La vida es una milonga. Appunti per una storia di tango

Allora, c’è una sala da ballo. Si chiama milonga ed è il posto dove la gente va a ballare il tango argentino. La pista può avere forma circolare o rettangolare, come ti pare, quello che importa è che ci siano sedie lungo i bordi. Se ci sono anche tavoli, va bene pure. È possibile che sui tavoli ci siano dei cestini pieni di caramelle alla menta o alla liquirizia, più improbabile che siano alla frutta. Non avere fretta di chiedere perché il gusto delle caramelle è importante, tieni gli occhi sulla sala. Le luci sono fioche. Non ti piace “fioche”? Nemmeno a me, ci pensiamo un’altra volta, tieni gli occhi sulla sala. Ci sono molti uomini e molte donne di età compresa fra i venti e i settant’anni, ma le persone fra i trenta e i cinquanta sono la maggioranza delle facce che riusciamo a cogliere. Se ci accordiamo di trovarci in una milonga di Roma, allora ci sono molti romani, sì, però lo sai quanta gente si raccoglie a Roma, no? Ci sono anche altri italiani e diversi stranieri, in questo caso argentini, perché è un caso di milonga e gli argentini che passano a Roma vengono qui. È possibile che la distribuzione delle persone in sala appaia così: le donne siedono lungo un lato, gli uomini stanno di fronte, sul lato opposto. È possibile, ho detto. Potrebbe anche essere che donne e uomini siano sparsi in modo casuale. Ma, se vogliamo provare a immaginarci una milonga del tipo più tradizionale, cioè che segua la tradizione delle milonghe di Buenos Aires, allora dovremo fare una sforzo per figurarci una divisione degli spazi basata sul sesso, i maschi di qua, le femmine di là. Non mi andare troppo per il sottile: chi si sente maschio si mette di qua, chi si sente femmina si mette di là, basta che stiamo tutti sereni.

Ci sei? Sì? Bene, mettiti comodo. Queste persone sono qui per ballare il tango. Lo faranno probabilmente fino all’alba o, poiché la milonga apre intorno alle dieci e mezza, almeno fino a mezzanotte, per non buttare i soldi dell’ingresso (in questa milonga, dieci euro). A Roma ci sono anche milonghe pomeridiane, ma sono più frequenti quelle serali, per cui decidiamo che ci troviamo in una situazione ad alta frequenza, e allora è sera. Facciamo che sono passate da poco le undici, la milonga ha aperto le porte da poco, sei d’accordo? Le persone si vanno distribuendo lungo i lati della sala, diverse coppie sono già in pista. Hanno già cenato, e anche chi di sera non beve caffè ne ha preso uno prima di venire o lo sta prendendo adesso al piccolo bar là in fondo, perché la serata sarà lunga. Non importa se non sei ancora in grado di sentire la musica, la metteremo dopo. Dicevamo, queste persone sono qui per ballare il tango. Potresti essere tentato di pensare con ironia: sì, proprio. Ti dirò: sì, proprio. D’accordo, ci sono anche molte persone che sono qui per trovare moglie o marito, o per procurarsi una compagnia gentile che a casa non hanno e che gli manca, o per rimediare un poco di sesso per la settimana, ma quasi nessuna di queste persone sarebbe disposta ad ammetterlo. Questo è vero, come è vero nel caso di cene affollate, festival letterari, circoli di bridge, vernissage, concerti, uso di internet, palestre, passeggiate al parco, spese al supermercato e quasi tutto il resto di quello che facciamo. Dunque vale sempre, perché vale il principio universale che maschio e femmina o maschio e maschio o femmina e femmina vogliono accoppiarsi, e la storia umana si può riassumere in una lunga serie di primitive aderenze tra vari e differenti lembi di carne: c’è qualcuno che vuole entrare in qualcun altro e c’è qualcun altro che vuole far entrare qualcuno. Siamo dei luridi pervertiti che ogni tanto, per ripigliare fiato, si danno una ripulita e discutono di progresso ed evoluzione. Guarda che se la pensi così siamo d’accordo, e se non la pensi così datti un’occhiata in giro. Ma adesso, per ragioni pur non del tutto chiare, decidi che quanto ti stavo dicendo prima è affidabile e assumiamo che la maggioranza delle persone che si trovano in questa milonga è qui per ballare il tango argentino-sì-proprio. Immaginala una motivazione forte, simile a quella dei motociclisti che partecipano a un raduno o, se preferisci, dei giocatori di scacchi, o di quelli che fanno parapendio. Pensa a un’attività che ti piace fare oltre a quella della fornicazione e trovati da solo il riferimento che ti torna più utile, tenendo fermo un unico principio: la gente si vuole accoppiare, in un modo o nell’altro, ma nel frattempo fa pure altre cose divertenti.

Una cosa divertente per chi balla il tango argentino è la musica, che è antica e bellissima. Ci sono persone che, oltre a ballare, fanno pure i musicalizadores, cioè quelli che, per mestiere o per piacere, curano l’intera selezione musicale di una serata in milonga, secondo criteri molto precisi che richiedono una certa competenza, e se ne stanno per tutto il tempo affaccendati dietro a una consolle allo scopo di far ballare gli altri (sì, è come il DJ in una discoteca, con la differenza che il musicalizador conosce approfonditamente oltre un secolo di tradizione musicale e non si dimena, non si agita, non ulula, non sbraccia dietro la consolle per animare la serata, ma eventualmente si limita ad annunciare titolo, genere e compositore dei brani per richiamare l’attenzione degli amanti di questo o quell’altro). Eventualmente puoi pensare a un musicalizador anche come a uno scrittore, se uno scrittore lo vedi così: uno che sceglie con attenzione cosa dire e come dirlo, e ci mette insieme un libro allo scopo di far passare a se stesso e ai lettori un tempo più piacevole sulla terra. Lo vedi quel musicalizador là dietro la consolle, con la camicia scura e le ascelle già pezzate a serata appena iniziata? Quello lì ha passato il suo tempo libero dell’ultima settimana a scegliere e raccogliere la selezione musicale di stasera. L’ha cambiata diverse volte e si è preparato molto materiale di scorta, perché in questa milonga non è mai venuto prima e non conosce i gusti dei clienti abituali, che sa essere molto esigenti. Non affrettarti a tirare conclusioni sul musicalizador: sebbene possa sembrare un povero sfigato, nulla esclude che sia quello che cucca più di tutti a fine serata.

Sì, ma che ballo è il tango argentino? Una cosa di tacchi, calze a rete, rosa in bocca, smorfie di svenimento e languido ancheggiare? No, smonta tutta la scena e, se proprio ci tieni, lascia giusto i tacchi (a lei, perché se li metti a lui non lo fai arrivare nemmeno a metà della pista che si è già sfasciato un malleolo).
Ripensa per un momento ai programmi televisivi dedicati al ballo in cui quasi sicuramente ti sarai imbattuto almeno una volta nella tua vita. Ci devi pensare come ci penserebbe uno che non ha un’esperienza diretta del tango e che probabilmente pescherà nella testa le prime immagini disponibili. In questi show, di solito, ci sono un uomo parecchio impomatato e una donna parecchio smutandata che eseguono una coreografia parecchio prestabilita, spesso parecchio acrobatica, simulando parecchio godimento. Hai presente la scena? Ti piace, non ti piace? Non importa, perché non è quella che ti serve. Sottrai ora i cinque “parecchio”. Li hai sottratti? Bene, mettili da parte per altre occasioni in cui ti potrebbero servire (si sa che prima o poi servono). Adesso fai uno shampo sgrassante alla testa impomatata dell’uomo e rimetti le mutande alla donna – eventualmente gliele sfilerà lui dopo nei camerini, e questi sono fatti loro. Rifalli da capo, abbozza un uomo e una donna che potrebbero essere i tuoi vicini di casa. Coglili in flagranza nella loro bestialità quotidiana. Per esempio, lui potrebbe avere un accenno di forfora tra i capelli o una leggera fioritura di psoriasi sul dorso delle mani, lei una brutta carie o un residuo di bava agli angoli della bocca causata da una lieve scialorrea, lui potrebbe togliersi furtivamente una caccola dal naso, lei con fare indifferente potrebbe passarsi rapidamente le narici vicino all’ascella per verificare la tenuta del deodorante. Va bene, forse così sono troppo brutti, levagli qualcuno di questi dettagli ributtanti, purché tu non li faccia troppo belli. Non barare. Sono solo un uomo e una donna. Immaginali come vuoi, ma non metterli in posa.
Lo hai fatto? Adesso è importante che ti liberi anche da “eseguono una coreografia […] prestabilita”. Sforzati di intuire il seguente codice di comportamento del tango: i due ballano una sequenza di passi e di figure prestabiliti combinandoli in maniera non prestabilita, cioè con ampie concessioni all’improvvisazione. Non c’è coreografia, non c’è partitura, non c’è copione, nemmeno una scaletta decisa prima, facciamo che ci sono appunti: questa è una sacada, questo è un ocho cortado, e ce li piazzo quando mi pare purché in un momento musicale in cui ci possono stare bene. D’accordo, ma che significa? Puoi pensarla così: nella lingua che stiamo usando adesso io e te è prestabilito – nel senso che più o meno ci siamo accordati a considerare  –  che “i due” è il soggetto della frase, che “ballano” è un verbo , che “una sequenza” è oggetto,  e così via fino a “improvvisazione”. Ma ciò che determina il risultato finale della frase è il modo in cui si sceglie di usare e mettere insieme i pezzi che si hanno a disposizione. La chiacchierata che ci facciamo dipende da come vogliamo dire quello che vogliamo dire, e con le parole e le pause collaboriamo per intenderci. Anche il tango funziona più o meno così, come una chiacchierata tra due persone, con tutti gli imprevisti della comunicazione. Dove sta la magagna del tango: l’uomo decide la frase da dire e la dice insieme alla donna, la dicono tutti e due nello stesso momento e insieme ne tengono le parti, lui legifera, orchestra e guida il passo, lei lo riceve, lo interpreta e lo restituisce arricchito del proprio movimento. Insieme lo esprimono. Questo scambio costante di informazioni, però, avviene senza che lei riceva indicazioni suggerite in anticipo nell’orecchio o una gomitata nel fianco. E come accidenti si fa? Si fa che l’uomo e la donna hanno a disposizione unicamente il proprio corpo per dirsi qualche cosa: lembi di carne, respiri, tensioni, odori, sudori. La chiacchierata che si fanno dipende da come si muovono insieme. Se a questo punto non ci hai ancora trovato un legame di parentela con l’accoppiamento, hai un problema. Certo che, nell’accoppiamento, indicazioni suggerite nell’orecchio e gomitate nel fianco ci possono stare, certo che nell’accoppiamento le frasi da dirsi le possono decidere tutti e due, mica solo lui, certo che però ‘sto tango potrebbe suonare parecchio maschilista (lo vedi che un “parecchio” sarebbe tornato utile?). Tieni il certo che vuoi tenere, ma considera il concetto: nell’accoppiamento, qualcuno vuole entrare in qualcun altro, qualcun altro vuole far entrare qualcuno, e di prestabilito c’è solo il corpo che ci è toccato in sorte – lembi di carne, respiri, tensioni, odori, sudori. Non considero la possibilità che tu non convenga con me almeno su questo. Perciò fidati di quello che ti dico del tango: si balla come si scopa.

Immagina adesso l’uomo e la donna di prima, in qualsiasi modo tu li abbia disegnati purché non imbalsamati, nella milonga che abbiamo allestito. Non si conoscono, non si sono mai visti prima di questa sera. Lei è seduta a un tavolo e si è appena cacciata in bocca una caramella alla menta (se hai optato per la liquirizia, va bene lo stesso. Sappi che se invece hai preferito gusti alla frutta, ti stai creando un altro problema, in questo caso un problema di verosimiglianza, perché il tango argentino si balla molto vicini, diciamo più o meno a tiro di bacio, e nessuno ha voglia di respirare un fiato di caramella alla frutta, perché dopo essere stata masticata la frutta non è più fresca, mentre la menta e la liquirizia hanno maggiori speranze di conservare più a lungo l’essenza iniziale. Per questa ragione, sui tavoli delle milonghe ci sono caramelle alla menta o alla liquirizia. Se poi tu la vuoi alla fragola o al limone, fa’ come ti pare, ma dovrai tenerne conto negli sviluppi successivi). Anche lui probabilmente ha una caramella in bocca, ne avrà mangiate già una decina mentre veniva in milonga nel tentativo di ricacciare indietro le esalazioni della peperonata mangiata a cena che nemmeno un doppio lavaggio di denti è riuscito a eliminare del tutto.
Se non possono parlarsi, come fanno i due a dirsi che intenzioni hanno? Con la mirada e il cabeceo. La prima è compito fondamentale della donna, che con lo sguardo percorre tutta la sala e solo con lo sguardo dice: sono pronta. Signori, la signora è pronta, capite? Il secondo è compito fondamentale dell’uomo, che, dopo aver incontrato lo sguardo della donna e aver atteso qualche istante per assicurarsi che la sua disponibilità fosse accordata proprio a lui e non ad altri, la invita al ballo con un lieve cenno della testa. Così nelle milonghe più tradizionali. Poi ci stanno anche le milonghe in cui lui va dritto da lei e le chiede “Vuoi ballare?” e lei accetta tutta sfrigolante oppure rifiuta fingendo un malessere (confronta con gli approcci in ambito più manifestamente erotico e trova le differenze. Trovate? Io no).
Resta aperta la noiosa questione su chi scelga chi, e non bisognerebbe sprecarci troppo tempo a tentare di chiuderla. È l’uomo che con il suo cabeceo decide chi invitare e chi no, è la donna che con la sua mirada decide quale invito accettare e quale no. Ci possono rimanere male tutti e due (lui vorrebbe scegliere una donna che non lo guarda mai, lei vorrebbe scegliere un uomo che non la guarda mai: niente mirada niente cabeceo niente tango). Insomma, sulla faccenda della scelta non stare a ricamarci troppo: lo sguardo è un momento delicato per tutti. Non si sa mai cosa può succedere per un incontro di sguardi, avvenuto o mancato, approfondito o appena intravisto. Per ragionarci un po’, puoi anche farti venire in mente “Le passanti” di De André e rubargli qualcosa, se a questo punto sei stanco e a corto di immaginazione (non ti piace questa canzone di De André? Non ti piace De André? Fatti venire in mente quello che ti piace e lavoralo con le mani aggiungendo farina e lievito precedentemente passati al setaccio). Oppure puoi usare quello che ti è più familiare, quella che si dice “esperienza personale”, a patto di non essere molesto con la tua autobiografia ruttata minuto per minuto.

Materiale, adesso ne hai. Decidi tu se lo sguardo dell’uomo e quello della donna si incontrano e se i due risolvono di farsi un tango insieme. Poi lasciali fare, seguili qualunque cosa facciano, ma tu levati di torno, perché la storia è tra loro due, mica fra voi tre (lo so che però ti piacerebbe, lo vedi che sei anche tu un lurido pervertito pure quando scrivi?). Se ti va, puoi metterci in mezzo anche qualche coltellata, nelle vecchie milonghe si usava così. Scegli un finale, ma stai attento perché, se la storia finisce male, avrai tutta l’antipatia degli entusiasti innamorati, se la storia finisce bene, avrai tutta l’antipatia dei cinici disincantati. Se non scegli un finale, avrai tutta l’antipatia di chi vuole sapere sempre come va a finire la storia; se scegli che una storia non c’è, avrai tutta l’antipatia di chi una storia la esige, e in quest’ultimo caso preparati anche a un’eventuale aggressione sotto casa. È una bella rogna, vero? Mannaggia. Vuoi provarci lo stesso? Dunque deciditi: da chi vuoi essere disprezzato? Non mi dire “Da nessuno” perché allora non ci siamo capiti e abbiamo perso tempo tutti e due. Pensaci e poi comincia a scrivere una storia di tango. Tu, sì, che c’entro io, ti ho dato forse l’impressione di voler scrivere una storia di tango? Io nemmeno mi azzardo, anzi, fuggo da chi vorrebbe scrivere una storia di tango, che storia potrebbe mai essere?

[Rodolfo Lesica y Héctor Varela, Historia de un amor, 1956]

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