Il giorno in cui l’anima mi sgattaiolò dal naso

[Prefazione di A.]

Il 17 dicembre a Roma accadde un fatto molto strano.
Sì, temo proprio che sia successo quel giorno, quando presentai al Centro Unico di Prenotazione un’impegnativa del medico per uno stamponamento nasale, codice TCC02.
Da sei giorni, infatti, avevo le narici (due) farcite di tamponi (uno per narice), lunghi all’incirca dieci centimetri (ciascuno), per un totale di circa venti centimetri di garza sterile dipanati nell’orifizio olfattivo fino al principio della fronte, grosso modo all’altezza delle sopracciglia, dove in effetti si poteva notare, facendo a meno d’ogni sforzo d’osservazione, un leggero ringonfiamento che lasciava intuire la presenza di un corpo estraneo al di sotto della pelle tumefatta. La fronte, come mi aveva spiegato uno specializzando giovane e belloccio poco prima di accompagnarmi in sala operatoria (dove il suo Professore avrebbe eseguito, in maniera certo inappuntabile, una correzione funzionale del setto nasale), è il tetto del naso, o il pavimento del cervello.

Per sei interminabili giorni, tra i più sciagurati della vita mia fino a quel punto, avevo respirato a stento col solo ausilio della bocca, alla ricerca forsennata d’aria, in una smorfia costante di stupore, che diveniva più grande quando commettevo l’imprudenza di guardarmi allo specchio e imbattermi in due zigomi enfiati e violacei. Per sei lunghe notti, seguendo il consiglio del giovane e belloccio specializzando del Professore, avevo cercato di dormire seduta, perché il sangue nelle narici ferite potesse defluire più naturalmente verso le garze sterili che, fissate alla base, lo raccoglievano come acqua piovana. Per diciotto pasti avevo deglutito senza piacere minuscole porzioni di acqua e di cibo (che piacere può venire, infatti, dal pericolo di soffocare a ogni colpo di epiglottide?). Ma, soprattutto, avevo comunicato a fatica con i miei cari, i quali, a dire il vero, avevano mostrato di non allarmarsi troppo per il mio silenzio interrotto da brevi frasi sconnesse e suoni nasali rabberciati alla meglio, soprattutto il mio devoto compagno Le Sanglier, che in quei giorni terribili, per amor mio e per spirito autolesionista, si è preso cura di me.

Dunque vivevo (come potevo) e sospiravo (quando mi riusciva) nell’attesa dello stamponamento che mi avrebbe restituito la dignità umana, voglio dire uno sfiato d’aria.
Eppure, come dicevo, quel giorno accadde un fatto invero strano.
Quando venni chiamata dall’infermiera gentile nella Stanza delle Medicazioni, ero certamente  agitata, lo ricordo, ma lo ero da non più di dieci minuti in tutto, ossia dal momento in cui avevo visto entrare in quella stessa Stanza una distinta signora sulla quarantina – a giudicare dalla curiosa impalcatura di garze e cerotti che le coprivano una buona metà della faccia, si sarebbe detta una paziente, senza dubbio – fino al momento in cui l’avevo vista uscire, il petto squassato da singhiozzi rumorosi. Il suo bel naso, liberato dalla prigionia degli accorgimenti medici, le pioveva sangue sulla bocca, senza alcuna grazia o pietà. La signora piangeva copiosa, disperata, come se le avessero appena strappato l’anima.
Per questo, quando l’infermiera gentile mi fece entrare nella Stanza delle Medicazioni, io ero sì agitata, ma, come dicevo, da non più di dieci minuti in tutto.
Mi avevano raccontato, prima d’allora, di strani e dolorosi avvenimenti che accadono a chi muta naso. Ero dunque preparata alla stranezza, al dolore e mutar naso.
Tuttavia quel giorno accadde qualcosa di più strano, e tremendamente doloroso.

Il medico mi fece sdraiare sul lettino e mi puntò addosso una luce bianca accecante che veniva dall’alto. Era visibilmente indaffarato; altri pazienti lo attendevano, sdraiati su altri lettini nella Stanza delle Medicazioni e accecati da altre luci bianchissime. Era chiaro che l’intera faccenda sarebbe stata assai rapida, con pochi preamboli e frasi cerimoniose (una sola per la precisione: “Stia ferma”).
Alla luce del neon vidi calare su di me una specie di uncino affilato. Lo sentii mentre agganciava la base del tampone sinistro (in seguito, non più di trenta secondi dopo, avrebbe agganciato anche quello destro). Poi ci fu come un silenzio inumano nella Stanza.
Fu allora, io credo, che l’anima mi venne strappata.
Non avvenne in fretta: la sentii tirata via a forza, ma lentamente, perché il dolore della perdita fosse grave. Lei, l’anima mia, stava rannicchiata nella fronte, che è il tetto del naso o il pavimento del cervello, e io non lo sapevo che se ne stava nascosta lì. Voglio dire: non lo seppi finché non mi venne strappata. Stava lì, e più il medico la tirava, più lei opponeva resistenza, aggrappandosi alle ossa del mio cranio, che si sbriciolavano scricchiolando come pane appena tostato. Le mie ultime parole prima di quel distacco furono solo pensate (dirle, pure avrei voluto, ma mancarono il fiato e la voce), e furono parole abruzzesi (perché quando mi cede il cuore, io penso nella mia lingua madre). Ripeterle, non posso.
Sentii il corpo (il mio, mi sembrò) dimenarsi come in preda a una convulsione, da qualche parte in fondo alla Stanza un frastuono di metalli, o uno strepitìo di vetri che andavano in frantumi (più tardi, ma non più di un minuto dopo, avrei appreso d’aver furiosamente scalciato, fino a colpire un carrello in fondo al lettino e mandare per aria tutti gli strumenti del medico).
Dalla cavità profonda del mio naso e del mio sentire vidi sollevarsi in alto un verme viscido, di colore rossiccio, lungo all’incirca dieci centimetri. Al prezzo della mia anima, inalai a fondo l’aria e respirai i primi odori del mondo nuovo: l’odore sgradevole del verme, e un lieve tanfo di sudore del medico (se fosse realmente lieve, però, non avrei saputo dirlo, perché avrei recuperato del tutto l’olfatto solo molti giorni dopo).
Fui grata di avere due narici: restava da sacrificarne ancora una, una soltanto, quella destra. Poi la fine di quella pena sconosciuta, e il ritorno a quella nota, e certamente più cara, legata all’odore rassicurante dei peti di Le Sanglier.
Il medico, sebbene si fosse mostrato assai contrariato per la perdita irreparabile dei suoi preziosi strumenti, ebbe pietà di me e mi diede qualche secondo per piangere in silenzio, poi passò alla narice destra. Il prodigio si ripeté, mostruoso come il precedente, ma, poiché avevo già distrutto tutto quello che si poteva distruggere a una distanza raggiungibile dai miei piedi, non vi fu frastuono di metalli, né strepitìo di vetri.
Infine vidi di nuovo la luce, bianca e accecante, sentii lo stomaco contrarsi e scuotersi come un vascello nella tempesta, finché ebbi l’irrefrenabile impulso di vomitare.

Quando uscii dalla Stanza delle Medicazioni, ero sgravata d’ogni pensiero e sentimento. Dove fosse finita la mia anima, lo ignoravo. Ma a pungermi come un ago acuminato era il sospetto che essa avesse atteso da sempre un’occasione come quella, per abbandonarmi e liberarsi finalmente di me: aveva forse messo in scena il suo rapimento, approfittando dei tamponi e avvinghiandosi tenacemente a loro per sgattaiolare via, attraverso il mio pertugio nasale? O davvero, per un errore del caso, le era stata fatta inaudita violenza? Tutt’oggi non ne so. La cerco, ma non si vede anima viva, e passo il tempo a sperare che torni.
Da allora non fui capace di scrivere più nulla. Mi convinsi che questa fosse l’inevitabile conseguenza di quell’evento spaventoso.
Io, Morelle Rouge, persi il mio vecchio naso, l’anima e la lingua, quella bella lingua nostra che con tanta serietà mi ero impegnata a oltraggiare scrivendo post su un blog semiserio di nome Tornasole.
Gli amici venivano a farmi visita, mi dicevano di non preoccuparmi, che presto sarei guarita. Le Sanglier, fedele e paziente compagno, mi leggeva ad alta voce i miei vecchi post, confidando che nell’ascolto avrei ritrovato le mie parole. I lettori mi scrivevano incoraggiandomi a provare (“Mettiti lì che poi ti viene”, mi ha scritto uno di loro al cui giudizio tengo molto, e a me, in uno stato per molti aspetti vicino alla demenza senile, è tornato in mente quando mia madre mi diceva la stessa cosa dopo che io le avevo urlato dal bagno: “Mamma, non mi esce!”, e questo ricordo improvviso m’ha perfino commosso).
Tuttavia non fui più capace di scrivere nulla di buono, nulla di pubblicabile, nulla che potesse dirsi vergato dalla penna di Morelle Rouge, poiché dal naso, dal mio naso dritto e nuovo, se n’era uscita tutta l’anima, e con l’anima le parole. Non tutte le parole, ma quelle che mettono insieme una storia (e perciò una perdita notevole, per chi creda che mettere insieme una storia aiuti a non affogare nel pantano della vita).

Così mi aggiro oggi per le mie stanze vuote, alla ricerca di una lingua che ho perduto. La cerco nelle tasche dei pantaloni, nelle borse, nei cassetti e negli armadi, nelle scatole, dietro le porte, sotto il cuscino, in mezzo alla paccottiglia stipata in cantina, negli occhi delle persone che incontro, tra le pagine dei libri che ho letto e di quelli che non ho ancora letto, e anche tra le pieghe di una specie di coscienza, o quel che è.
C’è chi dice “Oggi mi metto a scrivere”, e scrive. Altri dicono “Sapete, ho iniziato a tenere un blog. Oh, nulla di che, eh! Me l’ha consigliato il mio psicoterapeuta, non sono certo uno scrittore” (o “una scrittrice”), e uno va a dare un’occhiata, così, per curiosità, per ficcare un po’ il naso stamponato, e il più delle volte si scopre d’accordo con l’affermazione finale dell’autore, o dell’autrice, del neoblog.
La gente scrive, scrive, e scrive. Ma non più solo la gente. L’altro giorno ha cominciato a scrivere pure il cane dei miei, me l’ha detto mia madre al telefono, senza nascondere una certa fierezza.
Dunque anch’io, mi sono detta, vorrei continuare, non curandomi di far torto ai lettori, ma soprattutto alle parole.

Però, mi dico pure, ciò sarebbe assurdo.
Che storia è mai, questa qua? Senza l’anima, senza la lingua, come si fa?

 

(gennaio 2013, davanti a quel che resta di una Poinsettia, meglio nota come Stella di Natale)

3 pensieri su “Il giorno in cui l’anima mi sgattaiolò dal naso

  1. Da quello che ho letto fino ad oggi, da quello che ho letto qui oggi, ci faresti un torto a non scrivere piú. Mi hai tenuta su quel lettino con te, a provare ció che tu hai voluto farmi provare. E ho sofferto. Cerca bene e se non la trovi, la tua anima e le tue parole, ricostruiscile. Noi aspettiamo.

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