Scena figlia

“Chateaubriand: «Mia madre mi inflisse la vita». Siamo noi ad averli tirati in ballo, letteralmente, trascinandoli su questa pista arroventata” (Valerio Magrelli, Essere padri in ventuno strofe, in AA.VV., Scena padre, Einaudi 2013)

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Sabato mattina. Mi aggiro per casa in ciabatte e certi brutti pantaloni di lana pesante, con una tazzina di caffè in mano che presto mi rovescio addosso per uno starnuto che non riesco a trattenere. Mia madre sghignazza, mi dice: «Me pire una de lli vecchie de na vodd».  Il commento mi fa un po’ ridere (infatti rido, lei pure) e un po’ incazzare (infatti m’incazzo, lei non se ne accorge). Mi ripulisco dal caffè che mi scola dalle dita e dal naso, ma intanto i conti non mi tornano: come faccio a sembrare a mia madre una di quelle vecchie di una volta, io a lei?
Nel frattempo ha ripreso la sua attività della mattina: sta confezionando non so quale idea giocosa, che consiste nel selezionare e mettere insieme alcune canzoni, secondo un criterio di cui non so, per farci chissà che cosa – mia madre invecchia meglio di me, saltella, canta e gioca. Per fare quello che sta facendo ha bisogno di internet, perciò ha bisogno di un figlio. Mio fratello è ammusonito al tavolo del soggiorno con lei, i due vanno discutendo animatamente dalla mattina presto. Lui sbuffa e le dice non hai capito, questo che vuoi fare tu non si può fare. Lei incalza, si’ proprie uguale a pàrtet’. Non capisco se mio fratello è uguale a mio padre perché sbuffa, perché le ha detto che non ha capito o perché le ha detto che quello che vuole fare lei non si può fare, ma suppongo che sia per tutte e tre le ragioni. I conti non mi tornano neanche adesso, perché di solito sono io ad essere proprie uguale a pàrtm’ (scine, so’ proprie nu crastò). Dunque: se mio fratello (A) è uguale a mio padre (B) e pure io (C) sono uguale a mio padre, allora io e mio fratello siamo uguali?
Lo guardo mentre sacramenta con un filo di voce bassa trattenuta tra i denti e fa quel gesto che fa da quando era bambino: si tiene un ricciolo di capelli tra le dita e ne strofina le punte tra il pollice e l’indice, oppure le tamburella soltanto. Lo faceva quando con una mano sola teneva il biberon incollato alla bocca, e lo fa adesso che lavora come ingegnere informatico a progetto e porta la barba. Mi pare di intuire che la sola uguaglianza certa tra A, B e C, che un poco mi rassicura, stia nel gusto per il sacramentare abruzzese – compilo elenchi mentali di repertori e li aggiorno col puntiglio tenace di uno storico della lingua.

Bevo il poco caffè che è rimasto nella tazzina, resto in piedi, attendo la scena seguente. Che si rivela poco dopo: i due adesso stanno litigando. Mia madre a un certo punto dice quello che dice sempre ai figli a un certo punto: «Ma non era meglio se quella sera me ne andavo al cinema?». Mentre mi accendo una sigaretta, mi scopro a pensare per la prima volta che la spinosa questione chiede ormai un chiarimento: che cazzo di film davano al cinema in quegli anni, ché mia madre non ci andava mai a vederli? Mi propongo di fare una rapida ricerca nel pomeriggio. Potrei scoprire che mio fratello è nato a causa di una programmazione nelle sale cinematografiche del centro Italia che mia madre, evidentemente in accordo con mio padre, giudicava poco soddisfacente. Inaspettatamente lui le risponde: «Era meglio se ci andavi almeno due sere», e nello stesso momento guarda me. Lì per lì quella frustata d’occhi mi arriva come una gomitata nello stomaco – io e mio fratello ce le davamo di santa ragione, quando eravamo ragazzini e io ancora ce la facevo a suonargliele. La sorprendente deviazione oculare dalla destinataria della frase (sua madre) alla destinataria dello sguardo (sua sorella) mi confonde, per un momento ho una sensazione simile a quella che si prova quando uno strabico parla e tu non hai capito se sta parlando con te o con un altro che sta lì. Dovrei forse dire qualche cosa? Mio fratello, secondogenito di un uomo e una donna che da giovani non andavano al cinema, mi sta invitando a partecipare alla conversazione, magari a fare un altro caffè e berlo tutti e tre insieme mentre discutiamo dei film che non piacevano a mia madre e a mio padre?

Il fatto è che non so più a chi somiglio, perché in effetti, tra come avrei reagito in passato in una circostanza come questa – afferrare mio fratello per quei suoi capelli ricci con le punte tutte arrastate, e rotearlo per aria con il desiderio di lanciarlo ad abbracciare la credenza del soggiorno o l’albero di cachi nel giardino –  e quello che mi viene da fare e faccio adesso (niente) è passato un tempo che ho sentito lungo, durante il quale ho cominciato a rovesciarmi il caffè addosso e a lasciar perdere i conti che non tornano, come per un’abitudine alla distrazione. Mi è sfuggito il tempo in mezzo, in cui non c’ero, di cui non so, non mi ricordo. La provocazione strabica di mio fratello me la guardo adesso come un oggetto che ti capita in mezzo ai piedi mentre cammini per casa, che non riconosci subito e ti fa dire “Questo che ci fa qua, che è?”, ma poi lo sposti di lato, senza raccoglierlo, per trasandatezza (che vuoi che sia, ‘na chincaglieria di famiglia che ti fa quasi piacere lasciare dove sta).
Ignoro perché, secondo lui, nostra madre da giovane sarebbe dovuta andare al cinema almeno due volte, eppure mi trovo addosso il sentimento di un pieno accordo d’opinione in proposito. Per questo, forse, lascio in soggiorno i due, che adesso si rimbrottano per gioco (lo vedi che era ‘na chincaglieria di famiglia?). Me ne vado in cucina e chiedo se vogliono pure loro un altro caffè, una mi dice di no, l’altro mi dice di sì poi ci ripensa e dice no ché ha bruciore di stomaco, e intanto seguitano a chiamarmi ridendo, con la voglia di rimettermi in mezzo, di discutere con loro la questione del cinema, destinata a rimanere aperta pure oggi, come ci piace.