Che ora è?

“Wie spät ist es?” (“Che ora è?”, ma soprattutto “Quanto è tardi?”).
Riflessioni meta- e paralinguistiche di una principiante assoluta

Corso di tedesco livello A1.1 – 5 marzo 2011
Lezione 8: “Mein Tag” (“La mia giornata”)

La percezione del tempo, si sa, dice molto di un popolo.
Ho appreso di recente che, se alle 10.30 chiedi a un tedesco che ora è, per lui non sono le dieci e mezza, né eventualmente è passata mezz’ora dopo le dieci, ma è più significativo che manchi mezz’ora alle undici (es ist halb elf, che suona per l’appunto come “mezza alle undici”). Così, mentre l’italiano si trascina placido nella decima ora del giorno, il tedesco è già in attesa di affrontare metodicamente l’undicesima, tutto proteso all’obiettivo successivo. Non è strano, è solo peculiare.
Tuttavia, a partire dalle 10.40 ci svegliamo anche noi nel Bel Paese e a quel punto, con un guizzo di immaginazione e improvvisa energia, riusciamo ad ammettere che possono essere anche le 11 meno 20 o pure 20 alle 11. Ma alle 10.30, no, non si discute: in Italia le 11 sono ancora lontane e c’è tempo per un caffè, una sigaretta, una chiacchierata, una capatina al bagno e un’altra su Facebook, quindi non ci scocciate.
Alle 10.40, in Germania, sono invece trascorsi coerentemente 10 minuti dopo la cruciale mezz’ora: es ist zehn nach halb elf (che, per intenderci, suona come “dieci dopo mezz’ora alle undici”). Per i meno brillanti viene in soccorso l’alternativa più ovvia e accessibile, es ist zwanzig vor elf (“venti alle undici”), e si può intuire che uno straniero che apprenda il tedesco opterà quasi certamente per questa. Se lo straniero è italiano, poi, possiamo essere sicuri che lui userà solo questa.
Analogamente, alle 10.20 per un tedesco possono essere passati 20 minuti dopo le 10 come anche in altri Paesi (Es ist zwanzig nach zehn), ma, suppongo per simmetria con le 10.40, possono anche mancare 10 minuti alla fatidica mezz’ora orientata alle 11, dunque, restando lungimiranti, es ist zehn vor halb elf.
Ciò vale anche per le 10.25 e le 10.35 (es ist fünf vor halb elf e es ist fünf nach halb elf), natürlich! Sono due momenti assai vicini alla metà dell’orologio che abbiamo ormai compreso essere decisiva.
Grosso modo, negli altri due terzi dell’ora, il tempo scorre liscio: il dado è tratto, le decisioni sono prese, chi s’è visto s’è visto. Ma nei venti minuti compresi tra le 10.20 e le 10.40 un tedesco decide sostanzialmente quanto è tardi rispetto alle 11, chi si ferma è perduto.
Per disastrosa conseguenza, un italiano che abbia la sciagurata idea di mettersi a studiare la lingua tedesca vive 20 terribili minuti di shock temporale durante i quali resta disorientato, chiedendosi: «Ma che cazzo di ora è?». Posso testimoniare che in una classe di sedici giovani adulti italiani altamente scolarizzati, che studiano diligentemente il tedesco, si sono osservati attacchi di panico, occhi vitrei e facce sfigurate dall’ansia.

Da tale shock il povero straniero fa appena in tempo a riprendersi prima di passare alla successiva unità della Lezione 8, dove si parla della giornata di Timo.
Qui si viene a sapere che “Timo steht von Montag bis Freitag um halb acht auf” (grosso modo: “Timo si alza alle 7.30 dal lunedì al venerdì”). Si scopre così che l’infinito del verbo aufstehn, come tanti altri in tedesco, si spacca letteralmente in due all’atto di coniugarsi al presente indicativo e che il prefisso auf ruzzola e precipita in fondo alla frase (“steht… auf”), determinandone il senso intero e acquistando così un’importanza fondamentale. Quello che segue, insomma, continua a essere più importante di quello che precede, come le 11 prima delle 10.30.
Allo stesso modo, ma caso assai più interessante, l’intraprendente Timo telefona effettivamente a Corinna solo se “Timo ruft Corinna an”: senza an, Timo chiama Corinna (ruft), ma non al telefono (anruft): la chiama e basta; è possibile, infatti, che le faccia un fischio dopo aver avvistato il suo bel culo dall’altra parte della strada, dunque bisogna pazientare per sapere come va a finire la storia tra i due. Del resto, questo lo aveva notato già Mark Twain: “Can any one conceive of anything more confusing than that ?” (The awful German language).
Se da una parte la spinosa questione getta l’apprendente italofono in un iniziale sconforto, dall’altra lo aiuta nelle relazioni diplomatiche, mostrandogli più chiaramente la ragione per cui i tedeschi, più di altri, non apprezzano che noi italiani, notoriamente caciaroni, non lasciamo mai finire il discorso al nostro interlocutore quando parliamo. Per noi, infatti, è rilevante l’informazione iniziale e, arrivati a quella finale, stiamo già usando i gesti. Nel caso di Timo, ci interessa che stia abbordando Corinna, non possiamo aspettare di scoprire come e con quale fine (ma poi, quale vuoi che sia il fine di Timo nell’interpretazione di un italiano?).

La mia prima importante acquisizione, dunque, è che per imparare il tedesco bisogna tendere lo sguardo in avanti e aspettare col fiato sospeso. E non diciamo poi che i tedeschi sono noiosi nel loro rigore.
Allora, adesso sono le 12.30, quindi manca mezz’ora all’una, es ist halb eins: rendersi operativi, presto che è tardi! Chiamo mio fratello Houston, ich rufe Houston, che però non è nell’altra stanza ma ad Ancona, dunque presumibilmente gli telefono, allora ricordarsi di attaccare an in fondo: ich rufe Houston an. Per sapere quello che accadrà dopo, bisognerà avere pazienza.
E ce ne vuole tanta.

* Alla mia amica Anne Heffner
(che a proposito di me dice “Wie sie leibt und lebt”,
che non ho ancora capito bene cosa vuol dire),
a tutti gli studenti tedeschi che ho avuto finora
e a quelli che spero di avere in futuro.

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