La camera verde

ma vince il peso degli oggetti, capitolo due

È inservibile, la nostalgia. Che ci fai, a chi giova? Te la posi addosso, sul petto, come un ninnolo pesante, nemmeno ti facesse più bello. Sei ridicolo, con quel gingillo pacchiano che ti ciondola al collo giovane. Cedilo ai colli grinzosi, quelli slabbrati da memoria consistente, usurati dal tempo – è sì penoso vederglielo appeso, però ci trovi un senno: quel collo lì ha settant’anni, gli capita di indossare la nostalgia e cosa vuoi, ha pur diritto a pretenderla.
È uno sfasciacarrozze, la nostalgia. Fracassa, demolisce, recupera schegge di vita, te le rivende per buone, ci mette insieme la tua carretta, e tu ci vai a spasso. Non ci fai per niente una bella figura, qualcuno te lo deve pur dire.
È sguaiata, la nostalgia, è sconcia, non ha la compostezza di cui ti piace ammantarti.
È pure idiota, a frequentarla t’istupidisci (di stupidità non sei ancora sazio?).
E il rimorso, poi, la cattiva compagnia del pentimento, il rammarico insulso per una circostanza da cui tu – tu, non altri, non il caso, – te la sei data a gambe levate di proposito, un proposito urgente che allora ti sembrava perfino indispensabile. Che è stato? Tedio, fiacca, distrazione, trascuratezza, inasprimento, pasticcio di malori, frana d’animo? Non sai, tuttavia è stato.

Condizionale passato, avrei voluto, avrei potuto, sarebbe stato, avremmo fatto, che sperpero imbecille di verbi del rimpianto, ausiliare e participio accostati per concessione alla malinconia: sbarazziamocene. Via dalla lingua, fuori dall’uso, alla larga dal vivere quotidiano. Meglio, facciamo così: via tutto il periodo ipotetico dell’impossibilità. Che modo ottuso è mai quello di dire «se avessi capito in tempo questo o quell’altro, avrei fatto diversamente», «se avessi fatto così, sarebbe andata cosà», «se fossi andato quel giorno, sarebbe finita in un altro modo»? Non hai capito, non hai fatto, non sei andato. Tieni forse in cucina il calendario di tutti gli anni passati e prendi nota dei tuoi atti mancati?
E quell’altare dei morti, là, in fondo al corridoio della vecchia casa, l’angolo prediletto di tua madre, virtuosa della necrologia: non l’hai sempre canzonata per una tal parata, per come se la spolvera e se la prega, non le hai forse detto più di una volta che è assai stramba quella galleria di ritratti incorniciati, archivio di feticci mediatori per stare con chi c’è stato e non c’è? E quel medaglione che tua nonna nera porta addosso da quarant’anni e tutte le sere bacia? Così è la tua nostalgia, una raccapricciante gramaglia – orpello di famiglia, – spossante da calzare, stucchevole da osservare.

Eppure non patisci l’assenza di ciliegie in inverno, sbucci arance e bevi spremute; non t’impunti a infilare scarpe a misura di bambino, metti il tuo quaranta ed esci di casa. Non ti rammarichi di arance buone e scarpe comode; non te ne occupi, della tua archeologia del presente.

François Truffaut, La camera verde (1978)

François Truffaut, La camera verde (1978)

[Gli estimatori del cinema di François Truffaut avranno subito riconosciuto che il titolo è preso in prestito da un suo capolavoro. Di conseguenza, qui e là una disseminata nostalgia pure di certi racconti di Henry James, francamente inevitabile. Poi uno può anche pensare a quella canzone canaglia là, se preferisce; a me non è venuta in mente in tempo. Peccato. Avrei potuto scrivere tutta un’altra cosa]

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