Terra terra

«Sarebbe un grave danno per noi se lei ci lasciasse».
«In che senso?», chiedo esagerando la perplessità del tono e dello sguardo. Sorride, sorrido.
«Abbiamo ordinato una lavagna nuova. – continua – Come quelle che piacciono a lei: grandi e bianche. Non dovrà più usare questo… come si chiama?». Si strofina i polpastrelli e si carica sopra la faccia un’espressione disgustata (gli viene benissimo).
«Gesso».
«Gesso. Non dovrà più usare il gesso. Troverà una collezione di quelle penne colorate che non so come si chiamano».
«Io li chiamo pennarelli, poi non lo so se hanno un nome più preciso».
«Ecco. Lavagna nuova e pennarelli. E anche una migliore connessione internet per le sue esercitazioni online! Questa per lei è una buona motivazione a restare con noi?».
Sorrido, sorride. Non dico niente, ma penso ai sei o sette contratti di collaborazione a progetto che negli ultimi quattro anni ho firmato con questa gente. Sono sicura che ci pensa anche lui. Infatti subito dopo si fa serio come si fanno seri i tedeschi del suo ambiente (s’ingessano). Ci salutiamo rimandando le nostre conclusioni alla formalità delle e-mail.

Non scrivo da qualche mese. A chi mi ha chiesto perché – c’è sempre qualcuno che si premura di chiederti perché non fai più una cosa che prima facevi – ho detto che ultimamente ho avuto poco tempo. Che è pure vero, ma non è la ragione per cui non ho più scritto. La ragione per cui non ho più scritto è che non ho avuto visite. Pensieri inespressi, tanti: ma mica ogni pensiero che ti visita è buono da scrivere (certi pensieri non sono buoni nemmeno da pensare). Però ho letto quelli degli altri, che è sempre meglio. Ho letto l’ultimo libro di Antonio Pascale, che pare non stia piacendo molto in giro e invece a me è piaciuto tanto: bello, bellissimo, con quei “Mannaggia” al posto giusto (leggere il capitolo Biosentimenti. Vorrei citarne qui un passo, ma per il mio compleanno ho ricevuto in regalo un Kindle e da allora ritrovare le cose importanti, quelle a cui m’affeziono, è diventato più difficile del solito, e io lo sapevo, lo sapevo che sarebbe andata così). Ha scelto una lingua semplice, Pascale, terra terra. Anche per questo mi è piaciuto.

Secondo me, alle volte, uno ha bisogno di pensieri terra terra. Cioè: detti terra terra. Per esempio: “La lavagna nuova ve la potete infilare nel culo, che forse per voi non è manco tanto spiacevole”. Insomma, un pensiero così: semplice e chiaro per tutti. Magari all’apparenza poco sorvegliato, d’accordo, ma d’altra parte quando uno dice “terra terra” che si figura? (e quale sarà il contrario di “terra terra”? “cielo cielo”? Non lo so, comunque a me piace molto anche leggere le cose cielo cielo, eh. Bravissimi, gli scrittori cielo cielo. Chissà come campano).
Solo che, se non sei Pascale, un poco di paura a dire le cose terra terra ti viene – dovessi mai perdere quel centinaio di lettori del tuo blog. Perché pure per scrivere le cose terra terra, che credete, ci vuole un sacco di tempo. Tempo e pazienza. Più di tutto, però, ci vuole uno stato di grazia. Si capisce che uno che venga motivato con una lavagna grande e bianca non è in uno stato di grazia, nemmeno provvisorio, nemmeno fortuito.

Ogni frase è un trasloco. Stabilisci l’essenziale: sgrossa, sottrai, sbarazzati degli orpelli, butta quello che non serve, fatti i conti in tasca, prova a starci dentro. Finisce che certe volte ti scocci e ti sistemi come capita, soprattutto se tieni già altre rogne. Allora facciamo così: Tornasole si prende ufficialmente una pausa per lavori di ristrutturazione. Un mese, due mesi, sei mesi, un anno, quello che ci vuole.

Quando tornano i pensieri buoni da scrivere, li scrivo. Voi intanto fatemi un favore: se non lo avete ancora fatto, leggetevi l’ultimo libro di Pascale e fatevi vivi solo se v’è piaciuto. Se invece lo avete già letto e non v’è piaciuto, va bene, spiegatemi soltanto come si fa ad andare all’indice del libro sul Kindle.

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