Bromazepam

Ha fatto di tutto, lei, per farmi campare, è il nascere che non ci voleva.
(Louis-Ferdinand Céline, Morte a credito, traduzione di Giorgio Caproni, Garzanti 2013, p. 40)

***

La tua ironia, mi dicono, la tua ironia, che pregio la tua ironia.
Certo che alle volte, aggiungono per prudenza, alle volte esageri, il tuo è anche un umorismo di pessimo gusto, sai: non c’è un aspetto comico in ogni cosa. No?, chiedo. No, mi rispondono, e con la testa tirano una linea sotto la parola e poi ci passano sopra più volte – questo, lo facciamo quando non ci fidiamo che la parola basti.

Le tue risorse, mi dicono, le tue risorse, quante sono le tue risorse. Mi caccio allora le mani nelle tasche, ne rovescio il contenuto, si rivelano una moneta da un euro, un fazzoletto di carta appallottolato, un accendino. Queste risorse qua?, chiedo, e intanto cerco il pacchetto di sigarette, così che una delle tre risorse che mi trovo addosso si renda pur utile all’occorrenza. Ecco, lo vedi, lo vedi, te ne tiene sempre di pazziàre.

Di notte il mio pregio non vuole dormire, tiene sveglia pure me. Fa, il mio pregio, quello che io facevo di sera con mia madre, nel tempo in cui le madri sono altissime: mi arrampicavo in cima a lei, le toglievo il sonno. Arrivavo alle sue palpebre chiuse, con due dita ne sollevavo una. Scoprivo il verde giovane di un occhio vigile. Dormi?, chiedevo. Sì dormo, diceva. E mica rimanevo convinta, a guardare quel verde vivo. Passavo dunque a lavorare l’altro occhio, e di qua dormi pure? Lei finalmente diceva: senti un po’, ma tu che intenzioni hai stasera? Sventolavo allora il mio fermo proposito, a bocca larga: giocare, era chiaro. O anche cantare una canzone. O una storia, raccontami una storia. Negoziavamo. Qualche volta era gioco, qualche volta canzone, qualche volta storia, qualche volta urlo spazientito per sedarmi. Finivo dentro un lettino con le sbarre, accostato al letto grande. Di notte l’evasione messa a punto con metodo, un piede qui, un braccio là, un salto neppure pericoloso, e le stavo di nuovo al collo con un grido di conquista (Arriva il folletto!). Una volta sola il piano non riuscì: dormendo non mi ero accorta che lei, la donna che voleva riposare, aveva allontanato il lettino dal lettone. Il grido di conquista abbracciò una fetta di pavimento. Che era piastrella di marmo e non collo di madre, mi fu chiaro per consistenza e temperatura. Cominciai a starmene sveglia per i fatti miei, in compagnia del mio pregio.

Oh l’ironia, dammi un po’ della tua ironia, mi dicono. E poi tu sai raccontare le cose, mi dicono, io leggo sempre quello che scrivi, tu t’inventi bene le storie. Io non m’invento niente, senti questa:
Adesso che ho gli anni buoni per infliggere ad altri la vita (e me ne guardo), ho ricevuto la visita improvvisa di una vecchia amica – abbiamo fatto il liceo insieme, ci smezzavamo la versione di greco, io la prima metà, lei la seconda. Mentre preparavo una tisana per due, mi ha detto «Fai uscire il cane in balcone perché ho paura della toxoplasmosi». Stavo per replicare che non so cos’è la toxoplasmosi però lei lo sa che il cane è vaccinato e poi da quand’è che le è venuta la paura delle malattie? Ma lei non aveva ancora finito di dire. Infatti subito dopo ha dichiarato «So’ incinta». Sono rimasta ferma sotto la luce bianca della cucina, con le tazze bollenti in mano, e lì per lì non mi è venuto da dirle nulla di quello che si dice più spesso a una donna incinta, con quei trilli sovracuti da soprano leggero che sanno fare tante femmine. Il fatto, a dirla tutta, è che lei non sembrava felice, come pure si adoperava per essere. Sollevata, sembrava, sgravidata di un compito, come di una mezza versione di greco. Questo sembrare si è chiarito più tardi, credo, quando mia madre ha commentato la notizia così: «Il suo compagno non mi piace, però sono contenta lo stesso per lei, perché almeno si è assicurata una discendenza». Mi sono accesa una sigaretta con la risorsa che ho sempre in tasca, e ho guardato il fuoco nel camino. Mi è venuto da pensare allo sguardo un po’ spaesato e un po’ scocciato del discendente, quando discende.
Comunque, mi è venuta la curiosità, sono andata a documentarmi: la toxoplasmosi, dice, la possono trasmettere i gatti. I gatti, non i cani.

Oh l’ironia, che pregio irrimediabile l’ironia.
Di sera, adesso, per imbambolarla le canto così: basta un poco di Bromazepam e la palpebra va giù.
Ma ho detto: è un pregio irrimediabile.

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