Caro Gigi, pt. 4 (Ciao Gigi, ciao)

I carried the book a hundred yards into the desolation, towards the southeast. With all my might I threw it far out in the direction she had gone. Then I got into the car, started the engine, and drove back to Los Angeles.”
John Fante, Ask the dust *

 

Carissimo Gigi,

di due cose resta ormai da dire: dei libri e dei baci.
Quelli in via Cimino, quegli altri al Forte Spagnolo.
Quattro giorni sono passati da quando ci sono tornata, quattro lettere ti ho scritto, una al giorno, nella fretta di annotare le cose prima che se ne andassero. I libri e i baci volevo lasciarli per ultimi, per ultimi li ho lasciati pure nel mio itinerario a piedi per la città: mi sono scoperta ad andare a ritroso, dalla fine all’inizio dei luoghi.

Quando sono arrivata in piazza del Duomo, non sono riuscita ad entrare subito in via Cimino: come via San Martino e molte altre vie nelle zone rosse, era chiusa da una transenna di metallo. Ero delusa. In quel momento ho visto uscire da lì due turisti giapponesi e furtivi – ma forse non erano solo turisti, portavano un abito scuro con un curioso colletto bianco, – ritiravano le pance per poter sgattaiolare nello spazio fra la transenna e il muro di un edificio. Io la pancia non ce l’ho, lo sai, ci potevo passare senza sforzo, ma la via subito dopo era accessibile, allora mi sono detta “Questi due col colletto bianco sono proprio scemi” e mi sono infilata nel groviglio di vicoli e muri rotti (Gigi, io non ho capito una cosa: se una zona rossa è inaccessibile da una via e accessibile da un’altra, che zona rossa è?).
In via Cimino mi è accaduto un fatto che mi è dispiaciuto: non riuscivo a trovare la libreria di Nicoletta e Beatrice. Tutte le porte dei palazzi erano sbarrate da assi di legno, identiche le une alle altre, che le coprivano quasi interamente, insegne comprese. Perciò tutte le porte mi sembravano uguali, sentivo la mia confusione e alla confusione seguiva un sentimento di colpa: non riconoscevo più la porta. Ci ho messo un po’ per capire qual era, poi mi sono accorta di un’insegna che dietro un’asse di legno rosseggiava ancora, e sopra il rosso era un sembrare di piume di struzzo.
Gigi, quanti pomeriggi abbiamo passato nella libreria? Ci sedevamo sui pacchi di libri appena arrivati, e parlavamo con Nicoletta e Beatrice fino a sera. Di cosa, però, non mi ricordo più. I libri pure fanno così, entrano ed escono come quello che mangi, addosso ti restano un sapore e un giorno in più da vivere. Io le storie dei libri che ho letto non me le ricordo proprio bene bene, uno mi chiede “Ma l’hai letto o no?”, io dico “Sì, l’ho letto, ma adesso ce l’ho dentro, non lo posso vedere da fuori”. Allora che conservo a fare tutti i libri che compro, non lo so. Non lo so, ma non so liberarmene.
Comunque, la libreria di Nicoletta e Beatrice è come quasi tutti gli altri posti del centro storico della città: non c’è più. Però è come i libri: ne resta un odore buono nelle narici.

Infine i baci.
Gigi, il Forte Spagnolo è quasi completamente intatto, solido da lasciare increduli, almeno da una certa prospettiva esterna. Si vede che nel XVI secolo gli spagnoli con le pietre ci sapevano fare. Il portale invece no, quello si è afflosciato un poco. In ogni caso, il castello è stato dichiarato inagibile, pare che all’interno sia gravemente danneggiato. Ma questo, arrivando dalla piazza della Fontana Luminosa, a nessuno verrebbe di sospettarlo, non subito, non da quella parte: il Forte sta lì fiero, grosso come un mammut che nasconda una ferita mortale nella pancia. Fuori sembra come allora, e c’è la gente che ci va a correre tutto intorno come un tempo. Un tempo anche tu ci andavi a correre.
L’altro giorno, mentre me ne stavo lì a guardare, c’erano due giovani che si baciavano, avranno avuto vent’anni. Due quando si baciano a vent’anni si abbracciano in un modo che dopo mai più. Intenerisce vederli, pensi che sono un po’ goffi e molto sinceri, e pare che le braccia di lui, se potessero, farebbero due, tre, quattro volte il giro intorno alle spalle di lei, per dire “Io a te mi ti rubo e mi ti porto via”.
I baci che ci siamo dati lungo queste mura, da un bastione all’altro, chi li può contare?
Comunque, Gigi caro, l’ultima cosa che ho ricordato lasciando il Forte Spagnolo è stata quella che fu la prima, e fu un bacio di ventenne un po’ goffo e molto sincero, e io pensai che la tua lingua era ruvida e questo non mi sembrò un bel pensiero per cominciare, ma poi vennero baci più levigati e una pazienza lunga sei anni.

C’è una foto di te al Forte Spagnolo, scattata dal lato dove il mammut con la pancia ferita sembra più vigoroso. Tieni i riccioli neri che ti coprono gli occhi, un impermeabile blu scuro più grande di te e una borsa a tracolla. Fai lo sguardo da mammut vigoroso che nasconde la pancia ferita, e questa immagine fu la prima ed è l’ultima.

E questo è tutto.
Ti saluto da dove sto adesso, che è molto lontano da dove stai adesso.
Ciao Gigi, ciao.

Lisa

*[John Fante, Ask the dust, Canongate 2002, p. 198]