Quando il bambino era bambino

Si siede accanto a me sulla panchina, lamentandosi del caldo solo con un mugolio e con le mani che si sventola vicino al collo. Fa caldo, sì, fa caldo all’improvviso, dopo giorni che parevano d’autunno, un caldo insopportabile come il freddo. Non siamo adatti a stare dove stiamo. Così penso, mentre lei prende posto vicino a me, ma non è un pensiero innovativo.
Avrà sessantacinque anni, forse settanta, glieli scopro tutti agli angoli della bocca spennellata di rossetto, sul collo, sulle braccia e sulle mani – degli occhi non saprei dire, sono nascosti dietro grossi occhiali da sole scuri. Ma la voce, la voce granulosa me li conferma, quando di colpo mi rivolge la parola, come se mi conoscesse da tempo.
– Non si capisce proprio perché abbiano messo queste panchine rivolte verso la strada invece che verso il parchetto, no?
Quello che lei chiama parchetto, alle nostre spalle, consiste in un fazzoletto di giardino recintato, che ospita scivoli, altalene e altri giochi di cui non so più il nome (cavalluccio? Dondolo? Girello? Non li so più, i nomi dei giochi. E quella trave di legno con due sedili alle estremità che funzionano come due pesi sulla bilancia, che nome ha? Io restavo sempre appesa in aria, perché dei due ero il peso più leggero, e mi innervosivo, scalciavo, mi lagnavo: riportami giù!; e quell’altro, ben piantato per terra, mi guardava e rideva, finché con una spinta delle gambe si sollevava riportandomi giù in un tonfo secco, e le ossa del sedere mi rimbalzavano sul sedile. Mi sentivo impotente. Una volta, poiché volevo essere io a decidere quando scendere, mi sono buttata malamente di sotto e mi sono storta una caviglia).
– Che dovremmo guardare, così? – continua lei, – Le macchine parcheggiate? Le macchine che passano? I bidoni della spazzatura?
– Ha ragione. In effetti non è un belvedere… – annuisco, sorrido, cerco di collaborare alla conversazione radunando la poca voglia che ho.
Le panchine del parchetto sono occupate: madri soprattutto, ma anche nonni, e qualche grossa borsa di plastica che sembra contenere cibo (solo da una spunta fuori la testa di un cane). Il fatto è che io oggi mi volevo sedere e basta, dare le spalle alla gente, perciò mi andava bene così. Però, adesso che lei me lo ha fatto notare, mi accorgo di essermi seduta davanti alla spazzatura. Secondo me non è a caso che, quando uno va a zonzo rimuginando sui suoi fattarelli, sceglie dove fermarsi: dipende da dove lo hanno portato i fattarelli. Per esempio, se gli capita di godere di una provvisorietà felice, andrà a sedersi, che so, sull’erba in riva a un lago. Certo, ci vuole un lago, ma se la provvisorietà è felice, il lago per godersela uno se lo trova. Diversamente, si sceglie una panchina a caso, la prima libera che trova, che poi è quella davanti alla spazzatura, finché qualcuno, un estraneo di solito, glielo fa notare.
– Eh, no, non è un belvedere. – mi ripete lei. Poi sospira, alza le spalle, conclude – E va bene, guardiamoci questo. Che dobbiamo fare?
Restiamo così ancora per qualche minuto, in silenzio, a guardare la spazzatura che cambia colore al variare della luce (il sole comincia a tramontare). Poi, come se lo avessimo concordato, ci alziamo dalla panchina nello stesso istante, ci auguriamo una buona serata e ce ne andiamo in due direzioni opposte.
Mentre torno a casa, mi viene in mente quella poesia che Peter Handke ha scritto per Il cielo sopra Berlino, che comincia così:

“Quando il bambino era bambino,
se ne andava a braccia appese.
Voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente;
e questa pozza, il mare”.

Ma il punto più bello, quello che cerco di ricordare a memoria mentre cammino verso una casa dove non mi va di tornare, è quello in cui dice:

“Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea”.

Giro intorno al quartiere, faccio un gioco: non vado a casa finché non ho l’impressione di essere riuscita a ricordare con cura queste due strofe. Ci metto un po’, mi servono tre giri e parecchie esitazioni: prima di catturare “sospettarlo”, per esempio, mi viene “intuirlo”, che non è solo sciatto, ma è pure differente nel concetto. Insomma, ricordo questo, quello che posso, e mi risolvo così.
Infine vado a casa e, mentre mangio l’insalata di riso e poi le fette di melone, viene la sera, poi viene la notte, e dopo nient’altro.