Un cappuccino senza cacao per Francesco Piccolo

In questi giorni nutro un solo desiderio. Cioè, oltre al desiderio di una costosa vacanza di due settimane in un posto molto lontano dove non sono mai stata, oltre a quello di una casa mia a Roma invece che di un appartamento in affitto a Tivoli Terme, oltre a quello di lavorare in maniera pressoché continuativa (e non coordinata) in uno o due posti invece che in maniera pressoché coordinata (e non continuativa) in cinque o sei, oltre a quello di eliminare dal mio campo visivo e uditivo un numero considerevole e sempre crescente di persone, oltre a quello di imparare a coltivare la terra e ritirarmi dal consorzio umano e dalle minuzie della quotidianità cittadina, nutro un solo desiderio: essere Francesco Piccolo. Cioè, essere io, ma scrivere come se fossi Francesco Piccolo.
Non essendo ciò possibile, mi aiuto a stare al mondo leggendo quello che scrive. È chiaro che non è la stessa cosa. Può darsi che sia anche meglio, non saprei. Uno di solito, a questo punto della conversazione, cioè il punto in cui il suo condotto uditivo viene stimolato da un inatteso o ingiustificato comparativo, interviene prontamente e dice “Non è meglio o peggio, è diverso”. E io mi incazzo perché, più in generale, con questa storia che una cosa non è migliore o peggiore di un’altra ma è diversa, vogliamo intorpidire il desiderio di quelli che non si accontentano. Chi si accontenta non gode per niente, si accontenta e basta.
Io non mi accontento. Però, nel frattempo, leggo. Leggo soprattutto Francesco Piccolo. Mi piace leggerlo al parco, qualunque parco di Roma, con una panchina per letto, la borsa per cuscino e il fogliame degli alberi per tetto.
Solo che, a un certo punto, un punto che arriva dopo un tempo che, conteggiate le ore di chiusura dei parchi, va da uno a tre giorni, il libro finisce. Allora ne comincio un altro, a metà tra la voracità e l’apprensione, un po’ come quando mangi un piatto che ti piace moltissimo ma che non può mai essere fatto ogni volta allo stesso modo e, perciò, non sai se sarà buono come quello che hai mangiato la prima volta che t’è piaciuto, oppure come quando prendi un’altra porzione di bucatini all’amatriciana e ti chiedi “Mi farà mica male?”. Insomma sai che, a un certo punto, devi smettere. Devi fare altre cose. Per esempio, alzarti dalla panchina e uscire dal parco prima che chiudano. Riprendere la metro A, imbottita di gente come un panino di prosciutto (quello che ti fai a casa da solo, altrimenti è una costosa metro A con una fettina striminzita e ciò, malgrado adesso il biglietto costi un euro e cinquanta e non più un euro, è raro).
Ecco, è questo che non m’è mai piaciuto, oltre ad accontentarmi: smettere di fare una cosa che mi piace. O continuare a farne una che non mi piace. O anche ostinarmi a farne una che non mi riesce, per esempio scrivere un post godibile in questi interminabili giorni di questa ingodibile estate.

Comunque, vorrei dire a Francesco Piccolo che qui vicino a casa mia – che non è casa mia, ma è un appartamento in affitto – c’è un bar dove, quando ordini un cappuccino, ti chiedono ancora se lo vuoi col cacao. Cioè, qui l’evoluzione della polvere di cacao nel cappuccino si trova ancora al suo secondo stadio e, nel caso specifico di questo bar, la barista non impugna nemmeno la saliera obesa di cacao mentre s’informa sulla tua preferenza: te lo chiede mentre è ancora intenta a prepararti il cappuccino e, ciò è senz’altro da rilevare, lo fa voltandosi lentamente verso di te addirittura con una gentilezza mista a un inspiegabile timore (mi domando: che Francesco Piccolo sia passato in questo bar?). Però non dice “cacao”, dice “cioccolato”: “Ci vuole un po’ di cioccolato?”. L’ho sperimentato personalmente questa mattina. Mi pare un dettaglio non di poco conto, per chi è solito fare qualche resistenza. O, perlomeno, per chi non ami il cacao, o il cioccolato, nel cappuccino. Se per caso un sabato, o una domenica mattina, Francesco Piccolo si trovasse a passare sulla via Tiburtina che collega Roma con Tivoli – sebbene, me ne rendo conto, dovrebbero esserci buone e valide ragioni per farlo, e io non saprei suggerirne neppure una, fatta eccezione per certe bellezze archeologiche delle quali, tuttavia, il Comune di Tivoli pare curarsi assai poco, per cui, in definitiva, dovrebbero esserci buone e valide ragioni del tutto personali che, presumibilmente, non si è ben disposti a dichiarare – e avesse voglia di un cappuccino a colazione, ecco, sarei felice di segnalargli un bar dove la sua giornata potrebbe cominciare libera da tensioni muscolari. Almeno da quelle legate all’inammissibile sopruso del cacao non richiesto nel cappuccino.

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Tre rinunce dolorose ma necessarie in caso di sofferenza ipertermica

I
Ascoltare Erik Satie, in particolare Gnossiennes n°1 (denominato, voglio pensare per onestà intellettuale, Lent, allo scopo di aiutare l’ascoltatore a orientarsi nella scelta da compiere), da chiunque e comunque venga suonato. Bello e terribile a mio avviso, questo primo movimento è solo terribile qualora si sia a rischio di shock ipovolemico, mentre è sempre e comunque una “martellata sui coglioni” a detta di alcuni amici. La versione che mi è più familiare è quella di Alessandra Celletti nell’album Esotérik Satie, che consiglio di ascoltare in momenti di migliore lucidità e a temperature climatiche più favorevoli a intuizioni illuminate (grosso modo tra i quindici e i ventitré gradi). Bravissima pianista, la Celletti, la quale, peraltro, ne ha proposto anche un’esecuzione – qualcuno potrebbe essere infastidito dalla parola e suggerire “interpretazione”; ci si accapigli pure, a me piace di più “esecuzione”, non se ne può più di tutti questi interpreti originali e di gente interessante – accompagnata dalle percussioni di Marcello Piccinini. Bravi, bravissimi tutti e due. Ad ogni modo, evitare di ascoltare questo primo movimento delle Gnossiennes in stato di sofferenza, soprattutto se in casa il termometro registra trenta gradi e fuori ce ne sono almeno tre o quattro in più. Non pare inutile precisare che, se ascoltarlo una volta è da evitare, ascoltarlo in loop è da pazzi e ascoltarlo in loop tra le due e le tre di una domenica pomeriggio di luglio nella provincia romana è da individui perduti, tanto quanto ascoltare in loop Lost highway cantata da Jeff Buckley. Ma, ritengo, ognuno dovrebbe poter decidere di che morte dello spirito morire, vale a dire le modalità dell’auto-flagellazione. Più difficile appare l’esercizio di simile preziosa volontà se si ascolta in loop il primo movimento delle Gnossiennes (ma anche Lost highway) e si vive in un condominio.

II
Guardare certi film con Valeria Golino, in particolare Controvento e Giulia non esce la sera. Ci si può ritrovare, accaldati e con una bottiglia di birra gelata in mano, o accaldati e provati dalla faticosa digestione di una pita greca a base di carne, a rilevare come alla Golino affidino volentieri ruoli in cui alla fine del film s’ammazza, o a chiedersi se sia la Golino stessa a preferire questi ruoli e immaginarsela a dire, prima di firmare un contratto: “Signori, se non schiatto, io il film non lo faccio”. E, ne conveniamo tutti (credo e voglio sperare), la mestizia che bolle nell’animo, al fuoco lento di quaranta gradi percepiti, non va bene per i ragionamenti, di nessun tipo. Da schivare come un pugno nello stomaco, poi, il fermo-immagine sulle sequenze in cui lei fissa la cinepresa, in particolar modo quella di Controvento nella quale, dopo aver fatto un pompino in macchina (o una sega, non mi ricordo sebbene il dettaglio, me ne rendo conto, sia rilevante), fa scendere lui, appena restituito alla sua felicità di uomo, e il cane che stava silenzioso e composto sul sedile posteriore, schiaccia la sua bella faccia disperata contro il finestrino e li osserva per un momento mentre entrambi, uomo e cane, si godono la pipì sotto le stelle, poi, senza dire niente, ingrana la marcia e parte, dirigendosi a folle velocità verso un cavalcavia. Tu l’avevi già capito che stava per farlo, però, siccome d’estate sei più recidivo che in altre stagioni dell’anno, non hai evitato di guardare. Non la corsa verso il cavalcavia, ma la faccia, quella bella faccia disperata, straziata e straziante della Golino dietro il vetro del suo finestrino, e del tuo televisore.
Evitare anche, infine, di ascoltarla cantare insieme ai Baustelle Piangi Roma, la canzone scritta per Giulia non esce la sera. Perché è brava pure a cantare oltre che a schiattare, e d’estate vedere tanta bravura avvilisce le intelligenze medie.
Incuriosirsi, piuttosto, alla Golino comica di Hot Shots!, o perlomeno fare un tentativo.

III
Guardare, o addirittura riguardare – uno che tenda agli ascolti in loop quasi certamente è pure uno che riguarda, o rilegge, o ripete, o ri – L’odore del sangue, film liberamente ispirato, dice il regista Mario Martone, al romanzo omonimo di Goffredo Parise. Evitare anche di leggere, o di rileggere, il romanzo omonimo di Goffredo Parise. Evitare di indagare la natura di certe relazioni umane. Evitare, eventualmente, di indagarle tutte. Bere piuttosto molta acqua con un po’ di zucchero.

* Nota scarsamente pertinente, mediamente brutale e probabilmente utile: Le Sanglier, acuto osservatore e mio disgraziato compagno, dopo essersi sottoposto, per amore o per incoscienza (c’è differenza?), a un intenso apprendistato cinematografico, ne ha concluso quanto segue: “Anche nel cinema d’autore si fanno sempre un sacco di pompini”. La perspicace osservazione potrebbe giovare a chi volesse provare a ribaltare le cose e fare diverso uso di quanto qui viene invece sconsigliato; d’altra parte è noto che un’opera ben fatta, filmica o letteraria, si presta a differenti livelli o chiavi di lettura. In questo caso, naturalmente, sarà opportuno selezionare il fermo-immagine, o la pagina, più idoneo o più idonea allo scopo. A tale proposito consiglio allora la visione, integrale o della sola scena finale, de Il gusto dell’anguria, di Tsai Ming-Liang, che non è un film porno, è un capolavoro né più né meno di tutti gli altri titoli menzionati in questa piccola guida, ma che sconsiglio, di nuovo e anche più seriamente, in caso di infelicità estiva. Probabilmente però, a conti fatti, un buon porno resta la soluzione ideale, purché ci sia almeno un ventilatore in casa.

La bellezza dell’elefante. Adynaton

[Divagazioni del giovedì, in questa nostra bettola]

Lo rivedo almeno una volta all’anno.
Un po’ perché ogni tanto ho voglia di quel Lynch lì, un po’ perché ogni tanto ho voglia di quelle dissolvenze in nero, un po’ perché ogni tanto ho voglia di farlo vedere a qualcuno che non l’ha ancora visto. Un po’, anche, perché mi piace ritornare sulle cose.
Le recensioni non le so fare né soprattutto mi diverto a farle; ad ogni modo, dal 1980 ad oggi, ne sono state scritte a sufficienza, da specialisti e non. Mi servo del film a mo’ di diapason, per prendere la nota e librarmi libera tra le mie nefandezze verbali. Non sono sicura nemmeno di prendere il la, ché a me è sempre piaciuto il mi bemolle. Per cui, al solito, faccio un po’ quel che mi pare, tengo d’occhio la partitura, ma non la eseguo.

Ieri sera, mentre rivedevo The Elephant Man insieme a un Sanglier colpito e addolorato – lui lo vedeva per la prima volta – mi sono chiesta assai banalmente come sarebbero andate le cose se John Merrick (ma quello vero si chiamava Joseph Carey Merrick) fosse vissuto ai giorni nostri. Nell’Inghilterra vittoriana girava per circhi e spettacoli di strada, nell’era global-digitale girerebbe per Facebook e Twitter, e, almeno in questo caso, non ci vedo grosse differenze. Qualche anno fa ci fu quella foto di una modella, utilizzata per una campagna pubblicitaria, che sollevò il solito prevedibile clamore. Si trattava di un’altra sciagurata malattia, certamente di diversa natura, legata ad altre cause e portatrice di effetti diversi, ma non è questo il punto. Via le malattie, almeno quelle gravi e mortali. Il punto è il corpo. Il corpo, e l’occhio che guarda il corpo. Il primo ci porta a spasso, il secondo ci accerta a noi stessi mentre andiamo a spasso.
La deformità non l’accettiamo, perché l’occhio riconosce solo le forme che sono in natura. Un seno sulla schiena invece che sul petto, una mano più grande della testa, una testa oblunga invece che tondeggiante, non li possiamo accettare. Per questo, li diciamo “mostruosi”, mostrando di attualizzare la sola valenza negativa del prodigio – non sono convinta che la “bravura mostruosa” che a volte, con enfasi, attribuiamo a una persona adotti, al contrario, un senso positivo: significa lo stesso che ci è difficile accettarla, perché la collochiamo al di sopra della medietà che ci fa dormire sonni tranquilli. “Mostruoso”, spesso, lo diciamo scherzosamente o lo pensiamo seriamente (o tutte e due le cose) anche di un uomo brutto, o di una donna brutta, che abbiano tutti i pezzi al posto giusto ma espansi in quantità inaccettabili. Una persona obesa, per esempio. In questo caso, più comunemente, l’occhio registra e focalizza la mostruosità all’altezza del girovita. Ma la focalizza anche se il girovita è concavo, nel caso di un’eccessiva magrezza. Chi non abbia il girovita né concavo né convesso, non creda di essere al sicuro: il grado di accettabilità dipende, in larga misura, da dove e quando vivono il corpo e l’occhio che lo guarda. I miei cinquanta chili, distribuiti su un metro e settanta di statura, e il mio addome piatto fanno di me una donna il più delle volte attraente, a Roma nel 2012, addirittura invidiabile da Roma a Milano. Da Roma a Catania (non so da Roma verso Cagliari, perché di occhi di Cagliari ne ho incrociati pochi), il mio grado di accettabilità visiva si assottiglia insieme allo spessore della mia gabbia toracica e alla taglia del mio reggiseno (una seconda, o una terza se il modello calza poco, perché l’attenzione di chi legge non resti indietro mentre chi farnetica vorrebbe andare avanti). Ci vedo un tratto, nemmeno troppo debole, di pertinenza con gli elefanti, quelli veri, con tanto di proboscide: un elefante in giro per le strade di Jaipur non spaventa né infastidisce né turba nessuno, a parte qualche turista straniero. Un elefante a spasso al mercato di Porta Portese, sì (forse), ed evidentemente anche nell’Inghilterra vittoriana di Joseph Merrick, fuori dal circo.

L’idea del mostro, poi, confluisce in quella del freak, dell’essere abnorme, del fenomeno da baraccone, come per l’appunto la persona e il personaggio di Merrick. Però freak, in origine, significava “capriccio”, qualcosa di simile allo sghiribizzo. Sarà forse per questo che, nell’Italia di qualche decennio fa, indicava l’anticonformista, eventuale consumatore di droghe. Poi il freak è diventato, all’italiana, un fricchettone, cioè uno che adotti comportamenti e abbigliamenti stravaganti. M’interesserebbe , invece, sapere come il fricchettone di oggi, perlomeno in certe compagnie romane che mi capita talvolta di frequentare, sia arrivato a essere anche un giovane accademico, o uno che guardi il cinema d’essai, anche se si veste come la maggior parte della gente intorno a lui, anche se ama stare per conto suo e non dare troppo nell’occhio, anche se è estraneo a certa sonnolenza progettuale tipicamente attribuita al freak (io, per esempio, sono una fricchettona; che mi piaccia o no, l’occhio altrui mi registra e focalizza così). Wikipedia non mi dice abbastanza, ma è interessante come nel web si possa saltare da un nodo di ricerca all’altro a partire dal film: The elephant man > deformità > mostro > freak > fricchettone. Per comodità, facciamo allora che l’iperonimo della serie, il nome dell’insieme, è la parola “strano” (lì dentro ci mettiamo praticamente tutto quello che non capiamo, quindi un sacco di roba). Il filo che lega i cinque elementi è il criterio della sanzione sociale, che si applica ora al corpo, ora all’atteggiamento, ora a entrambi. La prospettiva, in tutti i casi, è quella dell’occhio che guarda.

C’era invece questa parola bellissima nel greco antico – in quello moderno non lo so, perché non l’ho mai studiato – che mi colpì nell’adolescenza, e forse di nuovo al tempo dell’università, perché mi piace, mi piace ritornare sulle cose: adynaton. Scritta in greco è più bella da guardare, ma se invece è più confortevole e rassicurante pensare che chi la scrive in greco lo fa perché è un fricchettone, va bene lo stesso, è altrettanto vero quanto la vostra cornea: ἀδύνατον. Una parola italiana da condividere la dobbiamo pur trovare, e diremo perciò che ἀδύνατον significa “cosa impossibile”. Si riferiva perlopiù a una figura retorica abbastanza frequente nella poesia che consisteva nell’affermare l’impossibilità di una situazione confrontandola con un’altra ritenuta possibile. Mi piace questa parola, e la possibilità di usarla per altri scopi, anche con qualche forzatura.
Merrick è un ἀδύνατον. Una cosa ritenuta inaccettabile in natura, dunque impossibile. Pesci che volano in cielo, uccelli che nuotano in acqua, anche questi erano descritti come un ἀδύνατον. Umani che vorrebbero essere foco per ardere il mondo, anche questo è un ἀδύνατον.
Curioso, poi, – o, se vogliamo, “strano” – che, con quell’altra storia, più nota, del καλός καί ἀγαθός, kalòs kai agathòs, “bello e buono”, il popolo che ha elaborato sull’impossibilità, e sulle cose che sono e non sono in natura, sia lo stesso che ci ha lasciato l’idea di un incontro felice tra estetica ed etica, tra la percezione del bello e l’esercizio del giudizio. Ma il territorio dell’estetica per me è fatto di sabbie mobili, ho appena letto la frase a Le Sanglier e gli si è ingrossata una vena sulla sua fronte di ex filosofo. Ha detto solo: “kagatòn”.

Merrick, nel film di Lynch, muore con intenzione. Lo fa una sera, sdraiandosi a letto per dormire. Niente di strano per noi che dormiamo sdraiati, ma per lui, che è l’uomo elefante e può dormire solo accucciandosi col capo tra le ginocchia, significa morire soffocato, schiacciato sul cuscino dal peso della sua stessa testa abnorme e deforme. Decide così, probabilmente perché sa di essere ritenuto un ἀδύνατον sulla terra, dove non c’è posto per la bellezza dell’elefante.

 

Non mi è completamente chiaro tutto quello che ho detto, ma un breve appunto di milletrecento parole lo dovevo prendere.
Presto tornerò a raccontare di Morelle e Le Sanglier, che mi pare mi venga molto meglio.

Rimeggiando con Annette, dove il cielo è sempre blu (vieni, vieni anche tu)

[Il post più seriamente mentecatto dell’archivio di Tornasole]

Ieri ho passato un’ora abbarbicata alla scrivania ad ascoltare una canzonetta che, chissà perché, m’è tornata in mente.
Mi piace la parola “abbarbicato”. L’ho imparata verso i sei o sette anni con la sigla di Là sui monti con Annette, che cominciava così: “Vive Annette in un villaggio dal bellissimo paesaggio, sulle Alpi è abbarbicato in un posto un po’ isolato”. Da allora non ho più potuto fare a meno di dire “abbarbicato”. Quella di Annette è la canzonetta che ieri, a più di due decenni da allora, mi ha abbarbicato alla scrivania, ipnotizzandomi.
Ma che fraseggio mirabile! “Vive Annette in un villaggio dal bellissimo paesaggio, sulle Alpi è abbarbicato in un posto un po’ isolato”! La Valeri Manera, con i suoi testi, ha educato una generazione di aspiranti rimatori e rimatrici che, al mattino presto, prima di andare a scuola, pasteggiavano con latte e biscotti davanti alla televisione.
Solo oggi, inoltre, mi sorprendo a notare come la melodia del canto della leggendaria Cristina D’Avena tripartisca i nuclei informativi in tutte e due le frasi: “Vive Annette”, pausa, “in un villaggio”, pausa, “dal bellissimo paesaggio”, e da capo “sulle Alpi”, pausa, “è abbarbicato”, pausa, “in un posto un po’ isolato”, con il terzo elemento di entrambe che indugia musicalmente sulle informazioni più rilevanti, cioè che il paesaggio è bellissimo e un po’ isolato. Devo molto ad Annette, e agli altri cartoni animati di quel tempo.

La storia proseguiva e tu, mentre facevi colazione già confezionata dentro il tuo grembiule di scuola (nero con fiocco rosa), imparavi l’arte della rima e l’induttivismo dell’apprendimento linguistico: “ed Annette ha un fratellino…” (ipotesi: “ed è birichino?“), “… si chiama Dany ed è birichino” (conferma dell’ipotesi, generale senso di soddisfazione e benessere), “che però lei vizia un po’…” (momento di incertezza e di timore, information gap, problem solving. Che fa? Che fa? Lo rinchiude nel comò? Gli pulisce il popò? La verità, vi prego, sul vizio!), “… non gli sa mai dir di no” (ah… Ma certo!).
A questo punto il coro (era il Piccolo coro dell’Antoniano diretto da Mariele Ventre? Non me lo ricordo) erompeva, su un’inattesa e sconosciuta ritmica un po’ latina, un po’ bossanova (che, sulle Alpi, ci sta come il cacio sulla fonduta di cioccolato), “Là, sui monti con Annette, dove il cielo è sempre blu”. Tu venivi colta di sorpresa, ma solo un po’. Restavi ad aspettare la rima, abbarbicata sulla sedia, col fiato sospeso e il biscotto a mezz’aria che, già inzuppato di latte, si spezzava sul più bello e precipitava nella tazza colma nel momento decisivo che confermava la tua ipotesi sulla rima, “Là, con Dany e con Lucien, vieni vieni anche tu”, e al contempo ti costringeva ad andare a cambiarti di corsa il grembiule nero col fiocco rosa che avevi già addosso dalle sette e mezza del mattino. Impossibile evitare il rimbrotto di tua madre, che il grembiule nero e il fiocco rosa te l’aveva stirato alle sei e mezza.
Questo era il momento in cui il mistero s’infittiva, l’attenzione alla rima sfumava e con essa quella prestata all’intero significante, la situazione diventava più interessante nel suo significato (ed era anche il momento in cui la televisione decideva di far cominciare la puntata tagliando la canzone, che infatti si può ascoltare nella sua versione integrale solo negli album Fivelandia 2, Bim Bum Bam vol. 2, Le più belle canzoni di Cristina D’Avena, e altri): se Dany è il fratellino birichino, chi è Lucien? Prendevi un altro biscotto, perché, da bambini, gli interrogativi lasciati senza risposta non si possono accettare. Attendevi con pazienza gesuitica che il ritornello venisse ripetuto un’altra volta, e ascoltavi fiduciosa il seguito.

Poi Annette ha un buon amico
In Lucien che è un po’ spaurito
Sempre dolce ed affettuoso
Molto in gamba e coraggioso.

Era lui (ma noi, a sei o sette anni, non potevamo ancora saperlo). L’amico delle donne. Il maschio che tutte le femmine, da un certo momento in poi, cercano disperatamente, dolce e affettuoso, molto in gamba e coraggioso, ma necessariamente un po’ spaurito, perché è il suo smarrimento che ce lo rende caro. Caro, non sessualmente desiderabile, perché Lucien lo vogliamo per confidargli i nostri problemi, mica per giocare al dottore. Quest’altro tipo d’uomo, quello con cui giocare al dottore, non può concedersi d’essere spaurito neppure per un momento, deve avere le idee sempre chiare, dev’essere sicuro, saldo, granitico, non troppo dolce e affettuoso, anche un po’ stronzo. La storia dell’amicizia tra Annette e Lucien è la principale responsabile di una serie di discutibili comportamenti femminili, a mio dire assai deplorevoli, che, molti anni dopo e in altri ambiti musicali, Elio e le Storie Tese avrebbero magistralmente interpretato:

Lui: Mi drogo, bestemmio, picchio i bambini e non ti cago.
Lei: Ti amo !
Lui: Mi faccio il culo quattordici ore di seguito per mantenerti e ti cago.
Lei: Ti lascio per un tossicomane che non fa un cazzo tutto il giorno, che bestemmia e picchia i bambini.

Ma torniamo alla beatitudine dell’infanzia, e alla storia di Annette e Lucien:

Ed insieme i due amichetti
Sembran proprio due bei diavoletti
Di continuo bisticciando
Sempre quando stan giocando.

Qui cominciava il dubbio, si affacciava l’idea di non averci capito niente. Assai complesso e lungamente dibattuto, il bisticcio è il principio del pasticcio. Che cosa faranno davvero Annette e Lucien abbarbicati lassù sulle Alpi, quando la puntata finirà? A che gioco giocano? Perché non ce lo dicono? E Giovanni, quello che a scuola mi tira i capelli, lo fa perché vuole essere dolce e affettuoso come Lucien o perché vuole giocare al dottore? Qui s’annidò l’equivoco dell’aut aut, ciò che induce le donne a ritenere inaccettabile l’ipotesi che Lucien possa voler fare coscienziosamente tutte e due le cose, essendo individuo dotato di anima e ramazza (seppur in misura variabile).
Un’irrinunciabile nota linguistica a margine: io, che ero una bambina abruzzese e a casa mia il troncamento sillabico c’era solo per San Gabriele e per il Gran Sasso e quello vocalico solo per il Signor, non riuscivo a capire perché Annette e Lucien non “stanno” giocando, ma “stan” giocando. Tuttavia non potevo fare a meno di ripeterlo a pappagallo in altre occasioni, verificando sul campo lo stadio del mio apprendimento linguistico. Così, quando passeggiando con mia madre dicevo: “Guarda! Quei due bambini stan giocando! Sembran proprio due diavoletti!”, mia madre replicava con tono affettuoso e un po’ canzonatorio: “Uè, e che vieni da su?”. No, io no, mamma, però Annette sì, lo sai? Sta su, sulle Alpi, dove c’è un villaggio abbarbicato in un posto un po’ isolato. Restavo dubbiosa sull’efficacia comunicativa della struttura diligentemente acquisita. Perché mia madre non diceva “stan”, nemmeno quando cantava, e i suoi amici piemontesi che venivano in vacanza al paesello sì? A chi dovevo dare retta?

La chiusa arrivava con due strofe che, a mio modesto avviso, andrebbero studiate dai luminari della sociologia, della psicologia e della storia sociale.

Ed Annette è un po’ aggressiva
Ma sincera e comprensiva
E la senti litigare
Se Lucien la fa arrabbiare.

Ma le torna il buonumore
Come d’incanto scompare il rancore
Or la lite è già scordata
Lascia il posto a una risata.

Si voglia riconoscere (e perdonare) alla Valeri Manera la responsabilità d’aver provveduto a salvaguardare e riconfermare una generazione di femmine che amano troppo e che, come d’incanto, scordano qualunque lite con qualunque Lucien. Questa donna, con due strofette, ci ha tramandato quel lessico della tolleranza che poi Mia Martini, in altre tradizioni musicali, avrebbe di lì a poco chiarito e approfondito: “La pazienza delle donne incomincia a quell’età, quando nascono in famiglia quelle mezze ostilità”.
Ancora una nota linguistica: si riascolti più volte il verso “Come d’incanto scompare il rancore”, al minuto 2.22. La D’Avena non andrebbe forse ammirata già solo per quello sforzo penoso che deve aver fatto a imparare a pronunciare “il rancore”, scandendo con limpida perfezione la sequenza di elle-erre e sfidando così le insidie fonetiche di due suoni dentali consecutivi, uno laterale e uno vibrante, che comunemente produrrebbero “irrancore“? Dirlo non è difficile: “il…”, prendi tempo, la lingua va su, poco al di sopra dei denti, se vuoi puoi fare una pausa di un secondo, “… rancore”, la lingua rimbalza un po’ più su e arrota la lama del rancore. Lo sappiamo fare tutti (tranne Le Sanglier, che ha la erre moscia e gli puoi mettere davanti qualunque altra consonante o vocale d’appoggio cui abbarbicarsi senza successo, però questa è un’altra storia). Ma cantarlo? Cantarlo senza andare fuori tempo, senza impedimenti e senza rancore per la Valeri Manera che ha scritto questo verso? Io ci ho provato, al primo colpo non riesce, in generale ci vogliono almeno cinque tentativi. Tre, se nella vita fate gli insegnanti di italiano per stranieri e siete educati alla dizione, due se fate gli attori di teatro, o i cantanti professionisti. Provate anche voi e fatemi sapere, perché ci tengo moltissimo.

Infine le rime. Oh, le rime. Non posso resistere alla tentazione di fare una rima ogni volta che sento una parola. Le sigle italiane dei cartoni animati giapponesi dei primi anni ’80 sono forse le principali responsabili di questo molesto tic comportamentale.
Le origini dell’infelice nomenclatura attualmente affibbiata alle categorie nelle quali ciascun post di questo blog viene pubblicato e archiviato si devono a un’infanzia insieme ad Annette e altra gente, tra grembiuli e fiocchi inzaccherati di latte e biscotti. “I fidanzati disgraziati”, “Il parentado brado”, “Il mestiere carniere”, “Le transumanze ganze” e via dicendo, sono chiaramente spasmi neurali che mi si vorranno ormai perdonare, insieme a questo gloriosissimo post, di cui non mi pento e non mi dolgo e con il quale, anzi, m’abbarbicherò ostinata e feroce nel vostro incubo più atroce.

Per opportuna conoscenza e auspicabile divulgazione

Questo post è un intermezzo stonato. Sta qui in mezzo agli altri più riconoscibilmente morelliani per temi e per toni. Però ci sta bene lo stesso. Ci sta come un servigio che rendo, dedicando una porzione di questo blog, a me e a tanti colleghi di lavoro, quelli cari e, via, pure quelli meno cari, che sono molti di più.

Oggi mi va di dire due parole – si dice così, in genere, per riferirsi alla natura disimpegnata della divagazione, più che alla sua effettiva brevità – su cosa significa esattamente essere un docente di italiano come lingua straniera che collabora con i Centri Linguistici d’Ateneo, in Italia.
Costui è solitamente indicato nelle sedi opportune con la seguente dicitura: “esperto di italiano L2”.
Tu, italofono, comprensibilmente dirai forse: “Esperto?! Mah… L2 non lo so che significa, ma esperti di italiano lo siamo tutti: lo parliamo da quando siamo nati! Che ci vuole?”.
Se hai un po’ di pazienza, te lo dico tra un attimo, quello che ci vuole.
Oppure tu, italiano che nella vita fai o vorresti fare un altro lavoro, comprensibilmente dirai forse: “Ah, magari sarà complicato, però poi lavori dentro un’università, quindi che vuoi, scusa?”.
E io, forse meno comprensibilmente, ti risponderò che voglio un contratto di durata superiore a un mese e mezzo o due, che è la durata generalmente prevista di un contratto di collaborazione – non rinnovabile, perché a un contratto di collaborazione con una università pubblica in Italia si accede a seguito di un concorso e al concorso si accede a seguito dell’emanazione di un bando e il bando viene emanato se si rende necessario emanarlo e si rende necessario emanarlo se il personale interno dell’università non è sufficiente o non è autorizzato a coprire le esigenze contingenti – con i Centri Linguistici d’Ateneo, in Italia.
Siccome è possibile che io, con la mia sintassi fastidiosa, ti abbia distratto, voglio ripeterti l’informazione centrale: un mese e mezzo o due.
A questo punto tu, italofono o italiano, o italofono e italiano, ti figurerai forse tutto un altro tipo di situazione, e comprensibilmente penserai: “Allora, se l’università vi chiama solo per questi contrattini di un mese e mezzo o due, non ci vogliono chissà quali requisiti per fare ‘sto mestiere! Avevo ragione, siamo tutti esperti di italiano, che ci vuole? Una laurea forse, sì, be’? Ormai ce l’abbiamo tutti. Anzi, quasi quasi ci provo pure io, che sono italiano, ho una laurea in economia e so mettere i congiuntivi al posto giusto. Che poi, che lavoro è, insegnare la tua lingua madre a uno straniero? Io l’anno scorso, per arrotondare, quando uscivo dall’ufficio davo anche ripetizioni di italiano al rumeno che mi abita di fronte!” (variante raccolta nelle testimonianze: “… Io l’anno scorso, un po’ per passione e un po’ per necessità, davo ripetizioni di italiano alla filippina che veniva a farmi le pulizie in casa!”). Oppure, se sei un docente, della materia che preferisci, nella scuola statale italiana, dirai forse: “Potrei farlo anch’io, magari nei periodi in cui la scuola non mi fa lavorare. Io poi sono uno di quelli che hanno fatto la vecchia SSIS, per cui sono proprio abilitato all’insegnamento”.

Prenderò un bando di concorso a caso, dal mazzo che ho accumulato negli anni (quello cartaceo, ma, a ben vedere, non solo). Suppongo di non poter dire quale, ma fidati di me: sono tutti uguali e l’importante è che tu ti faccia un’idea, grazie alla quale tu possa eventualmente porti nuove domande, dopo. Ti dirò cosa ci vuole, per arrivare a firmare un contratto di collaborazione, della durata di un mese e mezzo o due, con un Centro Linguistico d’Ateneo, in Italia:

  • Laurea specialistica/magistrale ovvero di vecchio ordinamento in Lettere o in Lingue moderne (o Laurea in Filosofia, purché nel curriculum studiorum ci siano esami di Italianistica, Linguistica e Didattica delle lingue moderne). Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli di studio: fino a 15 punti, determinati dal voto di laurea.
  • Formazione didattica e perfezionamento post-laurea nell’insegnamento dell’italiano come L2 (costituiranno titoli valutabili: Master universitario in Didattica dell’Italiano L2; Dottorato di ricerca pertinente; Diploma di Specializzazione in Didattica dell’Italiano come L2; certificazioni glottodidattiche; eventuale seconda laurea in Lingua e Cultura Italiana, o affine pertinente al profilo richiesto; corsi di formazione e/o aggiornamento in didattica dell’italiano come L2; …). Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli di studio post laurea: fino a 10 punti.
  • Aver svolto attività didattica di italiano come L2 presso università italiane e straniere e/o Istituzioni accreditate in didattica dell’italiano come L2 (indicare esattamente il numero delle ore svolte per ogni singolo corso). Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli di servizio: fino a 20 punti.
  • Eventuali pubblicazioni scientifiche nel settore pertinente. Punteggio per la valutazione comparativa dei titoli scientifici: fino a 5 punti.
  • Conoscenza documentata di almeno due lingue straniere.
  • Conoscenza dei principali programmi informatici.

Ti dirò ora che i suddetti requisiti, richiesti da una università in Italia per poter aspirare a firmare un contratto di collaborazione della durata di un mese e mezzo o due, corrispondono – e qui si aggiunge comunemente “grosso modo”, ma il fatto è che il modo in questione non è grosso – a quelli normalmente richiesti da una università straniera, poniamo britannica, per poter aspirare a firmare un contratto di collaborazione di durata mai inferiore a un anno o, spesso, un contratto di tre anni o, in certi casi nemmeno troppo rari, un contratto che si riferisce alla sua durata usando il seguente pretenzioso, scandaloso aggettivo:

PERMANENT

Ci si può interrogare sulle ragioni di una professionalità diversamente tarata a seconda che si viva qui o qua, lì o là, su o giù, ma difficilmente se ne verrebbe a capo.
Ci si può interrogare sui salari, ma difficilmente se ne verrebbe a capo.
Ci si può interrogare su cosa, esattamente, deve sapere e saper fare l’esperto di italiano L2, una volta che abbia avuto accesso a un contratto di collaborazione con una università in Italia, ma difficilmente se ne verrebbe a capo (tuttavia, si potrà suggerire che, spesso, tra le mansioni richieste vi è anche la disponibilità a fare fotocopie a proprie spese e a non essere troppo insistenti nella richiesta di rimborso).
Ci si può interrogare su un sacco di cose, ma difficilmente se ne verrebbe a capo (tuttavia, chi fosse interessato a interrogarsi lungamente insieme a me, potrà farlo scrivendomi via e-mail, perché questo non è un forum, è solo un blog, e non è nemmeno un blog specificamente dedicato al tema. I commenti della stessa natura divagatoria, però, saranno naturalmente ben accetti).

Infine, o a metà, o all’inizio, ci si può anche chiedere: “E chi se ne frega?”, e finalmente se ne verrebbe a capo: nessuno, ed è per questo che, quando possiamo, noi esperti di spaghetti e mandolino ce ne andiamo via dall’Italia.

Wikiquote morelliano di saggezze abruzzesi (lingue salvate, lingue ritrovate)

Il padre Svevo e la madre Maria, nonché alcuni amici d’infanzia come Nosferatu e Sam, sono sempre stati convinti, non senza nascondere la loro disapprovazione al riguardo, che io alla nostra abruzzesità ci tenessi poco. Consideriamo tre fatti incontrovertibili: il primo è che io dal paesello abruzzese sono andata via appena ho potuto. Il secondo è che ci torno assai raramente (“Solo una volta dall’inizio del 2012”, mi ha ricordato oggi Maria al telefono, aggiungendo ragionevolmente: “Checcazz’, manco abitassi all’estero”). Il terzo è che non so nemmeno tutti i nomi dei compaesani candidati alle elezioni di questo fine settimana (avrei qualcosa da dire in proposito, ma non me la sento). Alla luce di questi fatti, non si può dire che Svevo, Maria, Nosferatu e Sam abbiano completamente torto. Tuttavia, per motivi meno evidenti, non si può neppure dire che abbiano completamente ragione.
La mia abruzzesità complessiva può restare discutibile, ma ha trovato i suoi modi di conservarsi in fondo a una parte più nascosta del cuore che non è sottoposta alla discussione, né qui né altrove.

Questo nascondiglio custodisce, fra le altre cose, certe saggezze tramandate nel mio idioma nativo, lingua complessa e notoriamente ricca di influenze che arrivano da più parti. Le trovo assai più interessanti dell’accesa querelle di cui sopra e, per questa ragione, le decreto unica eventuale materia di discussione relativamente alla mia abruzzesità. Ne spigolerò quattro a caso, con sicuri errori di trascrizione dovuti a una memoria squisitamente orale (accadeva qualcosa di simile anche nell’antica Grecia, quando l’aedo cantava).

1) La madre Maria a me, quando le dissi che prendevo molto seriamente i miei studi e, poi, il mio lavoro nel campo della glottopipponica: “Vida scì! Ca l’ambiziò iett’ ‘n carrozz’ e arvinn’ a ppè”. Aveva ragione, la saggia Maria.
2) La nonna Agnese, madre di Maria, commentando la placidità imperturbabile con cui mio fratello Houston si apprestava a entrare nel suo primo anno fuori corso di ingegneria informatica: “Nonn’! Jecche la cir’ s’ conzum’ e la prucessiò ngammin'”. Aveva ragione, la saggia Agnese.
3) Il padre Svevo, quando da bambina facevo cose che lui chiaramente disapprovava: “Mo t’ vatt’ ndà ‘na ramaccia!”. Qualche volta manteneva la promessa, il saggio, fiero e irriducibile Svevo. Riguardo alla ramaccia, poi, quell’anima sofferente e disagiata di Freud potrebbe inaspettatamente venirci in aiuto facendo luce sulle origini stesse del gergo botanico impiegato in questo blog. Inaspettatamente, perché me ne accorgo solo adesso che ci penso. Una specie di insight.
4) Sempre il padre Svevo: “A la fest’ lu cafò s’arvest'”. Sono d’accordo. Mi torna in mente quello che prima non mi sentivo di dire, e che non me la sento nemmeno adesso di dire.

Se qualcuno volesse aggiungere il proprio contributo, in abruzzese o in qualsiasi altro idioma nativo, non esiti a condividerlo. Qualora i non abruzzofoni avessero capito poco o nulla delle saggezze di Maria, Agnese e Svevo, e desiderassero venirne a capo, provino a fare ipotesi sul significato, suggerendo una proposta di traduzione. In ogni caso, puzzèt’ avè lu bbe’.

[* Altrove in questo blog: “La confessione di Svevo e la lingua salvata”, “Il ritorno a casa di Morelle #2: la lingua ritrovata”]

21 modi per farsi detestare (lista provvisoria)

1) Esprimere con sincerità il proprio parziale o totale disaccordo dopo la domanda: “Tu cosa ne pensi?”.

2) Esprimere con sincerità il proprio parziale o totale disaccordo prima della domanda: “Tu cosa ne pensi?”.
[variante più efficace del modo n. 1 per assicurarsi il trionfo]

3) Dire di no a chi confidava in un sì.

4) Dire di sì a chi confidava in un no.

5) Amare il jazz e/o l’opera.

6) Affermare di apprezzare i film di Nanni Moretti, pur senza affermare con ciò di apprezzare Nanni Moretti.

7) Avere l’abitudine di ragionare sulla punteggiatura e/o sulle preposizioni.

8) Avere l’abitudine di ragionare.
[variante più efficace del modo n. 7 per assicurarsi il trionfo]

9) Avere la tendenza alle precisazioni.

10) Dilungarsi, spesso per effetto della naturale tendenza a sperimentare il modo n. 9.

11) Aver ricevuto dalla Natura e conservare senza sforzi e privazioni un fisico snello e atletico, in un mondo di gente che sta a dieta.

12) Mostrare o affermare di trovarsi a proprio agio in compagnia di se stessi, in un mondo di gente che non sa godere della grazia riposante dei momenti di solitudine.

13) Rifiutare ripetutamente inviti a cene, feste e altri eventi ad elevato numero di invitati.
[modo con un alto indice di fattibilità per chi non abbia problemi a sperimentare il modo n. 12]

14) Avere generalmente la (s)fortuna di riportare successi negli studi e/o nel lavoro (quando c’è).

15) Mostrare di non interessarsi alla discussione politica.

16) Affermare di non interessarsi alla discussione politica nel bel mezzo di una discussione politica.
[variante più efficace del modo n. 15 per assicurarsi il trionfo]

17) Fare battute umoristiche in una situazione di criticità nella quale gli altri presenti mostrano invece costernazione.

18) Rivolgersi al cameriere di un pub dandogli del “Lei”, apparendo fuori contesto, o addirittura beffardi, invece che gentili come scioccamente si voleva essere.

19) Aver ricevuto in sorte un’espressività facciale che tradisce pensieri ed emozioni, compresa l’eventuale perplessità davanti a un’idea che l’interlocutore si viene prodigando ad esporci.

20) Intitolare un post “21 modi per farsi detestare” invece che “21 modi per cadere in culo alla gente”.

21) Suggerire nuovi modi per farsi detestare, contribuendo ad arricchire questa lista.

Scrittori “talentuosi” e lettori squattrinati

Considerazioni a margine di letture e ascolti casuali, in un sabato mattina di sole

Stamattina tornavo dal bar con due cornetti, le sigarette e il Fatto Quotidiano.
Sebbene la prima pagina di oggi riportasse in apertura notizie che immagino più succulente per molti, come quelle su Alitalia, evasori fiscali e recessione, a me è caduto subito l’occhio sul fondo pagina (o si chiama taglio basso? Non lo so, correggetemi, comunque l’importante è che ci siamo capiti), “Scuole e corsi: il successo di scrivere si paga”. Rimandava a pagina 14.
Così, rientrata a casa e messo sul fuoco il terzo caffè della mattina, sono andata a pagina 14 e mi sono messa a leggere con calma il bell’articolo di Silvia Truzzi, dal titolo “Pago dunque scrivo. Il business della creatività”. Per il momento non trovo ancora l’articolo online sul sito del giornale, ma immagino che sarà presto disponibile o forse non ho cercato bene.
Nell’articolo si parla di scuole di scrittura come la Lanterna Magica, la Omero, la Holden e la Bottega di Narrazione, e non si tralascia di ricordare i corsi in rete.
La Truzzi esordisce in un modo che m’è piaciuto:

“Tutta colpa di Proust. Il quale, a un certo punto nella Albertine scomparsa, butta lì quanto segue: ‘L’entusiasmo che si prova scrivendo è, pur non essendo il solo, un primo segno distintivo del talento’. Eccola, la somma fregatura, autorevole traduzione d’impudica speranza, magari negata per anni: diventare scrittori si può. Ma come? Bisogna essere assolutamente moderni, comanda il poeta, quindi interroghiamo la sibilla contemporanea, Google”.

Poi si insiste particolarmente sull’onere economico che alcune scuole di scrittura richiedono, rilevando, fra le altre, che la Holden costa attualmente 4.700 euro all’anno per gli ammessi con borsa di studio e 7.700 per i non borsisti. Il commento è: “Già Giovenale l’aveva intuito, il sapere è roba da ricchi”. Sono proprio tanti soldi, sì. La mia scuola di specializzazione in glottopipponica all’università, che non offre corsi di scrittura semplicemente perché si occupa d’altro, è costata solo 3.600 euro in tutto, 1.800 per ciascun anno. Non voglio contare, però, anche gli anni di tasse universitarie e i mesi di studio all’estero, prima di quei 3.600 euro, e altri diplomi e diplomini, dopo. Mi fermo qui con le cifre (la Truzzi no, va avanti). Sono semplicemente tantissimi soldi, per me che non sono ricca e che non aspiro nemmeno a diventare scrittrice, ma a continuare a fare il mio lavoro di docente più o meno pratica di glottopipponica, aspirando eventualmente a ridurre i disagi del precariato. Però è indubbio che mi piace anche dissertare d’altro. Diversamente, non avrei questo blog. Per questo il sabato mattina, mangiando uno dei due cornetti comprati al bar (l’altro, di solito, è per il fidanzato) e bevendo il terzo caffè, mi interesso anche a seguire le vicende della comunicazione scritta post Gutenberg.
I corsi di scrittura hanno il pregio di alimentare l’amore per la lettura, prosegue la Truzzi condividendo un’idea di Raoul Montanari, espressa su Repubblica, secondo cui nei club scacchistici di tutto il mondo ci sono milioni di persone che si appassionano al gioco e ne traggono piacere pur sapendo che non diventeranno mai dei campioni.
È vero, dice lei, forse la scrittura si può insegnare tecnicamente (pur ammettendo il fallimento della formazione tradizionale e obbligatoria. Lo ammetto insieme a lei, però mi concedo le parentesi). È vero, dico io, mi posso iscrivere a un club di scacchi, o a un corso di nuoto, o di cucito, o di scrittura, per il puro piacere, sufficiente e necessario a motivare l’iscrizione, di imparare una tecnica e fare una cosa che mi fa stare bene, senza nutrire ulteriori ambizioni. Ma davvero questo vale anche per chi si iscrive a un corso di scrittura? Davvero costui non nutre l’ambizione, nemmeno segreta, di pubblicare qualcosina? Davvero è disposto eventualmente a pagare cifre non irrisorie, solo per tenersi in forma? Questo non mi convince. Provo a crederci, ma faccio fatica. Faccio fatica perché la scrittura può anche essere, come infatti è, un esercizio per tenersi in forma al pari del nuoto, ma non è mai stata un esercizio che la gente fa solo per sé, nemmeno nei diari che tenevamo da piccoli o che teniamo da grandi. E, se fosse così, che ci sarebbe di male? Niente, ma non ci sarebbe niente di male nemmeno ad ammetterlo.

La Truzzi ci lascia con una domanda complicata: “Che vuol dire – oltre il fastidio della pretenziosa espressione – ‘scrittura creativa’? L’immaginazione si può insegnare? E il talento?”.
L’immaginazione, forse, sì. Ma non me la sentirei di condividere la scelta della parola “insegnare”, preferisco “educare a”. Mi posso educare all’ascolto della musica jazz, per esempio, anche senza sognare di diventare un pianista. Mi posso educare al teatro, all’uso di una lingua straniera, a quello che mi pare. Al talento, mi posso educare? E al talento per la scrittura creativa, mi posso educare? Non saprei. Ma che sarà mai, poi, questo talento?
Il talento, come una lunga serie di altri fatti, è una storia antica quanto Giovenale. I romani, uomini pratici e d’azione, si limitavano a usarlo come misura monetaria (ma, stando ai prezzi delle scuole che oggi si impegnano a far emergere un talento narrativo, non è difficile vederci un legame con l’evoluzione che la moneta d’oro ebbe). Prima di loro, la già saccheggiata parabola evangelica – quella di Matteo o quella di Luca, più o meno il senso generale è lo stesso – ci dice che il padrone premia il servo che ha investito il talento affidatogli in custodia guadagnandone altri, mentre punisce quello che invece ha preferito nascondere il suo sotto terra. Si sa come conclude la parabola di Matteo: “Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha”.
Che significherà mai, questo, per noi moderni? Chi ha “talento”, lo investa alla Holden, e chi non ce l’ha, si venda la casa, se ne ha una?
Poiché l’excusatio non petita non rende sempre l’accusatio così manifesta, bisognerà a questo punto chiarire tre fatti. Il primo è che non ce l’ho con la Holden né con le altre scuole di scrittura: quando uno sa mettere a frutto il proprio kit di abilità, per esempio fondando una scuola, bisogna solo apprezzarlo. Il secondo è che non sono incattivita dall’eventuale rodimento di chi abbia tentato l’ammissione senza successo perché non ho mai tentato l’ammissione a nessuna di queste scuole: mi sono sempre occupata d’altro, sprecando il resto del tempo a leggere libri. Il terzo è che non la tenterei nemmeno se avessi il denaro, o il talento, fate voi. Perché non la tenterei? Per un fatto semplice: perché a me piace educarmi alla scrittura con la lettura. Questo, peraltro, lo posso fare a basso costo. Infatti, pur spendendo parecchi soldi in libri, non arrivo mai a spendere 7.700 euro all’anno, né 4.700. Se potessi spendere queste cifre, poi, le spenderei continuando a entrare in libreria e facendo man bassa tra urla di gioia selvaggia, mia, dei librai e degli editori. Non è perché respingo l’insegnamento ex cathedra e nemmeno quello indubbiamente più stimolante alla Baricco, il quale è raffigurato nell’articolo della Truzzi mentre passeggia su e giù nella classe di un seminario di lettura giocando con una palla. Dell’insegnamento ho fatto, in qualche modo e in un altro ambito, un’attività della mia vita, da studentessa prima e da insegnante dopo. Se lo respingessi, mi darei la mazza sui piedi da sola e io non voglio darmela, perché a questo ci pensa già il precariato. È per un altro fatto, anche questo di una semplicità perfino banale: a me non piace l’idea che qualcuno mi suggerisca (a pagamento) cosa dovrei leggere o fare per imparare eventualmente a scrivere o a scrivere meglio, nello stesso modo in cui non mi piace che mi si dica cosa dovrei mangiare per avere una vita sana. Una vita sana, per me, è un cornetto e tre caffè il sabato mattina, prima di un paio di sigarette e mentre butto un occhio sul fondo pagina del Fatto. Una vita sana è un piatto di bucatini all’amatriciana alle tre di notte. Una vita felice, per me, è quella che è iniziata intorno ai nove anni, quando ebbi in regalo il primo romanzo. Trattavasi di Piccole donne, perché così era ancora l’infanzia femminile negli anni ’80, oggi non so quale libro si regali a una bambina di nove anni. Sospetto, però, che non sia un libro il regalo più frequente. Una vita piena è quella che è andata avanti così negli anni, scoprendo da sola John Fante verso i venticinque e provando a copiarlo nei primi mesi seguenti.

Copiare? Un po’, sì, di nascosto. Non è plagio, se te lo copi a casa tua su un foglietto, così, per aiutarti a imprimerlo nella memoria.
Sempre stamattina, mentre andavo ancora ragionando sull’articolo della Truzzi appena letto, mi sono ritrovata in mezzo a un altro discorso, che stava iniziando proprio in quel momento su Radio Tre, che di solito, se sono a casa, tengo accesa tutto il giorno. Il programma di Cettina Flaccavento, Passioni, oggi proponeva un ciclo intitolato “Abitare la lingua”, con Elisabetta Rasy, dedicato alla lingua degli scrittori. Per chi fosse interessato, il podcast è già disponibile.
Al programma è intervenuto anche Raffaele La Capria, raccontando di come da giovane copiasse tutte quelle pagine della letteratura su cui gli era caduta una lacrima (sic). Poi, a un certo punto, si è reso conto che la scrittura era il risultato di un contesto, che non bastava un momento per coglierla. Esiste, dice La Capria, un regno delle parole, che abbiamo creato noi, ed esiste un regno della realtà, che non abbiamo creato noi. Il primo apre uno spiraglio sul secondo, che è misterioso. Sono le parole che scegliamo, dunque, a creare le relazioni. Per questo lo scrittore deve aggiungere il suo segno, la sua cifra, creando la sua lingua personale.
È un lungo apprendistato, aggiunge la Rasy.
È un apprendistato permanente, aggiungo io, e senza prezzo.

 

[Aggiornamento del 29 aprile: di questo argomento si parla anche nel blog di Giulio Mozzi, direttore della Bottega di Narrazione. Qui oggi l’autore, intervenendo nella serie di commenti al suo articolo, ha segnalato questo mio post. A quel punto ho avuto voglia di farneticare un altro po’ anche lì, ma combinando forse qualche pasticcio comunicativo che non avrei voluto combinare].

Dove si muore giovani e dove si muore precari (senza un perché)

Nota: il tema che qui si affronta è un tema realmente serio. Tuttavia questo è pur sempre un post di Morelle Rouge. Chi conosce il suo blog saprà che, anche nei rarissimi casi in cui si trattano temi seri, non lo si fa mai troppo seriamente, perché la risata, l’ironia, la goliardia e una spruzzata di sarcasmo sono, fino a questo momento, l’unica soluzione personale che l’autrice ha saputo trovare alla seria gravità di certi fatti irrimediabili. Si sente dunque la necessità di premettere, a chi capitasse qui per caso, che con il seguente post non si vuole ferire sensibilità alcuna, né offendere il lavoro di chi provvede a informarci su come stanno le cose.

“In questa vita la cosa più seria è la morte; ma neanche quella più di tanto”
(Proverbio, in: Arto Paasilinna, Piccoli suicidi tra amici)

Il Post di ieri ha pubblicato un articolo dal titolo “Dove si muore giovani, e perché”, riportando un grafico dell’Economist dove vengono messi a confronto i tassi e le cause di mortalità degli individui tra i 10 e i 24 anni in ventotto Paesi industrializzati.
I dati, aggiornati al 2009 (“or latest available”), ci dicono che il Paese con il più alto tasso di mortalità giovane risultano gli Stati Uniti, con 60 decessi ogni 100.000 individui. Una notizia, questa, che certamente ci sorprenderà in molti.
Il grafico, poi, mostra anche la distribuzione geografica di tre cause di morte non naturale: incidenti stradali, suicidi e violenze. Scopriamo dunque che, mentre negli Stati Uniti, in Portogallo e in Grecia si muore soprattutto sulla strada, la morte violenta, cioè per omicidio, è maggiormente frequente nel primo dei tre, il quale viene in tal modo a fornirci un quadro che, da soli, non avremmo mai potuto immaginare.
Il suicidio, invece, è una pratica più frequente per islandesi, finlandesi e giapponesi. Mentre degli islandesi non sapevo ancora nulla, dei giapponesi una mezza idea me l’ero fatta dal Seppuku in poi (pratica rituale meglio nota a noi occidentali come harakiri, credo. Se ne hanno testimonianze antichissime, ma io mi sono limitata a ricordare quella famosa della quindicenne Cio-cio-san quando, alla fine della Madama Butterfly pucciniana, si getta contro la lama dopo aver recitato ad alta voce quanto è inciso sul pugnale: “Con onor muore chi non può serbar vita con onore”. Ma è un esempio operistico, e mi sa che la memoria di chi si annacqua il cervello con la lettura e con certa musica non conta).
Per quanto riguarda i finlandesi, però, sono rimasta ancor meno sorpresa. Mi pare che già l’autoctono Arto Paasilinna, una ventina d’anni fa, ci avesse suggerito qualcosa al riguardo. Il fatto è che la letteratura viene interrogata di rado su certi problemi, che pure sarebbe in grado di indicare, sebbene non di risolvere (a ben vedere, però, è così anche per i dati statistici e per parecchie altre cose). Mi rendo conto, tuttavia, che citare un autore di romanzi in un’indagine statistica potrebbe risultare poco apprezzabile. In un blog tuo, invece, puoi fare un po’ come ti pare, citando ad esempio l’incipit di Piccoli suicidi tra amici di Paasilinna:

“Il più formidabile nemico dei finlandesi è la malinconia, l’introversione, una sconfinata apatia. Un senso di gravezza aleggia su questo popolo sfortunato, tenendolo da migliaia di anni sotto il suo giogo, tingendone lo spirito di cupa seriosità. Il peso dell’afflizione è tale da indurre parecchi finlandesi a vedere nella morte l’unico sollievo”.

Dunque, con il Censimento Suicidi del 2009, niente di nuovo a Helsinki. Almeno per i finlandesi e per i lettori di Paasilinna.

Noi, con i nostri 31 decessi innaturali ogni 100.000, perlopiù dovuti a incidenti stradali, siamo al ventesimo posto dei ventotto che compaiono nella classifica dell’Economist: pure a cercare di schiattare, insomma, ce la caviamo male. Con i suicidi, però, andiamo anche peggio, perché ne registriamo solo da 1 a 3 ogni 100.000. Di fronte all’evidenza di questo dato, mi è venuto da pensare. Non metto certo in dubbio questi dati, né i numeri in generale (io, poi, che so a malapena fare i conti quando mi danno il resto delle sigarette!).
Mi sono chiesta piuttosto: se la ricerca cambiasse obiettivo, modificando il parametro della fascia d’età, e quindi anche il campione preso in esame, come ci piazzeremmo noi oggi nella classifica dei suicidi in questi ventotto Paesi industrializzati? Ma, soprattutto, con quali proporzioni rispetto alle cause del suicidio, perlomeno quelle dimostrabili o più dibattute?
Prendiamo un esempio a caso: la disperazione dei lavoratori precari. Da un articolo de Il Fatto Quotidiano dello scorso 17 aprile, si apprende che, secondo un rapporto dell’Eures, in Italia oggi si suicida un disoccupato al giorno (dell’argomento si legge, si sente e si parla ovviamente anche altrove, ma limitiamoci al fatto e al Fatto). Se ho capito bene, allora possiamo ipotizzare almeno 365 suicidi all’anno, forse 366 in questo bisesto funesto, oltre agli altri diversamente motivati. Nel 2010 la crescita più consistente rispetto agli anni passati si registrava nel Lazio, con 266 suicidi legati al lavoro (e io, che non mi aggiorno mai abbastanza, un anno prima ero arrivata a Roma, in cerca di fortuna…).
Però anche così forse ci teniamo bassi e non potremo mai competere con le cifre dell’Islanda, del Giappone, nonché della drastica Finlandia.
Ma potrebbe essere questione di tempo. I nostri aspiranti, infatti, quanti sono attualmente? Non lo sappiamo. Aggiungiamo a quelli più convinti anche gli indecisi, per stare tranquilli e recuperare così i numeri che inevitabilmente si perdono con i precari di orientamento cattolico, dei quali supponiamo l’assenza del dubbio rispetto al tema specifico.
Qualcuno potrebbe dire che resta pur sempre la nota fuga di cervelli all’estero: ne perdiamo molti pure con quella (e voglio sperare che tra le mete più ambite non ci siano Islanda, Giappone e Finlandia, perché forse sarebbe un po’ come passare dalla padella alla brace. Con l’aria che tira da loro, dev’essere spiacevole, per esempio, riuscire a mettere fine al tuo precariato arrivando fino a Oulu e poi, senza volerlo, mettere fine alla vita di un finlandese che sceglie di suicidarsi buttandosi sotto la macchina che proprio quel giorno eri riuscito a comprarti. O anche essere tramortito sulla strada, all’apice del tuo successo professionale mai sperato in Italia, da un islandese di Reykjavík che si getta da un palazzo).

Torniamo per un momento alla storia che racconta Paasilinna: per una fatalità del caso, due disperati si conoscono nel fienile che avevano entrambi prescelto per porre fine al loro “vivacchiare privo di senso”. Lì per lì, una volta l’uno di fronte all’altro, ci ripensano e considerano che forse ci sono molti altri individui animati dallo stesso proposito, con i quali si potrebbe spartire la pena compiendo un dignitoso suicidio di gruppo. Così decidono di partire insieme, alla ricerca di altri aspiranti e del luogo ideale in cui realizzare il progetto.
Il resto della storia non lo dico, sia perché io devo ancora finire di leggerla sia perché pare che a raccontare come finisce la storia di un libro si rovini la sorpresa (come se un libro, o un film, si esaurisse in una sequenza di avvenimenti. Ma, va bene, quello è un altro discorso e questo è un blog in cui spesso ci si perde dietro alla minuzia).
Insomma ho risolto che anche noi si potrebbe pensare di consorziarci. Una social catena di precari italiani, ancora vivi e diversamente viventi, che potrebbero scrivere insieme un romanzo collettivo, facendolo circolare a mo’ di bookcrossing, per poi proporlo all’attenzione di nuove indagini sulla mortalità alternativa.
Potrebbe essere la modesta versione nostrana di un grande tema finlandese, con il titolo di “Piccoli suicidi tra precari”. A meno che qualcuno non ci abbia già pensato.
Ma adesso vado a finire di leggere la proposta di Paasilinna.

[* Tutte le citazioni da Piccoli suicidi tra amici di Arto Paasilinna sono nella traduzione italiana di Maria Antonietta Iannella e Nicola Rainò, edizioni Iperborea]

Sondaggio: quanto ti aggiorni?

Le attività non morelliane sono in ripresa, non senza una certa fatica dovuta all’evidente impegno che un aggiornamento costante richiede, nel mio lavoro come in altri. Nel mio, in particolare, la glottopipponica non dorme mai e in 48 ore può elaborare nuovi dati imprescindibili per le ricerche future.
Tuttavia si sa che, nelle pause caffè, nelle pause sigaretta e nelle pause caffè e sigaretta, un moderato sollazzo è benefico e necessario. Di più: il sollazzo è notoriamente la reale garanzia di un apprendimento duraturo nella formazione, nonché di una prestazione efficiente nel lavoro.
Sollazzandomi stamattina alle 7, prima di affrontare i miei pendings glottopipponici, ho scoperto Polldaddy, che conoscevo ma non avevo ancora capito esattamente cosa fosse (vedi a non essere sempre aggiornati?).
Quando l’ho capito, non ho potuto fare a meno di sperimentarne le funzionalità, così che la mia deformazione professionale e l’innato amore per la ricerca hanno presto avuto la meglio sul proposito iniziale di allentare la tensione per un po’, inducendomi infine a elaborare un serio sondaggio conoscitivo sulle percezioni di un fenomeno ancora tutto da capire.
In attesa delle abituali storie morelliane, lo propongo dunque alla vostra attenzione nel caso teniate anche voi a un aggiornamento puntuale su temi d’interesse.