Wikiquote morelliano di saggezze abruzzesi (lingue salvate, lingue ritrovate)

Il padre Svevo e la madre Maria, nonché alcuni amici d’infanzia come Nosferatu e Sam, sono sempre stati convinti, non senza nascondere la loro disapprovazione al riguardo, che io alla nostra abruzzesità ci tenessi poco. Consideriamo tre fatti incontrovertibili: il primo è che io dal paesello abruzzese sono andata via appena ho potuto. Il secondo è che ci torno assai raramente (“Solo una volta dall’inizio del 2012”, mi ha ricordato oggi Maria al telefono, aggiungendo ragionevolmente: “Checcazz’, manco abitassi all’estero”). Il terzo è che non so nemmeno tutti i nomi dei compaesani candidati alle elezioni di questo fine settimana (avrei qualcosa da dire in proposito, ma non me la sento). Alla luce di questi fatti, non si può dire che Svevo, Maria, Nosferatu e Sam abbiano completamente torto. Tuttavia, per motivi meno evidenti, non si può neppure dire che abbiano completamente ragione.
La mia abruzzesità complessiva può restare discutibile, ma ha trovato i suoi modi di conservarsi in fondo a una parte più nascosta del cuore che non è sottoposta alla discussione, né qui né altrove.

Questo nascondiglio custodisce, fra le altre cose, certe saggezze tramandate nel mio idioma nativo, lingua complessa e notoriamente ricca di influenze che arrivano da più parti. Le trovo assai più interessanti dell’accesa querelle di cui sopra e, per questa ragione, le decreto unica eventuale materia di discussione relativamente alla mia abruzzesità. Ne spigolerò quattro a caso, con sicuri errori di trascrizione dovuti a una memoria squisitamente orale (accadeva qualcosa di simile anche nell’antica Grecia, quando l’aedo cantava).

1) La madre Maria a me, quando le dissi che prendevo molto seriamente i miei studi e, poi, il mio lavoro nel campo della glottopipponica: “Vida scì! Ca l’ambiziò iett’ ‘n carrozz’ e arvinn’ a ppè”. Aveva ragione, la saggia Maria.
2) La nonna Agnese, madre di Maria, commentando la placidità imperturbabile con cui mio fratello Houston si apprestava a entrare nel suo primo anno fuori corso di ingegneria informatica: “Nonn’! Jecche la cir’ s’ conzum’ e la prucessiò ngammin'”. Aveva ragione, la saggia Agnese.
3) Il padre Svevo, quando da bambina facevo cose che lui chiaramente disapprovava: “Mo t’ vatt’ ndà ‘na ramaccia!”. Qualche volta manteneva la promessa, il saggio, fiero e irriducibile Svevo. Riguardo alla ramaccia, poi, quell’anima sofferente e disagiata di Freud potrebbe inaspettatamente venirci in aiuto facendo luce sulle origini stesse del gergo botanico impiegato in questo blog. Inaspettatamente, perché me ne accorgo solo adesso che ci penso. Una specie di insight.
4) Sempre il padre Svevo: “A la fest’ lu cafò s’arvest'”. Sono d’accordo. Mi torna in mente quello che prima non mi sentivo di dire, e che non me la sento nemmeno adesso di dire.

Se qualcuno volesse aggiungere il proprio contributo, in abruzzese o in qualsiasi altro idioma nativo, non esiti a condividerlo. Qualora i non abruzzofoni avessero capito poco o nulla delle saggezze di Maria, Agnese e Svevo, e desiderassero venirne a capo, provino a fare ipotesi sul significato, suggerendo una proposta di traduzione. In ogni caso, puzzèt’ avè lu bbe’.

[* Altrove in questo blog: “La confessione di Svevo e la lingua salvata”, “Il ritorno a casa di Morelle #2: la lingua ritrovata”]