ma vince il peso degli oggetti

Tutto conservo. Vecchi: libri di scuola, quaderni, diari, agende, giornali, riviste, ritagli di carta, lettere, cartoline, foto, fototessere, documenti scaduti, maglioni, magliette, mutande, scatole, cestini di vimini, scontrini, biglietti di auguri, biglietti dell’autobus, di mostre, di concerti, moccoli di candela, gingilli sbeccati, chincaglierie.
A volte per cedimento alla trascuratezza – più spesso per organica incapacità di liberarmi, – trattengo, serbo, ammucchio, non disperdo, non lascio, non tronco.
Dagli oggetti mi separo solo nelle grandi occasioni. Le grandi occasioni accadono quando il caso chiede di allestire scatole di cartone, raccogliere, imballare, distinguere l’essenziale dal superfluo, ripensare il necessario (il bisogno, riconoscere il bisogno: di cosa hai bisogno, tu?).
Stanze piene, dopo vuote, ma prima di “piene” c’era “vuote”, vuote le trovo e le riempio e poi le sgombro, e vado e torno e ancora vado.
Torno.

Sono tornata, amici miei, pochi che siete rimasti, sono tornata al paesello nostro, dove ci sta il mare tutto il giorno, la notte pure, odore e sciabordio non se vanno. Qua per vedere l’ultimo film dei Coen dobbiamo aspettare qualche giorno – la pellicola, chissà, se la caricano sotto il braccio e la portano in bicicletta come Salvatore di Nuovo Cinema Paradiso, – o ci tocca andare verso nord e oltrepassare il confine del fiume, ma che importa se c’è il mare e se ci siete voi, amici miei che mi dite eh? Antani, come se fosse Antani, anche per il direttore, la supercazzola con scappellamento!

Ho scaraventato nei bidoni le cianfrusaglie di una stanza disabitata a lungo, via questo via quest’altro, per fare spazio al mio ritorno. Sono felice del tuo ritorno, mi ha detto una vecchia compagna di scuola, sono un po’ egoista, vorrei che non ripartissi più.
Di tanto in tanto mi inabisso nello scantinato e porto su uno scatolone alla volta, sono tanti. Non c’è fretta, non c’è più. Paro a festa la stanza, questa vecchia stanza che era mia, poi mia e di mio fratello, poi mia, poi di nessuno, magari ci ospitiamo qualcuno, adesso è tornata mia.
Faccio le cose per bene, riconosco almeno un bisogno: abitare. Abitare nei libri tenuti a soffocare nel cartone – adesso respirano, dal pavimento al soffitto, e no, Céline non può stare vicino a Proust, uno di qua l’altro di là, e John Fante, John Fante ha un posto tutto per sé, ma non troppo lontano da Knut Hamsun, ché tra loro s’intendono. Abitare nelle lampade rosse e in quella arancione comprata a Trastevere quanti anni sono; abitare nel tavolino basso da sette euro rosso pure lui che ancora mi piace; abitare nei mobili bianchi, quelli costruiti dal falegname quanti anni sono; abitare nel color crema Chantilly delle pareti, ma che ne diresti se in primavera se le ridipingessimo di albicocca, che coi mobili bianchi ci cantano? E magari stacchiamo quelle greche decorative che si vanno scollando. Abitare nelle tende nuove, voglio dire nuove per la stanza, mica per me che le ho prese al mercato di Porta Portese quanti anni sono e hanno viaggiato, per case e quartieri di metropoli estranea; abitare nella luce un po’ bianca e un po’ gialla, dipende dall’ora del giorno; abitare nelle foto incorniciate (ex studenti che ridono con le loro facce tedesche, inglesi, cinesi, giapponesi, il corso di italiano è finito!, foto di gruppo e rido anch’io, abruzzese).

Le stanze vuote, ho provato ad abitarci, per fare prima, tanto poi bisogna andare via un’altra volta, che ti sistemi a fare, che t’aggiusti, e che ci fai con quella mensola che ti tocca bucare un muro in affitto, e con quel divanetto che è pure brutto, e tutti quei dannati libri che hanno fatto il giro del mondo (no, dico io, solo il giro del Grande Raccordo Anulare), è tutto peso per quando dovrai svuotare. Un letto, un computer, qualcosa da mangiare, un tavolo se è proprio necessario, e basta, non serve altro. È vero, sì, però le cose, dove sono le mie cose, le cose che ho amato, le cose, mannaggia alle cose. E ciò che hai amato anche un solo mattino, tenertelo stretto fino alla morte. Tenere, tenere, tenere…

Adesso abito. Ho comprato due bulbi di giacinto e li ho messi sul davanzale, esposti a nord, o forse è nord est. Dicono che fanno grossi fiori profumati, bianchi, gialli, rossi o blu, non so di che colore saranno i miei, non m’intendo di piante, troppa acqua poca acqua, confido in una familiarità da maturare, ma non traboccante.
Intanto la domenica mattina prendo il caffè alla pasticceria, quella che sta lì da sempre e mai mi ricordo il nome, poi vado al mare, quant’era che non vedevo il mare a febbraio? E ci stanno sempre i sessantenni avviliti che vanno in macchina su e giù per il lungomare in cerca di un po’ di amore giovane a un prezzo ragionevole? Sì sì, dipende dall’ora, ma d’inverno non ci andare al mattino presto da sola. No, io ci vado verso le undici. Allora va bene, alle undici escono le madri dalle case, le vecchie dalla chiesa, gli uomini dai bar; si comprano i giornali, le pastarelle per il pranzo della domenica, i ravioli quelli freschi, ché mica in tutte le case ci sono le nonne che li fanno ancora a mano, che ti credi.
Sto nel posto che per trent’anni ho scansato, accusato di cafoneria, di piccineria; gente di paese, io non sono come voi, io vado in America, io in mare aperto. Invece no, andata e ritorno, io io io m’ero scordata di liberare l’àncora e la barca è rimbalzata indietro, fionda usata con imperizia che mi ha spaccato la testa, qualche danno pure al molo ma si aggiusta, testa e molo, qui si aggiusta sempre tutto.

Quanto ti fermi, che fai, resterai qua. Non lo so, rispondo, non lo so, intanto aspettiamo che fioriscano i giacinti e poi si vede. Adesso abito nelle mie cose, ma vince il peso degli oggetti.

Giacinto

[Il titolo è un furto ai danni di Amelia Rosselli, C’è come un dolore nella stanza, da Documento, in Poeti italiani del Novecento, a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Mondadori 1990, p. 1003. La citazione in corsivo nel testo è da Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi 2009, p. 14. Nel testo c’è anche una citazione da un film, che non serve precisare. La foto è mia, si può intuire dalla qualità]

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