Agnese. Il segno della croce

«Tua nonna ha espresso un desiderio. – mi dice al telefono mia madre, sua figlia – Ha chiesto di essere accompagnata a San Pietro, per poterlo vedere coi suoi occhi una volta soltanto. Dice che non le è rimasto tanto tempo per farlo, che s’è stufata di farsi il segno della croce davanti alla televisione. Allora ho pensato: magari un sacrificio per tua nonna lo puoi fare, e per un sabato, o una domenica, fai finta che la roba di chiesa non ti crea problemi. Quando possiamo venire a Roma, che così a San Pietro ci porti tu?».
Ieri mattina, alle nove di sabato, mio padre, mia madre e mia nonna sono arrivati dall’Abruzzo con una borsa carica di venti enormi panini all’olio, imbottiti di prosciutto, stracchino, insalata e pomodoro («Ma cinque sono con la pancetta, l’ho presa fresca ieri!», specifica mia nonna tutta contenta). A me è tornata in mente quella pagina di John Fante in Full of life, quando il padre Svevo si porta sul treno una sacca con due pagnotte di pane casereccio, una forma di formaggio di capra, un salame intero (“lungo un piede“), e una gran quantità di mele e arance. Dovrei smetterla di farmi venire sempre in mente una pagina di John Fante quando la mia famiglia viene a trovarmi, penso, e un momento dopo che l’ho pensato, mio padre aggiunge: «E poi tua madre ha fatto pure la torta di mele, e io ho portato le arance, quelle buone».

Ieri mattina, dunque, ho fatto finta che la roba di chiesa non mi crea problemi, e nemmeno il traffico di Roma intorno a Via della Conciliazione, e le code, e le attese, e i gruppi di pellegrini coi cartelli sollevati per aria: “Comunità Il Cenacolo”, “Comunità di San Gabriele”, “I giovani di Rimini”, e quelle inquietanti ciabatte in stile francescano che indossano tutti i cattolici di ogni età ai primi caldi di stagione, ma pure d’inverno con le calze di lana, quando vanno ai raduni spirituali: ho portato mia nonna a San Pietro.
Agnese, così si chiama mia nonna, teneva bene in vista il suo medaglione sul petto vestito di nero, con l’immaginetta di mio nonno morto a trentacinque anni. Credo se ne separi solo per farsi la doccia e, se è così, lo fa soltanto per timore di sciuparlo. Mia nonna indossa lutto e medaglione da quarant’anni, indifferente a ogni cambio di stagione. Nella sua lunga vita di vedova che vive sola in un minuscolo appartamento, ha rinunciato al nero solo in alcune grandi occasioni – matrimoni dei figli, battesimi, comunioni e cresime dei nipoti, – dando l’impressione di sentirsi a disagio per l’audace cambio di colore, anzi direi in colpa, per tutto il tempo dei festeggiamenti. E comunque l’audace cambio di colore era sempre un blu notte che pareva quasi nero e, altre volte, un grigio scuro, di cui lei sembrava vergognarsi assai (infatti nelle foto di famiglia si nascondeva).
«Stamattina mi sono alzata alle cinque», mi sussurra nell’orecchio, eccitata come una bambina, e questa confessione me la fa mentre stiamo attraversando a piedi una strada, e ci dobbiamo pure sbrigare perché il verde per i pedoni dura sempre troppo poco, e soprattutto non tiene conto dell’emozione di una vecchia che non ha mai abbandonato il suo paese abruzzese di quattro anime, e che per la prima, e forse ultima volta nella sua vita, viene a San Pietro, con suo marito defunto appeso al collo. Allora io la prendo delicatamente sotto braccio e la porto in salvo, dall’altro lato della strada, prima che le macchine di tutta Roma ci travolgano davanti a quell’ammissione sussurrata piano: lei, che al paese suo attraversa la strada quando le pare e piace, non s’è nemmeno resa conto di essersi piantata in mezzo alla strisce pedonali, perfettamente equidistante da due file contrapposte di motori surriscaldati che attendono soltanto di poter passare sopra di noi. La macchina l’abbiamo parcheggiata in Via Boezio, a un paio di chilometri di distanza dalla nostra destinazione, dopo mezz’ora buona di circumnavigazioni: praticamente, per uno che si abitui a vivere a Roma, l’abbiamo lasciata sotto la finestra dove si affaccia il papa. “Che botta di culo pazzesca”, continuavo a pensare mentre raggiungevamo a piedi San Pietro. Lei invece, guardandosi indietro, ha esclamato incredula: «Oh Madre Mia Santissima! Ma dopo, tutta questa strada qua ce la dobbiamo rifare a piedi un’altra volta?». E io, se lei non fosse stata mia nonna, le avrei risposto “Sì, vuoi pregare a San Pietro? Allora cammina”. Invece no, mia nonna – mia nonna – si rigirava tra le mani piccole e nodose il suo medaglione, e io le ho detto: «Dopo magari tu resti tranquilla tranquilla là insieme a mamma e papà, e io vado a riprendere la macchina e cerco di avvicinarmi il più possibile», e ho imprecato in silenzio, per conto mio.

E all’improvviso mia nonna, davanti alla Pietà di Michelangelo. Io l’ho sempre vista solo nei libri di storia dell’arte, ma lei nemmeno quello. E mentre siamo accerchiate, strette, soffocate dalla folla di gente con le macchine fotografiche e i cellulari e gli ipad, lei, alta un soldo di cacio, piccola, incurvata, assediata, lei si fa il segno della croce davanti alla Pietà. Bellissime: mia nonna, e pure la madonna, e una pietà tutta femminile. Ripete il segno della croce a ogni stazione: statue, dipinti, affreschi, cappelle, crocifissi, altare, perfino i marmi di ciascuna colonna. Un segno della croce per ogni singola pietra della basilica, un mulinare operoso di mano destra dalla fronte al petto, dal petto alle spalle, e infine dalle spalle alla bocca, perché mia nonna il segno della croce lo completa sempre con un piccolo bacio.
La visita alla cupola non è possibile, ci dicono, e nemmeno alle tombe, da nessun’altra parte, e anzi tra dieci minuti dobbiamo andare via tutti, perché la chiesa tra dieci minuti verrà chiusa al pubblico: ci sono i preparativi per la messa che il papa celebrerà stasera alle sei, alla quale mia nonna non potrà partecipare perché a quell’ora sarà ripartita per tornare a casa. Allora dobbiamo uscire tutti, e in fretta. «Va bene. – mi dice mia nonna sorridendo, con quel tono di voce remissivo, paziente, mansueto, avvezzo alla rinuncia, che le sento da che ho memoria – Qualcosa ho visto prima che mi muoio».
E no, cazzo: ma come? Mia nonna si fa coraggio, si alza alle cinque del mattino, prepara i panini con la pancetta fresca, lascia la sua casa, il suo paese e ogni sua sicurezza, si mette in viaggio con la forza di una Giovanna d’Arco, viene a Roma, decisa a compiere il suo pellegrinaggio santo nella culla della cristianità insieme a suo marito appeso al collo, e voi, brutti stronzi, che fate? Le sbattete la porta in faccia?
Mi sento furiosa. Devo provare a inventarmi qualcosa.
«Senti. – le dico – Lo so che non è lo stesso, però, visto che abbiamo ancora un sacco di tempo, visto che ormai a Roma ci stai, ti va di andare in un’altra chiesa importantissima, una chiesa che una volta, in passato, per i cristiani era ancora più importante di San Pietro?». Si illumina. Allora affondo: «Andiamo a San Giovanni in Laterano, ti va?».
E siamo andati a San Giovanni in Laterano.

Ed è stato, daccapo, tutto un segno della croce. Poi, a un certo punto, mio padre ha proposto di prendere l’ipad con l’audioguida, uno ciascuno. Quando l’hanno messo in mano a mia nonna, una donna che non ha mai visto un ipad, le ho intercettato nel verde-azzurro acquoso degli occhi un lampo di terrore. Ci ha guardato intimidita, disorientata, aliena, e ogni muscolo della faccia rugosa ha detto chiaramente: «E questo mò che cazzo è?», e sono certa che lo avrebbe detto anche lei, con la sua voce, se mia nonna fosse abituata a certo linguaggio e a dire “cazzo”, e lo avrebbe detto benissimo: vero, tonante, possente, meglio di come lo dico io, che ne dico uno ogni tre parole, senza peso, senza valore. «Questa è una macchinetta – le ho sussurrato nell’orecchio – che ha una voce registrata dentro che ti spiega tutte le cose che stai vedendo qui, in questa bella chiesa. Tu col dito schiacci il numeretto e quella attacca a chiacchierare e ti racconta una storia bellissima. Per esempio, se tu stai davanti a questa statua qua, la macchinetta ti dice chi è il signore della statua, chi l’ha costruita e quando l’ha costruita. Così almeno tu puoi sapere sempre chi stai pregando». Lei ci ha pensato un po’ e poi ha detto, ma non del tutto convinta: «È giusto, sì. Che alle volte in chiesa mi inginocchio davanti a una pittura e mi faccio il segno della croce, e però non lo so chi sono tutte le persone nella pittura. Mò però io ‘sta macchinetta non lo so come si usa, mi aiuti tu?». E io l’ho aiutata, e le ho schiacciato tutti i numeretti, e abbiamo ascoltato insieme l’audioguida, io la mia e lei la sua. Lei però non guardava più le statue e le pitture che le stavano davanti, guardava l’ipad, che si teneva stretto in mano nonostante ci fosse una cordicella da potersi appendere al collo; forse aveva paura di farlo cadere per terra, allora io premurosa ho cercato di farle infilare la testa nella cordicella dell’ipad, ma lei mi ha fermato con un gesto della mano, che non era mai stato tanto secco e perentorio. Allora ho capito, io, povera idiota senza speranza, ho capito in ritardo: non se ne parla nemmeno, al collo soltanto suo marito. E le ho lasciato l’ipad tra le mani, mortificata dalla mia stupidità.

Non so quanto abbia compreso delle parole dell’audioguida, che erano parole di storia, di arte e di politica (sempre insieme, loro: una trinità indissolubile da che siamo al mondo, ma questo, per un credente come mia nonna, è del tutto irrilevante). Però ascoltava, mentre fissava l’ipad tra le mani invece di guardare quello che aveva davanti agli occhi mentre la voce registrata le spiegava. Mia madre si è avvicinata e ha cominciato a parlarle vicino all’orecchio, sopra le cuffie, per raccontarle mano a mano la stessa storia in un’altra lingua, semplificata, e certi passaggi li saltava. Lei l’ha lasciata fare per un paio di volte, poi si è stranita e a bassa voce ha detto a sua figlia con tono severo: «Ma ti vuoi stare zitta che stiamo in chiesa?». E subito dopo si è tolta le cuffie, dal lato sbagliato, si è incastrata per un momento nel filo che le collegava all’ipad, si è districata, ha messo l’ipad in mano a mio padre e gli ha detto: «Toh, riportaglielo. Non lo so come si spegne, si può riportare anche se sta ancora parlando?». E ha ricominciato a farsi il segno della croce davanti a qualunque cosa, senza sapere cosa, ed era di nuovo felice, e noi non le abbiamo dato più il tormento fino alla fine della visita.
Allora ho pensato, che bella fede, che bella religiosità, questa qua di mia nonna, quant’è forte, mia nonna, che per resistere alle pene della vita, e alle minuzie di ogni giorno, per essere felice, le occorrono solo un crocifisso, un santo e un’immagine della madonna, e chi se ne frega chi l’ha messo lì e perché sta lì, e statevi zitti, zitti e mosca, che stiamo in chiesa, ignoranti, in chiesa non si parla, se non per pregare.

Prima di andare via da San Giovanni in Laterano, uscendo, le faccio scegliere una cartolina da portarsi a casa, per ricordo. «Quale ti piace?», le chiedo. «Non lo so… Questa qua col crocifisso mi sembra la più bella, tu che dici?», mi consulta dubbiosa: è una decisione importantissima. Ce le guardiamo tutte, una per una, e infine sì, le dico, questa qua col crocifisso è senza dubbio – senza dubbio – la più bella, e gliela compro come un gelato. Lei se la porta alla bocca, la bacia, con l’altra mano si fa l’ultimo segno della croce della giornata, e poi si ficca la cartolina nella borsetta.
E torniamo a casa.

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3 pensieri su “Agnese. Il segno della croce

  1. Ho trovato questo blog su google, sto leggendo con gusto tutti i post che riesco… il blog e’ semplicemente fantastico, complimenti.

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