Siccità

Ci sono tante cose perlopiù inutili e moleste che uno pensa il quattro di luglio quando, dopo aver passato qualche mese senza quasi lavorare, si prepara a ricominciare in una stagione dell’anno in cui, di solito, molte persone vanno in vacanza (nel senso, hanno un certo numero di giorni di ferie da passare secondo le possibilità: a casa o sotto casa). Se il lavoro, poi, è quello dell’insegnamento, queste cose che uno pensa il quattro di luglio si fanno più ingarbugliate. La prima è: ma se tentassi di aprire un ristorante sul mare, al paesello mio, non lavorerei più o meno uguale, nella stessa stagione, con la stessa frenesia, ma con la differenza che ogni tanto riuscirei a infilarci una nuotata e che la sera, magari, mi avanzerebbe un’orata o un merluzzo da cucinare?

La domanda si ripropone come un peperone ripieno dopo cena, puntuale ogni anno, nel consueto tempo di passaggio da un periodo di disoccupazione (solitamente, nei primi mesi dell’anno) a un altro di occupazione intensa (cinque ore, sette ore di lezione tutti i giorni, e quelle ore di studio e di preparazione, poi, di cui chi non insegna non sa e, soprattutto, non vuole sapere).
La domanda successiva, il più delle volte, è: mi ricorderò come si fa? Perché insegnare è pure una questione di allenamento: allenamento alla relazione, e ai suoi imprevisti, allenamento al darsi, allenamento alla comprensione, allenamento a una pazienza sorvegliata, allenamento a una tenuta di voce – voce di muscoli che vibrano dentro al collo, voce di pensiero che cerca soluzioni praticabili, che crea, organizza, suggerisce. Oh, poi, è anche allenamento a una tenuta di sfinteri fino ai dieci minuti di pausa, ma quello è meno faticoso.

Dopo, dopo la prima e la seconda domanda, la terza è quella che sempre ammala la giornata: mi piacerà ancora? Perché, a fare un lavoro che per una metà dell’anno non ti vuole e per l’altra metà ti vuole, succede pure che uno si scocci un poco, perché si sente instabile (“precario”, volevo dire. Ma proprio nel senso di: segnato dalla provvisorietà, da uno stato in cui l’unica costanza è quella della minaccia di catastrofe). Simili sono gli amori di quegli amanti che si lasciano e si riprendono, e quando si riprendono si divorano e quando si lasciano si dimenticano. Così, la passione. Per questa ragione sarebbe meglio, sarebbe conveniente dico, fare un lavoro per il quale non si nutre alcuna passione: un lavoro dovrebbe, forse, essere solo un lavoro. Siano altrove, nella vita, le passioni; stiano dove devono stare, dove non ci sta il pane che ti serve.
Gli studenti, i miei studenti, sono allora come figli di una relazione disgraziata: stanno in mezzo, ora li vedo, ora non li vedo. Possono capitare, quindi, certe giornate storte, che si riconoscono subito, quando la mattina ti alzi e senti con chiarezza rarissima che sei una puttana a ore che lavora per committenze esigenti, istituzioni che quando ti vogliono ti vogliono puttana esperta e che poi, quando non ti vogliono, ti versano sul conto qualche migliaio di euro per il servizio prestato, e arrivederci. Quando entri in classe con questo sentimento, i figli di questa relazione disgraziata mica lo sanno. Loro che c’entrano? (quarta domanda). Niente c’entrano. Infatti ti si presentano lì, timidi, con la faccia slavata a chiazze rosse – i miei sono più spesso tedeschi, – e gli ultimi residui dell’adolescenza addosso – vent’anni hanno, venticinque al massimo, – fiduciosi, e con un mazzo di richieste: richieste di ascolto, soprattutto, richieste di aiuto, e di partecipazione. Le domande di grammatica, in mezzo a questo flusso, sono quisquilie, bagattelle. E tu gli vai incontro, alle domande di grammatica, sì, ma di più a tutte le richieste inespresse con la lingua, espresse con lo sguardo. Certi momenti vorresti dire: arrangiatevi da voi. Perché segretamente pensi: quel che io posso mettere a disposizione è inservibile. Un medico serve, un muratore serve, un contadino, una levatrice; forse un avvocato, forse un prete – dipende da quale legge uno segue, quando tiene problemi. Un insegnante a che serve? Un insegnante di lingua straniera, poi, a che serve? (quinta domanda). Una lingua si impara. A parlare abbiamo imparato tutti quando ci davano il latte: ascoltavamo, ripetevamo, andavamo per tentativi, dopo capivamo che quando volevamo bere dovevamo dire “acqua” e che quando ci eravamo persi dovevamo dire “mamma”; a leggere e a scrivere abbiamo imparato a scuola, sì, ma pure a casa potevamo imparare. Basta.
Però tutto questo lo pensi e stai zitta, anzi sorridi, e fai lo stesso il tuo lavoro, così come te lo sei scelto. Dai il culo. Perché il culo lo devi dare, se fai un lavoro che è tutto accoglienza e comunicazione.

Dopo torna il tempo della relazione disgraziata, quando i due amanti – tu, la committenza – si lasciano perché uno dei due non fa più comodo all’altro. Qualche migliaio di euro freschi sul conto, culo che brucia. Poi l’inedia, e la domanda finale: se attraversando la strada in una giornata qualunque, magari una giornata in cui vado rimuginando a testa bassa sulla faccenda, non mi accorgessi del camion di surgelati che mi sta venendo addosso sulla Tiburtina, e me ne finissi lì sotto, masticata a trentadue anni dalle ruote di un camion di surgelati sulla Tiburtina, sarebbero tanti soldi di danno?

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