Siccità

Ci sono tante cose perlopiù inutili e moleste che uno pensa il quattro di luglio quando, dopo aver passato qualche mese senza quasi lavorare, si prepara a ricominciare in una stagione dell’anno in cui, di solito, molte persone vanno in vacanza (nel senso, hanno un certo numero di giorni di ferie da passare secondo le possibilità: a casa o sotto casa). Se il lavoro, poi, è quello dell’insegnamento, queste cose che uno pensa il quattro di luglio si fanno più ingarbugliate. La prima è: ma se tentassi di aprire un ristorante sul mare, al paesello mio, non lavorerei più o meno uguale, nella stessa stagione, con la stessa frenesia, ma con la differenza che ogni tanto riuscirei a infilarci una nuotata e che la sera, magari, mi avanzerebbe un’orata o un merluzzo da cucinare?

La domanda si ripropone come un peperone ripieno dopo cena, puntuale ogni anno, nel consueto tempo di passaggio da un periodo di disoccupazione (solitamente, nei primi mesi dell’anno) a un altro di occupazione intensa (cinque ore, sette ore di lezione tutti i giorni, e quelle ore di studio e di preparazione, poi, di cui chi non insegna non sa e, soprattutto, non vuole sapere).
La domanda successiva, il più delle volte, è: mi ricorderò come si fa? Perché insegnare è pure una questione di allenamento: allenamento alla relazione, e ai suoi imprevisti, allenamento al darsi, allenamento alla comprensione, allenamento a una pazienza sorvegliata, allenamento a una tenuta di voce – voce di muscoli che vibrano dentro al collo, voce di pensiero che cerca soluzioni praticabili, che crea, organizza, suggerisce. Oh, poi, è anche allenamento a una tenuta di sfinteri fino ai dieci minuti di pausa, ma quello è meno faticoso.

Dopo, dopo la prima e la seconda domanda, la terza è quella che sempre ammala la giornata: mi piacerà ancora? Perché, a fare un lavoro che per una metà dell’anno non ti vuole e per l’altra metà ti vuole, succede pure che uno si scocci un poco, perché si sente instabile (“precario”, volevo dire. Ma proprio nel senso di: segnato dalla provvisorietà, da uno stato in cui l’unica costanza è quella della minaccia di catastrofe). Simili sono gli amori di quegli amanti che si lasciano e si riprendono, e quando si riprendono si divorano e quando si lasciano si dimenticano. Così, la passione. Per questa ragione sarebbe meglio, sarebbe conveniente dico, fare un lavoro per il quale non si nutre alcuna passione: un lavoro dovrebbe, forse, essere solo un lavoro. Siano altrove, nella vita, le passioni; stiano dove devono stare, dove non ci sta il pane che ti serve.
Gli studenti, i miei studenti, sono allora come figli di una relazione disgraziata: stanno in mezzo, ora li vedo, ora non li vedo. Possono capitare, quindi, certe giornate storte, che si riconoscono subito, quando la mattina ti alzi e senti con chiarezza rarissima che sei una puttana a ore che lavora per committenze esigenti, istituzioni che quando ti vogliono ti vogliono puttana esperta e che poi, quando non ti vogliono, ti versano sul conto qualche migliaio di euro per il servizio prestato, e arrivederci. Quando entri in classe con questo sentimento, i figli di questa relazione disgraziata mica lo sanno. Loro che c’entrano? (quarta domanda). Niente c’entrano. Infatti ti si presentano lì, timidi, con la faccia slavata a chiazze rosse – i miei sono più spesso tedeschi, – e gli ultimi residui dell’adolescenza addosso – vent’anni hanno, venticinque al massimo, – fiduciosi, e con un mazzo di richieste: richieste di ascolto, soprattutto, richieste di aiuto, e di partecipazione. Le domande di grammatica, in mezzo a questo flusso, sono quisquilie, bagattelle. E tu gli vai incontro, alle domande di grammatica, sì, ma di più a tutte le richieste inespresse con la lingua, espresse con lo sguardo. Certi momenti vorresti dire: arrangiatevi da voi. Perché segretamente pensi: quel che io posso mettere a disposizione è inservibile. Un medico serve, un muratore serve, un contadino, una levatrice; forse un avvocato, forse un prete – dipende da quale legge uno segue, quando tiene problemi. Un insegnante a che serve? Un insegnante di lingua straniera, poi, a che serve? (quinta domanda). Una lingua si impara. A parlare abbiamo imparato tutti quando ci davano il latte: ascoltavamo, ripetevamo, andavamo per tentativi, dopo capivamo che quando volevamo bere dovevamo dire “acqua” e che quando ci eravamo persi dovevamo dire “mamma”; a leggere e a scrivere abbiamo imparato a scuola, sì, ma pure a casa potevamo imparare. Basta.
Però tutto questo lo pensi e stai zitta, anzi sorridi, e fai lo stesso il tuo lavoro, così come te lo sei scelto. Dai il culo. Perché il culo lo devi dare, se fai un lavoro che è tutto accoglienza e comunicazione.

Dopo torna il tempo della relazione disgraziata, quando i due amanti – tu, la committenza – si lasciano perché uno dei due non fa più comodo all’altro. Qualche migliaio di euro freschi sul conto, culo che brucia. Poi l’inedia, e la domanda finale: se attraversando la strada in una giornata qualunque, magari una giornata in cui vado rimuginando a testa bassa sulla faccenda, non mi accorgessi del camion di surgelati che mi sta venendo addosso sulla Tiburtina, e me ne finissi lì sotto, masticata a trentadue anni dalle ruote di un camion di surgelati sulla Tiburtina, sarebbero tanti soldi di danno?

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[Altri post, stessa musica: Felicitonia  (12/06/2013); Essere giovani, qui da noi in Italia (05/02/2013); Modelli di interazione professionale tra glottopipponici (01/10/2012); Considerazioni sul pane tostato (07/04/2012); La chiamata (02/03/2012)]

Felicitonia

– Prof, come butta?
– Wow, ottima domanda informale!
– Vaitra 🙂
– Che significa “Vaitra”?
– “Stai tranquilla”?
– Ah! “Stai tranqui”! Non ho mai sentito dire “vaitra”.
– Il discepolo supera l’insegnante!
– Vero. Hai visto? Allora ho vinto la sfida.
– Adesso vado a dormire, domani ho un altro esame e sto in SCLERO.
– In bocca al lupo!
– Crepi, grazie! Buonanotte 🙂

È mezzanotte passata quando finisco di chattare con Ante, l’ex studente croato che ho accompagnato per lungo tempo fino all’esame di certificazione internazionale di italiano come lingua straniera. «Questo B2 non era così difficile», mi ha scritto subito dopo averlo fatto, pochi giorni fa. B2 significa che sai dire in una lingua straniera i tuoi pensieri, quando sei d’accordo e quando no con le opinioni degli altri e perché, quando vuoi litigare e quando vuoi fare il tenero, quando ti va di discutere della Lettera a un religioso di Simone Weil e quando vuoi dire che l’ultimo film di Sorrentino secondo te è “meraviglioso” (e anche: “Mi sembra che la scena con la ragazza al mare, quando lei è nuda e Jep è giovane, sia quella più importante e anche, come tu hai detto, forse ha una relazione con il titolo. Ma questa grande bellezza non può essere spiegata. Mi ha toccato molto, ma non so dire ancora esattamente perché… ma non per il mio italiano, non saprei dire questo neanche in croato!”. Recensori italiani de La grande bellezza: prendetene nota).

Ho nell’archivio della chat settecentoventidue conversazioni con Ante: racconti di quotidianità, confessioni disperate, richieste di consigli su cosa regalare alla fidanzata che aspetta il suo ritorno in Croazia, argomentazioni serrate sulla canzone d’autore italiana, i dubbi cavillosi di sempre su certe misteriosissime regole grammaticali che danno il tormento a chi cerca uno stratagemma per governarle (“Perché si dice ‘vado al mare’ e ‘vado in montagna’? Non è sempre andare verso un luogo?”). Da sole, queste settecentoventidue conversazioni basterebbero a costruire la storia di una conquista, ma ce ne sono altre centinaia con altri studenti che adesso sono ex studenti, e poi le e-mail e i bigliettini scritti a mano che accompagnavano piccoli regali che ho ricevuto alla fine dei corsi di italiano – un portasigarette, una teiera con la candela sotto (“Così il tuo tè è sempre caldo come deve essere un buono tè”), The Woman in White di Wilkie Collins, un libro di ricette inglesi (“Perché anche la cucina inglese ha la sua tradizione, non è solo fish and chips!”), un accendino d’argento che poi, accidenti a me, ho perso.
Ci sono anche, a tenere vivo l’amore, le registrazioni delle loro voci fatte in classe, durante i corsi, gli esercizi di scrittura provocati e incoraggiati dopo la lettura di quel passo tanto bello de Le città invisibili, dove Calvino descrive Eutropia, e l’immaginazione in seguito stimolata a descrivere la propria città ideale, fogli di carta conservati nel tempo come manoscritti preziosissimi:

Felicitonia vogliamo battezzare la città, la quale ha una pretesa per la sua esistenza, cioè che non esiste. Felicitonia non è neanche una città ideale, perché se tentasse di esserlo dovrebbe necessariamente fallire. Ognuno degli abitanti avrebbe un altro desiderio per la sua citta ideale e la sua vita ideale e non ci si potrebbe trovare mai un consenso tra di loro. Quindi Felicitonia rimane una città meramente ipotetica. Se è infine buona o cattiva, desiderevole o spiacevole, questo giudizio viene rimandato agli ascoltatori di questo testo. Solo una cosa oso dire: mi pare che gli abitanti siano felici.
(Nikolaus)

Ma tutta questa testualità in divenire, di cui un insegnante ha il privilegio di essere testimone, non è sempre stata competente, né almeno comprensibile: all’inizio era poco più di una timida lallazione, con la faccia rossa di vergogna. Così, quando poi il nostro tempo insieme finisce, quando loro proseguono da soli nelle loro conquiste, quando tornano a casa, nei loro Paesi vicini e lontani, si ha l’impressione – un’impressione che inorgoglisce, simile a un sentimento di compiacimento nel quale non si può fare a meno di cullarsi per qualche momento, – di aver contribuito all’acquisizione di una nuova italianità che se ne va in giro per il mondo, capillare, sovversiva, liberata. Questa sì, è una gioia vera, la sola possibile per noi insegnanti di “italiano per stranieri”, che non si sa bene se sia davvero quel che si dice “un mestiere”, una professionalità specifica e riconoscibile, o pure soltanto un lavoro (ci basterebbe, credo). Anche perché, il più delle volte, non ci mangiamo. E un lavoro cos’è, se non un’attività che ti fa mangiare, prima di tutto?

Allora, mi chiedo, vale la pena vivere così, in uno stato di miserabilità – perché tale è lo stato di chi in Italia fa questo lavoro che non si sa se sia un lavoro: miserabile, – per godere di gioie vere che non fanno mangiare?

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[Post correlati: Lettere dalla corsia n. 6; Per opportuna conoscenza e auspicabile divulgazione]

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Avvertenza: si astengano i lettori dallo scrivere nei commenti eventuali consigli non richiesti su come tirare avanti.

Essere giovani, qui da noi in Italia

Entro nell’ufficio Programmi Internazionali, saluto.
Mi guardano subito indispettiti dalle scrivanie, non mi danno il tempo di continuare, “Oggi siamo chiusi” mi chiariscono, senza nascondere un tono scocciato. Riconosco presto la situazione, mi affretto prima che i loro sguardi tornino a depositarsi sui monitor dei computer, “Lo so. Ma ci siamo sentiti via e-mail e abbiamo concordato che sarei passata oggi a firmare i certificati per gli studenti Erasmus. Sono Rouge, Morelle Rouge”. Una di loro arrossisce un poco, di più s’impegna a trafiggere con gli occhi la collega che mi ha appena informato sulla loro disponibilità a ricevermi, dice a bassa voce: “È una degli insegnanti”. Si scusano all’unisono. “Non c’è problema, – dico sorridendo – so che non sembra”. Si distendono in una risata, mi fanno accomodare, mi portano i certificati da firmare e un vassoio di castagnole.

In effetti non sembra, mi dico mentre vado firmando i certificati che attestano la frequenza del corso di italiano per studenti Erasmus Incoming, il numero delle ore di presenza alle lezioni, il superamento dell’esame finale, il voto espresso in trentesimi e l’acquisizione di quattro crediti ECTS (“Dottoressa, prima di procedere alla firma dei certificati la prego di ricontrollare che abbiamo inserito correttamente tutti i dati che lei ci ha inviato”).
Eh no, non sembra, continuo a pensare tra me e me. Oggi, poi, non mi sono nemmeno pitturata la faccia, non ho una giacca, libri sotto il braccio, né la borsa da prof. Potrei più facilmente sembrare una studentessa moderatamente fuori corso, diciamo, per dire, un paio d’anni fuori corso. Inoltre, oggi provengo da una notte di cattivo sonno e da un’alba di disturbi intestinali, ho rinunciato al treno in arrivo al binario per correre a casa a sacramentare in bagno e ritornare mezz’ora dopo alla stazione a prendere il treno successivo, dove mi sono appisolata. Non mi tengo in piedi, avrei bisogno di un caffè, ma ho lo stomaco vuoto già corroso da due. Il risultato complessivo è visivamente discutibile. Dunque, suppongo, potrei ancora più facilmente sembrare una studentessa moderatamente fuori corso che abbia passato la notte a bere in giro.

Di essere scambiata per una studentessa dal personale amministrativo dell’università, dai colleghi, dai coordinatori dei corsi e, qualche volta, pure dagli studenti, mi è successo in passato con una frequenza che dipendeva indubbiamente dalla mia giovane età, quindi sempre, e mi succede al momento con una frequenza che dipende, in effetti, dalla mia attuale età, quindi quasi sempre, e continuerà a succedermi in futuro con una frequenza che dipenderà, credo, dall’età percepita in Italia, quindi ancora a lungo, o molto a lungo. Se in passato ciò mi lasciava infastidita perché mi vedevo attribuire gli anni che avevo, al momento ci provo un certo gusto perché mi vedo ridurre gli anni che ho. In futuro, non so; del futuro non me la sento di parlare. Del futuro non me la sento di parlare in nessun caso. Però so, e me la sento di dire, che essere studenti è una gran cosa. Dico questo, che essere studenti è una gran cosa, e mentre lo dico non penso all’età che generalmente e grosso modo uno ha quando è studente, ma penso all’intelligenza, all’intelligenza e al potere sovversivo che si può ancora sperare d’avere in mano allora, in quegli anni, e poi mai più.

L’equivoco più divertente, comunque, non è avvenuto oggi, mentre firmavo certificati e mangiavo castagnole all’ufficio Programmi Internazionali di un’università che mi sono guardata bene dal menzionare, cioè l’Università di Roma La Sapienza, ma in un’altra università di Roma che con altrettanta prudenza dovrei forse premurarmi di non rivelare, cioè quella di Tor Vergata.
Quest’altro è successo circa quattro anni fa, quindi in un momento, immagino, in cui avrei potuto più facilmente essere scambiata per una studentessa ancora in regola con il corso di studi.
Dovevo fare fotocopie. Dovevo farle in fretta, perché dieci minuti dopo sarebbe cominciata la lezione con gli studenti cinesi del programma Marco Polo. Perciò ho fatto quello che farebbe un insegnante che deve fare fotocopie per una lezione che comincia dieci minuti dopo: sono entrata nell’ufficio delle fotocopie. Questo ufficio qui, però, non consentiva l’uso della fotocopiatrice agli studenti e il personale amministrativo me lo ha fatto presente nello spazio di tempo (sette, otto secondi) necessario ad aprire la porta dell’ufficio, salutare tutti e fare i primi tre passi verso la fotocopiatrice. “Lo so. Ma il coordinamento mi ha fatto sapere che le fotocopie per il corso Marco Polo si fanno qui. Sono Rouge, Morelle Rouge”, ho detto.
Non sapevo ancora, allora, quante volte negli anni seguenti avrei recitato la formula, poi mandata a memoria, con le opportune variazioni secondo le necessità del caso. Per questa ragione lo ricordo adesso come l’equivoco più divertente, l’Archequìvoco dell’essere giovani, qui da noi in Italia.

Ho trentuno anni. Da quattro insegno italiano a studenti stranieri (quando è consentito, cioè saltuariamente) in corsi universitari e in corsi privati (uno alla volta, ma anche due o tre nello stesso periodo, dipende dal periodo), con contratti di collaborazione a progetto. Solitamente, a questo punto, cioè il punto in cui uno comincia a dire “Ho trentuno anni. Da quattro insegno italiano a studenti stranieri…”, dovrebbe arrivare la parte relativa al profilo formativo, ovvero la menata su quello che ha studiato all’università, i titoli che ha conseguito dopo la laurea, le pergamene e i diplomi e gli attestati che di anno in anno ha regalato ai parenti per Natale, in cornice a giorno.
Ma questo non è un curriculum, né la pagina di un profilo Linked In.
Questo è un post su un blog, e di blog ce ne sono tanti, e questo è un blog che non si occupa di temi relativi al lavoro, o non se ne occupa nei modi in cui se ne occupano i blog che si occupano di temi relativi al lavoro, e di blog che si occupano di temi relativi al lavoro ce ne sono tanti.
Questo è un blog che, come ben sanno quelli che hanno l’ardire di leggerlo abitualmente e pure quelli che hanno la sconsideratezza di leggerlo via smartphone, fa un po’ quel cazzo che gli pare. Però, ve l’assicuro, cerca di farlo il meglio possibile. Quindi, intuitivamente, a questo punto del post arriverà qualcos’altro.
La fine.

Il peso netto della grazia, dopo Christian Raimo

Roma, dalle otto del mattino alle sette di sera di una giornata lavorativa, è una città dove io non voglio più stare. Però ci sto da quattro anni. Alle otto del mattino di una giornata lavorativa, in questo periodo, sto al binario 2 est della stazione Tiburtina. Sto ferma, in cima alle scale del corridoio sotterraneo che dal binario 2 est portano ai labirinti che portano all’ingresso della metro. Sto ferma, e aspetto il mio turno insieme ai compagni sconosciuti. Ci si muove a scaglioni, prima il gruppo in fondo alla scala, poi quello a metà, infine quello in cima. A me viene in mente quando all’uscita da scuola ci facevano mettere in fila, a coppie, mano nella mano. Prima uscivano i bambini della prima elementare, poi quelli della seconda, poi quelli della terza, infine quelli della quarta e della quinta.

I colleghi dell’università, quella dove lavoro in questo periodo, si lamentano dei compensi “esigui” e dei pagamenti “tardivi” e della “scarsa trasparenza sulla tassazione applicata”. In questo periodo, che poi è uguale ad altri, stiamo tenendo i corsi di italiano per gli studenti Erasmus senza aver ancora firmato il contratto. Qualcuno lancia l’idea di uno sciopero, qualcun altro di boicottare la riunione della prossima settimana – nelle riunioni dei docenti Erasmus si discute perlopiù dell’importanza di utilizzare in aula un lessico specialistico, per esempio il verbo “dedurre”.
Mentre cammino e mentre aspetto, sto tutto il tempo con la faccia sullo smartphone, che mi segnala venticinque e-mail dei colleghi ricevute in mezza giornata. “Dobbiamo essere uniti”, dicono i colleghi, che poi sono gli stessi di altri posti in cui ho lavorato in altri periodi in cui dovevamo essere uniti. Io penso che mi secca parecchio la posta elettronica, soprattutto quando si forma quella lunga catena di “RE: R: Re: RE: R: RE:: R: riunio…” e non si legge più l’oggetto. Poi, non so perché, mi viene in mente anche un fidanzato che avevo al liceo, che di cognome faceva Re.
A volte mi succede di non avere voglia di essere unita, e mi succede per lunghe settimane.

Mio padre è diventato nonno. Cioè, da quando il suo maltese di sette anni, dopo innumerevoli tentativi, è riuscito – io credo con l’aiuto decisivo del veterinario – a fecondare una cagnetta, mio padre è in preda a un entusiasmo beota simile a quello di chi diventa nonno – padre lo è già da diversi anni. Mi manda un sms alle dieci del mattino, mentre lo presumo a lavoro: “Ti ho messo su dropbox le foto dei figli di Niki”. Non rispondo, allora mi telefona la sera, “Hai visto le foto?”, “No, se non metti la cartella in condivisione con me non le vedrò mai”, “Ah. Quindi non basta che le carico su drobbòcse?”, “No, non basta. Devi fare scèir”, “Ah vabbè. Mo lo faccio. Tu guardale”. Guardo ventitré foto di cuccioli maltesi. In un paio ci sta pure mia madre. Ne tiene uno tra le mani, vicino al petto, e ha la testa girata da un lato, il collo teso e il mento rivolto alla spalla. La sua posa mi ricorda una vecchia foto in cui tiene me allo stesso modo. Allora tracanno un bicchiere di vino e me ne vado a dormire.

In questo periodo sto leggendo Il peso della grazia di Christian Raimo. Me ne accorgo perché durante il giorno, mentre sono ferma sulla banchina di Termini ad aspettare la metro, o mentre sto seduta sul treno Tivoli-Roma Tiburtina o su quello Roma Tiburtina-Tivoli, m’intristisco più del solito. Mi pare un fatto evidente. A pagina centottantasette lui scrive così: “Fuori fa una caldo che scivola sotto la pelle, una cappa piatta e avvolgente come una coperta termica. Che è successo? Mi rifaccio il mio chilometro a piedi. Il calore siringa la testa fino a farmela scoppiare. Moriremo così? Fra qualche anno, la maggior parte della gente accetterà questa come morte: le conseguenze di una temperatura non più adatta agli uomini”. Per il resto racconta, perlopiù come tutti, di una storia d’amore come tante (con una certa Fiora, che, chissa perché, m’immagino con la faccia di quella ragazza coi capelli scuri che, un po’ di tempo fa, stava nella pubblicità del cappuccino Nescafè, come si chiama? E, comunque, il personaggio di Flora mi sfugge). Racconta pure, perlopiù come tutti, di un lavoratore precario come tanti.
Io penso che al mondo non c’è più niente da scrivere, né da dire.

Forse, mi dico, è per questo motivo, cioè per il fatto che al mondo non c’è più niente da scrivere, né da dire, che un paio di settimane fa ho accettato di fare un gioco insieme a una mia amica, via e-mail. Scriviamo una “Lettera a quattro mani”: una sola parola ciascuno, nessun tema prestabilito, nessun progetto personale, nessuna informazione sulle intenzioni dell’altra. Nessun senso, forse. La parola, mi ha spiegato lei, può essere un nome, un aggettivo, un avverbio, un verbo, un articolo, una preposizione, una parola straniera, tutto, anche una parola che non esiste. L’unica regola del gioco è che la punteggiatura va messa da chi delle due vuole che la propria parola sia seguita da un segno di punteggiatura. Per il resto, dice, completa libertà.
Ha cominciato lei con “Adorata”. Io non avevo ancora iniziato a leggere il libro di Raimo, però ho scritto: “Grazia,”. “la”, ha rilanciato lei. “tua”, ho scritto io. “partenza”, ha continuato lei. “mi”, ho digitato io mentre stavo al Pertini insieme a Le Sanglier, che doveva fare una visita dal dietologo perché, dice, vuole buttare giù la trippa che lo fa intruppare quando andiamo a ballare il tango (ed è vero, intruppa).
Da allora questo gioco s’incastona negli interstizi delle mie giornate, fra un treno Tivoli-Roma Tiburtina e uno Roma Tiburtina-Tivoli, un’e-mail con oggetto “RE: R: Re: RE: R: RE: riunio…” e un’altra “RE: R: Re: RE: R: RE: boicott…”, facce di studenti Erasmus che vanno e vengono, soldi che non ci stanno, bollette da pagare, quattro pagine del Peso di Raimo che mi s’incuneano nello stomaco.
Ogni tanto mi arriva un’e-mail della mia amica (“RE: R: Re: RE: R: R: RE: Letter…”) con la sua nuova parola e allora è il mio turno. Scrivo perlopiù con lo smartphone, dove e quando mi capita. Sul treno al mattino presto, all’università prima di entrare in aula, in bagno quando la stitichezza mi dà tregua, per strada sotto la pioggia delle sei, se ho campo anche in metro, mentre mi tengo in equilibrio schiacciata tra avvocati di Barberini e barboni dell’Esquilino. A volte non ho idee, né sentimenti, nemmeno per una sola parola.

Siamo a:
[RE: R: Re: RE: R: RE: Re: R: Re: RE: R: Re: R: Lett…]
“Adorata Grazia,
la tua partenza mi illumina, confido nella nostra terribile sorte.
Quando il deserto dei rododendri ci trasformerà, saremo finalmente lievi. Benedette le mani di chi prega: “Urielé mio! Mandiscar jo ùpia rododàktulos venèi”, con indomite anime.
Ma non dimenticare l’accento né l’apostrofo.
Dobbiamo avere pronti gli scudi per difenderci dai morenti spiriti.
Il coraggio sarà l’inizio o la fine del dolore, mia”.

Tocca a me, ma non c’è più niente da scrivere, né da dire.
“mia”?

Modelli di interazione professionale tra glottopipponici. Fase Due

Università di Romaccazzo, ore 9.00.
Test d’ingresso degli studenti Erasmus.
I docenti di italiano L2, a seguito della tempestiva comunicazione ricevuta via e-mail dalla Segreteria amministrativa pochi minuti prima, si trovano riuniti al piano terra della Facoltà visibilmente frastornati, qualcuno in pigiama, qualcuno in mutande.
Ricevono disposizioni dal Coordinamento Didattico per avviare l’operazione.

– Umili servitori della Glottopipponica, è vostro compito preliminare verificare attentamente che i duecentocinquanta studenti qui presenti oggi siano muniti della documentazione necessaria all’ammissione in aula.
– Sissignore. E come dobbiamo verificarlo?
– Non fate domande idiote. Prendete quei due tavoli là e spostateli qua davanti alle porte dell’aula per impedire l’accesso incontrollato. Poi formate due file e chiedete a ognuno nome, cognome, documento di riconoscimento in corso di validità e, soprattutto, e-mail di conferma.
– Signore, che cos’è l’e-mail di conferma?
– Non fate domande idiote. Non avete esperienza di segreteria?
– Nossignore. La procedura concorsuale da Voi bandita ci ha ritenuti idonei all’esperienza di insegnamento dell’italiano L2 in ambito universitario.
– Questo significa allora che sapete anche essere flessibili. Dunque flettetevi. L’e-mail di conferma è l’e-mail dove c’è scritto che la registrazione al test d’ingresso è confermata. Se lo studente non è in possesso della suddetta e-mail, non può essere ammesso in aula a sostenere il test. Avete con voi fogli di carta?
– Nossignore. A cosa ci servono i fogli di carta, Signore?
– Non fate domande idiote. Vi servono ad annotare tutte le motivazioni per cui lo studente non è in possesso dell’e-mail di conferma. Caso Uno: ce l’ha, ma non l’ha stampata. Caso Due: ce l’aveva, l’aveva stampata ma poi l’ha persa venendo qui. Caso Due Bis: ce l’aveva, l’aveva stampata ma poi ci si è confezionato una canna per festeggiare il suo arrivo in Italia. Caso Tre: ce l’ha, ma è un’e-mail di conferma per il test d’ingresso di settembre che lo studente non si è presentato a sostenere perché non ancora arrivato in Italia. Caso Quattro: non ce l’ha perché non l’ha ricevuta. In caso di Caso Quattro, vanno annotate le ragioni per cui lo studente non ha ricevuto l’e-mail di conferma. Caso Quattro A: non l’ha ricevuta perché non si è mai registrato per sostenere il test d’ingresso. Caso Quattro B: non l’ha ricevuta perché noi ci siamo dimenticati di mandargliela. Caso Quattro C: non l’ha ricevuta perché non è uno studente Erasmus iscritto alla Nostra Illustre Università.
-‘Sti Casi, Signore! Dobbiamo annotare tutto questo?
– Non fate domande idiote. Dovete annotare tutto questo rapidamente e con grafia chiara. Avete con voi carta sufficiente?
– Nossignore. Come abbiamo detto, siamo sprovvisti di fogli di carta. Pensavamo che ci fossero dei computer e delle persone responsabili di questa procedura.
– Voi non dovete pensare. Voi dovete essere flessibili. Dunque flettetevi. Eccovi due fogli di carta gentilmente prestati dalla Nostra Illustre Università. Cominciate. E ricorrete all’inglese per capirvi, ché quasi tutti gli studenti qui presenti oggi si sono precedentemente dichiarati principianti assoluti.
– Sissignore. Signore, non tutti gli studenti sono disponibili a comunicare con noi in inglese.
– Parlategli nelle loro lingue.
– Sissignore. Signore, nessuno di noi docenti parla sei lingue straniere.
– Alternatevi secondo le vostre competenze linguistiche.
– Sissignore. Signore, è difficile alternarci perché alcuni di noi sono ai tavoli per i controlli, altri a bloccare l’accesso forzato alle porte dell’aula I, altri ancora sono andati a cercare sedie in tutta la Facoltà perché l’aula I non è sufficiente ad accogliere i duecentocinquanta studenti previsti.
– Usate i gesti.
– Sissignore. Signore, non tutti gli studenti conoscono i gesti degli italiani.
– Usate il gesto internazionale.

– Signore, la duecentoventiquattresima studentessa è in lacrime perché…
– Non avete con voi fazzoletti di carta?
– Nossignore, ne siamo mortificati. La ragazza sostiene di avere la sua e-mail di conferma nella borsa dell’amica, centoquindicesima studentessa già ammessa in aula. Cosa dobbiamo fare?
– Non fate domande idiote. Fatevi mostrare l’e-mail sul suo smartphone.
– Signore, la ragazza non ha uno smartphone.
– Ditele di andare subito a comprarselo. E che faccia presto, ché siamo già in ritardo.
– Signore, la ragazza dice che non può andare a comprare uno smartphone.
– Rispondete col gesto internazionale.

***

Università di Romaccazzo, aula I, ore 16.00.
I duecentocinquanta studenti Erasmus hanno consegnato il test. I docenti hanno corretto e valutato i test, fatto una riunione e indicato le loro disponibilità di fascia oraria per stabilire il calendario dei ventiquattro corsi di italiano Erasmus che inizieranno la settimana successiva.
La dott.ssa Morelle Rouge si dichiara disponibile a svolgere il suo incarico di insegnamento tutte le mattine dal lunedì al venerdì, dalle ore 10.00 alle ore 13.00, ripetendo in diverse occasioni che non sarà invece disponibile al pomeriggio, in quanto impegnata con altri corsi in un’altra sede.

***

In una casa, ore 23.24.
La dott.ssa Morelle Rouge riceve sul suo cellulare il seguente sms:
“Ciao, al momento non ho aule per amdare incontro a tua fascia oraria. Mi puoi forse dare altre disponibilita’? Grazie e a presto. La Segreteria”.

Modelli di interazione professionale tra glottopipponici

Da: Segreteria amministrativa di Facoltà UniRomaccazzo (segreteria.uniromaccazzo.it)
Inviato: venerdì 28 settembre 2012 13:01:00
A: Morelle Rouge (morellerouge@yahoo.it)
Oggetto: Umili servitori, assumete la posizione!

Con la presente si convocano i primi 15 docenti della graduatoria relativa all’espletamento dei corsi di italiano L2 per i prossimi test degli studenti Erasmus che si svolgeranno tra pochi minuti in aula I della Facoltà. Come nelle tornate precedenti, l’assegnazione dei corsi è subordinata alla presenza/assistenza al test d’ingresso e alla correzione degli elaborati dopo la riunione che si terrà a fine test, indispensabile per l’affidamento dei corsi.
Si chiede cortese risposta entro i prossimi sessanta secondi, da inviare all’ufficio della Segreteria amministrativa di Facoltà, indicando la disponibilità all’assistenza ai test e allo svolgimento dei corsi per principianti o intermedi/avanzati o a entrambi.
In attesa di sollecito riscontro, in assenza del quale verrà messa a verbale la rinuncia all’incarico da parte del docente, si porgono cordiali saluti.

La Segreteria Amministrativa di Facoltà

***

Da: Morelle Rouge (morellerouge@yahoo.it)
Inviato: venerdì 28 settembre 2012 13:01:57
A: Segreteria amministrativa di Facoltà UniRomaccazzo (segreteria.uniromaccazzo.it)
Oggetto: RE: Egregi, posizione a 90 gradi assunta

Gent.mi,

in sollecita risposta alla Vostra e-mail, confermo la mia disponibilità a presentarmi in pigiama e con una fetta di pane tostato in bocca alla correzione dei test d’ingresso, giustamente determinante per l’affidamento dei prossimi corsi Erasmus ai docenti che vivono accampati nel pianerottolo dell’università aspettando null’altro che la Vostra tempestiva chiamata.

A dire il vero, ho da poco terminato un corso superintensivo, durante il quale ho tenuto sei ore di lezione al giorno dal lunedì al venerdì, quattro al mattino per il livello principiante e due al pomeriggio per il livello intermedio. Ma questo dato non è così rilevante quanto, invece, il fatto che ho già confermato la mia disponibilità per le ore di tutorato previsto per gli studenti che hanno frequentato il suddetto corso. Di conseguenza, è possibile che io mi presenti a svolgere l’incarico in oggetto in visibile stato confusionale. A ciò si aggiunge un inconveniente di natura privata, dunque di poco conto e per il quale, anzi, mi scuso; avendo avuto, infatti, la sciocca presunzione di ritenermi libera da impegni di lavoro imminenti, avevo programmato di sottopormi, a breve, a un rapido intervento chirurgico al setto nasale. Di conseguenza, è certo che mi presenterò a svolgere l’incarico in oggetto con il naso sfasciato, gli zigomi tumefatti, le vene imbottite di morfina e, presumibilmente, una voce poco didattica.

Se simili spiacevolissime eventualità non recano danno all’eccellenza della Vostra organizzazione didattica, sono lieta di rinnovare anche quest’anno la mia completa dedizione di umile servitrice della Glottopipponica.

Poiché ho digitato duecentosettantatré parole in cinquantasette secondi dal ricevimento della Vostra tempestiva e-mail, mi permetto di chiedere la Vostra disponibilità a concedermi un ritardo di tre secondi sull’ora d’inizio del test d’ingresso in aula I.

Cordiali e sempre umilissimi saluti,

Morelle Rouge

Per opportuna conoscenza e auspicabile divulgazione

Questo post è un intermezzo stonato. Sta qui in mezzo agli altri più riconoscibilmente morelliani per temi e per toni. Però ci sta bene lo stesso. Ci sta come un servigio che rendo, dedicando una porzione di questo blog, a me e a tanti colleghi di lavoro, quelli cari e, via, pure quelli meno cari, che sono molti di più.

Oggi mi va di dire due parole – si dice così, in genere, per riferirsi alla natura disimpegnata della divagazione, più che alla sua effettiva brevità – su cosa significa esattamente essere un docente di italiano come lingua straniera che collabora con i Centri Linguistici d’Ateneo, in Italia.
Costui è solitamente indicato nelle sedi opportune con la seguente dicitura: “esperto di italiano L2”.
Tu, italofono, comprensibilmente dirai forse: “Esperto?! Mah… L2 non lo so che significa, ma esperti di italiano lo siamo tutti: lo parliamo da quando siamo nati! Che ci vuole?”.
Se hai un po’ di pazienza, te lo dico tra un attimo, quello che ci vuole.
Oppure tu, italiano che nella vita fai o vorresti fare un altro lavoro, comprensibilmente dirai forse: “Ah, magari sarà complicato, però poi lavori dentro un’università, quindi che vuoi, scusa?”.
E io, forse meno comprensibilmente, ti risponderò che voglio un contratto di durata superiore a un mese e mezzo o due, che è la durata generalmente prevista di un contratto di collaborazione – non rinnovabile, perché a un contratto di collaborazione con una università pubblica in Italia si accede a seguito di un concorso e al concorso si accede a seguito dell’emanazione di un bando e il bando viene emanato se si rende necessario emanarlo e si rende necessario emanarlo se il personale interno dell’università non è sufficiente o non è autorizzato a coprire le esigenze contingenti – con i Centri Linguistici d’Ateneo, in Italia.
Siccome è possibile che io, con la mia sintassi fastidiosa, ti abbia distratto, voglio ripeterti l’informazione centrale: un mese e mezzo o due.
A questo punto tu, italofono o italiano, o italofono e italiano, ti figurerai forse tutto un altro tipo di situazione, e comprensibilmente penserai: “Allora, se l’università vi chiama solo per questi contrattini di un mese e mezzo o due, non ci vogliono chissà quali requisiti per fare ‘sto mestiere! Avevo ragione, siamo tutti esperti di italiano, che ci vuole? Una laurea forse, sì, be’? Ormai ce l’abbiamo tutti. Anzi, quasi quasi ci provo pure io, che sono italiano, ho una laurea in economia e so mettere i congiuntivi al posto giusto. Che poi, che lavoro è, insegnare la tua lingua madre a uno straniero? Io l’anno scorso, per arrotondare, quando uscivo dall’ufficio davo anche ripetizioni di italiano al rumeno che mi abita di fronte!” (variante raccolta nelle testimonianze: “… Io l’anno scorso, un po’ per passione e un po’ per necessità, davo ripetizioni di italiano alla filippina che veniva a farmi le pulizie in casa!”). Oppure, se sei un docente, della materia che preferisci, nella scuola statale italiana, dirai forse: “Potrei farlo anch’io, magari nei periodi in cui la scuola non mi fa lavorare. Io poi sono uno di quelli che hanno fatto la vecchia SSIS, per cui sono proprio abilitato all’insegnamento”.

Prenderò un bando di concorso a caso, dal mazzo che ho accumulato negli anni (quello cartaceo, ma, a ben vedere, non solo). Suppongo di non poter dire quale, ma fidati di me: sono tutti uguali e l’importante è che tu ti faccia un’idea, grazie alla quale tu possa eventualmente porti nuove domande, dopo. Ti dirò cosa ci vuole, per arrivare a firmare un contratto di collaborazione, della durata di un mese e mezzo o due, con un Centro Linguistico d’Ateneo, in Italia:

  • Laurea specialistica/magistrale ovvero di vecchio ordinamento in Lettere o in Lingue moderne (o Laurea in Filosofia, purché nel curriculum studiorum ci siano esami di Italianistica, Linguistica e Didattica delle lingue moderne). Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli di studio: fino a 15 punti, determinati dal voto di laurea.
  • Formazione didattica e perfezionamento post-laurea nell’insegnamento dell’italiano come L2 (costituiranno titoli valutabili: Master universitario in Didattica dell’Italiano L2; Dottorato di ricerca pertinente; Diploma di Specializzazione in Didattica dell’Italiano come L2; certificazioni glottodidattiche; eventuale seconda laurea in Lingua e Cultura Italiana, o affine pertinente al profilo richiesto; corsi di formazione e/o aggiornamento in didattica dell’italiano come L2; …). Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli di studio post laurea: fino a 10 punti.
  • Aver svolto attività didattica di italiano come L2 presso università italiane e straniere e/o Istituzioni accreditate in didattica dell’italiano come L2 (indicare esattamente il numero delle ore svolte per ogni singolo corso). Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli di servizio: fino a 20 punti.
  • Eventuali pubblicazioni scientifiche nel settore pertinente. Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli scientifici: fino a 5 punti.
  • Conoscenza documentata di almeno due lingue straniere.
  • Conoscenza dei principali programmi informatici.

Ti dirò ora che i suddetti requisiti, richiesti da una università in Italia per poter aspirare a firmare un contratto di collaborazione della durata di un mese e mezzo o due, corrispondono – e qui si aggiunge comunemente “grosso modo”, ma il fatto è che il modo in questione non è grosso – a quelli normalmente richiesti da una università straniera, poniamo britannica, per poter aspirare a firmare un contratto di collaborazione di durata mai inferiore a un anno o, spesso, un contratto di tre anni o, in certi casi nemmeno troppo rari, un contratto che si riferisce alla sua durata usando il seguente pretenzioso, scandaloso aggettivo:

PERMANENT

Ci si può interrogare sulle ragioni di una professionalità diversamente tarata a seconda che si viva qui o qua, lì o là, su o giù, ma difficilmente se ne verrebbe a capo.
Ci si può interrogare sui salari, ma difficilmente se ne verrebbe a capo.
Ci si può interrogare su cosa, esattamente, deve sapere e saper fare l’esperto di italiano L2, una volta che abbia avuto accesso a un contratto di collaborazione con una università in Italia, ma difficilmente se ne verrebbe a capo (tuttavia, si potrà suggerire che, spesso, tra le mansioni richieste vi è anche la disponibilità a fare fotocopie a proprie spese e a non essere troppo insistenti nella richiesta di rimborso).
Ci si può interrogare su un sacco di cose, ma difficilmente se ne verrebbe a capo (tuttavia, chi fosse interessato a interrogarsi lungamente insieme a me, potrà farlo scrivendomi via e-mail, perché questo non è un forum, è solo un blog, e non è nemmeno un blog specificamente dedicato al tema. I commenti della stessa natura divagatoria, però, saranno naturalmente ben accetti).

Infine, o a metà, o all’inizio, ci si può anche chiedere: “E chi se ne frega?”, e finalmente se ne verrebbe a capo: nessuno, ed è per questo che, quando possiamo, noi esperti di spaghetti e mandolino ce ne andiamo via dall’Italia.

(Segreto)

Ci sono certi risvegli malmostosi, alle volte.
Uno cammina in mezzo alla via il mattino presto, con il giornale in mano, e si ferma. Si ferma e sente affiorare dallo stomaco una domanda che non intuiva neppure di covare, “Per quanto tempo ancora, andrà avanti così?”. Avvolge questa domanda in un panno, come un pane fresco, o come un segreto, e se la mette in tasca.
All’improvviso non vuole sapere della crisi, del salario minimo e del sussidio per i co.co.pro., non vuole sapere di TFA, di allarmi, fervori, chiacchiere, promesse, decisioni, speranze.
Non vuole sapere. Non vuole nemmeno scegliere le parole migliori, per dire perché non vuole sapere, o per dire altro, raccontare di questo o di quello. Non vuole affilare la lama dell’ironia con la quale s’aiuta a falciare le miserie mentre arranca tra le paludi di ogni giorno. Non vuole più neanche pensare di partire per paesi lontani, come andava pensando.
Vuole chiudere il giornale, spegnere la radio, staccare la connessione internet, zittire tutti, zittirsi. Mettere due stracci in una valigia, qualche libro, poco altro.
Ritirarsi in campagna, da qualche parte, dove ci siano spazio e silenzio. Imparare a coltivare la terra. Che vergogna, non saper coltivare la terra. Che idiozia, aver studiato questo o quello, pensare di sapere questo o quest’altro, credere di saper fare quello o quell’altro, e non aver imparato a coltivare la terra.
Bisogna imparare. Piantare un seme, innaffiare, curare, avere una pazienza nuova. Stare a guardare, con le unghie sporche di terra, e non sapere d’altro.
Uno che sappia far nascere il pomodoro che metterà sulla sua tavola, che altro dovrebbe sapere, per sentirsi felice?

 

Con una musica del mio amico Double. Raf Ferrari Quartet, “Segreto”

Primo maggio del precario

Il primo maggio dell’anno scorso stavo lavorando. Me lo ricordo.
In quel periodo tenevo un corso per studenti tedeschi in un istituto privato, tanto privato da essere segretissimo. Un posto per sua natura estraneo alle ragioni del mondo laico e di cui mi è capitato di diventare collaboratrice, perché i posti segretissimi come questo sono pieni di stranieri che hanno certe necessità di imparare a comunicare nella nostra lingua.
Mi svegliai un’ora prima del solito, dunque un paio d’ore prima del necessario, preoccupata all’idea di non arrivare in tempo. Roma, il primo maggio, può essere un posto difficile più che negli altri giorni dell’anno. Soprattutto se alle nove in punto devi presentarti a lavoro. A dire il vero, avevo avuto la possibilità di scegliere: se volevo, m’avevano detto il giorno prima in una trattativa telefonica, potevo anche prendermi un giorno di festa e recuperare la lezione alla fine del corso. Festa, io? Figuriamoci! Se c’è da lavorare, mica mi tiro indietro io! Che poi voi tedeschi ci dite che noi italiani siamo scansafatiche, e io scansafatiche non sono, e manco i miei colleghi che domani staranno lavorando da qualche altra parte. Nossignori, io il primo maggio sono lì a fare le mie quattro ore mattutine del corso intensivo A1. Fatemi trovare la mia lavagna e i pennarelli colorati. Abbondate con quelli rossi. “Perché?”, avevano chiesto subito allarmati. Nulla, domani li faccio giocare alla corrida con la coniugazione dei verbi. Il registratore no, non vi preoccupate, me lo porto da casa come sempre. Tanto non mi pesa, lo metto in borsa.

Stavo lavorando anche il giorno di Ferragosto, l’anno scorso. Ma in tutta comodità da casa, perché il Co.co.pro di quel periodo, invece, mi chiedeva di correggere entro una certa data qualche centinaio di esami scritti e l’università, che al benessere dei suoi dipendenti e collaboratori ci tiene, s’era impegnata a digitalizzare tutti i documenti cartacei e metterli online su una piattaforma, segretissima pure questa, in modo che io e i colleghi potessimo goderci il sole dal balcone di casa. L’amica Sam e l’amico Nosferatu mi chiamarono per concordare ora e luogo di un appuntamento festaiolo. Uno dice: “È giusto: chi non si rilassa un po’ a Ferragosto?”. “Il mentecatto che si è impegnato in un Co.co.pro a correggere entro una certa data qualche centinaio di esami scritti”, dico io. Dopo aver spiegato perché non mi sarei unita a loro, con lei litigai e, almeno per quel giorno e fino a qualche giorno dopo, ci mandammo affanculo, mentre lui mi disse che non avrebbe voluto essere nei miei panni e mi augurò buon lavoro, o qualcosa del genere. Io reagii bocciando una trentina di candidati.

Che vuoi farci. Il prezzo da pagare per la libertà del precario è che, in certi giorni dell’anno in cui molti dei tuoi amici festeggiano qualcosa (sì, io ci ho perlopiù amici impiegati a tempo indeterminato, o impiegati a tempo. Quando voglio sentirmi in compagnia di diversamente impiegati, telefono ai colleghi), tu lavori. Però poi, quando loro lavorano, può succedere anche che tu festeggi. Pure per tre o quattro mesi di fila.

Il primo maggio di quest’anno è più facile. Non faccio lezione, sono a casa. Chissà a Ferragosto, me lo diranno al momento giusto.
Però non so cosa dovrei fare, oggi. Che faccio, mi presento alla Festa dei Lavoratori così, senza invito?

“Ma si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”
(Nanni Moretti, Ecce bombo)

How often is often?

“E non hai pietà tu di me”
(Nanni Moretti in Bianca,
a uno studente durante una lezione di matematica)

“- È giusto, Professò?
– Giusto un cazzo!”
(Silvio Orlando a uno studente durante una lezione di italiano,
in Riccardo Milani, Auguri Professore)

“Vi amo, voi tutti che siete in quest’aula”
(ancora Nanni Moretti, in La messa è finita,
dove però al posto di “aula” si dice “bar”,
che secondo me fa lo stesso)

Cercando di mettere ordine tra le mie scartoffie di lavoro, ho rinvenuto una serie di appunti e materiali di un vecchio corso che ho tenuto più o meno un anno fa. Era un corso di livello A1, cioè per principianti, o beginners, se preferite la nomenclatura del gergo anglosassone. Gli studenti erano tutti dottorandi di un’università qui a Roma. C’erano in prevalenza cinesi e indiani, poi un pakistano, un russo, una turca, un macedone e una brasiliana – chi non fa questo lavoro non può immaginare le gocce di sudore freddo che t’imperlano la fronte prima di entrare in una classe di livello A1 dove il coordinamento didattico, per la solita mancanza di fondi e risorse, ha riunito una brasiliana, che può grosso modo già orientarsi nella catena di suoni che sente anche se ha appena iniziato a studiare l’italiano, insieme a degli orientali, che faticano solo a capire dove si trovano.
Mi sono imbattuta in un disegno e m’è tornata in mente una lezione sugli avverbi di frequenza.
Tra le molte possibilità, c’è una soluzione che si può adottare quando si vogliono far imparare gli avverbi di frequenza “sempre”, “di solito”, “spesso”, “qualche volta”, “raramente”, “mai”, dopo averli fatti osservare negli usi in contesto durante l’ascolto o la lettura di un brano. Diremo subito, per evitare dubbi eventuali, che l’uso dell’inglese come lingua veicolare in classe, o di qualunque altra lingua che non sia l’obiettivo, in questo caso l’italiano, è assolutamente bandito, salvo i casi in cui certe attività lo prevedano. Per gioco, istituisco sempre la regola della “multa” per tutti coloro che vi ricorrano durante la lezione: cinque euro per ogni parola detta in inglese, tre per ogni parola detta nella propria lingua a un compagno connazionale; è ovvio che si tratta di una multa immaginaria, altrimenti oggi potrei tranquillamente fare a meno di lavorare e vivere di eredità per il resto della vita.
La soluzione, dicevo, consiste in un disegno, semplice e immediato (o almeno io credevo che lo fosse e che lo fosse sempre, per tutti), che rappresenta il tempo su una linea orizzontale. Non è un’idea mia, l’ho presa da un libro che uso molto volentieri, e non è nemmeno ‘sta gran pensata. Subito sopra questa linea si disegna un sottile rettangolo, lungo quanto la linea, e lo si colora tutto se si vuole rappresentare l’idea di “sempre”. Sulla linea stessa, invece, si disegna una serie di puntini, a seconda degli altri avverbi che si vogliono visualizzare: tanti puntini a una distanza regolare l’uno dall’altro se l’avverbio è “di solito”, tanti puntini a una distanza casuale l’uno dall’altro per “spesso”, pochi puntini per “qualche volta”, pochissimi puntini per “raramente” e, infine, una linea senza puntini per “mai”. Non importa ovviamente (ma è davvero così ovvio?) quanti puntini si disegnano, è rilevante solo la relazione tra i puntini rispetto alla linea.
In genere funziona efficacemente, persino con gli americani. Gli americani, soprattutto i giovani universitari, sono infatti il banco di prova della chiarezza di una lezione di italiano: se la capiscono loro, la possono capire tutti. Vogliano perdonarmi tutti gli americani, competenti in italiano e non, e tutti i filoamericani, per quest’ultima affermazione all’apparenza irrispettosa, ma, esclusivamente per quanto riguarda l’apprendimento di una lingua straniera, ciò che affermo non è solo un’opinione: è un fatto provato dall’esperienza, mia e di tanti colleghi più anziani e più esperti di me. Tant’è che, nell’aula docenti dove al mattino ci si incontra e ci si scambiano notizie e idee, si è soliti valutare, ad esempio, la fattibilità di un test in base all’esito che questo ha avuto in precedenza con studenti americani: “Com’è questo test? Dici che lo posso dare ai cinesi dell’A2 o è troppo difficile?”, “No, vai tranquillo, è a prova di americano”, “Ah, perfetto, allora domani faccio fare questo”.
Quel giorno, però, il giochetto non funzionò. Cioè non funzionò con uno studente, il pakistano. Non avevo mai avuto pakistani in classe prima di quel corso.

Si chiamava Sulaiman, aveva ventisei anni e faceva un dottorato in matematica. Era quello che aveva accumulato più multe, si era iscritto al mio corso di italiano perché obbligato dalla sua scuola di dottorato, ma chiaramente non ne vedeva la necessità: comunicava tutto se stesso in pashtu e in un inglese che capivo poco. Sulaiman non aveva bisogno di fronzoli. In 90 ore di lezione avrà fatto non più di due degli esercizi regolarmente assegnati per lo studio individuale. Era un tipo piccoletto e sempre sorridente, mite, con gli occhi buoni e luminosi, particolarmente timido (ma anche la timidezza è una questione culturale, e ciò che ci pare timidezza potrebbe in realtà essere una forma di ossequio che si mostra in circostanze ritenute formali e in rapporti ritenuti gerarchici). Arrivava con uno zainetto sulle spalle e si sedeva sempre il più lontano possibile dalla lavagna. Ci stavamo molto simpatici, ma già dopo i primi giorni di lezione mi fu chiaro che con lui non ce l’avrei fatta, perciò il solo obiettivo che insieme ci si poteva dare era la buona tenuta di un atteggiamento di generale curiosità, essenziale per qualunque operazione.
Quel giorno, mentre ero intenta a disegnare i puntini, a un certo punto mi voltai e intravidi il suo sguardo fattosi vitreo e la sua manina che si sollevava in aria. “Sta per fare una domanda”, pensai – in una classe di lingua non si alza la mano per chiedere il permesso di parlare, si parla e basta, e si è tutti contenti che ciò avvenga, ma spesso gli studenti di tutte le età, soprattutto gli orientali meno occidentalizzati, fanno inizialmente fatica ad abituarsi a questa democrazia comunicativa, giudicandola irriverente nei confronti dell’insegnante, perciò alzano la mano per chiedere il diritto alla parola, come del resto credo si faccia ancora anche tra i banchi delle scuole italiane (prima ancora, tra i banchi delle scuole italiane, non si alzava nemmeno la mano, semplicemente si parlava “solo se interrogato”, ce lo ricorda Domenico Starnone).
Invece vidi il ditino di Sulaiman, l’indice, che tamburellava nell’aria da sinistra a destra, e gli occhi che si socchiudevano per mettere meglio a fuoco il mio disegno. “Forse da laggiù non vede bene”, ripensai. Cancellai e rifeci lo stesso disegno più grande, lussandomi la spalla a sfruttare tutta l’interminabile lavagna che percorreva la parete da un capo all’altro (sì, all’università tagliano tutto, però in alcune non badano a spese per le lavagne, purché il gesso o il pennarello te lo porti da casa).
Ma vidi Sulaiman ripetere il gesto. Capii allora che stava contando i puntini. Sulaiman stava contando i puntini, e li veniva via via trascrivendo sui suoi appunti. Non era da escludere che per lui i sette puntini che casualmente avevo disegnato stessero significando “spesso” e i due puntini “raramente”. Quindi non era da escludere nemmeno che io gli stessi dicendo che se compio un’azione sette volte, e solo sette, allora la faccio “spesso”, e così via. O forse voleva solo copiare fedelmente il mio disegno? Per innata meticolosità o per quell’eccesso di assennatezza tipico di quando, prudentemente, copi qualcosa senza averci capito una mazza, con la speranza di capirci qualcosa dopo?
Mi tenni composta e sorridente. Per uscire dal pasticcio in cui mi ero cacciata feci una serie di esempi ulteriori e, mentre gli altri erano a testa bassa sui loro appunti, rimasi ad aspettare di incrociare lo sguardo di Sulaiman e, quando ciò accadde, gli feci un sorriso più largo. Lui rispose al sorriso e annuì energicamente arrossendo un poco, per quanto sia possibile intravedere il rossore sulla carnagione scura di un pakistano a una distanza di qualche metro. Aveva capito questa volta? A giudicare dalle sue successive produzioni in italiano, mi dissi di sì. Però io, quel giorno, con quel disegno, dove avevo sbagliato? Avevo sbagliato? Se sì, quali informazioni culturali mi mancavano sul modo di rappresentare il tempo in Pakistan? Ho chiesto in giro ai colleghi, ma non ne abbiamo cavato nulla. O forse c’entravano qualcosa gli studi in matematica di Sulaiman? Non l’ho mai capito, e per questo il suo ditino in atto di contare è uno dei ricordi disgraziati più belli che ho.
Ho riproposto il disegno con i puntini altre volte in seguito, in altri corsi e ad altri studenti, e non mi è più capitato di vedere dita sollevate a contare, come non mi era mai capitato prima di Sulaiman, ma adesso, ogni volta che è ora di passare agli avverbi di frequenza, se decido di riutilizzare i puntini, sento una specie di eccitazione mentre sono alla lavagna a disegnare e, quando mi volto, vado alla ricerca di dita alzate, perché io quasi le vorrei vedere, quelle dita che contano. Le vorrei vedere e avrei la tentazione di chiedere: “Ma che minchia hai da contare?”.

Scott Lion DeVall (Facebook)