Come Marcovaldo mi salvò sulla Tiburtina

Questa prima domenica di marzo è iniziata bene, con una sveglia a base di toast e abbondante caffè insieme alle voci familiari di Radio Rai Tre, nella mia piccola cucina inondata di sole. Due passi fuori a comprare il Sole24Ore, di cui leggo solo il Domenicale, poi un altro caffè, eventualmente al bar se mi va un espresso bello forte. Gesti lenti e senza fretta, una rito al quale sono molto affezionata. La domenica mattina è tutta così. Se a pranzo ci sono con me persone che amo, allora è anche tutto un bollire e gorgogliare di sugo per la pasta al forno, e qualcuno mi deve portare le paste da una buona pasticceria: un vassoio di paste colorate e burrose, di cui almeno una con la frutta e una ripiena di crema al pistacchio.
Poi, nel primo pomeriggio di questa prima domenica di marzo iniziata bene, mentre pranzavo da sola con gli avanzi della cena della sera prima con Nina e Jo (un’insalata di radicchio, pere, noci e grana), il sole è impallidito e l’aria, calda al mattino, ha cominciato rapidamente a rinfrescare.
Adesso la radio sta trasmettendo “Les Indes galantes” di Rameau e ho un paio di giornali ancora da leggere, ma pensavo di prendere il treno e andare in città a vedere la mostra di Cartier-Bresson.
Nina, al telefono, mi chiede di aspettarla per andarci insieme il prossimo weekend perché lei oggi è in montagna ad arrampicarsi. Va bene, dico.
Allora esco a fare due passi.

Sono venuta a vivere qui perché gli affitti sono più bassi. Anche l’affitto, infatti, contribuisce al rischio di perdere la quiete nella vita quotidiana in una grande città, al pari del traffico, dei cortei, delle attese degli autobus e degli scioperi della metro. Un rischio che non ho mai corso seriamente, a dire il vero. In paese ci ho passato i miei primi diciannove anni, che sono stati sufficienti a farmi comprendere che, malgrado i disagi tipici, sto bene quando al mattino mi sveglio dentro una città. È così, chi sta bene qui, chi sta bene là, purché si stia bene.
Alle volte viene voglia di cercare Eutropia, la città invisibile i cui abitanti, quando si sentono assalire dalla stanchezza, possono decidere di spostarsi in un’altra città, vuota e nuova, dove cambiare mestiere, moglie o marito, paesaggio e passatempi. Ma la città ripeterebbe la sua vita uguale, spostandosi in su e in giù, di qui e di là, e gli abitanti ripeterebbero le stesse scene con attori cambiati. Rinuncio all’idea dell’ambiguo miracolo calviniano, e mi tengo stretto il mio pezzo di scacchiera.
Prima di trasferirmi qui, abitavo là, di fronte al parco di Villa Gordiani. Non è uno dei più noti o dei più grandi parchi di Roma, forse nemmeno uno dei più belli, ma ci stavo bene. Sotto il sole di luglio o al gelo di dicembre, una lettura seduta su una panchina o una passeggiata di dieci minuti a passo svelto erano diventate parte della ritualità quotidiana.
Coi piedi si pensa meglio, se uno ha da pensare. A volte, tornando dal lavoro in tram, scendevo ad una fermata prima, davanti all’ingresso principale, e facevo il resto della strada passando per il parco e uscendo dal retro. Camminando, incontravo fanatici di jogging e tai chi, mamme con prole al seguito, coppie di giovani sdraiati sull’erba ad amoreggiare, coppie di anziani a passo lento e sereno, gruppetti di pensionati seduti in panchina a gambe divaricate, il mento appoggiato sulle mani abbarbicate al bastone. Era una bella galleria di tipi umani.
Qui, questo piccolo prezioso rituale quotidiano è stato rimpiazzato da rapide falcate sul tratto della Tiburtina che collega Roma con Tivoli.
Vivo a una manciata di chilometri dall’Urbe e la vita del pendolare non è così spiacevole, tuttavia, quando si esce con l’intenzione di godersi due passi a piedi, gli scenari che si presentano all’occhio appaiono diversi. Si ha l’impressione di aggirarsi fra dormitori. I suoi abitanti lavorano perlopiù in città e riportano qui, sul far della sera, i loro visi grigi. A quel punto, molti di loro sembrano non avere più granché da fare oltre a perdere qualche soldo nelle slot machines delle sale giochi che popolano la zona, o starsene appollaiati sui banconi dei bar. Devo rileggere Carver, per capire perché certi suoi racconti mi vengono sempre in mente come un motivetto quando cammino per queste strade.

Cammino, e ascolto Mariza, Já me deixou. Il fado portoghese è ascoltato con una certa malinconia da chi si è da poco trasferito in periferia. L’umore si fa via via malmostoso lungo il marciapiede, o forse lo era già prima di uscire di casa. Aumento al massimo il volume della musica, per sovrastare il rumore delle macchine che mi sfrecciano accanto. Ma gli occhi non li posso chiudere, ci sono i bidoni dei rifiuti e qualche altro amante come me dell’escursionismo di periferia.
Arrivo alla libreria-caffè dove in realtà ero diretta fin dall’inizio, ché a nessuno verrebbe in mente di farsi una passeggiata a piedi sulla Tiburtina se non con uno scopo preciso, possibilmente diverso da quello di chi ci passeggia abitualmente in tacchi a spillo e minigonna inguinale.
Il posto ha il nome inflazionato di uno scrittore americano famoso, non si può chiedere estro a una libreria-caffè sulla Tiburtina ma solo essere grati a chi ha pensato di aprirla. Fanno dei deliziosi cubi di mousse alla fragola e un ottimo caffè. Li ordino entrambi e nel frattempo cerco un libro. Ne ho diversi pronti da leggere a casa, ma non è ancora arrivato il momento; come ben sa chi ha il vizio della lettura, comprare un libro e mettere in lista d’attesa quelli che già si hanno è una tentazione irresistibile. Sto cercando l’ultimo libro di Veronesi, che non avevo proprio in mente di leggere ma che invece mi è venuta voglia di leggere dopo un post di un blogger che ho iniziato a seguire con grande interesse. La libreria-caffè non ha il libro di Veronesi. L’umore si illividisce ancora un po’. Passo tra gli scaffali e arrivo a Calvino, che è ormai in tutte le librerie italiane, anche quelle sulla Tiburtina.
Decido su due piedi, gli stessi che mi hanno portato fin lì, di acquistare un’edizione tascabile di Marcovaldo, che, a differenza delle Città invisibili, non rileggo da almeno un decennio e di cui non ho più una copia mia. Tra un trasloco e un viaggio e un fidanzamento rotto, s’è perso quello e molto altro. Perciò non ho mai ripreso in mano Marcovaldo nell’età che si si dice adulta.
Lo prendo. Mangio due cubi di mousse alla fragola e bevo il mio caffè. L’umore si riprende.
Mi rimetto in cammino verso casa. Bidone, distributore di benzina, bidone, escursionista, bidone. Questa volta ascolto Mercedes Sosa, Todo cambia. L’umore risale la china passo dopo passo. Ho deciso di passare il resto della mia domenica a letto a rileggere Marcovaldo, tutto d’un fiato. Il cielo sembra farsi più luminoso.
Tuttavia le tracce residue del rabbuiamento serpeggiano ancora, più in profondità. Mi manca la mia quotidianità urbana. Sono qui da circa tre mesi, conosco solo il pizzaiolo Isidoro, che qualche volta mi regala un supplì ancora caldo, e i miei vicini di casa, la cui conoscenza non sento la curiosità di approfondire. I miei amici resistono ancora nell’Urbe, sparsi tra Monteverde, Eur, Monte Mario. Dividono l’affitto con coinquilini sconosciuti, come facevo anch’io, o con i propri fidanzati e fidanzate, come io non me la sento ancora di fare con Le Sanglier, oppure sono proprietari di un’abitazione ereditata.

Con questi ultimi pensieri arrivo alla porta del mio appartamento, infilo distrattamente la chiave nella serratura e la giro. Non è quella giusta.
Quando mi accorgo di aver inserito nella porta di casa la chiave del portone del palazzo, la sento ormai spezzarsi in due. Due parti tranciate con precisione, senza la minima necessità di forzatura. Le due chiavi, quelle dell’appartamento e quelle del palazzo, di forma pressoché identica, erano state contraddistinte sull’impugnatura con uno di quei semplici bordi di gomma colorati che ne facilita il riconoscimento nel mazzo, realizzati appositamente allo scopo di non confondere chiavi che si possono confondere. Ma ho confuso il rosso e l’arancione, senza essere giustificata nemmeno da leggere forme di daltonismo. Semplicemente, ho dato una mandata senza guardare con quale chiave.
Inspiro. Si sa, sono cose che succedono, soprattutto se non vedi l’ora di rintanarti in casa a rileggere Marcovaldo.
Vedo cosa si può fare. Niente, perché ho in mano solo un pezzo di chiave, l’altro è rimasto attaccato alla porta. Provo a sfilarlo stringendo con le unghie il frammento che sporge appena dalla serratura, ma appare chiaro che occorrono un paio di pinze. Non penso neppure per un momento di bussare alle porte dei vicini. Mi siedo sulle scale del pianerottolo e comincio a sgranare rosari tra i denti. Dico con cura tutte le porcate che mi vengono in mente. Poi mi calmo. Di domenica, non troverò un fabbro disponibile su tutta la Tiburtina. Non vedo altra soluzione che quella di chiamare i vigili del fuoco, sentendomi un’idiota. Mi rispondono che fanno questo genere di interventi solo se all’interno dell’abitazione si trovano bambini, anziani, donne in gravidanza, malati e infermi. Malgrado l’avversità della situazione, non posso fare a meno di riflettere per qualche istante sulla presunta incapacità delle donne in gravidanza di badare a se stesse, al pari di bambini, anziani, malati e infermi. Poi mi concentro sugli anziani e sadicamente penso: “Le quattro o cinque pensionate ficcanaso che abitano nel palazzo varranno per un’anziana nella mia abitazione, se ne dichiaro la presenza?”.
Esco dal palazzo e fumo in strada. Ho lasciato una finestra aperta, ma le imposte esterne sono tutte ben serrate, maledette abitudini urbane. Con una scala avrei potuto facilmente salire sul mio balcone al primo piano. Non ho con me la mia copia delle chiavi di casa del Sanglier, perché evito di portarle in giro se non devo andare da lui. L’obiettivo è ovviamente quello di avere con me un oggetto in meno da perdere o farmi rubare, altro pessimo istinto degli urbanizzati.
Chiamo Le Sanglier, che oggi e fino a domani è a Viterbo per incontri di lavoro. Lui chiama i suoi familiari, che abitano da queste parti e custodiscono opportunamente una copia delle chiavi di casa del proprio pargolo. Le Sanglier Padre viene personalmente a consegnarmi le chiavi del Sanglier Figlio.
Entro in casa. È ormai tardo pomeriggio e devo fare pipì, ma non posso fare a meno di pungolarmi con i seguenti cavilli, sei in tutto:
Prima di uscire, ho tirato fuori dal congelatore una bistecca e due porzioni di bietola per la mia cena, che domani avranno cambiato colore.
La finestra della mia camera da letto resterà aperta tutta la notte. L’imposta esterna è chiusa, sì, ma domani la camera sarà una ghiacciaia.
La Internet Key, che per il momento io e Le Sanglier usiamo in comune per collegarci a internet, è accanto al mio pc netbook, che è nella mia camera da letto. Il pc del Sanglier si trova prevedibilmente con lui a Viterbo. Non possiedo smartphone, i-pad e altri trabiccoli aggiuntivi o sostitutivi con cui chi soffre di dipendenza da internet si tiene calmo quando resta fuori casa. Le Sanglier voleva regalarmene uno, ma gliel’ho vietato.
Mi venisse un colpo adesso, per averglielo vietato allora.
Il caso vuole, inoltre, che in questa circostanza io non abbia un cambio di vestiti a casa sua, perciò domattina, dopo la doccia, mi rimetterò addosso gli stracci del giorno prima, mutande comprese, e andrò alla ricerca di un fabbro.
Andare in giro con indosso gli stracci del giorno prima è forse molto meglio che andarci a lavoro. Se in questo periodo stessi tenendo corsi, domattina avrei dovuto rimandare la ricerca del fabbro e sarei entrata in tuta e scarpe da ginnastica entrambe consumate in un’aula gremita di studenti universitari di varie nazionalità, rafforzando i più comuni stereotipi negativi sugli italiani o creandone di nuovi. In alternativa, avrei dovuto chiamare al cellulare uno dei responsabili, di domenica sera, per annullare la lezione del mattino seguente, inventandomi una scusa credibile. Come dire, d’altra parte, che non te la senti di fare lezione perché non puoi passare a casa tua a darti una ripulita e che non puoi perché hai infilato nella porta la chiave sbagliata?

Sono dunque a casa del Sanglier, a meno di un chilometro da casa mia, senza internet, senza computer, senza la mia bistecca e la mia doppia porzione di bietola, e senza mutande pulite. Mi sento in pericolo. “Hai il mio frigorifero e i miei libri. Per le mutande non so come aiutarti, ma in boxer non stai male”, mi dice lui al telefono. Le Sanglier legge prevalentemente libri di filosofia.
Metto la mano nella mia borsa alla ricerca del pacchetto di Lucky Strike.
Ritrovo Marcovaldo. L’umore spicca un balzo inatteso e si risolleva.
Nel congelatore ci sono almeno quattro bistecche e dieci salsicce, pronte per essere scongelate in cinque minuti nel microonde che io invece non ho. Ma stasera non mi va più la bistecca. Andrò a comprare la pizza di Isidoro, la migliore di tutta la Tiburtina, e berrò una delle venti bottiglie di birra che Le Sanglier tiene al fresco in balcone.
In casa, accanto alla stampante, c’è anche una risma di fogli di carta A4.

Erano anni che non scrivevo con carta e penna su più di due fogli. Domani li trascriverò pazientemente sul mio pc, non senza una certa fatica a decodificare le fasi di gestazione della mia scrittura. Non ho più familiarità con l’uso del foglio di carta, utilizzo lo spazio a disposizione con l’atteggiamento tipico di chi si è abituato a poter cancellare e riscrivere decine di volte sulla stessa riga.
Invita a darsi più tempo, la carta, come i piedi al posto dell’auto, o del treno, quando si va. Come ho potuto dimenticarne la bellezza?
Ho tutte le dita della mano destra, il polso e il gomito doloranti. Sull’indice è impresso il segno di una Bic rossa, la prima che ho trovato in giro.
Per stasera ho tutto quello che serve: la pizza migliore della Tiburtina e una birra fresca per la mia cena, una copia di Marcovaldo sul comodino per la mia notte altrove, ovunque io voglia.

“… Per tutto l’anno Marcovaldo aveva sognato di poter usare le strade come strade, cioè camminandoci nel mezzo: ora poteva farlo, e poteva anche passare i semafori col rosso, e attraversare in diagonale, e fermarsi nel centro delle piazze. Ma capì che il piacere non era tanto il fare queste cose insolite, quanto il vedere tutto in un altro modo: le vie come fondovalli, o letti di fiumi in secca, le case come blocchi di montagne scoscese, o pareti di scogliera…”
(Italo Calvino, Marcovaldo ovvero Le stagioni in città, Mondadori 2009, pp. 108-109)

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