Il giorno dei blogger #2. Gente affidabile

“Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti”
(in Pedro Almodóvar, Tutto su mia madre)*

Dicevo, già da un po’ di tempo avevo voglia di scrivere a modo mio, dunque in un modo noiosissimo e sincero, un post sul fenomeno dei blog, per nulla superato, solo già largamente discusso, che è diverso.
L’occasione è arrivata in modo inatteso e con un pretesto piuttosto marginale che, in parte, mi mette un po’ a disagio. Mi mette un po’ a disagio perché io sono una che partecipa raramente ai giochi di gruppo e quella che alle feste, quando ci va (perché “se non vieni sei la solita asociale del cazzo” e allora ogni tanto bisogna andarci per disorientare e disorientarsi un po’ su chi si è o non si è), sta vicino al buffet e si riempie la bocca di pizzette per ridurre a livelli sostenibili l’eventualità di interagire, ma anche perché, devo proprio dirlo, finora ho sempre trovato più pizzette gustose che invitati gradevoli. Chi mi conosce lo sa, e chi non mi conosce e legge con regolarità questo blog l’ha intuito. Ciascuno se n’è fatto una ragione e, se non se l’è fatta, non sarà arrivato fino a questo punto della lettura del post, perciò, a questo punto della lettura del post, siamo ormai tra intimi – amici in senso stretto e amici in senso blogger – e nessuno si stupirà se dico che l’idea di ricevere addirittura un premio, di qualunque natura e portata (fatta eccezione per quelli di natura monetaria, ma purtroppo questo non è ancora successo), m’interessa assai poco. Però è successo.

WonderDida, la briosa autrice di Bighi in Shanghai, nonché l’unico individuo della Blogosfera che abbia avuto in passato l’audacia di intervistare via e-mail il mio personaggio Le Sanglier, ritiene che questo sia un blog “affidabile” e ci ha tenuto a dirlo in un suo recente post. Ora, io sull’affidabilità avrei molto da dire, ma me ne terrò alla larga. Per questa volta decido di partecipare al gioco e di mangiare un paio di pizzette in meno, perché l’occasione mi pare buona e perché posso farlo restando a casa in tuta e ciabatte. Perciò ringrazio WonderDida per la sua stima, che, come lei sa già, è una stima reciprocamente alimentata, al di fuori di premi e catene di Sant’Antonio.
Da quanto ho capito, sono invitata a segnalare a mia volta, se mi va, cinque blog che mi piacciono (e pertanto “affidabili”, è chiaro). In realtà, ai blog che mi piacciono particolarmente (e pertanto “affidabilissimi”, è chiaro) ho già dedicato una sezione nel menu laterale di questo blog, Segnalibri web, dove c’è il link ad alcuni di quelli che considero i loro migliori post. Se però il conferimento del premio “Blog affidabile”, riconoscimento istituito da non ho capito bene chi, può servire a dare loro maggiore visibilità – ma si tratta di blog già piuttosto letti, per cui non credo che ne abbiano bisogno – lo faccio con entusiasmo.
Pur essendo blog piuttosto letti, la mia impressione è che non lo siano ancora abbastanza. La Blogosfera nasconde autori e autrici per i quali sarebbe da prendere in considerazione una nuova edizione de La notte dei blogger. Però mi scusi, Lipperini, Il giorno dei blogger sarebbe oggi più verosimile perché, per favore, certi puntigli sono importanti e quindi irrinunciabili: nel 2004 Lei scriveva: “è di notte che molti, moltissimi blog vengono aggiornati” (p. XII), ma nel 2012 molti, moltissimi blogger sono precari o disoccupati (o co.co.pro., cioè a volte sono precari e a volte sono disoccupati) e hanno molto, moltissimo tempo per scrivere di giorno.
La prefazione la scriverei volentieri io, se fosse possibile. M’impegnerei seriamente a cercare di elaborare una stronzata all’altezza della situazione.

Ecco dunque le mie cinque letture affidabili, cioè imprescindibili per chi ami la lettura di stronzate scritte bene, benissimo. In libreria o nel web, stanno tutte là in fondo, in basso a sinistra.

Aciribiceci, di O’ Reilly
Bighi in Shanghai, di WonderDida
Diecimila.me, di AA.VV.
In coma è meglio, di Astutillo Smeriglia e Emanuelesi
The Brain that Drained, di Flavia Gasperetti

Il blog Personalità confusa è stato escluso dalla selezione, per la sola ragione che il suo autore è stato pubblicato nella citata antologia einaudiana del 2004, perciò si è già trovato presumibilmente in un punto ben visibile della libreria, almeno per qualche tempo.

* [Aggiornamento: L’amica e collega, e punto di riferimento in terra britannica, Eleanor Andrews mi fa giustamente notare l’inesattezza della citazione iniziale dal film Tutto su mia madre, precisando che quella originale è da Tennessee Williams, A Streetcar Named Desire. Ho un debole per le precisazioni]

Il giorno dei blogger #1. Là in fondo, in basso a sinistra

Nel 2004 Loredana Lipperini ha scritto una prefazione a La notte dei blogger (Einaudi), un’antologia di racconti firmati da alcuni dei migliori blogger italiani che già da qualche anno popolavano la rete. Si trattava soprattutto di scrittori non (ancora) consacrati da una casa editrice, non battezzati da una pubblicazione cartacea di ampia, o comunque considerevole, diffusione. Perché, sostanzialmente e malgrado i profondi cambiamenti che la rete ha portato nell’editoria e nelle modalità di fruizione di testi, la linea di demarcazione tra uno scrivente e uno scrittore continua, mi pare, a essere il libro, quello di carta che trovi in libreria – in quale punto della libreria, in quali quantità di copie e con quale grado di visibilità per i lettori, dipende da molte cose e da alcune persone. Questo, cioè il fatto che uno scrivente approdi in libreria e finalmente diventa uno scrittore, non lo trovo affatto spiacevole, anzi: la carta ha un odore buonissimo, ogni casa editrice ha il suo, o meglio, i suoi, perché variano anche in base alle collane. Più spiacevole è, semmai, osservare che spesso molti validi blogger scrittori – o scrittori blogger, come si preferisce – restano confinati nei labirinti del web, mentre le librerie tendono ad affollarsi di stronzate scritte male, che sono molto peggio di una stronzata scritta bene, perché una stronzata scritta male ci impoverisce tutti e questo ci dovrebbe intristire (ma evidentemente non lo fa abbastanza), mentre una stronzata scritta bene ha qualche speranza in più di fertilizzare la terra e la Terra. Ma questa qui è una faccenda complessa e a me non piace dilungarmi (questo blog, caratterizzato da post sempre brevissimi e di piacevole lettura, ne è una prova evidente). Però mi sento di suggerire che le stronzate scritte malissimo, di solito, si trovano all’ingresso della libreria, o comunque collocati in punti ben visibili ai clienti.

Nella sua prefazione del 2004, una stronzata scritta benissimo, la Lipperini scriveva:

Poi arrivarono i blog. In quattro anni quelli italiani sono passati da poche centinaia a centinaia di migliaia, mille nuovi ogni mese, milioni di pagine web dove è possibile raccontarsi e leggere i racconti degli altri. […] Internet ha permesso cose importanti, per la letteratura: non soltanto poter leggere libri gratuitamente sulla rete, e non soltanto utilizzare la rete, come fanno molti editori di area anglosassone, per pubblicizzare volumi attraverso microspot pensati per il web. Questo è assolutamente il meno. La parte più interessante di quella che viene chiamata Click Lit è la creazione, e il consolidamento, di una realtà critica indipendente e molto più vasta da quella titolata. Basti pensare, ed era solo l’inizio, alle recensioni dei lettori che appaiono da anni sul sito di Amazon e che hanno reso anonimi navigatori più importanti e vezzeggiati di una penna accademica. I loro nomi non si ricordano. Ma è esattamente questo il punto: quella che si va clamorosamente affermando è una forza collettiva. Una capacità, da alcuni prevista, di condivisione. (pp. X-XII)

Sull’idea di forza collettiva non sono sempletamente d’accordo, perché il narcisismo trasudato da ogni blogger in piena regola – ma, pure la Lipperini lo ricorda altrove nella sua prefazione, il narcisismo è un fatto antico e ne è affetto chiunque (possiamo aggiungere che oggi è rilevabile in forme assai più moleste di quella dei blogger) – non mi pare compatibile con questa idea di collettività. Tuttavia è vera una cosa: i blogger ululano come cani e lupi. Detta così, me ne rendo conto, potrebbe suonare poco lusinghiero nei confronti dei blogger (o dei cani e dei lupi, dipende dai blogger, perché è vero pure che ci sono blogger e blogger). Voglio dire che l’ululato di cani e lupi è una modalità comunicativa condivisa, segnala la propria presenza su un territorio, riunisce, influenza, richiama, ognuno con la propria voce. Perlopiù non ci conosciamo di persona (e, spesso, è meglio così), ma ci leggiamo con un’assiduità che non accorderemmo nemmeno ai compagni di letto.
In questo senso, quella dei blogger è certamente una forza collettiva. Utile a chi e come, non l’ho ancora capito. Dipende, anche questo, dalla propria collocazione nel web. Che so, diciamo là in fondo, in basso a sinistra?

[continua]

Sondaggio: quanto ti aggiorni?

Le attività non morelliane sono in ripresa, non senza una certa fatica dovuta all’evidente impegno che un aggiornamento costante richiede, nel mio lavoro come in altri. Nel mio, in particolare, la glottopipponica non dorme mai e in 48 ore può elaborare nuovi dati imprescindibili per le ricerche future.
Tuttavia si sa che, nelle pause caffè, nelle pause sigaretta e nelle pause caffè e sigaretta, un moderato sollazzo è benefico e necessario. Di più: il sollazzo è notoriamente la reale garanzia di un apprendimento duraturo nella formazione, nonché di una prestazione efficiente nel lavoro.
Sollazzandomi stamattina alle 7, prima di affrontare i miei pendings glottopipponici, ho scoperto Polldaddy, che conoscevo ma non avevo ancora capito esattamente cosa fosse (vedi a non essere sempre aggiornati?).
Quando l’ho capito, non ho potuto fare a meno di sperimentarne le funzionalità, così che la mia deformazione professionale e l’innato amore per la ricerca hanno presto avuto la meglio sul proposito iniziale di allentare la tensione per un po’, inducendomi infine a elaborare un serio sondaggio conoscitivo sulle percezioni di un fenomeno ancora tutto da capire.
In attesa delle abituali storie morelliane, lo propongo dunque alla vostra attenzione nel caso teniate anche voi a un aggiornamento puntuale su temi d’interesse.

Le insidie del lessico ad alta frequenza

Cari lettori affezionati e dissennati,

l’improvvisa impennata del numero di visitatori che il blog Tornasole, stando ai dati statistici elaborati da WordPress, ha registrato nelle ultime ore viene disgraziatamente a coincidere con un’altra serie di contingenze che qui mi prodigherò a rivelarvi, con la dovizia di particolari e minuzie che certamente vi attenderete dalle mie indubbie e proverbiali capacità di sintesi.

È forse giunto il tempo di dedicarmi più operosamente alle attività non morelliane cui dovrei dedicarmi in questi giorni e che invece sto trascurando, non certo perché colta anch’io dalla tanto nota quanto ingiustificata demotivazione del lavoratore precario, ma senz’altro perché vessata da una banale indolenza tutta primaverile.
Si sta verificando, infatti, un fenomeno pericoloso. Succede che, a curare la redazione di un blog insensato, si finisca con il ricorrere frequentemente a un lessico insensato che solo l’insensato autore del blog e i suoi insensati lettori, e solo quelli abituali (diversamente, è chiaro, sarebbero sensati), riconoscono e comprendono. Nel mio caso sta capitando, ad esempio, di sorprendermi qualche volta a chiamare Le Sanglier con il suo nome morelliano invece che col suo nome reale. Naturalmente lui, essendo il più insensato di tutti, conosce e legge abitualmente questo blog. Tuttavia si può immaginare quanto il mio lapsus rischi di creare confusione, quando non disappunto, soprattutto in certe situazioni di intimità. Si intuisce facilmente, insomma, che il nome Le Sanglier non incoraggia i cinghiali ai preliminari della seduzione.
Una sorte simile potrebbe presto toccare anche al resto della piccola galleria dei personaggi di Tornasole. Già il caro amico Nosferatu, che solo recentemente ha saputo di farne parte, ha iniziato a firmarsi con una sarcastica “N” nei nostri messaggi scritti, mostrandosi un poco contrariato per essere stato così indegnamente ritratto dalla sua vecchia fidata amica. Ha infatti rilevato, nel suo personale stile comunicativo che tanto ce lo rende caro, che i riferimenti alla persona e ai fatti reali sono “casuali un par de palle”.
L’amico Double, anche lui da poco informato di questo blog, ha reagito nel modo che gli è proprio, cioè approfittando dello scambio di e-mail sull’argomento per ricordarmi in nove parole che questo sabato sera si esibirà nuovamente al contrabbasso, mostrando in tal modo di tenere in seria considerazione le massime conversazionali della brevità e dell’informazione veritiera e, al contempo, di non avere ancora superato le sue difficoltà con quella della pertinenza.
Il fiero granitico Svevo, invece, di questo blog potrebbe anche morirne, lanciando la sua ultima maledizione abruzzese prima di diseredarmi. Il fiero granitico Svevo, a dire il vero, non è al corrente delle attività morelliane della sua amata primogenita, ma potrebbe chiedere opportune spiegazioni qualora, durante un contatto telefonico, si sentisse appellare con un nome che gli è sconosciuto.
Solo il giovane e dissennato fratello Houston non si stupisce di essere chiamato così, dal momento che in effetti è sempre stato chiamato così, anche prima che questo imperdonabile blog nascesse.

L’uso inappropriato di un lessico morelliano ad alta frequenza non sta risparmiando purtroppo nemmeno il gergo tecnico. E qui si entra, miei cari compari sfaccendati, nel campo minato della “glottopipponica”, del mio lavoro e del mio agile precariato.
Ieri mi sono ritrovata a scrivere la seguente e-mail:

Gentile XY,

per ora Le mando il testo completo, quello già discusso a Siena un paio di settimane fa.
Sarà sufficiente leggerne solo l’indice e l’introduzione che Lei ha chiesto.
L’articolo destinato invece alla rivista di glottopipponica è ancora in fase di redazione.
La contatterò presto telefonicamente. Se vuole, può dare intanto un’occhiata al materiale allegato.

Cordiali saluti,
XX

Solo un paio di secondi prima di cliccare su “invia” mi sono accorta di aver scritto “glottopipponica”, recuperando la lucidità in tempo utile per correggere la parola in quella reale (insensata anch’essa, ma inspiegabilmente più in uso). Ho così evitato in limine la figura barbina che avrei fatto, pagando però la mia distrazione con i successivi minuti di aritmia cardiaca, seguiti da un improvviso bisogno di pentimento e di assoluzione dai miei peccati morelliani.
Il lapsus, in questo caso, mi folgorò lungo la via, non di Damasco ma della transumanza accademica, i cui tratturi sono assai più accidentati di quelli della strada per Damasco nel I secolo dopo Cristo.
Il pericolo corso è certo un sinistro monito a rivedere il razionamento delle mie ore di tempo libero, allo scopo di evitare che il mio agile precariato possa diventare rovinosamente agilissimo e che la glottopipponica mi sbarri kafkianamente le sue porte per sempre.

L’uso involontario del lessico morelliano al di fuori del suo contesto d’origine, l’unico (forse) a non farmi rischiare l’internamento, sta evidentemente minacciando di estirpare le radici profonde dell’erbaccia Morelle. Nel fondato timore di perdere casa e bottega, ci sarà dunque una pausa di qualche giorno per far riposare il terreno sul quale lei, malerba rampicante, si riproduce incontrollatamente.
Ho l’impressione che ciò farà bene a tutti noi.

A presto,
Morelle Rouge

Speciale Tornasole. Il dossier integrale su Le Sanglier

Completiamo con oggi il dossier su Le Sanglier pubblicando l’intervista che era stata annunciata.
Come responsabile editoriale di Tornasole, mi preme dire che il mio contributo, questa volta, è parziale. Ho sì provveduto alla consueta revisione morelliana, ma sono intervenuta esclusivamente su alcune risposte del Sanglier, fornite nello sconosciuto idioma dei cinghiali, al solo scopo di renderle comprensibili agli umani. Tutte le risposte rispettano comunque la volontà dell’intervistato, che ne ha approvato la versione definitiva grufolando compiaciuto.

WonderDida, che non aveva nascosto una lieve perplessità iniziale di fronte alla proposta di intervistare Le Sanglier (incarico peraltro affidatole senza provvigione), ha mostrato di appassionarsi al dossier facendo pervenire dodici domande che sono davvero la fine del mondo, e che riporteremo così come le ha inviate. Ad apprezzare pienamente l’efficace condotta giornalistica di WonderDida avranno forse minori difficoltà i dieci fedeli lettori di Tornasole, per via dei numerosi riferimenti impliciti contenuti nelle domande; d’altra parte, solo un lettore fedele potrebbe voler fare o leggere un’intervista a Le Sanglier, che infatti è una piccola ricompensa a tale ammirevole fedeltà.
Tuttavia Tornasole è lieto di accogliere nuovi sconsiderati, per cui, se non siete ancora tra gli abbonati ma, per ragioni che comprendete solo voi sconsiderati, volete diventarlo, allora potreste voler leggere preventivamente i post relativi al personaggio intervistato, archiviati in questo blog con il suo nome, o anche alla voce “I fidanzati disgraziati”. Ma, sempre per ragioni che comprendete solo voi sconsiderati, potreste anche voler fare il percorso inverso partendo dall’intervista e facendovi guidare dalla vostra attuale infermità mentale.
Infine, potete anche leggere solo la prima risposta del Sanglier e decidere di riconvertivi subito alla ragione, chiudere la pagina e fuggire via, il più lontano possibile da quelle che WonderDida ha opportunamente definito “le insidie della rete”.
Se a WonderDida va tutto il merito della preparazione delle domande, non è però a lei che va la responsabilità dei demeriti complessivi che emergeranno dal dossier. Lei, infatti, si è ritrovata suo malgrado coinvolta nelle vicende di due mentecatti, per effetto della sua sciagurata condizione di lettrice assidua e interattiva di questo blog. La ringraziamo sinceramente per il suo pregevole contributo (e per essersi prestata a giocare con noi) e ci auguriamo che, dopo questa esperienza estrema, voglia continuare a essere impavida frequentatrice del blog.
Per quanto riguarda invece le responsabilità del Sanglier, mi sta dicendo di “levarmi dai maroni” (sic) e farvi leggere finalmente quel che ha da dire lui. Sono certa che su questo sarete d’accordo.

La lunga scioccante intervista è pubblicata, in due puntate, in un inserto speciale di Tornasole che si può leggere qui e qua, fra le più nocive pagine delle storie di Morelle Rouge.

Speciale Tornasole: intervista a Le Sanglier

Premessa
Un personaggio in cerca d’autore

Dopo aver letto uno dei miei recenti post dedicati a me e Le Sanglier, la blogger WonderDida, autrice di Bighi in Shanghai, aveva lasciato un commento riguardo al futuro, a suo dire invidiabile, che attenderebbe me e il placido mammifero, prospettando aberranti scenari di vita coniugale e l’invasione di sordidi cuccioli di cinghiale.
Lei non l’aveva prospettato esattamente così, ma così l’avevo visualizzato io. Avevo infatti avuto la crisi di panico che di regola mi procura allucinazioni all’idea di simili possibilità e all’idea che c’è un sacco di gente che queste cose le fa per davvero. Avevo addirittura meditato di abbandonare vigliaccamente il mite e amabile Sanglier per tornare ai sollazzi della mia riprovevole vita di individuo singolo, refrattario alle relazioni stabili, geloso della propria condizione. Volevo tornare insomma a quello status che, in alcune solide tradizioni, fa di un uomo un affascinante scapolo e di una donna un’invendibile zitella. A tale proposito mi tornava in mente il punto di vista di un mio zio marchigiano il quale, all’epoca, era solito farmi notare che io, in quanto donna, non ero singola come ci tenevo ad essere e non ero nemmeno un buon usato come certi pretendenti evidentemente privi di gusto volevano farmi credere, ma ero una semplicemente “ar’masta”, cioè una rimasta fuori dal mercato, come un prodotto scartato. Volendo, scartato in ambedue i sensi. In altre intramontabili tradizioni, poi, una zitella ancora spudoratamente giovane che scelga di spassarsela di tanto in tanto con qualche affascinante scapolo è ‘na vrutta zzoccola, mentre l’affascinante scapolo che scelga di spassarsela spesso con tutte è un fiero tombeur de femmes.
Dopo la spaventosa profezia di WonderDida, probabile discendente di Cassandra, io ero pronta anche a immolarmi all’uno o all’altro destino riservato alle femmine sfidanzate, ar’masta o zzoccola. Nel primo caso, mi sarei volentieri prestata ad essere assimilata al desolante ritratto de “Le due zittelle” landolfiane, personaggi indimenticabili della mia memoria libresca. Nel secondo caso, avrei ceduto all’ipotesi di salvarmi prendendo ben più di due piccioni con la fava, cioè tentando la strada del professionismo e risolvendo di conseguenza anche il problema del mio attuale precariato (si voglia perdonare l’oscena volgarità, si sa che a volte la disperazione sembra non lasciare alternative). Tuttavia nemmeno queste prospettive mi davano pace. Volevo infine drasticamente tornare ad accarezzare il segreto progetto della mia vita, rimasto sempre intentato per codardia e indolenza: quello di vivere sola tra i boschi come Thoreau. Il caso – che ci si mette sempre di mezzo a complicare le cose – ha voluto che, mentre perdevo il sonno su quest’ultimo proposito appena più radicale, mi segnalassero il Progetto Pecora Nera di un certo Devis, uno che a stare da solo pare ci stia provando davvero. Perciò ho cominciato a leggere il suo blog, meditando di contattarlo e continuando a dormire notti insonni.
Dalla mia personale spirale di angoscia non sono ancora uscita.

Le Sanglier, invece, si è dimostrato l’uomo semplice e diretto che è. Per cui ha reagito a suo modo, dichiarandosi disponibile a rilasciare eventualmente a WonderDida un’intervista in merito. L’intervista è un tipo di interazione che gli è particolarmente familiare, per via del suo lavoro. Solo che, nel suo lavoro, lui è quello che fa le domande. Nella vita privata, perciò, voleva stare almeno per una volta dalla parte dell’intervistato e ha voluto che l’intervista fosse pubblicata nel mio blog, che attualmente leggono in dieci persone, per rivelare al mondo come stanno veramente le cose. Ormai, infatti, si sente prigioniero del suo personaggio morelliano e reclama un altro autore.
WonderDida, donna di indubbia intelligenza e grande umanità, ha fatto quello che spesso si fa con i matti nelle situazioni che minaccino la nostra incolumità: lo ha assecondato. Dalla Cina, attuale dimora di questa brava blogger italiana, sono dunque arrivate via e-mail le sue domande per Le Sanglier. Dal divano di casa, abituale dimora di questo raro esemplare di mammifero selvatico, lui sta ancora rispondendo, emettendo grugniti di gioia tra una domanda e l’altra. Io farò da tramite.
A breve, l’intervista.

* Link correlati a questo post: “Goliardate”, di WonderDida, che anticipa anche lei l’evento, raccontandone l’antefatto alla sua maniera.

Perché Tornasole?

Ho un file odt sul desktop del mio netbook che si chiama “Rimanere sani”.
Ho iniziato a scriverlo qualche mese fa e contiene un meticoloso rapporto sui miei 3 anni a Roma: case in cui ho abitato, corsi che ho tenuto, studenti che ho avuto, nuove supercazzole accademiche che ho aggiunto alla mia formazione – ché l’idea del Lifelong Learning m’è sempre piaciuta assai, buona per chi non vuole cadere nella monotonia del posto fisso, ma addirittura ottima per chi si occupa di erogare queste taniche di offerte formative.
Lo rileggo di tanto in tanto e lo aggiorno pure con cura. Dovesse mai sgattaiolare via dalla memoria qualche dettaglio sulle mie capacità di scegliere le vie più impervie.
Lo scopo di un simile asettico diario di bordo non mi è del tutto chiaro, ma del resto poche cose lo sono. Potrebbe comunque tornarmi utile, come le buste di plastica che conservo sotto il lavello in cucina e nel mobile all’ingresso, anche quelle ordinate con scrupolo secondo dimensioni e possibili utilizzi (non è per via di Dexter, che pure confesso di amare, ma per via di una discreta esperienza in fatto di traslochi).
Scrivere, sempre, aiuta a pensare, e spesso a pensare bene.

In questi giorni faccio poco. Siccome ho grosso modo un’idea della vita che ho scelto, so che nel giro di poche settimane, o qualche mese al massimo, starò di nuovo annaspando in un nubifragio di impegni da incastrare nel sudoku della settimana e che mi lamenterò di non avere abbastanza tempo libero, perché la vita del precario è fatta, come si sa, di una copiosa serie di “co.co.co”, “co.co.pro.” e “co.cco.dè!“, con addensamenti perlopiù imprevedibili soprattutto se, come si sa meno, il precario lavora in ambito formativo e collabora molto con le università in qualità di “esperto”, se vive in Italia e se ha reali competenze specifiche.
Dunque, non essendo abituata a disporre di grandi quantità di tempo libero nei periodi di lavoro intenso, non sono nemmeno abituata a sapere esattamente cosa farne quando ce n’è a sufficienza.

Infatti, come si può vedere, ho riaperto un blog. L’altro, lasciato scorrere via con un’apprezzabile indifferenza fra i detriti di una piattaforma recentemente crollata, l’avevo iniziato nel 2007 in preda a certi tumulti del cuore, che non ho dimenticato. In effetti anche in quel periodo facevo poco, sebbene per ragioni diverse.
Un blog semplice, chiaro, pulito, possibilmente luminoso e divertente (questo non posso assicurarlo: struggermi e lamentarmi mi piace tanto), tendenzialmente autoreferenziale (questo posso assicurarlo: i blog personali si aprono per questo, suvvia, lo sapete anche voi). Inutile quanto basta per stare bene.
Non sono una scrittrice né un’aspirante. Non sono una giornalista, non sono una copywriter, una correttrice di bozze, e nemmeno una creativa. Tuttavia, nella vita fuori dal web lavoro con le parole, scritte e parlate, e mi occupo di lingue. Qualche volta, di linguaggi. Potrei dire insomma che mi occupo di comunicazione, ma siccome se ne occupano tutti, questa non è un’informazione rilevante.

A me piace raccontare, per capire come va.
Se sapessi dipingere o fossi interessata a impararlo, dipingerei quadri. Uso le parole come coloranti.

Io bloggo 2×01

Da uno scambio di e-mail con un vecchio, carissimo amico, 24 gennaio 2012:

Mic: “Ho cercato di salvare i post del tuo blog, ma non è una cosa che posso fare io che sono un visitatore, come è giusto che sia. Allora ti lascio le istruzioni migliori che ho trovato per esportarli altrove.”

Morelle: “… quella di non esportare il blog altrove è una scelta, nemmeno troppo patita e ragionata. (…) Naturalmente scrivo sempre, ma eventualmente in futuro aprirò un nuovo blog, se ne avrò voglia.”

Ne ho avuto voglia, pare. Succede quando hai un po’ di tempo libero extra. Il precariato, d’altra parte, non ha solo svantaggi come banalmente si potrebbe pensare.