Per opportuna conoscenza e auspicabile divulgazione

Questo post è un intermezzo stonato. Sta qui in mezzo agli altri più riconoscibilmente morelliani per temi e per toni. Però ci sta bene lo stesso. Ci sta come un servigio che rendo, dedicando una porzione di questo blog, a me e a tanti colleghi di lavoro, quelli cari e, via, pure quelli meno cari, che sono molti di più.

Oggi mi va di dire due parole – si dice così, in genere, per riferirsi alla natura disimpegnata della divagazione, più che alla sua effettiva brevità – su cosa significa esattamente essere un docente di italiano come lingua straniera che collabora con i Centri Linguistici d’Ateneo, in Italia.
Costui è solitamente indicato nelle sedi opportune con la seguente dicitura: “esperto di italiano L2”.
Tu, italofono, comprensibilmente dirai forse: “Esperto?! Mah… L2 non lo so che significa, ma esperti di italiano lo siamo tutti: lo parliamo da quando siamo nati! Che ci vuole?”.
Se hai un po’ di pazienza, te lo dico tra un attimo, quello che ci vuole.
Oppure tu, italiano che nella vita fai o vorresti fare un altro lavoro, comprensibilmente dirai forse: “Ah, magari sarà complicato, però poi lavori dentro un’università, quindi che vuoi, scusa?”.
E io, forse meno comprensibilmente, ti risponderò che voglio un contratto di durata superiore a un mese e mezzo o due, che è la durata generalmente prevista di un contratto di collaborazione – non rinnovabile, perché a un contratto di collaborazione con una università pubblica in Italia si accede a seguito di un concorso e al concorso si accede a seguito dell’emanazione di un bando e il bando viene emanato se si rende necessario emanarlo e si rende necessario emanarlo se il personale interno dell’università non è sufficiente o non è autorizzato a coprire le esigenze contingenti – con i Centri Linguistici d’Ateneo, in Italia.
Siccome è possibile che io, con la mia sintassi fastidiosa, ti abbia distratto, voglio ripeterti l’informazione centrale: un mese e mezzo o due.
A questo punto tu, italofono o italiano, o italofono e italiano, ti figurerai forse tutto un altro tipo di situazione, e comprensibilmente penserai: “Allora, se l’università vi chiama solo per questi contrattini di un mese e mezzo o due, non ci vogliono chissà quali requisiti per fare ‘sto mestiere! Avevo ragione, siamo tutti esperti di italiano, che ci vuole? Una laurea forse, sì, be’? Ormai ce l’abbiamo tutti. Anzi, quasi quasi ci provo pure io, che sono italiano, ho una laurea in economia e so mettere i congiuntivi al posto giusto. Che poi, che lavoro è, insegnare la tua lingua madre a uno straniero? Io l’anno scorso, per arrotondare, quando uscivo dall’ufficio davo anche ripetizioni di italiano al rumeno che mi abita di fronte!” (variante raccolta nelle testimonianze: “… Io l’anno scorso, un po’ per passione e un po’ per necessità, davo ripetizioni di italiano alla filippina che veniva a farmi le pulizie in casa!”). Oppure, se sei un docente, della materia che preferisci, nella scuola statale italiana, dirai forse: “Potrei farlo anch’io, magari nei periodi in cui la scuola non mi fa lavorare. Io poi sono uno di quelli che hanno fatto la vecchia SSIS, per cui sono proprio abilitato all’insegnamento”.

Prenderò un bando di concorso a caso, dal mazzo che ho accumulato negli anni (quello cartaceo, ma, a ben vedere, non solo). Suppongo di non poter dire quale, ma fidati di me: sono tutti uguali e l’importante è che tu ti faccia un’idea, grazie alla quale tu possa eventualmente porti nuove domande, dopo. Ti dirò cosa ci vuole, per arrivare a firmare un contratto di collaborazione, della durata di un mese e mezzo o due, con un Centro Linguistico d’Ateneo, in Italia:

  • Laurea specialistica/magistrale ovvero di vecchio ordinamento in Lettere o in Lingue moderne (o Laurea in Filosofia, purché nel curriculum studiorum ci siano esami di Italianistica, Linguistica e Didattica delle lingue moderne). Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli di studio: fino a 15 punti, determinati dal voto di laurea.
  • Formazione didattica e perfezionamento post-laurea nell’insegnamento dell’italiano come L2 (costituiranno titoli valutabili: Master universitario in Didattica dell’Italiano L2; Dottorato di ricerca pertinente; Diploma di Specializzazione in Didattica dell’Italiano come L2; certificazioni glottodidattiche; eventuale seconda laurea in Lingua e Cultura Italiana, o affine pertinente al profilo richiesto; corsi di formazione e/o aggiornamento in didattica dell’italiano come L2; …). Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli di studio post laurea: fino a 10 punti.
  • Aver svolto attività didattica di italiano come L2 presso università italiane e straniere e/o Istituzioni accreditate in didattica dell’italiano come L2 (indicare esattamente il numero delle ore svolte per ogni singolo corso). Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli di servizio: fino a 20 punti.
  • Eventuali pubblicazioni scientifiche nel settore pertinente. Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli scientifici: fino a 5 punti.
  • Conoscenza documentata di almeno due lingue straniere.
  • Conoscenza dei principali programmi informatici.

Ti dirò ora che i suddetti requisiti, richiesti da una università in Italia per poter aspirare a firmare un contratto di collaborazione della durata di un mese e mezzo o due, corrispondono – e qui si aggiunge comunemente “grosso modo”, ma il fatto è che il modo in questione non è grosso – a quelli normalmente richiesti da una università straniera, poniamo britannica, per poter aspirare a firmare un contratto di collaborazione di durata mai inferiore a un anno o, spesso, un contratto di tre anni o, in certi casi nemmeno troppo rari, un contratto che si riferisce alla sua durata usando il seguente pretenzioso, scandaloso aggettivo:

PERMANENT

Ci si può interrogare sulle ragioni di una professionalità diversamente tarata a seconda che si viva qui o qua, lì o là, su o giù, ma difficilmente se ne verrebbe a capo.
Ci si può interrogare sui salari, ma difficilmente se ne verrebbe a capo.
Ci si può interrogare su cosa, esattamente, deve sapere e saper fare l’esperto di italiano L2, una volta che abbia avuto accesso a un contratto di collaborazione con una università in Italia, ma difficilmente se ne verrebbe a capo (tuttavia, si potrà suggerire che, spesso, tra le mansioni richieste vi è anche la disponibilità a fare fotocopie a proprie spese e a non essere troppo insistenti nella richiesta di rimborso).
Ci si può interrogare su un sacco di cose, ma difficilmente se ne verrebbe a capo (tuttavia, chi fosse interessato a interrogarsi lungamente insieme a me, potrà farlo scrivendomi via e-mail, perché questo non è un forum, è solo un blog, e non è nemmeno un blog specificamente dedicato al tema. I commenti della stessa natura divagatoria, però, saranno naturalmente ben accetti).

Infine, o a metà, o all’inizio, ci si può anche chiedere: “E chi se ne frega?”, e finalmente se ne verrebbe a capo: nessuno, ed è per questo che, quando possiamo, noi esperti di spaghetti e mandolino ce ne andiamo via dall’Italia.

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La meditazione del credente glottopipponico

Lunedì prossimo tornerò in terra senese per la presentazione della mia supercazzola accademica sulla glottopipponica.
La glottopipponica si occupa prevalentemente di trovare nuove teorie dell’apprendimento di una lingua straniera e nuove tecniche per il suo insegnamento, allo scopo di attirare nuovi discepoli disposti a rimanere tutta la vita in mutande in nome di un’idea. L’idea è che per imparare una lingua ci sia bisogno di un insegnante, possibilmente bravo. Se questa idea inizia a vacillare nella coscienza del discepolo, il discepolo avrà una vita faticosa, che del resto ha comunque, essendo rimasto in mutande all’atto di convertirsi alla fede divenendo un glottopipponico.
Non essendo una religione ad ampia diffusione, si potrebbe ipotizzare che non sia interessata da fenomeni di persecuzione dei suoi fedeli: sarebbe un’ipotesi errata, perché i fedeli glottopipponici, una volta divenuti insegnanti di lingue straniere, sono martiri votati alla flagellazione a colpi di Co.co.pro. Abbiamo del resto già trovato analogie tra la lo spirito della glottopipponica e gli orientamenti della fede religiosa, quando abbiamo parlato della Chiamata.
La glottopipponica, dicevamo, ha a che fare con certe teorie. Come tutte le teorie, si serve di una lingua gergale, perlopiù mutuata dalla lingua comune e reimpiegata con significati specifici. Una parola, per esempio, è “motivazione”, che mi dà sempre un sacco da pensare, però orientata all’insegnante, più che allo studente. Se vi è capitato di leggere City di Baricco – scrittore che mi convince raramente, come appunto nel caso isolato di City e pochi altri – vi tornerà forse in mente il Saggio sull’onestà intellettuale del Prof. Mondrian Kilroy riguardo alle teorie che gli uomini si inventano ogni giorno per passare il tempo su questa terra (se non lo avete presente, lo trovate al capitolo 22 di City). La glottopipponica non è che una di queste, e io ne ho abbracciato il credo, perché quando sono uscita dall’università con una laurea in lettere ero ancora entusiasta di dedicarmi all’inutile come il giorno dell’immatricolazione (vedi la “motivazione”, nelle sue manifestazioni più degenerate). Dunque ho perseverato negli anni successivi, attraverso le fasi della formazione post mortem – scusate, volevo dire post lauream – nonché della professione.

Trattandosi in questo caso di una pubblica presentazione, alcuni miei cari hanno prevedibilmente manifestato la loro volontà di essere presenti all’evento: la mia amica Nina, la quale però ha saputo che sarà trattenuta a Roma da altri impegni; Le Sanglier, il quale, per deformazione professionale, vorrebbe venire munito di macchina fotografica, registratore e taccuino, pur avendogli io spiegato che non si tratta di una conferenza stampa; Maria e Svevo: “Nui nce p’tem’ venì?”. Solo il mio amico Nosferatu, saggio ingegnere, si è limitato ad auguri d’incoraggiamento e a richieste di aggiornamento sull’esito.
Ho cercato perciò di informare i tre aspiranti accompagnatori sul fine scarsamente turistico della mia trasferta, ma resta indubbio che Siena sia una bella città. Quindi verranno tutti e tre e ciò, una volta terminata la discussione della supercazzola glottopipponica, mi porrà un problema perché a quel punto, che è un punto in cui si finisce in un’osteria toscana a ritemprarsi e gozzovigliare, non potrò sottrarmi alla gestione dei flussi di comunicazione a quattro, e i quattro in gioco saremo io, Le Sanglier, Svevo e Maria, la più consueta e tradizionale delle scene familiari, la sola che, per una lunga serie di complesse ragioni, può davvero ridurmi a uno straccio, più della glottopipponica, del precariato e di una vita in mutande.
In questi ultimi giorni, dunque, mi preparo e faccio meditazione come un padre gesuita i suoi esercizi spirituali.

Questa mattina ero al telefono con quelli di Siena mentre mi aggiravo per il Policlinico cercando di trovare l’uscita dopo una visita dall’otorino – sono rientrata a Roma ieri sera, le febbri sono state sedate, ma il mio setto nasale resta congenitamente ostruito e l’otorino, forse di origine svedese, ha deciso che è tutto da smontare e rimontare in pochi minuti, entro la fine dell’anno. Da Siena mi hanno fatto sapere che non sarà necessario il Power Point. “Benissimo”, ho risposto mentre sbagliavo l’ennesima uscita, ed era quello che realmente pensavo perché il Power Point mi disturba e andare a braccio, blaterando di una cosa che è chiara solo a me che l’ho scritta (e nemmeno sempre), mi piace un sacco. Soprattutto, mi disturba prepararlo in questi giorni di meditazione, nei quali il mio principale assillo non è la motivazione, non è il caso di studio da presentare, non è la glottopipponica tutta, ma è la cena con Svevo e Maria insieme a Le Sanglier.
Nello specifico, il mio assillo si concentra sulle seguenti domande:
– In quale idioma franco comunicheremo? Verrà in soccorso anche a noi la lingua gestuale degli italiani?
– Lo stomaco abruzzese di Svevo e Maria sopravviverà alla somministrazione dei pici all’aglione e della fiorentina, senza crisi di rigetto?
– Dopo cena, Svevo e Maria prenderanno subito la strada dell’hotel che hanno prenotato per la notte o si tratterranno per un drink con me e Le Sanglier, che abbiamo altri programmi digestivi?

Mi struggo (“… e mi tormento, oh Dio, vorrei morir! Babbo, pietà, pietà!”) e ho voglia di fare il Power Point.

La chiamata

Il mio è un lavoro essenzialmente stagionale, come quelli legati al turismo. Così sembrerebbe.
In effetti, secondo quanto alcuni miei cari sostengono, io sottovaluto con la miopia tipica di chi opera in ambiente accademico le evidenti relazioni tra il settore turistico e il settore formativo.
A partire dal mese di maggio fino a settembre inoltrato, infatti, orde di stranieri si riversano sotto il sole romano e desiderano andare in una trattoria per ordinare in italiano un piatto di tonnarelli cacio e pepe. Per questo si rivolgono spesso a scuole private di lingua dove insegnanti esperti in materia li rendano abili nel padroneggiare il nostro antico idioma. Già Dante, del resto, parlava di vivande conviviali.
Più ristretto, invece, risulta essere il pubblico di studenti universitari che vengono nel nostro bel Paese a studiarne la lingua. E dunque io sbaglio target, o sbaglio nel non estenderlo al profilo del turista in infradito e visiera.
Una mia collega un giorno mi disse: “Si sa, quando gli studenti non ci sono, stiamo a a casa a fare torte, no?”. No. Non si sa. E poi torte no, raramente mi vengono bene. Vado forte con i primi e i secondi, e anche con gli antipasti non me la cavo male.

Sono giorni, questi, di ricettari spaginati e dispense stipate di ingredienti.
Solo nell’ultima settimana ho impiattato etti di rigatoni alla carbonara, riso alla cantonese, spaetzle di spinaci, pollo alle mandorle, sfoglie ripiene, cous cous alle verdure, insalate di radicchio grana e noci in cestini di cavolo verza, per la gioia del Sanglier e degli amici che vengono a cena.
Sono giorni di uova sbattute e burro fuso, di peperoni affettati e carote sbucciate, di cipolle tritate e zenzero soffritto.
Nel tempo libero ripasso mentalmente la discussione della mia ultima supercazzola accademica sulla glottodidattica, o “glottopipponica” come preferisce chiamarla la collega che fa torte, che dovrò presentare prossimamente in terra senese. Rimando la preparazione del Power Point, che mi tedia, penso piuttosto a come fanno buoni a Siena i pici all’aglione e, nel frattempo, aspetto la chiamata.

La chiamata è un termine gergale variamente impiegato. Applicato alla glottopipponica, assume significati ancora poco noti.
Perché noi esperti glottopipponici abbiamo le nostre forme di devozione.
Digitando su Google “la chiamata” sono finita sul sito delle Adoratrici del Sangue di Cristo. Cliccando nel menu la voce “Vocazione” compare la “Chiamata”. In questa pagina si può leggere: “Essere Adoratrice del Sangue di Cristo non è un mestiere da imparare come fare l’insegnante, l’infermiera, l’operatrice sociale, ecc., ma significa rispondere a una chiamata divina che raggiunge in modi e tempi inaspettati”.
Oltre a rilevare la comune valenza assistenziale che gli autori del sito mostrano di assegnare alla terna dei mestieri menzionati, mi rendo conto di una parziale simmetria vocazionale tra Adoratrici e Glottopipponici, pur volendo accuratamente evitare la blasfemia. Come le prime, infatti, i secondi sono fedeli servitori, sebbene di organizzazioni meno influenti, e rispondono a una chiamata dall’alto che in effetti giunge in modi e in tempi inaspettati: può essere per telefono o per e-mail e in qualsiasi ora del dì feriale o nel week-end (non sono ancora note eventuali chiamate notturne, ma non me la sentirei di escluderle).
Quando arriva, il nunzio recita così:

“Ave idiota, pieno di disgrazia, il Precariato è con te.
Tu sarai miserrimo titolare del prossimo corso di lingua italiana per gli studenti del Programma X, che si svolgerà da x (data) a x (data), per un totale di n. ore x, presso la Facoltà X dell’Università X.
Adorerai il Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue, il Nostro Sillabo, nonché il Manuale che ti sarà dato. Potrai usarne altri, tutti quelli che vuoi, ma per le fotocopie ti arrangi perché qui ci hanno tolto anche i soldi per la carta.
Lavorerai molto anche a casa per inventarti lezioni entusiasmanti e starai sveglio la notte per correggere i test, perché tu sei fedele servitore della Glottopipponica e i servitori fedeli della Glottopipponica cercano di tirare fuori una buona lezione anche quando dormono o fanno sesso.
Verrai retribuito bene, ma alla rapida scadenza del co.co.pro. ti toglierai di mezzo e attenderai pazientemente nuove chiamate, perché tu sei fedele servitore e i fedeli servitori non sono degni di partecipare alla Nostra Mensa, ma di’ soltanto “Accetto” e sarai richiamato.
Nel frattempo, prega. Ora et labora. E tieniti sempre in forma con le sfoglie ripiene che, se ti va male, te le puoi sempre rivendere.”

[Un altro punto di vista sui servitori della Glottopipponica, detti anche “lavoratori della mestizia”, in “Even teachers get the blues”, postato da O’ Reilly nel suo vituperato blog “Aciribiceci”]