Scorticare la coda

Delle cose del vivere – “molte cose”, avevo scritto; dopo m’è sembrato brutto, e perché? – che lentamente mi sbudellano l’anima, una, più delle altre, è responsabile di questo incanutimento mio al ritmo, ormai inarrestabile, di un capello al giorno. Le code. Le code nel traffico di Roma; le code al supermercato davanti al banco dei salumi, a quello del pesce e a quello del pane; le code nelle sale d’attesa degli ospedali; le code nella pubblicazione dei propri articoli sulle riviste scientifiche di Minchiologia Applicata; le code negli uffici amministrativi; le code che adesso non mi vengono in mente ma che mi verranno in mente quando le farò di nuovo, perché le farò di nuovo. Le code tutte, anche quelle della rana pescatrice, che mi fa schifo solo a vederla, e quelle dei cani che te le sbatacchiano addosso per strada.

“Lu chiù vrutt a scurtcà è la coda”. Così si dice da me nelle circostanze dell’attendere, per dire: la parte peggiore dell’attesa è quella finale, quando ormai manca poco. E perché, dico io, quando manca tanto che è forse meglio? E comunque, scorticare una coda è un’immagine raggelante.

Solo per schiattare non ci stanno le code, pensavo oggi. Cioè, ci stanno anche, ma, se ho capito, funziona più o meno così: ti metti in coda dal giorno che nasci (brutto, viscido, nero, un po’ deforme, che solo tua madre, forse, può pensare di te: quant’è bello, ma se lo pensa è perché si è sgravata, ché non ne poteva più, e allora certo che sei bello). Ti metti in coda, e però non hai il numerino, né una prenotazione, perciò non sai nemmeno se nel frattempo ti puoi andare a fumare una sigaretta, ma dico tutta, e di gusto, non come quella disgraziata che ti accendi quando stai aspettando l’autobus e poi butti nuova nuova, che certe volte, quando vuoi  assicurarti che l’autobus passi subito, te l’accendi di proposito e quello, puntuale, compare in fondo alla strada, e tu quasi ti compiaci di aver buttato la sigaretta appena accesa, quasi ti senti davvero che l’autobus, alla fine, fa come gli dici tu, basta che compri sigarette da accatastare sul ciglio delle strade.

Intanto, nell’attesa di quello che non sai, ti fai tutte le altre code, col numero 97 in mano mentre stanno servendo il numero 23, sapendo che nulla esclude che tu possa schiattare lì, davanti allo stracchino e alla mortadella in promozione, e che nulla, tuttavia, te lo garantisce come forse tu in quel momento, zitto zitto fissando i caratteri rossi del monitor là in alto, ti auguri.

(Ho mangiato un kebab con la salsa piccante, che mi fa male. Ricordarsi di scrivere sempre solo dopo una buona digestione)

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