Mangia

“L’hai vista?”.
Me lo chiede senza riuscire più a contenere un’emozione di cui non m’ero accorta fino a quel momento, quando mi ha chiesto “L’hai vista?”.
“Che?”, dico io, versandomi un altro bicchiere di vino.
“Ma come che? Sempre sulla luna vivi tu? La macchina! Sta parcheggiata sotto”. Adesso la voce è un po’ delusa e un po’ stizzita, come tutte le volte che lui mi vuole mostrare qualcosa e io non manifesto l’entusiasmo sperato: succede da che siamo al mondo insieme. “Io ho visto una Audi A3 parcheggiata sotto”, sono sincera, è quello che ho visto, ma non riesco ancora a capire che cosa avrei dovuto guardare. “Eh, quella”, dice lui, e mi guarda aspettando una reazione, forse una domanda carica di attesa, per esempio “E quindi?”. Invece dico “Quella sta sempre parcheggiata sotto, e sempre a cazzo di cane”, e mi infilo mezza seppia in bocca. Lui non si perde d’animo, è un poco scontento che la conversazione non stia andando come voleva, glielo vedo negli occhi, però l’eccitazione è più grande, non lo abbandona, ed è con visibile sforzo che cerca di arginarla quando finalmente afferma con tono solenne: “Sì, ma adesso è nostra. Mia e di tua madre. Ma pure vostra, quando tornate qua, che magari la volete usare”. Si riferisce a me e a mio fratello, suppongo.
“Ti sei comprato la macchina dell’avvocato?”.
“Non ho comprato la macchina dell’avvocato. Ho comprato la macchina di mio cugino”.

A questo punto mia madre mi chiede se voglio un altro po’ di carciofi e me li mette nel piatto senza aspettare la risposta (“Mangia”, diceva quando avevo sedici anni e una divergenza di opinioni con mio padre. “Mangia”, dice oggi quando torno al paese a trovarli per Pasqua e vedo una Audi A3 parcheggiata in cortile).
“Un affare, un vero affare”, continua lui. Mi racconta la storia, che suo cugino voleva vendere questa macchina, che la teneva sempre buttata in garage (un po’ nel suo, un po’ nel nostro che è anche suo, perché lo studio legale sta al piano sotto al nostro), che la Porsche pure quella la usava poco, che adesso, da quando Elena si è sposata ed è andata via di casa, non è che gli servano tutte queste macchine, e insomma preferisco darla a uno di famiglia, mi sento più contento, Svè. Svevo, mio padre, gli ha detto va bene, Abbrà, ma tu lo sai come stiamo messi, e lui gli ha risposto Svè, con te non ci stanno problemi, me la puoi pagare pure un poco alla volta, a me che me ne frega?, e Svevo gliel’ha pagata tutta e subito, perché il prezzo era proprio un prezzo da cugino, uno di famiglia, e noi mica siamo così morti di fame.
Alla fine, mi chiede: “Che ne pensi?”.

Io, quando uno mi chiede ne penso, mi viene voglia di accendermi una sigaretta. Quando ero più giovane fumavo una decina di sigarette al giorno, poi, da un certo momento in avanti, la gente ha iniziato a chiedermi sempre più spesso che ne pensavo, io ho cominciato a fumare di più e oggi fumo un pacchetto al giorno, a volte nemmeno mi basta.
Una persona chiede “Che ne pensi?”, però non vuole sapere davvero che ne pensi, vuole sapere se lei ha avuto una bella pensata, e tu le devi dire di sì, non trascurando di calcare la gioia, oppure devi capire se vuole che tu le dica di no e allora le devi dire di no, però con delicatezza, perché lei in realtà voleva un sì ma capisce che dev’essere no, però dillo con garbo, dillo bene, se puoi mettici un po’ di rammarico. Io non ci ho mai capito un cazzo, e a furia di sbagliare la risposta anno dopo anno, ho perso amici al bar e un sacco di soldi in tabaccheria. Di solito non me la cavo bene con questa storia di dire quello che ne penso, perché dico quello che ne penso.
“Penso che noi non siamo gente da Audi”, dico dopo essermi accesa una sigaretta (“Ma non le vuoi altre due seppioline?”, mi chiede mia madre, e non aspetta la risposta, e io fumo, e mangio seppie e carciofi).
Penso anche che sono passati tanti anni, decenni, da quando mia madre a tavola mi diceva “Mangia”, e però le cose sono ancora le stesse, e quasi mi sento sollevata: c’è almeno un posto, in tutto il mondo, dove certe sicurezze restano incrollabili. Solo questo non dico di quello che penso, ma soltanto perché quello che ho appena detto è sufficiente a cambiare agilmente il turno di parola.
Andiamo avanti per un po’, e infine mio padre mi dice: “Comunisti di merda. Questi sono i tipici discorsi da comunista di merda”. Poi si alza e va a fare il caffè. Torna a tavola, ha fatto il caffè anche per me, mi dice: “Comunque, la macchina sta giù sotto. Se la vuoi usare quelle poche volte che torni qua, usala. Sennò fai come cazzo ti pare”. “Ho comprato un uovo di cioccolata da un chilo, stava in offerta!”, esclama mia madre, “Diceva che dentro ci sta una collanina d’argento. Ma sarà d’argento per davvero?”.
Io guardo mio padre, lo amo moltissimo. Gli vorrei regalare tutte le Audi del mondo, e pure lui le regalerebbe a me, se io le volessi.
Mangiamo tutti insieme il cioccolato, ci giriamo tra le mani la collanina, per capire se è d’argento per davvero, poi decidiamo che no, è ‘na fregatura sicuro, però si può mettere lo stesso.