La seconda volta (pt. 1)

«Ndà se fa se sbaje!».
Così diceva sempre, e mentre lo diceva fissava negli occhi il suo interlocutore, scuoteva la testa e non era per dire no: quella sua testa pelata gli si avvitava sul collo come un trapano a scavare il muro, per assicurare dentro le spalle la sola verità sugli uomini, un fatto non discutibile, non rimediabile, come a dire ecco, signori miei, le cose stanno così e sarà il caso che vi mettiate l’anima in pace su questa faccenda: come si fa, si sbaglia. Qualunque cosa uno fa, la sbaglia e la sbaglia sempre, l’unica cosa che può fare quando la fa, è sbagliarla. Diceva questo nella sua lingua madre, così pure le barzellette, gli affanni e le bestemmie – il dialetto è buono per ridere, per piangere i morti, per bestemmiare i santi, e per dire la verità.
La faccia, quando diceva dell’errore inevitabile, era seria, altre volte invece sorrideva appena, e queste volte era una faccia più bella da guardare, ambasciatrice di sentenze più lievi da sopportare, per noi che le ascoltavamo.
Però, quando sorrideva, faceva il possibile per evitare di mostrare i denti, diceva che ce li aveva brutti, tutti storti, buttati lì a casaccio, e quando gli veniva da ridere molto si copriva la bocca con la mano, come per nascondere un colpo di tosse o un gorgoglìo che gli veniva dallo stomaco. In effetti, si intravedevano dei denti lunghi lunghi che dentro la bocca se ne stavano larghi alla rinfusa, tra l’uno e l’altro c’era abbastanza spazio da potersi mettere comodi perciò ciascuno se ne andava dove gli pareva. Sembravano i denti di un rastrello arrugginito.
Noi li amavamo. Noi eravamo mia madre ed io. Io gli volevo bene, ai denti di mio padre. Da giovane ce li aveva come i rebbi di quelle forchette che mio zio si divertiva a curvare quando veniva a mangiare da noi, per farci uno scherzo. Mia madre, sparecchiando la tavola, si ritrovava le forchette sbilenche fra le mani e a volte si metteva a ridere, altre volte, invece, si arrabbiava perché avevamo finito tutte le posate buone (un giorno mio zio, per variare il gioco ma anche perché erano finite tutte le forchette da storcere, tolse il quadrante a un orologio che lei teneva sul comò all’ingresso e al suo posto ci lasciò un biglietto con sopra scritto: “So’ andato dall’orefice. Me so’ rotto”).
I denti di mio padre biancheggiavano dietro la sua mano come mandorle sbucciate male, quando diceva «Ndà se fa se sbaje!» e scuoteva la testa, e non era per dire no. Qualche volta accadeva che alla frase avesse voglia di aggiungere un corollario, una sorta di appendice, ed era: «Li cuse se tenesse da fa’ sempre ddo vodd». Lo diceva soprattutto dopo un acquisto sbagliato – la macchina, il frigorifero nuovo, o quando raccontava a tutti i parenti di come avevano rifatto da capo la casa, che i muratori quel giorno là lo avevano consigliato male e vuoi l’inesperienza della prima volta, vuoi che lui di mestiere mica fa il muratore, vuoi che mica si nasce imparati?, insomma era stato tutto molto difficile e uno come fa sbaglia, alla fine però ce l’abbiamo fatta, sì sì, ma le cose si dovrebbero fare sempre due volte, almeno.
Io mi confondevo. Se l’errore era un fenomeno ineluttabile, il suggerimento che ne seguiva – le cose si dovrebbero fare sempre due volte – lasciava al contempo liberi di considerare l’ipotesi che, alla seconda volta, uno ci azzeccasse a fare le cose e che quindi non era sempre vero che come si fa si sbaglia, ma era vero che uno sbaglia la prima volta, perché è la prima volta, e mica si nasce imparati, ma dopo può fare un secondo tentativo e quello può andare anche a buon fine (la casa non si poteva rifare un’altra volta, della macchina mia madre aveva detto a mio padre «Svè, non mi scocciare, mo ci teniamo questa finché non ci lascia a piedi», ma il secondo frigorifero, quello era stato un buon acquisto). Allora, mi dicevo, se le cose stanno così, la seconda volta serve a cercare di rimediare alla prima.
Non feci in tempo a chiedere una conferma al mio ragionare. La nascita di mio fratello, sette anni dopo di me, mi precipitò in una confusione nuova di primogenita. Era gennaio e, in piedi davanti a quella seconda volta infagottata in una coperta di lana, mi inabissai in un orrore muto.

2 pensieri su “La seconda volta (pt. 1)

  1. ma povera! certo che con queste premesse non dev’essere stato facile essere primogenita. però avrebbero dovuto dirtelo che non ci riferiva ai figli! attendo in trepida attesa la parte 2.
    l’AleS

  2. Sì, be’, magari uno le cose prova anche a raccontarle come in una storia, e a impastarle con altro.
    Insomma, non è che sia sempre tutto “vero”. Cioè, è vero, ma in un altro modo.

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