essere un buono tè”), The Woman in White di Wilkie Collins, un libro di ricette inglesi (“Perché anche la cucina inglese ha la sua tradizione, non è solo fish and chips!”), un accendino d’argento che poi, accidenti a me, ho perso.
Ci sono anche, a tenere vivo l’amore, le registrazioni delle loro voci fatte in classe, durante i corsi, gli esercizi di scrittura provocati e incoraggiati dopo la lettura di quel passo tanto bello de Le città invisibili, dove Calvino descrive Eutropia, e l’immaginazione in seguito stimolata a descrivere la propria città ideale, fogli di carta conservati nel tempo come manoscritti preziosissimi:

Felicitonia vogliamo battezzare la città, la quale ha una pretesa per la sua esistenza, cioè che non esiste. Felicitonia non è neanche una città ideale, perché se tentasse di esserlo dovrebbe necessariamente fallire. Ognuno degli abitanti avrebbe un altro desiderio per la sua citta ideale e la sua vita ideale e non ci si potrebbe trovare mai un consenso tra di loro. Quindi Felicitonia rimane una città meramente ipotetica. Se è infine buona o cattiva, desiderevole o spiacevole, questo giudizio viene rimandato agli ascoltatori di questo testo. Solo una cosa oso dire: mi pare che gli abitanti siano felici.
(Nikolaus)

Ma tutta questa testualità in divenire, di cui un insegnante ha il privilegio di essere testimone, non è sempre stata competente, né almeno comprensibile: all’inizio era poco più di una timida lallazione, con la faccia rossa di vergogna. Così, quando poi il nostro tempo insieme finisce, quando loro proseguono da soli nelle loro conquiste, quando tornano a casa, nei loro Paesi vicini e lontani, si ha l’impressione – un’impressione che inorgoglisce, simile a un sentimento di compiacimento nel quale non si può fare a meno di cullarsi per qualche momento, – di aver contribuito all’acquisizione di una nuova italianità che se ne va in giro per il mondo, capillare, sovversiva, liberata. Questa sì, è una gioia vera, la sola possibile per noi insegnanti di “italiano per stranieri”, che non si sa bene se sia davvero quel che si dice “un mestiere”, una professionalità specifica e riconoscibile, o pure soltanto un lavoro (ci basterebbe, credo). Anche perché, il più delle volte, non ci mangiamo. E un lavoro cos’è, se non un’attività che ti fa mangiare, prima di tutto?

Allora, mi chiedo, vale la pena vivere così, in uno stato di miserabilità – perché tale è lo stato di chi in Italia fa questo lavoro che non si sa se sia un lavoro: miserabile, – per godere di gioie vere che non fanno mangiare?

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[Post correlati: Lettere dalla corsia n. 6; Per opportuna conoscenza e auspicabile divulgazione]

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Avvertenza: si astengano i lettori dallo scrivere nei commenti eventuali consigli non richiesti su come tirare avanti.

Lettere dalla corsia n. 6

Da: andr@vipmail.hu
Inviato: mercoledì 14 novembre 2012  21:57:39
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
Il mio test d’italiano è finito e sono contento perché tutto è andato bene. Nella parte sul computer c’erano esercizi molto semplici e alla maggior parte non c’erano grandi difficoltà. In alcuni casi ero in dubbio perché c’erano espressioni italiane che non ho mai sentito. Ma penso che queste non appartengano al livello B1. Ho avuto un po’ di paura della parte orale, ma questa non era così difficile, perché ho potuto parlare facilmente e anche l’esaminatrice era molto spontanea. La parte orale mi sembrava più facile della parte sul computer.
Vorrei ringraziarti tutto che tu hai fatto per insegnarmi la lingua italiana. Ti sono grato per tutte le lezioni, per le canzoni bellissime (sono sempre felice quando le ascolto), per tutto il tempo che abbiamo passato insieme. Per tutto ciò io posso dire un grande GRAZIE.
Con affetto,
A.

***

Da: phil@gmx.de
Inviato: venerdì 16 novembre 2012  19:04:39
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
la lotta è finita e tutto è andato bene. Ambedue, la parte scritta e orale, non erano troppo difficili. Non lo dico molto spesso, ma oggi sono veramente contento…
Di nuovo grazie per il tuo impegno, la tua indulgenza e la tua pazienza che tutti insieme sembrano essere illimitati.
Non so, quando ci incontreremo di nuovo, ma fino ad allora ti auguro ogni bene!
Tanti cari saluti e un buon weekend!
P.

***

Da: mat@gmx.de
Inviato: sabato 17 novembre 2012  15:24:34
A: morellerouge@yahoo.it

Cara Morelle,
Qualche giorno dopo l’esame voglio ringraziarti un altra volta.
Anche se non sono veramente contenta con il parte orale (perchè nella mia nervosità ho evitato di usare verbi nei tempi differenti) spero di avere superato.
Lavorare con te e partecipare al tuo entusiasmo per la lingua è stato un piacere per me!
Spero di rivederti presto e ti auguro una buona domenica!
M.

***

Cari studenti che mi avete scritto e ai quali ho già risposto privatamente, uno per uno,
Cari studenti che mi scriverete e ai quali risponderò privatamente, uno per uno,
Cari studenti che mi scrivete ancora dopo tanto tempo, dalla Germania, dalla Cina, dalla Danimarca, dagli Stati Uniti, da dove state tutti,

oggi non vi scrive la vostra insegnante di italiano.
Non vi scrive nemmeno l’autrice del blog Tornasole, che non conoscete.
Oggi vi scrive una persona un po’ stanca che, sul treno, mentre va all’università a fare lezione con nuovi studenti, legge annunci di lavoro come commessa, baby-sitter, centralinista, operatrice di call center e donna delle pulizie.
Volevo dirvi alcune cose (“ma perché tu dici ‘volevo’? Adesso non vuoi più?”… Sì, lo voglio ancora, ma spesso diciamo “volevo” per dire “vorrei”, perché la lingua è viva e la lingua usa così, però adesso è venuto il dubbio anche a me su questo fatto).
Volevo dirvi che, quando ho ricevuto l’e-mail di A., stavo in macchina sulla Tiburtina. Tornavo dalla mia lezione serale di tango alla quale Le Sanglier mi aveva trascinato, dopo avermi sollevato di peso dal letto dove mi andava di restare a dormire e dopo avermi imposto di darmi una ripulita. Non avevo voglia, infatti, di andare alla lezione serale di tango e non avevo voglia nemmeno di correggere una ventina di testi dei miei studenti di questo periodo (li avrei corretti in stato di angoscia la mattina dopo, un’ora prima di entrare in aula). Non avevo voglia perché, certe volte, uno non ha più voglia di fare le cose. Comunque, ero andata alla lezione di tango. E stavo in macchina sulla Tiburtina, quando ho letto l’e-mail di A. sul cellulare. Allora m’è venuto un po’ da piangere. Non saprei spiegarvi bene il motivo, però credo che c’entri qualcosa il fatto che in questi mesi sto pensando di cambiare lavoro.
Oh, non è perché non mi piacete più.

È che la settimana scorsa, o forse due settimane fa, o due mesi fa, non mi ricordo più, è successo un fatto assai strano. Avevo sette ore di lezione in due posti diversi e al mattino, quando sono andata a comprare il biglietto del treno Bagni di Tivoli -Roma Tiburtina, che costa due euro e dieci, mi sono accorta che avevo un euro e venti in tasca. Sì, perché questo mese l’abbonamento ai mezzi non l’ho fatto e perché le università ci pagano alla fine dei corsi, o qualche mese dopo la fine (però, quando arrivano i bonifici da due tre quattro università tutti insieme, vado a cena fuori e mi compro un sacco di roba, perché quando ce li ho, i soldi, li butto via in preda a un’incontenibile ebbrezza, ché tanto il futuro era ieri. Quindi vado pure a lezione di tango, voglio morire da tanguera, perdio!). Insomma, non so com’è successo, ma stavo lì, per strada, e avevo il treno alle 8.04 ed erano le 7.45 e non avevo soldi per andare a lavorare. Allora sono corsa a casa e ho svuotato tutte le tasche di tutti i pantaloni, i miei e quelli del mio compagno, le borse, i cassetti, e ho messo insieme sette euro di monete. Così ho potuto prendere il treno per andare a lavoro, e anche quello per tornare a casa la sera.
Poi c’è stata una frattura. Uno specchio che si rompe all’improvviso, un quadro che cade dopo tanti anni, una corda che si spezza. Una cosa che fa crac, o crash, o bang, o bum.
E ho comprato due giornali per annunci di lavoro.
Non lo so come si sta alla cassa di un negozio, però – ho pensato – forse lo posso imparare. Forse lo posso fare part time, quando non sto in aula. O lo posso pure fare sempre.

Sapete, c’è un momento molto preciso del nostro tempo insieme in classe in cui avviene un prodigio. Dal giorno in cui iniziate ad articolare i vostri primi suoni in italiano, e poi le vostre parole insicure, con la faccia chiazzata di imbarazzo e la voce rotta, io vi amo. M’innamoro sempre, delle parole vostre. In esse sta la richiesta di diritto alla cittadinanza dentro la mia lingua, terra sconosciuta. M’innamoro, anche, quando vi invito a fare ipotesi sul significato del titolo di un fatto di cronaca riportato sul giornale: “Ragazza trovata morta in riva al lago. È giallo”, e qualcuno di voi si gratta la testa un po’ perplesso e dice “Forse ‘è giallo’ signifìca chi la faccia di la ragaza morta ha diventata gialla?” e qualcun altro ribatte “Me sembra un titolo un po’ morboso por un giornale”, e ci stiamo su un quarto d’ora buono, a capire perché in Italia il delitto è giallo, la cronaca è nera, oppure rosa.
Qualche volta vi odio anche, eh. Il mal di cuore mi fate venire voi, e quando esco dalla classe mi fumo una sigaretta a stomaco vuoto e bestemmio i santi.

Quest’amore nostro è una spiacevole trappola. Ho tre capelli incanutiti e il cuore gonfio e però, sapete, nel nostro Paese a noi di trenta e quarant’anni ci chiamano “giovani” ed è vietato lamentarci se non riusciamo a campare con un lavoro che ci piace, ci dicono che siamo schizzinosi, che dovremmo essere pratici, o accontentarci di quello che capita.
Ecco perché, quando ho letto l’e-mail di A. mentre stavo in macchina sulla Tiburtina, e poi quando ho letto quella di P. e quella di M., ma pure quando ho letto quella di K., di I., di G., di Z., di J., ho pianto come una bambina confusa. Perché voi non potete, non potete venire a distrarmi in questo modo, adesso che io ho bisogno di concentrazione per mollare. Voi non potete lasciarmi con il sospetto insopportabile che io sappia fare quello che non voglio più fare. Voi mi dovete scrivere: “Cara Morelle, Professoressa Morelle, dottoressa Morelle Rouge, adesso che non devo più vedere la tua sorridente faccia di cazzo posso finalmente dirti che le tue lezioni mi hanno fatto cacare, che i tuoi corsi sono una palla al culo, e che se prima l’Italia e gli italiani mi facevano schifo, adesso di più”. Così mi dovete scrivere, e io mi tranquillizzo, mi rassicuro che voi avete imparato un po’ di italiano utile e che quest’amore che io ho per voi mi fa morire. Così, così solo avrei meno paura di fare la cosa sbagliata, meno nostalgia dei giorni passati ad amarvi e a maledirvi.

Ecco, questo volevo dirvi. Se non avete capito tutto, non è un problema, ormai lo sapete che non è importante capire tutte le parole, ma solo il senso generale. Adesso leggete un’altra volta e cercate nel testo i verbi al passato prossimo e all’imperfetto. Qual è la differenza d’uso? Fate un’ipotesi. Voi continuate, continuate.

Morelle

Modelli di interazione professionale tra glottopipponici. Fase Due

Università di Romaccazzo, ore 9.00.
Test d’ingresso degli studenti Erasmus.
I docenti di italiano L2, a seguito della tempestiva comunicazione ricevuta via e-mail dalla Segreteria amministrativa pochi minuti prima, si trovano riuniti al piano terra della Facoltà visibilmente frastornati, qualcuno in pigiama, qualcuno in mutande.
Ricevono disposizioni dal Coordinamento Didattico per avviare l’operazione.

– Umili servitori della Glottopipponica, è vostro compito preliminare verificare attentamente che i duecentocinquanta studenti qui presenti oggi siano muniti della documentazione necessaria all’ammissione in aula.
– Sissignore. E come dobbiamo verificarlo?
– Non fate domande idiote. Prendete quei due tavoli là e spostateli qua davanti alle porte dell’aula per impedire l’accesso incontrollato. Poi formate due file e chiedete a ognuno nome, cognome, documento di riconoscimento in corso di validità e, soprattutto, e-mail di conferma.
– Signore, che cos’è l’e-mail di conferma?
– Non fate domande idiote. Non avete esperienza di segreteria?
– Nossignore. La procedura concorsuale da Voi bandita ci ha ritenuti idonei all’esperienza di insegnamento dell’italiano L2 in ambito universitario.
– Questo significa allora che sapete anche essere flessibili. Dunque flettetevi. L’e-mail di conferma è l’e-mail dove c’è scritto che la registrazione al test d’ingresso è confermata. Se lo studente non è in possesso della suddetta e-mail, non può essere ammesso in aula a sostenere il test. Avete con voi fogli di carta?
– Nossignore. A cosa ci servono i fogli di carta, Signore?
– Non fate domande idiote. Vi servono ad annotare tutte le motivazioni per cui lo studente non è in possesso dell’e-mail di conferma. Caso Uno: ce l’ha, ma non l’ha stampata. Caso Due: ce l’aveva, l’aveva stampata ma poi l’ha persa venendo qui. Caso Due Bis: ce l’aveva, l’aveva stampata ma poi ci si è confezionato una canna per festeggiare il suo arrivo in Italia. Caso Tre: ce l’ha, ma è un’e-mail di conferma per il test d’ingresso di settembre che lo studente non si è presentato a sostenere perché non ancora arrivato in Italia. Caso Quattro: non ce l’ha perché non l’ha ricevuta. In caso di Caso Quattro, vanno annotate le ragioni per cui lo studente non ha ricevuto l’e-mail di conferma. Caso Quattro A: non l’ha ricevuta perché non si è mai registrato per sostenere il test d’ingresso. Caso Quattro B: non l’ha ricevuta perché noi ci siamo dimenticati di mandargliela. Caso Quattro C: non l’ha ricevuta perché non è uno studente Erasmus iscritto alla Nostra Illustre Università.
-‘Sti Casi, Signore! Dobbiamo annotare tutto questo?
– Non fate domande idiote. Dovete annotare tutto questo rapidamente e con grafia chiara. Avete con voi carta sufficiente?
– Nossignore. Come abbiamo detto, siamo sprovvisti di fogli di carta. Pensavamo che ci fossero dei computer e delle persone responsabili di questa procedura.
– Voi non dovete pensare. Voi dovete essere flessibili. Dunque flettetevi. Eccovi due fogli di carta gentilmente prestati dalla Nostra Illustre Università. Cominciate. E ricorrete all’inglese per capirvi, ché quasi tutti gli studenti qui presenti oggi si sono precedentemente dichiarati principianti assoluti.
– Sissignore. Signore, non tutti gli studenti sono disponibili a comunicare con noi in inglese.
– Parlategli nelle loro lingue.
– Sissignore. Signore, nessuno di noi docenti parla sei lingue straniere.
– Alternatevi secondo le vostre competenze linguistiche.
– Sissignore. Signore, è difficile alternarci perché alcuni di noi sono ai tavoli per i controlli, altri a bloccare l’accesso forzato alle porte dell’aula I, altri ancora sono andati a cercare sedie in tutta la Facoltà perché l’aula I non è sufficiente ad accogliere i duecentocinquanta studenti previsti.
– Usate i gesti.
– Sissignore. Signore, non tutti gli studenti conoscono i gesti degli italiani.
– Usate il gesto internazionale.

– Signore, la duecentoventiquattresima studentessa è in lacrime perché…
– Non avete con voi fazzoletti di carta?
– Nossignore, ne siamo mortificati. La ragazza sostiene di avere la sua e-mail di conferma nella borsa dell’amica, centoquindicesima studentessa già ammessa in aula. Cosa dobbiamo fare?
– Non fate domande idiote. Fatevi mostrare l’e-mail sul suo smartphone.
– Signore, la ragazza non ha uno smartphone.
– Ditele di andare subito a comprarselo. E che faccia presto, ché siamo già in ritardo.
– Signore, la ragazza dice che non può andare a comprare uno smartphone.
– Rispondete col gesto internazionale.

***

Università di Romaccazzo, aula I, ore 16.00.
I duecentocinquanta studenti Erasmus hanno consegnato il test. I docenti hanno corretto e valutato i test, fatto una riunione e indicato le loro disponibilità di fascia oraria per stabilire il calendario dei ventiquattro corsi di italiano Erasmus che inizieranno la settimana successiva.
La dott.ssa Morelle Rouge si dichiara disponibile a svolgere il suo incarico di insegnamento tutte le mattine dal lunedì al venerdì, dalle ore 10.00 alle ore 13.00, ripetendo in diverse occasioni che non sarà invece disponibile al pomeriggio, in quanto impegnata con altri corsi in un’altra sede.

***

In una casa, ore 23.24.
La dott.ssa Morelle Rouge riceve sul suo cellulare il seguente sms:
“Ciao, al momento non ho aule per amdare incontro a tua fascia oraria. Mi puoi forse dare altre disponibilita’? Grazie e a presto. La Segreteria”.

Modelli di interazione professionale tra glottopipponici

Da: Segreteria amministrativa di Facoltà UniRomaccazzo (segreteria.uniromaccazzo.it)
Inviato: venerdì 28 settembre 2012 13:01:00
A: Morelle Rouge (morellerouge@yahoo.it)
Oggetto: Umili servitori, assumete la posizione!

Con la presente si convocano i primi 15 docenti della graduatoria relativa all’espletamento dei corsi di italiano L2 per i prossimi test degli studenti Erasmus che si svolgeranno tra pochi minuti in aula I della Facoltà. Come nelle tornate precedenti, l’assegnazione dei corsi è subordinata alla presenza/assistenza al test d’ingresso e alla correzione degli elaborati dopo la riunione che si terrà a fine test, indispensabile per l’affidamento dei corsi.
Si chiede cortese risposta entro i prossimi sessanta secondi, da inviare all’ufficio della Segreteria amministrativa di Facoltà, indicando la disponibilità all’assistenza ai test e allo svolgimento dei corsi per principianti o intermedi/avanzati o a entrambi.
In attesa di sollecito riscontro, in assenza del quale verrà messa a verbale la rinuncia all’incarico da parte del docente, si porgono cordiali saluti.

La Segreteria Amministrativa di Facoltà

***

Da: Morelle Rouge (morellerouge@yahoo.it)
Inviato: venerdì 28 settembre 2012 13:01:57
A: Segreteria amministrativa di Facoltà UniRomaccazzo (segreteria.uniromaccazzo.it)
Oggetto: RE: Egregi, posizione a 90 gradi assunta

Gent.mi,

in sollecita risposta alla Vostra e-mail, confermo la mia disponibilità a presentarmi in pigiama e con una fetta di pane tostato in bocca alla correzione dei test d’ingresso, giustamente determinante per l’affidamento dei prossimi corsi Erasmus ai docenti che vivono accampati nel pianerottolo dell’università aspettando null’altro che la Vostra tempestiva chiamata.

A dire il vero, ho da poco terminato un corso superintensivo, durante il quale ho tenuto sei ore di lezione al giorno dal lunedì al venerdì, quattro al mattino per il livello principiante e due al pomeriggio per il livello intermedio. Ma questo dato non è così rilevante quanto, invece, il fatto che ho già confermato la mia disponibilità per le ore di tutorato previsto per gli studenti che hanno frequentato il suddetto corso. Di conseguenza, è possibile che io mi presenti a svolgere l’incarico in oggetto in visibile stato confusionale. A ciò si aggiunge un inconveniente di natura privata, dunque di poco conto e per il quale, anzi, mi scuso; avendo avuto, infatti, la sciocca presunzione di ritenermi libera da impegni di lavoro imminenti, avevo programmato di sottopormi, a breve, a un rapido intervento chirurgico al setto nasale. Di conseguenza, è certo che mi presenterò a svolgere l’incarico in oggetto con il naso sfasciato, gli zigomi tumefatti, le vene imbottite di morfina e, presumibilmente, una voce poco didattica.

Se simili spiacevolissime eventualità non recano danno all’eccellenza della Vostra organizzazione didattica, sono lieta di rinnovare anche quest’anno la mia completa dedizione di umile servitrice della Glottopipponica.

Poiché ho digitato duecentosettantatré parole in cinquantasette secondi dal ricevimento della Vostra tempestiva e-mail, mi permetto di chiedere la Vostra disponibilità a concedermi un ritardo di tre secondi sull’ora d’inizio del test d’ingresso in aula I.

Cordiali e sempre umilissimi saluti,

Morelle Rouge

Per opportuna conoscenza e auspicabile divulgazione

Questo post è un intermezzo stonato. Sta qui in mezzo agli altri più riconoscibilmente morelliani per temi e per toni. Però ci sta bene lo stesso. Ci sta come un servigio che rendo, dedicando una porzione di questo blog, a me e a tanti colleghi di lavoro, quelli cari e, via, pure quelli meno cari, che sono molti di più.

Oggi mi va di dire due parole – si dice così, in genere, per riferirsi alla natura disimpegnata della divagazione, più che alla sua effettiva brevità – su cosa significa esattamente essere un docente di italiano come lingua straniera che collabora con i Centri Linguistici d’Ateneo, in Italia.
Costui è solitamente indicato nelle sedi opportune con la seguente dicitura: “esperto di italiano L2”.
Tu, italofono, comprensibilmente dirai forse: “Esperto?! Mah… L2 non lo so che significa, ma esperti di italiano lo siamo tutti: lo parliamo da quando siamo nati! Che ci vuole?”.
Se hai un po’ di pazienza, te lo dico tra un attimo, quello che ci vuole.
Oppure tu, italiano che nella vita fai o vorresti fare un altro lavoro, comprensibilmente dirai forse: “Ah, magari sarà complicato, però poi lavori dentro un’università, quindi che vuoi, scusa?”.
E io, forse meno comprensibilmente, ti risponderò che voglio un contratto di durata superiore a un mese e mezzo o due, che è la durata generalmente prevista di un contratto di collaborazione – non rinnovabile, perché a un contratto di collaborazione con una università pubblica in Italia si accede a seguito di un concorso e al concorso si accede a seguito dell’emanazione di un bando e il bando viene emanato se si rende necessario emanarlo e si rende necessario emanarlo se il personale interno dell’università non è sufficiente o non è autorizzato a coprire le esigenze contingenti – con i Centri Linguistici d’Ateneo, in Italia.
Siccome è possibile che io, con la mia sintassi fastidiosa, ti abbia distratto, voglio ripeterti l’informazione centrale: un mese e mezzo o due.
A questo punto tu, italofono o italiano, o italofono e italiano, ti figurerai forse tutto un altro tipo di situazione, e comprensibilmente penserai: “Allora, se l’università vi chiama solo per questi contrattini di un mese e mezzo o due, non ci vogliono chissà quali requisiti per fare ‘sto mestiere! Avevo ragione, siamo tutti esperti di italiano, che ci vuole? Una laurea forse, sì, be’? Ormai ce l’abbiamo tutti. Anzi, quasi quasi ci provo pure io, che sono italiano, ho una laurea in economia e so mettere i congiuntivi al posto giusto. Che poi, che lavoro è, insegnare la tua lingua madre a uno straniero? Io l’anno scorso, per arrotondare, quando uscivo dall’ufficio davo anche ripetizioni di italiano al rumeno che mi abita di fronte!” (variante raccolta nelle testimonianze: “… Io l’anno scorso, un po’ per passione e un po’ per necessità, davo ripetizioni di italiano alla filippina che veniva a farmi le pulizie in casa!”). Oppure, se sei un docente, della materia che preferisci, nella scuola statale italiana, dirai forse: “Potrei farlo anch’io, magari nei periodi in cui la scuola non mi fa lavorare. Io poi sono uno di quelli che hanno fatto la vecchia SSIS, per cui sono proprio abilitato all’insegnamento”.

Prenderò un bando di concorso a caso, dal mazzo che ho accumulato negli anni (quello cartaceo, ma, a ben vedere, non solo). Suppongo di non poter dire quale, ma fidati di me: sono tutti uguali e l’importante è che tu ti faccia un’idea, grazie alla quale tu possa eventualmente porti nuove domande, dopo. Ti dirò cosa ci vuole, per arrivare a firmare un contratto di collaborazione, della durata di un mese e mezzo o due, con un Centro Linguistico d’Ateneo, in Italia:

  • Laurea specialistica/magistrale ovvero di vecchio ordinamento in Lettere o in Lingue moderne (o Laurea in Filosofia, purché nel curriculum studiorum ci siano esami di Italianistica, Linguistica e Didattica delle lingue moderne). Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli di studio: fino a 15 punti, determinati dal voto di laurea.
  • Formazione didattica e perfezionamento post-laurea nell’insegnamento dell’italiano come L2 (costituiranno titoli valutabili: Master universitario in Didattica dell’Italiano L2; Dottorato di ricerca pertinente; Diploma di Specializzazione in Didattica dell’Italiano come L2; certificazioni glottodidattiche; eventuale seconda laurea in Lingua e Cultura Italiana, o affine pertinente al profilo richiesto; corsi di formazione e/o aggiornamento in didattica dell’italiano come L2; …). Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli di studio post laurea: fino a 10 punti.
  • Aver svolto attività didattica di italiano come L2 presso università italiane e straniere e/o Istituzioni accreditate in didattica dell’italiano come L2 (indicare esattamente il numero delle ore svolte per ogni singolo corso). Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli di servizio: fino a 20 punti.
  • Eventuali pubblicazioni scientifiche nel settore pertinente. Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli scientifici: fino a 5 punti.
  • Conoscenza documentata di almeno due lingue straniere.
  • Conoscenza dei principali programmi informatici.

Ti dirò ora che i suddetti requisiti, richiesti da una università in Italia per poter aspirare a firmare un contratto di collaborazione della durata di un mese e mezzo o due, corrispondono – e qui si aggiunge comunemente “grosso modo”, ma il fatto è che il modo in questione non è grosso – a quelli normalmente richiesti da una università straniera, poniamo britannica, per poter aspirare a firmare un contratto di collaborazione di durata mai inferiore a un anno o, spesso, un contratto di tre anni o, in certi casi nemmeno troppo rari, un contratto che si riferisce alla sua durata usando il seguente pretenzioso, scandaloso aggettivo:

PERMANENT

Ci si può interrogare sulle ragioni di una professionalità diversamente tarata a seconda che si viva qui o qua, lì o là, su o giù, ma difficilmente se ne verrebbe a capo.
Ci si può interrogare sui salari, ma difficilmente se ne verrebbe a capo.
Ci si può interrogare su cosa, esattamente, deve sapere e saper fare l’esperto di italiano L2, una volta che abbia avuto accesso a un contratto di collaborazione con una università in Italia, ma difficilmente se ne verrebbe a capo (tuttavia, si potrà suggerire che, spesso, tra le mansioni richieste vi è anche la disponibilità a fare fotocopie a proprie spese e a non essere troppo insistenti nella richiesta di rimborso).
Ci si può interrogare su un sacco di cose, ma difficilmente se ne verrebbe a capo (tuttavia, chi fosse interessato a interrogarsi lungamente insieme a me, potrà farlo scrivendomi via e-mail, perché questo non è un forum, è solo un blog, e non è nemmeno un blog specificamente dedicato al tema. I commenti della stessa natura divagatoria, però, saranno naturalmente ben accetti).

Infine, o a metà, o all’inizio, ci si può anche chiedere: “E chi se ne frega?”, e finalmente se ne verrebbe a capo: nessuno, ed è per questo che, quando possiamo, noi esperti di spaghetti e mandolino ce ne andiamo via dall’Italia.

(Segreto)

Ci sono certi risvegli malmostosi, alle volte.
Uno cammina in mezzo alla via il mattino presto, con il giornale in mano, e si ferma. Si ferma e sente affiorare dallo stomaco una domanda che non intuiva neppure di covare, “Per quanto tempo ancora, andrà avanti così?”. Avvolge questa domanda in un panno, come un pane fresco, o come un segreto, e se la mette in tasca.
All’improvviso non vuole sapere della crisi, del salario minimo e del sussidio per i co.co.pro., non vuole sapere di TFA, di allarmi, fervori, chiacchiere, promesse, decisioni, speranze.
Non vuole sapere. Non vuole nemmeno scegliere le parole migliori, per dire perché non vuole sapere, o per dire altro, raccontare di questo o di quello. Non vuole affilare la lama dell’ironia con la quale s’aiuta a falciare le miserie mentre arranca tra le paludi di ogni giorno. Non vuole più neanche pensare di partire per paesi lontani, come andava pensando.
Vuole chiudere il giornale, spegnere la radio, staccare la connessione internet, zittire tutti, zittirsi. Mettere due stracci in una valigia, qualche libro, poco altro.
Ritirarsi in campagna, da qualche parte, dove ci siano spazio e silenzio. Imparare a coltivare la terra. Che vergogna, non saper coltivare la terra. Che idiozia, aver studiato questo o quello, pensare di sapere questo o quest’altro, credere di saper fare quello o quell’altro, e non aver imparato a coltivare la terra.
Bisogna imparare. Piantare un seme, innaffiare, curare, avere una pazienza nuova. Stare a guardare, con le unghie sporche di terra, e non sapere d’altro.
Uno che sappia far nascere il pomodoro che metterà sulla sua tavola, che altro dovrebbe sapere, per sentirsi felice?

 

Con una musica del mio amico Double. Raf Ferrari Quartet, “Segreto”

Primo maggio del precario

Il primo maggio dell’anno scorso stavo lavorando. Me lo ricordo.
In quel periodo tenevo un corso per studenti tedeschi in un istituto privato, tanto privato da essere segretissimo. Un posto per sua natura estraneo alle ragioni del mondo laico e di cui mi è capitato di diventare collaboratrice, perché i posti segretissimi come questo sono pieni di stranieri che hanno certe necessità di imparare a comunicare nella nostra lingua.
Mi svegliai un’ora prima del solito, dunque un paio d’ore prima del necessario, preoccupata all’idea di non arrivare in tempo. Roma, il primo maggio, può essere un posto difficile più che negli altri giorni dell’anno. Soprattutto se alle nove in punto devi presentarti a lavoro. A dire il vero, avevo avuto la possibilità di scegliere: se volevo, m’avevano detto il giorno prima in una trattativa telefonica, potevo anche prendermi un giorno di festa e recuperare la lezione alla fine del corso. Festa, io? Figuriamoci! Se c’è da lavorare, mica mi tiro indietro io! Che poi voi tedeschi ci dite che noi italiani siamo scansafatiche, e io scansafatiche non sono, e manco i miei colleghi che domani staranno lavorando da qualche altra parte. Nossignori, io il primo maggio sono lì a fare le mie quattro ore mattutine del corso intensivo A1. Fatemi trovare la mia lavagna e i pennarelli colorati. Abbondate con quelli rossi. “Perché?”, avevano chiesto subito allarmati. Nulla, domani li faccio giocare alla corrida con la coniugazione dei verbi. Il registratore no, non vi preoccupate, me lo porto da casa come sempre. Tanto non mi pesa, lo metto in borsa.

Stavo lavorando anche il giorno di Ferragosto, l’anno scorso. Ma in tutta comodità da casa, perché il Co.co.pro di quel periodo, invece, mi chiedeva di correggere entro una certa data qualche centinaio di esami scritti e l’università, che al benessere dei suoi dipendenti e collaboratori ci tiene, s’era impegnata a digitalizzare tutti i documenti cartacei e metterli online su una piattaforma, segretissima pure questa, in modo che io e i colleghi potessimo goderci il sole dal balcone di casa. L’amica Sam e l’amico Nosferatu mi chiamarono per concordare ora e luogo di un appuntamento festaiolo. Uno dice: “È giusto: chi non si rilassa un po’ a Ferragosto?”. “Il mentecatto che si è impegnato in un Co.co.pro a correggere entro una certa data qualche centinaio di esami scritti”, dico io. Dopo aver spiegato perché non mi sarei unita a loro, con lei litigai e, almeno per quel giorno e fino a qualche giorno dopo, ci mandammo affanculo, mentre lui mi disse che non avrebbe voluto essere nei miei panni e mi augurò buon lavoro, o qualcosa del genere. Io reagii bocciando una trentina di candidati.

Che vuoi farci. Il prezzo da pagare per la libertà del precario è che, in certi giorni dell’anno in cui molti dei tuoi amici festeggiano qualcosa (sì, io ci ho perlopiù amici impiegati a tempo indeterminato, o impiegati a tempo. Quando voglio sentirmi in compagnia di diversamente impiegati, telefono ai colleghi), tu lavori. Però poi, quando loro lavorano, può succedere anche che tu festeggi. Pure per tre o quattro mesi di fila.

Il primo maggio di quest’anno è più facile. Non faccio lezione, sono a casa. Chissà a Ferragosto, me lo diranno al momento giusto.
Però non so cosa dovrei fare, oggi. Che faccio, mi presento alla Festa dei Lavoratori così, senza invito?

“Ma si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”
(Nanni Moretti, Ecce bombo)

How often is often?

“E non hai pietà tu di me”
(Nanni Moretti in Bianca,
a uno studente durante una lezione di matematica)

“- È giusto, Professò?
– Giusto un cazzo!”
(Silvio Orlando a uno studente durante una lezione di italiano,
in Riccardo Milani, Auguri Professore)

“Vi amo, voi tutti che siete in quest’aula”
(ancora Nanni Moretti, in La messa è finita,
dove però al posto di “aula” si dice “bar”,
che secondo me fa lo stesso)

Cercando di mettere ordine tra le mie scartoffie di lavoro, ho rinvenuto una serie di appunti e materiali di un vecchio corso che ho tenuto più o meno un anno fa. Era un corso di livello A1, cioè per principianti, o beginners, se preferite la nomenclatura del gergo anglosassone. Gli studenti erano tutti dottorandi di un’università qui a Roma. C’erano in prevalenza cinesi e indiani, poi un pakistano, un russo, una turca, un macedone e una brasiliana – chi non fa questo lavoro non può immaginare le gocce di sudore freddo che t’imperlano la fronte prima di entrare in una classe di livello A1 dove il coordinamento didattico, per la solita mancanza di fondi e risorse, ha riunito una brasiliana, che può grosso modo già orientarsi nella catena di suoni che sente anche se ha appena iniziato a studiare l’italiano, insieme a degli orientali, che faticano solo a capire dove si trovano.
Mi sono imbattuta in un disegno e m’è tornata in mente una lezione sugli avverbi di frequenza.
Tra le molte possibilità, c’è una soluzione che si può adottare quando si vogliono far imparare gli avverbi di frequenza “sempre”, “di solito”, “spesso”, “qualche volta”, “raramente”, “mai”, dopo averli fatti osservare negli usi in contesto durante l’ascolto o la lettura di un brano. Diremo subito, per evitare dubbi eventuali, che l’uso dell’inglese come lingua veicolare in classe, o di qualunque altra lingua che non sia l’obiettivo, in questo caso l’italiano, è assolutamente bandito, salvo i casi in cui certe attività lo prevedano. Per gioco, istituisco sempre la regola della “multa” per tutti coloro che vi ricorrano durante la lezione: cinque euro per ogni parola detta in inglese, tre per ogni parola detta nella propria lingua a un compagno connazionale; è ovvio che si tratta di una multa immaginaria, altrimenti oggi potrei tranquillamente fare a meno di lavorare e vivere di eredità per il resto della vita.
La soluzione, dicevo, consiste in un disegno, semplice e immediato (o almeno io credevo che lo fosse e che lo fosse sempre, per tutti), che rappresenta il tempo su una linea orizzontale. Non è un’idea mia, l’ho presa da un libro che uso molto volentieri, e non è nemmeno ‘sta gran pensata. Subito sopra questa linea si disegna un sottile rettangolo, lungo quanto la linea, e lo si colora tutto se si vuole rappresentare l’idea di “sempre”. Sulla linea stessa, invece, si disegna una serie di puntini, a seconda degli altri avverbi che si vogliono visualizzare: tanti puntini a una distanza regolare l’uno dall’altro se l’avverbio è “di solito”, tanti puntini a una distanza casuale l’uno dall’altro per “spesso”, pochi puntini per “qualche volta”, pochissimi puntini per “raramente” e, infine, una linea senza puntini per “mai”. Non importa ovviamente (ma è davvero così ovvio?) quanti puntini si disegnano, è rilevante solo la relazione tra i puntini rispetto alla linea.
In genere funziona efficacemente, persino con gli americani. Gli americani, soprattutto i giovani universitari, sono infatti il banco di prova della chiarezza di una lezione di italiano: se la capiscono loro, la possono capire tutti. Vogliano perdonarmi tutti gli americani, competenti in italiano e non, e tutti i filoamericani, per quest’ultima affermazione all’apparenza irrispettosa, ma, esclusivamente per quanto riguarda l’apprendimento di una lingua straniera, ciò che affermo non è solo un’opinione: è un fatto provato dall’esperienza, mia e di tanti colleghi più anziani e più esperti di me. Tant’è che, nell’aula docenti dove al mattino ci si incontra e ci si scambiano notizie e idee, si è soliti valutare, ad esempio, la fattibilità di un test in base all’esito che questo ha avuto in precedenza con studenti americani: “Com’è questo test? Dici che lo posso dare ai cinesi dell’A2 o è troppo difficile?”, “No, vai tranquillo, è a prova di americano”, “Ah, perfetto, allora domani faccio fare questo”.
Quel giorno, però, il giochetto non funzionò. Cioè non funzionò con uno studente, il pakistano. Non avevo mai avuto pakistani in classe prima di quel corso.

Si chiamava Sulaiman, aveva ventisei anni e faceva un dottorato in matematica. Era quello che aveva accumulato più multe, si era iscritto al mio corso di italiano perché obbligato dalla sua scuola di dottorato, ma chiaramente non ne vedeva la necessità: comunicava tutto se stesso in pashtu e in un inglese che capivo poco. Sulaiman non aveva bisogno di fronzoli. In 90 ore di lezione avrà fatto non più di due degli esercizi regolarmente assegnati per lo studio individuale. Era un tipo piccoletto e sempre sorridente, mite, con gli occhi buoni e luminosi, particolarmente timido (ma anche la timidezza è una questione culturale, e ciò che ci pare timidezza potrebbe in realtà essere una forma di ossequio che si mostra in circostanze ritenute formali e in rapporti ritenuti gerarchici). Arrivava con uno zainetto sulle spalle e si sedeva sempre il più lontano possibile dalla lavagna. Ci stavamo molto simpatici, ma già dopo i primi giorni di lezione mi fu chiaro che con lui non ce l’avrei fatta, perciò il solo obiettivo che insieme ci si poteva dare era la buona tenuta di un atteggiamento di generale curiosità, essenziale per qualunque operazione.
Quel giorno, mentre ero intenta a disegnare i puntini, a un certo punto mi voltai e intravidi il suo sguardo fattosi vitreo e la sua manina che si sollevava in aria. “Sta per fare una domanda”, pensai – in una classe di lingua non si alza la mano per chiedere il permesso di parlare, si parla e basta, e si è tutti contenti che ciò avvenga, ma spesso gli studenti di tutte le età, soprattutto gli orientali meno occidentalizzati, fanno inizialmente fatica ad abituarsi a questa democrazia comunicativa, giudicandola irriverente nei confronti dell’insegnante, perciò alzano la mano per chiedere il diritto alla parola, come del resto credo si faccia ancora anche tra i banchi delle scuole italiane (prima ancora, tra i banchi delle scuole italiane, non si alzava nemmeno la mano, semplicemente si parlava “solo se interrogato”, ce lo ricorda Domenico Starnone).
Invece vidi il ditino di Sulaiman, l’indice, che tamburellava nell’aria da sinistra a destra, e gli occhi che si socchiudevano per mettere meglio a fuoco il mio disegno. “Forse da laggiù non vede bene”, ripensai. Cancellai e rifeci lo stesso disegno più grande, lussandomi la spalla a sfruttare tutta l’interminabile lavagna che percorreva la parete da un capo all’altro (sì, all’università tagliano tutto, però in alcune non badano a spese per le lavagne, purché il gesso o il pennarello te lo porti da casa).
Ma vidi Sulaiman ripetere il gesto. Capii allora che stava contando i puntini. Sulaiman stava contando i puntini, e li veniva via via trascrivendo sui suoi appunti. Non era da escludere che per lui i sette puntini che casualmente avevo disegnato stessero significando “spesso” e i due puntini “raramente”. Quindi non era da escludere nemmeno che io gli stessi dicendo che se compio un’azione sette volte, e solo sette, allora la faccio “spesso”, e così via. O forse voleva solo copiare fedelmente il mio disegno? Per innata meticolosità o per quell’eccesso di assennatezza tipico di quando, prudentemente, copi qualcosa senza averci capito una mazza, con la speranza di capirci qualcosa dopo?
Mi tenni composta e sorridente. Per uscire dal pasticcio in cui mi ero cacciata feci una serie di esempi ulteriori e, mentre gli altri erano a testa bassa sui loro appunti, rimasi ad aspettare di incrociare lo sguardo di Sulaiman e, quando ciò accadde, gli feci un sorriso più largo. Lui rispose al sorriso e annuì energicamente arrossendo un poco, per quanto sia possibile intravedere il rossore sulla carnagione scura di un pakistano a una distanza di qualche metro. Aveva capito questa volta? A giudicare dalle sue successive produzioni in italiano, mi dissi di sì. Però io, quel giorno, con quel disegno, dove avevo sbagliato? Avevo sbagliato? Se sì, quali informazioni culturali mi mancavano sul modo di rappresentare il tempo in Pakistan? Ho chiesto in giro ai colleghi, ma non ne abbiamo cavato nulla. O forse c’entravano qualcosa gli studi in matematica di Sulaiman? Non l’ho mai capito, e per questo il suo ditino in atto di contare è uno dei ricordi disgraziati più belli che ho.
Ho riproposto il disegno con i puntini altre volte in seguito, in altri corsi e ad altri studenti, e non mi è più capitato di vedere dita sollevate a contare, come non mi era mai capitato prima di Sulaiman, ma adesso, ogni volta che è ora di passare agli avverbi di frequenza, se decido di riutilizzare i puntini, sento una specie di eccitazione mentre sono alla lavagna a disegnare e, quando mi volto, vado alla ricerca di dita alzate, perché io quasi le vorrei vedere, quelle dita che contano. Le vorrei vedere e avrei la tentazione di chiedere: “Ma che minchia hai da contare?”.

Scott Lion DeVall (Facebook)

La meditazione del credente glottopipponico

Lunedì prossimo tornerò in terra senese per la presentazione della mia supercazzola accademica sulla glottopipponica.
La glottopipponica si occupa prevalentemente di trovare nuove teorie dell’apprendimento di una lingua straniera e nuove tecniche per il suo insegnamento, allo scopo di attirare nuovi discepoli disposti a rimanere tutta la vita in mutande in nome di un’idea. L’idea è che per imparare una lingua ci sia bisogno di un insegnante, possibilmente bravo. Se questa idea inizia a vacillare nella coscienza del discepolo, il discepolo avrà una vita faticosa, che del resto ha comunque, essendo rimasto in mutande all’atto di convertirsi alla fede divenendo un glottopipponico.
Non essendo una religione ad ampia diffusione, si potrebbe ipotizzare che non sia interessata da fenomeni di persecuzione dei suoi fedeli: sarebbe un’ipotesi errata, perché i fedeli glottopipponici, una volta divenuti insegnanti di lingue straniere, sono martiri votati alla flagellazione a colpi di Co.co.pro. Abbiamo del resto già trovato analogie tra la lo spirito della glottopipponica e gli orientamenti della fede religiosa, quando abbiamo parlato della Chiamata.
La glottopipponica, dicevamo, ha a che fare con certe teorie. Come tutte le teorie, si serve di una lingua gergale, perlopiù mutuata dalla lingua comune e reimpiegata con significati specifici. Una parola, per esempio, è “motivazione”, che mi dà sempre un sacco da pensare, però orientata all’insegnante, più che allo studente. Se vi è capitato di leggere City di Baricco – scrittore che mi convince raramente, come appunto nel caso isolato di City e pochi altri – vi tornerà forse in mente il Saggio sull’onestà intellettuale del Prof. Mondrian Kilroy riguardo alle teorie che gli uomini si inventano ogni giorno per passare il tempo su questa terra (se non lo avete presente, lo trovate al capitolo 22 di City). La glottopipponica non è che una di queste, e io ne ho abbracciato il credo, perché quando sono uscita dall’università con una laurea in lettere ero ancora entusiasta di dedicarmi all’inutile come il giorno dell’immatricolazione (vedi la “motivazione”, nelle sue manifestazioni più degenerate). Dunque ho perseverato negli anni successivi, attraverso le fasi della formazione post mortem – scusate, volevo dire post lauream – nonché della professione.

Trattandosi in questo caso di una pubblica presentazione, alcuni miei cari hanno prevedibilmente manifestato la loro volontà di essere presenti all’evento: la mia amica Nina, la quale però ha saputo che sarà trattenuta a Roma da altri impegni; Le Sanglier, il quale, per deformazione professionale, vorrebbe venire munito di macchina fotografica, registratore e taccuino, pur avendogli io spiegato che non si tratta di una conferenza stampa; Maria e Svevo: “Nui nce p’tem’ venì?”. Solo il mio amico Nosferatu, saggio ingegnere, si è limitato ad auguri d’incoraggiamento e a richieste di aggiornamento sull’esito.
Ho cercato perciò di informare i tre aspiranti accompagnatori sul fine scarsamente turistico della mia trasferta, ma resta indubbio che Siena sia una bella città. Quindi verranno tutti e tre e ciò, una volta terminata la discussione della supercazzola glottopipponica, mi porrà un problema perché a quel punto, che è un punto in cui si finisce in un’osteria toscana a ritemprarsi e gozzovigliare, non potrò sottrarmi alla gestione dei flussi di comunicazione a quattro, e i quattro in gioco saremo io, Le Sanglier, Svevo e Maria, la più consueta e tradizionale delle scene familiari, la sola che, per una lunga serie di complesse ragioni, può davvero ridurmi a uno straccio, più della glottopipponica, del precariato e di una vita in mutande.
In questi ultimi giorni, dunque, mi preparo e faccio meditazione come un padre gesuita i suoi esercizi spirituali.

Questa mattina ero al telefono con quelli di Siena mentre mi aggiravo per il Policlinico cercando di trovare l’uscita dopo una visita dall’otorino – sono rientrata a Roma ieri sera, le febbri sono state sedate, ma il mio setto nasale resta congenitamente ostruito e l’otorino, forse di origine svedese, ha deciso che è tutto da smontare e rimontare in pochi minuti, entro la fine dell’anno. Da Siena mi hanno fatto sapere che non sarà necessario il Power Point. “Benissimo”, ho risposto mentre sbagliavo l’ennesima uscita, ed era quello che realmente pensavo perché il Power Point mi disturba e andare a braccio, blaterando di una cosa che è chiara solo a me che l’ho scritta (e nemmeno sempre), mi piace un sacco. Soprattutto, mi disturba prepararlo in questi giorni di meditazione, nei quali il mio principale assillo non è la motivazione, non è il caso di studio da presentare, non è la glottopipponica tutta, ma è la cena con Svevo e Maria insieme a Le Sanglier.
Nello specifico, il mio assillo si concentra sulle seguenti domande:
– In quale idioma franco comunicheremo? Verrà in soccorso anche a noi la lingua gestuale degli italiani?
– Lo stomaco abruzzese di Svevo e Maria sopravviverà alla somministrazione dei pici all’aglione e della fiorentina, senza crisi di rigetto?
– Dopo cena, Svevo e Maria prenderanno subito la strada dell’hotel che hanno prenotato per la notte o si tratterranno per un drink con me e Le Sanglier, che abbiamo altri programmi digestivi?

Mi struggo (“… e mi tormento, oh Dio, vorrei morir! Babbo, pietà, pietà!”) e ho voglia di fare il Power Point.