Felicitonia

– Prof, come butta?
– Wow, ottima domanda informale!
– Vaitra🙂
– Che significa “Vaitra”?
– “Stai tranquilla”?
– Ah! “Stai tranqui”! Non ho mai sentito dire “vaitra”.
– Il discepolo supera l’insegnante!
– Vero. Hai visto? Allora ho vinto la sfida.
– Adesso vado a dormire, domani ho un altro esame e sto in SCLERO.
– In bocca al lupo!
– Crepi, grazie! Buonanotte🙂

È mezzanotte passata quando finisco di chattare con Ante, l’ex studente croato che ho accompagnato per lungo tempo fino all’esame di certificazione internazionale di italiano come lingua straniera. «Questo B2 non era così difficile», mi ha scritto subito dopo averlo fatto, pochi giorni fa. B2 significa che sai dire in una lingua straniera i tuoi pensieri, quando sei d’accordo e quando no con le opinioni degli altri e perché, quando vuoi litigare e quando vuoi fare il tenero, quando ti va di discutere della Lettera a un religioso di Simone Weil e quando vuoi dire che l’ultimo film di Sorrentino secondo te è “meraviglioso” (e anche: “Mi sembra che la scena con la ragazza al mare, quando lei è nuda e Jep è giovane, sia quella più importante e anche, come tu hai detto, forse ha una relazione con il titolo. Ma questa grande bellezza non può essere spiegata. Mi ha toccato molto, ma non so dire ancora esattamente perché… ma non per il mio italiano, non saprei dire questo neanche in croato!”. Recensori italiani de La grande bellezza: prendetene nota).

Ho nell’archivio della chat settecentoventidue conversazioni con Ante: racconti di quotidianità, confessioni disperate, richieste di consigli su cosa regalare alla fidanzata che aspetta il suo ritorno in Croazia, argomentazioni serrate sulla canzone d’autore italiana, i dubbi cavillosi di sempre su certe misteriosissime regole grammaticali che danno il tormento a chi cerca uno stratagemma per governarle (“Perché si dice ‘vado al mare’ e ‘vado in montagna’? Non è sempre andare verso un luogo?”). Da sole, queste settecentoventidue conversazioni basterebbero a costruire la storia di una conquista, ma ce ne sono altre centinaia con altri studenti che adesso sono ex studenti, e poi le e-mail e i bigliettini scritti a mano che accompagnavano piccoli regali che ho ricevuto alla fine dei corsi di italiano – un portasigarette, una teiera con la candela sotto (“Così il tuo tè è sempre caldo come deve essere un buono tè”), The Woman in White di Wilkie Collins, un libro di ricette inglesi (“Perché anche la cucina inglese ha la sua tradizione, non è solo fish and chips!”), un accendino d’argento che poi, accidenti a me, ho perso.
Ci sono anche, a tenere vivo l’amore, le registrazioni delle loro voci fatte in classe, durante i corsi, gli esercizi di scrittura provocati e incoraggiati dopo la lettura di quel passo tanto bello de Le città invisibili, dove Calvino descrive Eutropia, e l’immaginazione in seguito stimolata a descrivere la propria città ideale, fogli di carta conservati nel tempo come manoscritti preziosissimi:

Felicitonia vogliamo battezzare la città, la quale ha una pretesa per la sua esistenza, cioè che non esiste. Felicitonia non è neanche una città ideale, perché se tentasse di esserlo dovrebbe necessariamente fallire. Ognuno degli abitanti avrebbe un altro desiderio per la sua citta ideale e la sua vita ideale e non ci si potrebbe trovare mai un consenso tra di loro. Quindi Felicitonia rimane una città meramente ipotetica. Se è infine buona o cattiva, desiderevole o spiacevole, questo giudizio viene rimandato agli ascoltatori di questo testo. Solo una cosa oso dire: mi pare che gli abitanti siano felici.
(Nikolaus)

Ma tutta questa testualità in divenire, di cui un insegnante ha il privilegio di essere testimone, non è sempre stata competente, né almeno comprensibile: all’inizio era poco più di una timida lallazione, con la faccia rossa di vergogna. Così, quando poi il nostro tempo insieme finisce, quando loro proseguono da soli nelle loro conquiste, quando tornano a casa, nei loro Paesi vicini e lontani, si ha l’impressione – un’impressione che inorgoglisce, simile a un sentimento di compiacimento nel quale non si può fare a meno di cullarsi per qualche momento, – di aver contribuito all’acquisizione di una nuova italianità che se ne va in giro per il mondo, capillare, sovversiva, liberata. Questa sì, è una gioia vera, la sola possibile per noi insegnanti di “italiano per stranieri”, che non si sa bene se sia davvero quel che si dice “un mestiere”, una professionalità specifica e riconoscibile, o pure soltanto un lavoro (ci basterebbe, credo). Anche perché, il più delle volte, non ci mangiamo. E un lavoro cos’è, se non un’attività che ti fa mangiare, prima di tutto?

Allora, mi chiedo, vale la pena vivere così, in uno stato di miserabilità – perché tale è lo stato di chi in Italia fa questo lavoro che non si sa se sia un lavoro: miserabile, – per godere di gioie vere che non fanno mangiare?

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[Post correlati: Lettere dalla corsia n. 6; Per opportuna conoscenza e auspicabile divulgazione]

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Avvertenza: si astengano i lettori dallo scrivere nei commenti eventuali consigli non richiesti su come tirare avanti.

Un pensiero su “Felicitonia

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